Il cielo è dei violenti


200px-violentbearitaway.JPGCarissime amiche e carissimi amici di Flannery,

finalmente si parte! Oggi, primo giugno, inizia ufficialmente questa nostra nuova “avventura”, che sara’ per noi di Flannery come una traversata in mare aperto. Aperto si’, ma non ignoto, perche’ ad attenderci all’altra riva ci siete voi, che ci avete sostenuto fin dal primo momento, quando Flannery era ancora un’idea che doveva cominciare a prendere corpo, ed ora siete qui, puntuali e fedeli, a questo nostro primo appuntamento. Altre amiche ed altri amici – ne siamo certi – verranno insieme a voi, accanto a voi, in futuro. Li ringraziamo e vi ringraziamo tutti di cuore.

Il forum-blog letterario dedicato alle donne che scrivono parte oggi con la grande scrittrice americana Flannery O’Connor, da cui del resto esso prende il nome: una scelta obbligata, ma estremamente felice. O’Connor, infatti, e’ una stella nel firmamento della letteratura mondiale. Moderera’ questa amichevole conversazione a piu’ voci – a cui tutti, amiche e amici carissimi, siete invitati – la scrittrice Maria Di Lorenzo, direttore della rivista culturale “In Purissimo Azzurro”, che molti di voi gia’ conoscono e che non ha bisogno di presentazioni (per chi ancora non la conoscesse si consiglia una visita al suo sito: http://mariadilorenzo.wordpress.com). Potete intervenire in ogni momento con le vostre riflessioni, idee, appunti: il forum su Flannery O’Connor, infatti, non chiudera’ mai, e fino al 12 giugno si occupera’ esclusivamente del suo romanzo “Il cielo e’ dei violenti”, per cui anche chi non avesse letto il libro sappia che ha tutto il tempo di farlo, con assoluta tranquillita’, e di inserirsi poi felicemente nella conversazione in corso.

42 responses on “Il cielo è dei violenti

  1. Amici ed amiche di Flannery, buongiorno!

    Questa nostra conversazione non si concentrera’ sull’intera opera di Flannery O’Connor, che – pur esigua di numero, si presenta pero’ assai complessa e densa nei contenuti – ma fissera’ la propria attenzione su un romanzo, “Il cielo e’ dei violenti”, uscito negli Stati Uniti nel 1960 (in Italia fu edito da Einaudi per la prima volta nel 1965).

    “Il cielo è dei violenti” è la traduzione con cui in italiano è stato reso il titolo originale del romanzo, “The violent bear it away”. E’ un titolo chiaramente evangelico: “Dai giorni di Giovanni il Battista fino ad ora, il regno dei cieli soffre violenza e i violenti se ne impadroniscono” (Matteo 11, 12-13). La O’Connor era una cattolica fervente e quindi non ci meraviglia affatto un titolo cosi’ allusivo.

    Mary Flannery O’Connor era nata a Savannah, in Georgia, nel 1925. Morì a Milledgeville nel 1964 a soli trentanove anni a causa di una malattia ereditaria, rara quanto inesorabile, chiamata lupus eritematosus.
    In Italia sono stati pubblicati i suoi racconti (”Tutti i racconti”, Bompiani, 2000), una splendida raccolta di lettere (”Sola a presidiare la fortezza”, Einaudi) e i due romanzi “Il cielo e’ dei violenti” (Einaudi, 1994) e “La saggezza del sangue” (Garzanti 2002).

    Ma ci introdurra’ adesso al suo mondo, alle sue opere, ai personaggi straordinari usciti dalla sua fervida penna, un grande critico letterario, Antonio Spadaro, esperto di letteratura americana e profondo conoscitore dell’opera di Flannery O’Connor.
    Attraverso le sue puntuali parole entreremo in punta di piedi nell’immaginario di questa grande scrittrice cattolica del profondo Sud degli Stati Uniti che ci ha lasciato solo due romanzi e un pugno di racconti, morendo in giovane eta’ per una gravissima malattia immunitaria.Ma cionostante, ella ha lasciato un segno, e la sua opera, il suo mondo, affascina ancora oggi che sono trascorsi oltre quarant’anni dalla sua morte.

  2. IL VOLTO VIOLENTO DELLA GRAZIA

    Il 3 agosto di quarant’anni fa moriva a 39 anni Flannery O’Connor. Era nata a Savannah, in Georgia, il giorno dell’Annunciazione, cioè il 25 marzo, del 1925.
    La scrittrice considerava sua patria la zona pedemontana della Georgia e la parte est del Tennessee, quella terra che ha generato i Southerners, cioè scrittori quali Erskine Caldwell, Carson McCullers, Tennessee Williams, William Faulkner.
    Ci ha lasciato ventisette racconti e due romanzi: Wise Blood (”La saggezza nel sangue”) del 1952, da cui John Huston nel 1979 trasse un film omonimo, definito nel dizionario dei film Morandini «divertente e terribile», e The Violent Bear It Away (”Il cielo è dei violenti”) del 1960.
    All’opera narrativa vanno aggiunte le lettere e le prose occasionali di Mistery and Manners. La sua opera dunque non è immensa, ma è bastata a farla diventare una scrittrice di culto.
    Molti i riconoscimenti ricevuti in vita: vinse tre volte l’O’Henry Award e ricevette due lauree ad honorem. Nel 1988 la sua opera narrativa e una selezione di quella epistolare e saggistica è stata pubblicata nella prestigiosa collana della “Library of America”. Oltre ai grandi del passato, questo onore fino a quel momento era stato riservato solamente a William Faulkner.
    Le sue poche pagine dunque l’hanno fatta apprezzare come un’icona, un “mostro sacro”, un modello. Del resto, che cosa c’è in comune tra Bruce Springsteen e Nick Cave, registi quali John Huston e Quentin Tarantino, scrittori come Raymond Carver, Elizabeth Bishop e l’australiano Tim Winton o tra i nostri Luca Doninelli e Carola Susani?
    Nulla, forse. Tranne Flannery O’Connor, letta, amata, imitata da tutti loro.
    All’interno di una lettera del 17 gennaio 1956 lei si descrive efficacemente in un ricordo biografico dagli echi biblici: «Ho fatto i primi sei anni di scuola dalle suore. […] Fra gli otto e i dodici anni avevo l’abitudine di chiudermi ogni tanto a chiave in una stanza e facendo una faccia feroce (e cattiva), vorticavo torno torno coi pugni serrati scazzottando l’angelo. Si trattava dell’angelo custode del quale, secondo le suore, tutti eravamo provvisti. Non ti mollava un attimo. Lo disprezzavo da morire. Sono convinta di avergli addirittura mollato un calcione finendo lunga distesa».
    Il senso di quest’immagine va ben al di là del momento al quale risale come esperienza vissuta, fino ad essere chiave di lettura della sua esistenza di scrittrice: Flannery O’Connor rimase una bambina che scazzottava con l’angelo custode che non la mollava un attimo. Ce lo conferma un suo saggio, frutto di una conferenza tenuta alcuni mesi prima della morte, nel quale sostiene che lo scrittore deve lottare «come Giacobbe con l’angelo […]. La stesura di un romanzo degno di questo nome è una sorta di duello personale».
    Ma tale visione pugilistica va precisata e definita meglio per scoprire alla fine come questo “scazzottare l’angelo” (socking the angel) non sia che il travaglio di un parto drammatico e folgorante, privo di ogni ninnolo consolante o fiocco agghindato. Da questa lotta nasce l’arte della O’Connor, che scrive in maniera netta, quasi perentoria: «Io, per arte, intendo scrivere qualcosa che in sé ha valore e funziona (works in itself)». Il testo funziona se è attiva questa lotta (che viene nominata in vari modi: wrestle, encounter, il verbo to sock proprio dello slang). Se un testo non “funziona” allora è estraneo all’arte. Si tratta allora di illustrare almeno alcuni dei livelli ai quali l’opera “lavora” e risulta efficace.

    L’infinito come trama del reale

    La O’Connor scrive perché vede il mondo. Seppure l’espressione possa apparire banale, le cose stanno proprio così. La scrittrice ha una visione del reale, non dei labirinti della psicologia: «La narrativa riguarda tutto ciò che è umano e noi siamo polvere, dunque se disdegnate d’impolverarvi, non dovreste tentar di scrivere narrativa».
    Da qui un prezioso avvertimento: non è possibile suscitare emozione con testi che trasudano emozione né suscitare pensieri riempiendo le pagine di considerazioni e riflessioni. A queste cose «bisogna dar corpo, creare un mondo dotato di peso e di spessore»: scrivere narrativa non è questione di “dire cose”, ma di “farle vedere” al lettore, di mostrarle: «mostri le cose e non avrà bisogno di dirle», consiglia in una lettera a Ben Griffith, che gli aveva inviato un racconto.
    Se un personaggio ha un carattere legnoso, deve avere una gamba di legno. Se la personalità cambia, allora deve arrivare un ladro a rubarle quella gamba, come avviene in Good Country People (”Brava gente di campagna”).
    In questo racconto una dottoressa in filosofia viene derubata dalla propria gamba di legno da un venditore di Bibbie. La donna non crede in niente, e il lettore avverte che la gamba di legno, man mano che le pagine scorrono, accumula significato e corrisponde all’anima “legnosa” della sua proprietaria.
    Quando il venditore la ruba, il lettore s’accorge che si è portato via una parte della personalità della ragazza, svelandole il suo più intimo tormento. Commenta la scrittrice, riflettendo sul suo lavoro: «Se volete, potete anche dire che la gamba di legno è un simbolo. Ma è innanzitutto una gamba di legno, e proprio in quanto tale è assolutamente indispensabile al racconto. Ha una sua collocazione sul piano letterale della storia, ma agisce in profondità, oltre che in superficie. Il racconto può così espandersi in ogni direzione, e sfuggire in tal modo al suo destino di povertà».
    La concretezza dunque è una delle basi forti della poetica della O’Connor. Personaggi e avvenimenti hanno un aspetto che colpisce la percezione, sono incarnati e materiali: «Il mondo dello scrittore di narrativa è colmo di materia», mentre spesso si crede che siano le emozioni tumultuose o le idee grandiose a fare un racconto.
    Nient’affatto: con i concetti astratti e i presupposti teorici non si fanno storie; le cose che vediamo, ascoltiamo, annusiamo e tocchiamo ci condizionano molto prima che iniziamo a credere in qualcosa che sia astratto e dunque la caratteristica principale, e più evidente, della narrativa «è quella d’affrontare la realtà tramite ciò che si può vedere, sentire, odorare, gustare, toccare. È questa una cosa che non si può imparare solo con la testa; va appresa come un’abitudine, come un modo abituale di guardare le cose». E quest’abitudine deve mettere radici profonde in tutta la personalità dell’artista.
    È la materia e la concretezza della vita che danno realtà al mistero del nostro essere nel mondo, come la O’Connor scrive in una bella lettera del 10 marzo 1956.
    Da qui ecco il compito che la scrittrice riconosce a se stessa: concepire l’infinita trama del finito, nella sua assoluta contingenza e nella sua precisione: «Il fondamento morale della Poesia è il nominare in maniera accurata le cose di Dio [...] rendere quanta più giustizia possibile all’universo visibile» perché esso «è un riflesso di quello invisibile».
    E questa, in termini teologici, si potrebbe definire “visione sacramentale”. La O’Connor sa che, in quanto scrittrice, il suo gesto di vergare parole su un foglio non significa esprimere una serie di intuizioni psicologiche, ma molto concretamente dar vita a un mondo. Lo stesso Dio e la dimensione spirituale hanno una consistenza materiale o, meglio, “sacramentale”.
    Dio è un dato dell’esperienza, non un’intuizione della mente o dello spirito: nello splendido racconto The Turkey è addirittura reso in figura di un tacchino (da cui il titolo) a cui un undicenne sta dando la caccia, mentre nel racconto A View of the Woods (”La veduta del bosco”) Cristo è rappresentato da un bosco in cui i «pini, visti di fianco avevano l’aria di camminare sull’acqua».
    In questo senso appare lucidissima la scrittrice Joyce Carol Oates quando afferma in un’intervista: «Mi dicono che sono stata influenzata da Flannery O’Connor, ma lei è così religiosa e i suoi lavori vanno considerati lavori religiosi, mentre nei miei libri c’è soltanto il mondo naturale: la religione è una manifestazione psicologica di poteri profondi, immaginazione profonda, di poteri misteriosi che ci accompagnano sempre».
    La Oates sceglie i circuiti mentali, la O’Connor le trame del reale, per cui non è il materiale a spiritualizzarsi, ma lo spirituale a materializzarsi, secondo il principio dell’Incarnazione. E ciò fa a pugni con ogni forma di psicologizzazione o mera simbolizzazione. Una volta la scrittrice si trovò a cena da Mary McCarthy, altra nota penna dei suoi anni, che le disse di considerare l’Eucaristia solamente come un “simbolo”. La risposta della O’Connor fu netta: «Be’, se è un simbolo, che vada al diavolo» (Well, if it’s a symbol, to hell with it). Dunque il mistero dell’esistenza nelle pagine della O’Connor si manifesta non per evanescenza o puro rinvio o comunque per sottrazione di materia, ma sotto forma di materia più densa: «Non sono scrittrice dell’impercettibile, io», scrisse a una sua corrispondente.

    Il mistero espansivo del mondo

    Nel territorio del diavolo. Sul mistero di scrivere – edizione italiana dei saggi della O’Connor, lo evidenzia con estrema chiarezza: in queste pagine non si parla del “mestiere di scrivere”, come si sente nei laboratori di scrittura, ma del “mistero di scrivere”. La O’Connor punta al mistero. La sua visione del reale, pur concretissima, non è mai da école du regard, cioè scuola di uno sguardo algido e sterile. La narrazione ha per lei sempre un carattere “espansivo” e lo sguardo dello scrittore è fecondo, pregno, capace di far maturare i semi di mistero che è in grado di cogliere.
    Lo scrittore dunque è chiamato ad avere una visione anagogica della realtà, cioè capace di accorgersi che in un’immagine o in una situazione sono in gioco i diversi livelli del reale. La O’Connor richiama lo schema dei commentatori medioevali della Sacra Scrittura, che rinvenivano nella lettura i sensi letterale, morale e anagogico. A suo giudizio lo scrittore deve far propri questi tre livelli di lettura del mondo e la conseguente «prospettiva ampliata della scena umana». Dunque in un buon romanzo «accade sempre di più di quanto riusciamo a cogliere sul momento, accade di più di quanto salti all’occhio». Il “di più” tende all’infinito, alla inesauribilità. Lo scrittore prima vede in maniera superficiale, ma «la sua angolazione visiva è tale che comincia a vedere prima di arrivare alla superficie e continua a vedere dopo averla oltrepassata».
    In questa tensione di approfondimento visivo lo scrittore se ne sta a «fissare senza andare subito al dunque. Più a lungo guardate un oggetto e più mondo ci vedrete dentro». Nello sguardo di chi scrive deve esserci «un granello di stupidità» (a certain grain of stupidity), che lo conduca a “imbambolarsi” (to stare). È proprio così che prende corpo un profondo senso dell’ascolto, del rispetto e dell’obbedienza nei confronti della realtà e del «mistero della nostra posizione sulla terra».
    A questo livello si colloca il senso dell’imprevisto o, addirittura, del grottesco perché nella storia narrata può accadere di tutto. La violenza gratuita, il bizzarro e il grottesco, il misto di comicità e orrore non sono un adeguamento o una semplice condivisione dei canoni estetici della tradizione della narrativa del Sud degli Stati Uniti: sono uno strumento conoscitivo, una lente di lettura.
    Essi sono funzionali alla forzatura, anche teologica, dello sguardo di un lettore “duro d’orecchi” e “di vista debole”. È come se la scrittrice desse uno schiaffo al lettore, scompigliando la sua intenzionalità visiva nel momento in cui sposta il volto, angolandolo di sbieco. Ciò che salta subito per aria è quel “buon senso” vagamente laico, razionale e illuministico degli “intellettuali” che tanto ammorba la vera ispirazione.
    Basti pensare a un racconto quale The Lame Shall Enter First (”Gli storpi entreranno per primi”) per cogliere tutta l’antipatia per l’illuminismo umanista. Il protagonista è il direttore del centro ricreativo comunale, un tal Sheppard che il sabato lavora senza compenso al riformatorio. È vedovo con un figlio, Norton, che a suo parere è fondamentalmente egoista. Un giorno Sheppard decide di accogliere in casa Rufus Johnson, un ragazzino che era stato nel riformatorio e che egli aveva desiderio di redimere. Imbevuto di nozioni psico-sociologiche e di un umanitarismo filantropico, è convinto che il male possa essere vinto con un’educazione laica capace di sviluppare l’intelligenza.
    Johnson però non fa che sfuggire dai suoi schemi e ciò avviene in pagine splendide che toccano i nervi della condizione umana. Johnson coinvolge in questa sua ribellione anche Norton. Sheppard ne uscirà sconfitto: si accorgerà di aver «rimpinzato il suo vuoto di opere buone come un ingordo» e così di aver solo coltivato la propria immagine ideale che adesso si sgonfia per lasciare solo uno schermo nero.
    Il racconto si chiude in maniera terrificante: Norton si impicca per la sofferenza causata dalla morte prematura della madre, rivelando tragicamente la cecità di Sheppard per il dolore del figlio.
    Il romanzo Il cielo è dei violenti presenta una dinamica simile: l’avvenimento che scuote la sicurezza intellettuale del protagonista Ryber, un insegnante dagli innovativi metodi educativi, è la morte del figlio per mano di un ragazzo che egli aveva preso in casa per “aiutarlo”, ma in realtà per dimostrare la sua superiorità rispetto allo zio del ragazzo, selvatico profeta eremita. Mentre Ryber tenta di controllare col suo razionalismo il comportamento del ragazzo, questi si ribella, trovando la sua libertà grazie ad azioni di grande violenza. Il senso è che il vecchio zio ha posto in suo nipote un seme indistruttibile perché divino e presente in ogni uomo. È come un marchio a fuoco e non c’è modo per eliminarlo. Tentare di farlo conduce al parossismo.
    L’ironia per gli intellettuali spinge la O’Connor anche ad affermare che la mente che sa apprezzare meglio un romanzo non sarà la più istruita, ma quella disposta «ad approfondire il senso del mistero attraverso il contatto con la realtà, e il proprio senso della realtà attraverso il contatto con il mistero». Il significato “intellettuale” della storia, a questo punto, non può essere mai al di là della storia stessa che viene raccontata: è la stessa storia, in quanto esperienza e non astrazione. «Il romanziere […] dimostra qualcosa che non si può dimostrare in un altro modo se non con un romanzo intero»: il significato non è mai astratto, ma vissuto. Esiste un modello preciso, un modello in cui l’assoluto è stato reso concreto: la Bibbia.
    Non si fanno storie senza una Storia di riferimento e nel Sud protestante, scrive la O’Connor, la Bibbia svolge questo ruolo: «Fornire una storia di dimensioni mitiche, una storia che appartenga a tutti, nella quale chiunque possa riconoscere la mano di Dio e la sua discesa. Il genio ebraico nel rendere concreto l’assoluto ha condizionato il modo di vedere le cose della gente del Sud. È questa una delle ragioni per cui il Sud è terra di racconti». La scrittrice dunque è convinta che «nulla garantirà il futuro della narrativa cattolica quanto la rinascita della tradizione biblica».
    Infatti la nostra reazione nei confronti della vita sarà ben diversa «se ci hanno inoculato soltanto una definizione della fede o se abbiamo tremato insieme ad Abramo che levava il coltello su Isacco». Il racconto biblico può arricchire l’immaginazione e far crescere in capacità di intuizione. Purtroppo, lamenta la scrittrice, la Sacra Scrittura «non ha fatto breccia nel profondo della nostra coscienza, né condizionato le nostre reazioni all’esperienza».
    Nel saggio Novelist and Believer (”Narratore e credente”), il vizio della cultura che ha eliminato il mistero e ha addomesticato la disperazione, non è affatto l’ateismo di uno Steinbeck, quanto piuttosto coloro che ammettono l’esistenza di un essere divino che non ha niente a che fare con la materia e con la storia, che dunque non può essere conosciuto analogicamente o ricevuto sacramentalmente. Allora «l’uomo vaga […] cercando di raggiungere un Dio che non può avvicinare, un Dio impotente ad avvicinarlo». Il campo semantico della parola “mistero” per la O’Connor non è affatto quello che comprende anche termini come vago, indistinto, impreciso, indeterminato…

    Il dramma della libertà

    La O’Connor era appassionata di san Tommaso d’Aquino («io sono una tomista di terzo grado», affermava), del gesuita francese Teilhard de Chardin (da lei considerato il maggiore scrittore non romanziere), del filosofo Jacques Maritain e dei mistici quali Teresa d’Avila e Giovanni della Croce («rispetto a lui sono uno zero», scrisse). Questa passione teologica è certamente alla radice dell’argomento principale della narrativa della O’Connor: «L’azione della grazia in un territorio tenuto in gran parte dal diavolo». La dimensione di mistero di cui fin qui abbiamo parlato si concentra essenzialmente nel mistero della libertà dell’uomo e della personalità. Proprio questo è il territorio del dramma del bene e del male, della salvezza e della perdizione, della grazia e del diavolo: «Nei miei racconti il lettore troverà che il diavolo getta le basi necessarie affinché la grazia sia efficace».

    Il romanzo

    La saggezza nel sangue rivela questa dinamica in tutte le sue pagine. Alla fine degli anni ’40, tornato al paese natale della Georgia, solo al mondo, il protagonista Hazel Motes, detto Haze, reduce di guerra, si rivela un fanatico predicatore della Chiesa senza Cristo. Egli resta coinvolto in vicende grottesche e paradossali, che fanno comprendere come più un uomo fugge da Cristo, più è afferrato dalla grazia. Haze si rivolge a una signora che viaggia nel suo stesso vagone: «”Io credo in Gesù secondo lei?” domandò Haze sporgendosi verso la donna e quasi parlando come se avesse il fiato grosso. “E invece non ci crederei neanche se Lui esistesse. Neanche se Lui fosse su questo treno”». Ma egli ha un sigillo ereditario: suo «nonno aveva fatto il predicatore itinerante, era un vecchio lunatico che girava in macchina per tre contee con Gesù nascosto nella testa come un pungiglione». E Gesù sarà un pungiglione anche nella testa di Haze, come lo stesso nonno aveva previsto: «Gesù non gli avrebbe mai permesso di scordare ch’era redento. Cosa credeva di ricavare dalle sue colpe, il peccatore? Gesù se lo sarebbe preso, alla fine!».
    Haze vuole rifuggire da Gesù sin da bambino: «C’era già in lui il profondo nero inespresso convincimento che il mezzo per evitare Gesù consistesse nell’evitare il peccato». Parole paradossali, ma che dicono come l’esperienza della grazia può brillare su uno sfondo scuro. Egli però legge solo la Bibbia e a dodici anni decide di fare il predicatore. Ma cosa predicherà? «Nulla conta oltre al fatto che Gesù non esiste». Un ateo? Niente affatto. Un uomo che vive una dialettica paradossale, grottesca, sub contraria specie, ma proprio per questo radicale con la chiamata alla santità. Per avere il senso del mistero occorre avere il senso del male. Sembra dunque che il senso del male sia anzi garanzia del nostro senso del mistero e del rapporto con la grazia. Dunque il diavolo diventa, in qualche modo, “una necessità drammatica”.
    È il dramma a far funzionare le storie. Il dramma qui essenzialmente è quello dell’accettazione o del rifiuto della grazia: c’è un momento, in una buona narrazione, nel quale si può avvertire la presenza della grazia come in attesa di essere accettata o rifiutata, anche se il lettore può non coglierlo. La scrittrice riconosce che i propri racconti parlano «dell’azione che la grazia esercita su un personaggio poco disposto ad assecondarla». I suoi personaggi spesso conducono una vita misurata, nella quale ogni cosa è al suo posto. Essi hanno costruito delle barriere di difesa che solo la violenza può demolire.
    La grazia non ha i tratti candidi e amorevoli che le si attribuiscono normalmente, non sempre è gentile. Per agire «in un territorio tenuto in gran parte dal diavolo», a volte, essa deve essere violenta. Scrive la O’Connor in una lettera del 4 febbraio 1960: «Sono giunta al punto di pensare intensamente circa il modo di presentare l’amore e la carità, o sarebbe meglio ancora dire grazia; l’amore suggerisce tenerezza, mentre la grazia può essere violenta o potrebbe dover competere con il tipo di male che io posso concretamente compiere». Insomma la grazia non è “graziosa” e gli effetti della sua presenza sembrano essere non un miglioramento della bontà delle persone, ma paradossalmente perfino un deterioramento.
    Spesso i suoi personaggi hanno davanti solo due strade: la profezia o il fallimento. E spesso la profezia si abbina, biblicamente, a una sorta di pazzia, a uno squilibrio fondamentale e fondante per il quale, come leggiamo ne Il cielo è dei violenti (la traduzione letterale del titolo sarebbe però più seccamente: “Il violento se lo porta via”), il profeta «quando non riusciva a sopportare il Signore un momento di più, si prendeva la sbronza». Il problema vero insomma è quello teologico del rapporto tra la grazia e la natura.
    Come ha notato giustamente Harold Bloom, sembra quasi che sia possibile essere veramente brave persone solo se qualcuno sia lì pronto a spararci in ogni momento della nostra vita, o ad affogarci battezzandoci.
    Scrivendo a suor Mariella Gable, la O’Connor spiega la sua predilezione per predicatori fanatici e profeti selvatici (backwoods prophets): «Secondo molti protestanti che conosco, i monaci e le suore sono fanatici, e della peggior specie. E secondo molti monaci e suore che conosco, i miei profeti protestanti sono fanatici. A mio modo di vedere, l’unica differenza fra costoro è che se sei cattolico e credi con tanta intensità, entri in convento e nessuno sente più parlare di te; mentre se sei protestante e credi con altrettanta intensità, non puoi entrare in nessun convento e te ne vai in giro per il mondo a ficcarti in ogni sorta di guai, attirandoti sul capo le ire di chi non crede più a niente. È anche per questo che mi riesce meglio scrivere dei credenti protestanti che di quelli cattolici: perché esprimono la loro fede in varie forme drammatiche di un’evidenza per me abbastanza facile da cogliere». Questo genera una narrativa che la O’Connor definisce “strana” e “perversa” e che non offre nessun ritratto delle esperienze religiose a noi familiari, pur rimanendo “cattolica”.
    Neanche l’editore italiano di Mistery and Manners – da ringraziare per averci restituito la perla che è questo libro – ha resistito alle bizze della O’Connor e ha provato a “normalizzarla”. Nel sito internet della casa editrice minimum fax infatti si legge, a proposito del libro, una frase esatta. Ma non fino in fondo: «L’autrice mette apertamente in campo la sua profonda religiosità cattolica senza mai sconfinare nel fanatismo o nella bigotteria – e anzi rifiutando ogni degenerazione moralista – e ci offre esempi cristallini di teoria letteraria in cui i concetti di grazia e di mistero acquistano forza e fascino per qualunque lettore». Perfetta la prima e l’ultima parte dell’affermazione, ma errata la parte mediana: è proprio il rifiuto della degenerazione moralista a far sconfinare in continuazione i personaggi dei romanzi della O’Connor nel fanatismo e nella bigotteria.
    La prospettiva drammatica della scrittrice non restringe affatto il campo visivo sul reale, anzi lo amplia perché a questo punto, come ella stessa scrive, «gli scrittori che vedono alla luce della loro fede cristiana saranno, di questi tempi, i più fini osservatori del grottesco, del perverso e dell’inaccettabile» perché «non vi sarà niente nella vita di troppo grottesco, o troppo “non-cattolico”, da non poter fornire materiale» per il loro lavoro. Infatti «è quando la sua fede è debole, non quando è forte, che il singolo avrà paura di un’onesta rappresentazione romanzesca della vita; e allorché sussiste la tendenza a incasellare lo spirituale e a farlo risiedere in un certo tipo di vita soltanto, il soprannaturale è destinato a poco a poco a perdersi».
    Così nell’ambito della visione anagogica esiste un significato della violenza che lo lega direttamente al mistero della grazia. Infatti l’avvenimento della grazia non è estraneo alla natura, ma è pur sempre un irrompere nella vita dell’uomo di una realtà differente rispetto ai suoi criteri. La libertà che accetta la grazia implica un salto, un risveglio repentino o brusco.
    La violenza, per la O’Connor, rende possibile questo passaggio e prepara all’affermarsi della grazia. Del resto l’esplicita epigrafe biblica di Il cielo è dei violenti, saltata nell’edizione italiana, ne è una chiara spia: «Dai giorni di Giovanni Battista ad ora, il regno del cielo soffre violenza, e il violento se ne impadronisce» (Mt 11,12).
    La O’Connor è dunque sensibile agli aspetti più drammatici e paradossali dell’incisività della grazia: nei suoi racconti i criminali fanno discorsi di valore teologico e, ad esempio, il nichilismo di un personaggio come Hazel Motes «lo riporta alla realtà della sua Redenzione». Invece il male si annida nelle menti più innocenti e negli ambienti più tranquilli.

    La scelta del possibile

    I personaggi della O’Connor sembrano a ogni istante sul punto di compiere qualunque azione: nelle pagine della scrittrice non ci si può fidare della logica e della coerenza. L’imprevedibilità non è una tecnica, ma si potrebbe dire la condizione metafisica di ogni narrazione che “funzioni”. Al romanzo, ci suggerisce la scrittrice, siamo tenuti a chiedere soltanto che intensifichi il mistero della libertà. Chi invece, come la maggior parte degli uomini d’oggi, è figlio del determinismo storico o psicologico, si aspetta dei comportamenti consequenziali: dal libertino un’azione da libertino, dal devoto un’azione devota, dal filantropo un’azione generosa, e così dal cattivo un’azione malvagia.
    Nelle opere della O’Connor questa logica non tiene e non ci si può affidare al discernimento di una opzione morale fondamentale. I personaggi sono sempre e in ogni momento tutti allineati al principio di tutte le loro possibilità. Così la salvezza può venire da un assassino e, invece, un cieco egoismo essere l’espressione di un filantropo umanista. Ciò che sembra essere rispettato è un procedimento a tre tempi, messo in luce da G. Prampolini nel Dizionario della letteratura mondiale del ’900 curato da F. L. Galati:
    «1. C’è una persona che vive senza preoccuparsi della salvezza dell’anima; 2. Un evento della sua vita quotidiana le schiude la conoscenza profonda di sé; 3. O essa coglie tale occasione e riconosce in umiltà la necessità della redenzione, avviandosi così sulla via della salvezza; o se la lascia sfuggire, e decreta la propria dannazione». Se questa tripartizione così espressa può essere rigida e corre il rischio di risultare troppo psicologica nella terminologia utilizzata, d’altra parte rende esplicito il ritmo della dinamica interna della narrazione oconnoriana. Ad avviare questa dinamica è «un’azione assolutamente inattesa, eppure assolutamente credibile» che «indica sempre l’offerta della grazia. E spesso è un’azione della quale il diavolo è stato strumento involontario».
    Ciò che invece si deve escludere a priori dalle pagine della O’Connor è ciò che è divenuto sinonimo – e la scrittrice lo afferma con rammarico – del termine cristiano e cioè il golden heart, il “cuore d’oro”, che è “un bell’impiccio” (a positive interference) quando si scrive narrativa.
    Se così salta uno dei presupposti per un sicuro happy end tradizionale, d’altra parte assistiamo ad aperture a sorpresa, a improvvisi ribaltamenti di altrettante improvvise tragedie. In racconti come A Good Man Is Hard to Find (”Un brav’uomo è difficile da trovare”), dove la conclusione sembra rimanere chiusa nel buio più assoluto e definitivo, è possibile scorgere con chiarezza una via d’uscita, un punto di luce che indica la possibilità di uscire dal tunnel.
    In questo senso, dunque, per la O’Connor la scrittura è il terreno nel quale accade il tragico propriamente cristiano, che non è il tragico che conclude col vicolo cieco, con l’impossibilità di tutte le possibilità. È invece il dramma della libertà (e delle sue infinite possibilità) che si confronta col mistero della grazia, sempre inatteso e imprevedibile. Il campo della letteratura spalancato dalle pagine di Flannery O’Connor non è mai quello del mero probabile, ma quello ben più esteso e ricco del possibile.

  3. Grazie infinite al critico letterario Antonio Spadaro e al suo eccellente saggio su Flannery O’Connor che ha fatto da apripista alla nostra conversazione e che ci ha dato, e continuera’ a darci, rileggendolo con maggiore attenzione, molti motivi di riflessione sull’opera di questa grande autrice americana.

    Adesso vogliamo focalizzare ancor di piu’ la nostra attenzione sull’opera “Il cielo e’ dei violenti” e per farlo ci aiuta il testo inviatoci gentilmente da Maurizio Cotrona, anch’esso molto preciso e denso, che vi invito a leggere qui di seguito.

  4. Dopo quattordici anni, Einaudi riporta nelle librerie italiane Il cielo è dei violenti (titolo originale The violent bear it away, traduzione di Ida Omboni) il romanzo più celebre di Flannery O’Connor, pubblicato per la prima volta negli Stati Uniti nel 1955.
    È il racconto della storia della famiglia Tarwater; che, decimata da disgrazie e incidenti, sopravvive in una fragile discendenza obliqua maschile: il vecchio zio Tarwater, un folle profeta dei boschi, suo nipote Ryber, un grigio insegnante di provincia, e il quattordicenne Tarwater, orfano, pronipote del primo e nipote del secondo.
    L’ambientazione è quella del Sud degli Stati Uniti, un’area capace di essere allo stesso tempo placidamente borghese o rabbiosamente selvaggia, un territorio in cui si può trovare la cittadina dove “gli occhi delle persone non ti si attaccavano addosso come gli occhi della gente di campagna”, e il mondo allo stato naturale “dove ogni filo d’erba sembra un nervo, verde e vivido”.
    La vicenda del romanzo si gioca in una lotta per il controllo del destino, il proprio e quello del giovane Tarwater, da parte dei due adulti. Tarwater rapisce l’omonimo pronipote trascinandolo con se nei boschi e qui lo indottrina alla sua fede radicale, insegnandogli un’esistenza vissuta nell’attesa della propria vocazione. Alla morte del prozio, l’orfanello ritorna in città dallo zio Ryber, che lo accoglierà in casa con l’idea di liberarlo dall’influsso delle superstizioni del vecchio.
    Il nucleo simbolico della vicenda si incarna nel figlio mentalmente ritardato di Ryber, Bishop, portatore sano di un amore irragionevole, alternativamente definito come “raccapricciante”, “odioso”, “spaventevole”, un amore violento a cui resistere o da cui lasciarsi travolgere: il vecchio Tarwater considera il battesimo di Bishop come la missione con cui coronare la propria esistenza da profeta, missione da realizzare ad ogni costo, anche post mortem mediante le piccole mani del giovane Tarwater; Ryber vuole salvare il figlio, e se stesso, dalle irrazionali ossessioni del vecchio.
    “Mi dispiace zio, non puoi vivere qui e rovinare la vita di un’altro bambino. Questo sarà educato a vivere nel mondo reale. Imparerà ad aspettarsi dalla vita solo quanto possono dargli le sue forze. Sarà il redentore di se stesso. Sarà libero!”, dice Ryber allo zio, prima del rapimento dell’orfanello. Qualche anno dopo il vecchio Tarwater grida invece al pronipote: “Ti ho salvato perché tu fossi libero e non un’informazione dentro la sua testa!”.
    È dentro queste voci il conflitto che muove il romanzo, un conflitto tra il contegno positivista di chi crede che la libertà significhi rimanere dentro una realtà lunga quanto il proprio sguardo, resistendo a tutto ciò che non può essere ricondotto ad una ragione immanente, e la visione di chi radica la propria libertà in una rottura, in una evasione verso il mistero che fonda l’unica dialettica capace di rendere l’essere umano diverso da un meccanismo estremamente complesso ma di fatto incastrato in un immutabile tic tac. In mezzo, prima educato dalle visioni profetiche del prozio e poi invitato da Ryber al rigido autocontrollo di una razionalità scettica, il giovane Tarwater: lanciato per aria e sotterrato, incendiato e annaffiato.
    Come ricorda Marisa Caramella nell’introduzione che accompagna questa edizione del romanzo, Flannery O’Connor è considerata autrice di culto da almeno tre generazioni di scrittori, da Raymond Carver a David Foster Wallace, soprattutto per merito dei sui racconti (pubblicati in Italia nel 2001 da Bompiani nella raccolta Tutti i racconti), in cui personaggi comuni vengono proiettati negli abissi del mistero; mediante una scrittura capace di generare un’esperienza che, senza eccedere la polverosa trama del reale, coinvolge pienamente la relazione dell’essere umano con Dio.
    Argomento della mia narrativa è l’azione della grazia in un territorio tenuto in gran parte dal diavolo”, scrive l’autrice dei propri racconti e tale intenzione diventa più che mai esplicita ne Il cielo è dei violenti, dove la O’Connor, utilizzando tutte le armi di una narrazione corporea ma profondamente visionaria, racconta una storia che da vita all’esperienza della possibilità della grazia, con un’esattezza che lacera lo sguardo del lettore almeno quanto quello dei protagonisti.
    Il cielo è dei violenti ci trascina in modo inesorabile sul fondo della coscienza del giovane Tarwater, mettendoci davanti alla necessità di una scelta radicale: vogliamo essere padroni di un corpo disanimato o invasi da una immensità selvaggia?
    E l’istante della scelta è esposto in maniera così violenta e delineato in modo così netto, che il lettore si troverà a compierla lui per primo, la stessa scelta e, voltata l’ultima pagina del romanzo, verrà scosso dalle sensazioni di attesa o di rimpianto che ogni scelta induce.
    .
    (Articolo pubblicato su “L’Osservatore Romano”)

  5. Bravo, davvero bravo Maurizio Cotrona – che ringraziamo di cuore per la sua squisita sollecitudine – nel rendere in modo cosi’ nitido, cosi’ forte, il nucleo incandescente della storia raccontata dalla O’Connor.

    Ora penso che anche chi non ha letto ancora il libro o ha appena cominciato a farlo abbia in mano qualche elemento in piu’ che ne illumina la comprensione.

    “Il cielo e’ dei violenti”, diciamolo subito, e’ un romanzo che non lascia indifferenti. A me e’ successo che, iniziando la lettura, volevo subito smettere, provando repulsione per il cieco e invasato fanatismo religioso del vecchio protagonista che compare all’inizio della storia, ma poi, superate le prime pagine, non volevo mollarlo piu’ e mi sembrava impossibile persino alzarmi dalla poltrona per rispondere allo squillo del telefono…

    Una scrittura potente, una conoscenza straordinaria dei meccanismi mentali e del “cuore nero” dell’uomo. Una sicurezza stilistica assoluta. Flannery O’Connor e’ cosi’. Prendere o lasciare.
    Sentiamo allora cosa ci hanno scritto, a caldo, subito dopo la lettura del romanzo, due care amiche di Flannery.

  6. Definitiva la vita.
    Flannery O’Connor, ce la taglia in misure difficili da indossare, in un ritmo doloroso e convulso dove l’assenza di felicità è assoluta. Un requiem che racconta nota dopo nota il ragazzo, il maestro, il profeta e il bambino. Quattro tappe della storia di ognuno, titani dell’impossibile. Un sistema di caste, ognuno preso nella sua nascita, nessuno, nel Cielo è dei Violenti, potrà scavalcare la propria origine, nessuno andrà oltre il destino, l’inevitabile tragedia dell’anima che mette pelle umana.
    Non cede il maestro, non cede il profeta, non cede il ragazzo, non cede il bambino, nessuno decide un’altra vita o molla le sue miserie, un feticcio e uno sporco il dolore che entra nella gola e si spande ovunque, un liquido denso che ottunde anche i sensi.
    Un libro che volevo gettare contro il muro dopo averlo letto e urlare:”Non è possibile così, non ci credo.” Un libro che non permette né di piangere né di ridere, che butta i sogni nel cestino, incolla alle parole, spazza via ogni buonismo e racconta la condanna della vita. Impossibile non esporsi a questo vento freddo che di ritorno ci rende più accoglienti guardandoci di nuovo intorno dopo avere attraversato l’inferno di questa storia senza illusioni.
    A volte mi sono sentita così in India, camminando tra sporco e corpi senza soluzione, nell’indegnità della vita umana, perché tale sembra a vederla nelle sue estreme vicende.
    Ed io non so se ci sia una soluzione, Flannery non ce la descrive. Lei poteva affrancarsi dalla morte del padre e dalla malattia ereditata? Ce la facciamo davvero a venire fuori dalla storia dei padri e dall’horror vacui della terra? Non lo so. I tibetani dicono che la risposta è nella domanda.
    Ci incalza Flannery O’ Connor con verità e crudezza, […] “Il mondo è stato creato per i morti. Pensa a quanti morti ci sono, – disse; poi come se avesse trovato una risposta a tutti gli insulti del mondo, soggiunse: – Ci sono un milione di volte più morti che vivi, e i morti restano morti milioni d’anni più di quanto i vivi restino vivi – […]
    Leggerlo, questo libro, è esperienza dantesca, ma strano come nel passaggio del male sorga per contrappeso l’idea del bene.
    Negli orrori e nel paradosso dell’India non ho mai smesso di vedere sorrisi.
    Ho chiuso il libro e l’ho messo bene in vista, imago per il bene, per non aver mai la tentazione di rinunciare a pause di felicità e alle strade imprevedibili dei sogni.

  7. Il cielo è dei violenti. Questo titolo del romanzo pubblicato da Flannery O’Connor mi fa subito venire in mente la citazione biblica: “Dai giorni di Giovanni il Battista, fino ad ora, il regno dei cieli soffre violenza ed i violenti se ne impadroniscono (Mt 11, 12-13).
    Nel romanzo della O’ Connor i personaggi si muovono all’interno di una dimensione, possiamo dire, priva di spazio tempo e qui ognuno di essi si gioca la propria angoscia e inquietudine. Il divino irrompe inevitabilmente come se volesse distruggere ogni pretesa di normalità e di vita autonoma.
    Qualunque tipo di fanatismo religioso annienta la grazia con la quale il Signore agisce nei cuori e negli avvenimenti. Il mistero che invade la nostra vita non è una ossessione delirante ma un amore infinito, uno stupore continuo davanti al Creato.
    Nella sua introduzione al mio libro sulla verità “Ma il cielo ci cattura”, Giorgio Barberi Squarotti, scrive questa espressione: “I titolo è subito estremamente efficace: il Cielo davvero ci cattura, e, del resto, sappiamo che il Cielo è dei violenti, non dei tiepidi.
    Il cielo è dei violenti, nel senso che per essere plasmati dalle mani di Dio è necessario aprire il proprio cuore al cambiamento eliminando faticosamente dalla propria vita tutto ciò che impedisce un rapporto personale con Lui. Non sono più io che vivo ma è Cristo che vive in me, diceva San Paolo.
    Non so se la ferma convinzione di una potatura necessaria che ci apra al mistero, possa essere chiamata violenza. Senza l’aiuto del Signore nulla possiamo, il nostro cambiamento è frutto della Sua grazia.

  8. E voi che ne pensate?
    Condividete le idee di Alessandra Corsini o di Ardea Montebelli?
    Con sensibilita’ diverse, ma ugualmente profonde – Alessandra e Ardea sono entrambe poetesse finissime – ci hanno fatto partecipi dei sentimenti provati alla fine del libro.
    Dolore, speranza, pietà, raccapriccio, senso del vuoto o sguardo ostinatamente rivolto verso il cielo, quel cielo che – come dice Flannery, mutuandolo dal Vangelo – non appartiene ai tiepidi, ma ai “violenti”, cioe’ agli intrepidi, alle persone che si oppongono al conformismo di massa del mondo.
    Non a quelli che non sono capaci di essere ne’ ardenti ne’ freddi, ma ai cuori caldi, in cui la vita e’ lasciata pulsare con forza, con tutte le umane contraddizioni che fanno parte del bagaglio esistenziale dell’uomo sulla terra, ma con caparbio, assoluto abbandono alla grazia.

  9. Carissima Redazione,
    ho acceso il computer e ho ricevuto la lettera, oggi inizia un lungo percorso letterario, da condividere insieme, unite in un abbraccio come il Bernini in piazza San Pietro.
    Quando arriva la notte, si accendono le luci dell’anima, quella che riflette
    con il silenzio, perchè la preghiera è dentro di noi, mescolando le voci del cuore e dei più cari. .
    Leggerò con grande piacere la storia del racconto, già vedo spuntare la luna, sicuramente illuminerà le mie serate letterarie. .
    Apresto e grazie
    Maria Pia Morra

  10. Splendida iniziativa. Ringrazio simona loiacono che me ne ha parlato. Per il momento un semplice augurio a tutte voi. A tutte noi.

  11. Il cielo è dei violenti, sì.
    Perchè – anche – a chi ha molto amato, molto sarà perdonato.
    Condivido l’idea dell’arte come mondo di mezzo tra cielo e terra.
    L’arte è l’arma con cui assediamo il cielo, la spada e – al tempo stesso – lo sguardo. Pietoso. Commosso. Umile.

    Ma è un’umiltà che disarma, che nella sua mitezza non si adegua, che grida, pur nella verità.
    L’umiltà, poi, non è altro che verità.
    Su noi stessi.
    Questa è la violenza con cui prendere il cielo.
    Bravissimi i commentatori. Bravissima Flannery.
    E bravissima Maria. Una carezza sul cuore

  12. Per adesso solo un caro saluto e un grande augurio di tutto cuore per l’iniziativa.
    Ciao Maria. Mi farò sentire presto. E complimenti per la tua incessante opera di promulgatrice culturale.

  13. Carissimi Salvo e Simona,

    sono io che dico grazie a voi, anzi GRAZIE…! Da quando ci conosciamo siamo sempre accanto, vicini, solidali, sulla stessa lunghezza d’onda, e questo e’ meraviglioso! A presto allora su questi bit, per dire quel filo invisibile che lega la terra e il cielo, e come dice Simona, sì, l’arte è la spada e lo sguardo insieme. E’ pietà che grida e umiltà che trascolora alla fine nella verità. L’unica.

  14. Grazie, amiche e amici cari, per i vostri interventi preziosi.
    Il primo giorno di Flannery e’ andato splendidamente.
    Un grazie veramente di cuore a tutti ma in particolare alla moderatrice, Maria Di Lorenzo, che ha affrontato una bella faticata, ma l’ha fatto con la sua consueta passione.
    A tutti diciamo: buonanotte…e a domani!

    P.S.: Naturalmente, questo lo diciamo per chi gira alle ore tarde sul web, potete intervenire ancora su “Il cielo e’ dei violenti”.
    Riprenderemo la nostra interessante conversazione domani.

  15. “….Conrad diceva che il suo scopo quale scrittore di narrativa era rendere il più alto grado possibile di giustizia all’universo visibile. Sembra altisonante, ma in realtà è molto umile. Vuol dire che si sottometteva alle limitazioni imposte di volta in volta dalla realtà, ma quella realtà per lui non era semplicemente coestensiva del visibile. Gli interessava rendere giustizia all’universo visibile perché ne suggeriva uno invisibile …” Flannery O’ Connor

  16. Buongiorno, amiche ed amici di Flannery!
    Riprendiamo la nostra conversazione sul grande romanzo di Flannery O’Connor “Il cielo è dei violenti”.
    Grazie a Simona Lo Iacono che ci ha ricordato lo scopo dello scrittore di narrativa, espresso da Conrad e fatto proprio da Flannery O’Connor: rendere il più alto grado di giustizia all’universo visibile.
    Che ne pensate?
    Grazie anche al carissimo amico Massimo Maugeri, patron della splendida Letteratitudine, per il suo contributo e per il suo affettuoso incoraggiamento . Penso che da qui si possa ripartire…

  17. Horrors… not me, orrore, non io, fu la prima reazione di Flannery O’Connor, alla lettera di Suor Evangelist, dove le veniva richiesto di scrivere la storia di Mary Ann Long, una bambina morta di tumore all’età di dodici anni e curata per nove dalle suore della casa per malati di cancro “Nostra Signora del Perpetuo Soccorso” di Atlanta.
    Correva la primavera del 1960 e la grande scrittrice cattolica, diffidando di quelle vicende di pargoli devoti che “tendono ad essere false”, suggeriva alle suore di scrivere loro stesse la storia della bambina, mentre da parte sua avrebbe provveduto all’introduzione del racconto.
    Nasce così A Memoir of Mary Ann originale, coraggiosa (e diciamo pure sconcertante) visione del problema del male secondo Flannery O’Connor.
    E’ cosa nota che l’autrice, seppure affermasse di scrivere non benché cattolica, ma perché cattolica, con le sue storie violente e grottesche, scandalizzasse in primis quel lettore cattolico superficiale e benpensante, pronto a cogliere sempre “l’orrore sbagliato”, anziché “le linee di movimento spirituale dei personaggi”.
    Nata a Savannah, in Georgia, nel 1925, da genitori di origine irlandese, Flannery aveva poco tempo a disposizione e lo sapeva: un lupus heritomatosus (grave insufficienza del sistema immunitario) ereditato dal padre, se la sarebbe portata via alle prime ore del mattino del 3 agosto 1964, a soli trentanove anni, lasciando un allevamento di pavoni e una produzione letteraria ristretta, ma di raro e inequivocabile talento: ventisette racconti, due romanzi, saggi brevi e un nutrito epistolario.
    Icona della narrativa statunitense, ricevette in vita due lauree ad honorem e vinse per tre volte il prestigioso O’Henry Award: nel 1988 la sua opera fu inclusa nella prestigiosa collana Library of America, onore riservato, tra i contemporanei, solo a William Faulkner.
    Nel 1979 John Huston trasse un film dal romanzo d’esordio La saggezza nel sangue.
    Nel nostro paese Flannery O’Connor, per i pregiudizi della critica e dell’editoria di sinistra e i timori di parte cattolica, è incredibilmente ancora un’illustre sconosciuta.
    Giovane donna di straordinaria fede e forza di carattere, la scrittrice di Savannah ha definito la sua malattia “un luogo molto più istruttivo di un lungo viaggio in Europa”, dove”chi non ci passa perde una benedizione del Signore”: frasi che suonerebbero retoriche e falsamente pie se non provenissero da un’esperienza di vita che ha fatto dell’iniziazione alla morte le chiavi per affrontare il mistero della propria esistenza sulla terra.
    Forse è per questo che le suore si rivolsero a lei, donna, cattolica e malata incurabile, per scrivere la storia di Mary Ann; nonostante le ritrosie iniziali, il risultato fu uno scritto memorabile e sconcertante per profondità di fede e di pensiero.
    La O’Connor, girando e rigirando la foto della piccola tra le mani, definì senza mezzi termini quel volto sfigurato, anziché irrimediabilmente brutto o deturpato, unfinished, incompiuto.
    Mary Ann e Flannery ebbero in comune lo stesso destino: entrambe lo accettarono come un dono anziché come una disgrazia. Se la bambina visse fino all’ultimo con un entusiasmo tale da farla ribaltare dalla sedia, pur di non mollare la presa di un hamburger, la seconda, circondata dai suoi quaranta pavoni allevati a Andalusia, la fattoria di famiglia, “vide” e scrisse di un mondo Christ-haunted, infestato da Cristo, e attraverso di lui definitivamente salvato.
    L’imperfezione di Mary Ann, la sua diminuzione, come quella di qualunque uomo, anziché essere il marchio da subire, la conseguenza di una colpa originaria, furono interpretati quindi dalla scrittrice come un’opportunità di un’azione creativa e continua, l’inizio del rinnovamento di una vita che vede il bene come something under construction, qualcosa in costruzione, per il quale anche il male può divenire una risorsa.
    L’incompiutezza, anziché motivo per screditare la bontà divina e condurre alle soglie del nichilismo e dell’assurdo, si rivela capace di schiudere un nuovo significato, che consiste nel totale affidamento a un progetto ulteriore.
    Il bene, troppo spesso ricercato in riccioli biondi e bianche piume angeliche, si presenta in questo caso con un aspetto grottesco, come il viso sfigurato della piccola Mary Ann: solo agli occhi di una fede salda e coraggiosa quel volto può apparire full of promise.
    Di fronte a una promessa non ancora realizzata pienamente, ma fermamente creduta, il bene perde quindi la sua estetica convenzionale e si presenta all’occhio profetico sub contraria specie.
    La parola mistero, dunque, anziché contrassegnare dolore, malattia e morte finisce per investire il senso stesso di una vita che si interroga finalmente sul da farsi rispetto a quella modalità fragile e imperfetta che caratterizza il nostro essere al mondo.

  18. Un “IN BOCCA AL LUPO” a Maria Di Lorenzo e a tutto lo staff di FLANNERY per questa nuova avventura e a tutti un cordiale saluto, Marco Scalabrino.

  19. Inviato il 02/06/2009 alle 14:48:03

    Salve a tutti!
    Intanto un caro augurio di sicuro successo a Maria Di Lorenzo e a questa nuova avventura in rete nel segno della scrittura al femminile…
    Apprezzo il lavoro di Maria e sarò lieta di offrire il mio piccolo contributo…
    Sono venuta in contatto con Flannery O’Connor quando ho frequentato il corso di scrittura creativa tenuto dal dottor Sampognaro qualche anno fa a Siracusa.
    Mi rimase impresso il suo richiamo alla sensorialità, alla sensualità della scrittura, che deve incarnarsi, farsi materia percepibile per giungere all’intelletto e all’anima.

  20. Cara Maria, il mio personale in bocca al lupo. Intraprendi un percorso bellissimo, e lo cominci nel nome di una scrittrice grandissima. Hai tutto il mio affetto. Baci a tutti gli amici cari…

  21. Grazie infinite a Marco Scalabrino per l’in bocca al lupo.

    E grazie a te, Luigi caro, che sai capire il mondo delle donne, che hai passione e sensibilita’ per la bellezza segreta delle cose.

    Un bacio!

  22. La violenza con cui si conquista il cielo è la forza dell’abbandono, dice Maria Lucia Riccioli.
    Come sei brava Maria Lucia a esprimere con poche parole una verita’ straordinaria!
    Certo, rimane un mistero, come e’ un mistero – per noi non spiegabile, non concepibile – il dolore innocente.
    Tu parli di bambini e ragazzi alle soglie della morte, torturati da cateteri e aghi, violentati da chemio e pillole, ma ancora capaci di sorridere, di condividere, di evitare pianti e lamenti.
    Questo per molti di noi e’ inaccettabile. Tanto da spingere l’anima fino alle soglie dell’ateismo, perche’ il cuore, la mente, si ribellano entrambi a questa durissima, crudele realta’.
    Ma Flannery O’Connor al riguardo diceva:
    “Una delle tendenze della nostra epoca è di usare la sofferenza dei bambini per screditare la bontà di Dio, e una volta screditata la sua bontà, aver chiuso il conto con lui….”
    Che ne pensate, amici e amiche di Flannery?

  23. Per conquistare il cielo occorre violenza. Cioè la forza dell’abbandono.
    Mia sorella ha lavorato nel reparto di Oncoematologia pediatrica di un ospedale siciliano. Con bambini e ragazzi alle soglie della morte, torturati da cateteri e aghi, violentati da chemio e pillole. Ma capaci di sorridere, di condividere, di evitare pianti e lamenti per non aggravare le anime straziate dei genitori. Sì, se non diventeremo come questi bambini, che fanno violenza al cielo con l’accettazione del dolore, non entreremo nel regno promesso.

  24. Grazie a Paolo per le riflessioni che ci ha inviato.
    —————-
    Grazie anche a Elena Buia Rutt che ha aperto la giornata di ieri con riflessioni altrettanto profonde sul mondo di Flannery O’Connor che mostra di conoscere molto bene.
    —————-
    Grazie a tutti coloro che sono intervenuti in queste 48 ore. Staremo ancora insieme a lungo con Flannery e le sue storie e voi avete fatto un pezzo importante di strada con noi … e spero che continuerete a farlo.

  25. Buongiorno amici di Flannery!
    Abbiamo aperto la giornata con una splendida riflessione di Paolo Gulisano, eccellente scrittore e critico nonche’ mio caro amico, che e’ veramente bravo a tratteggiare alcune coordinate narrative ed esistenziali di Flannery O’Connor.
    Una scrittrice immensa, un’opera densissima che necessita una lettura polisemica, decisamente difficile da affrontare senza alcuni grimaldelli che ne facilitino la comprensione.
    Poi il mondo di Flannery si schiude come per incanto e ciascuno sente di trovarsi nel suo habitat, di abitare gli stessi pensieri.
    Non e’ così?
    A voi la parola.

  26. Gli informi animali di Flannery O’ Connor
    Di Paolo Gulisano
    —————————————–
    “Ormai non si contano più gli informi animali che arrancano alla volta di Betlemme per venire alla luce. Io non ho fatto altro che ritracciare l’itinerario di alcuni di loro. (.…) il che forse spiega perché nei miei racconti non c’è amarezza”.
    Cosi’ Flannery O’ Connor c’ introduce, in un suo importante saggio, alla lettura delle sue opere.
    Una lettura polisemica e difficile, talora scioccante ma che guida costantemente lungo il complesso viaggio alla volta della Grazia. Quest’ultima intesa dall’autrice non certo come gratuito dono divino piovuto dal cielo d’una vita senza sofferenze, bensì come premio che va conquistato e strappato ad un cielo che sembra essere solo “per i violenti” e per gli “storpi”.
    Un premio che si associa alla sofferenza psico-fisica d’informi predestinati, affetti da mutilazioni ed handicap, poiché la O’ Connor ritiene: che quanto Dio ha avviato (….) continui ancora oggi nella Chiesa. E sono convinta che tutto questo si compia nella pazienza di Cristo (…) non grazie agli eletti, bensì a persone comunissime, comuni quanto i testimoni figli d’Israele, o gli apostoli pescatori. (Ibidem, pp. 109-110)
    Perciò la razza, il colore della pelle, gli handicap, le nevrosi, le malattie… saranno il cammino di Grazia per tutti i personaggi della O’Connor, la quale aveva lei stessa compiuto un periglioso cammino di malattia e dolore.
    Affetta da Lupus eritematoso, condannata a morte da sfiaccanti tormenti, benedice la propria “privilegiata” condizione.
    “Non si ottiene niente restando alla superficie delle cose (….) l’ho scoperto a mie spese e soltanto negli ultimi anni grazie credo a due cose: la “malattia” e il “successo”.
    Una soltanto non mi sarebbe bastata ma l’abbinata è stata vincente. (….) La malattia prima della morte è cosa quanto mai opportuna, chi non ci passa si perde una benedizione del Signore” (Ibidem p. 77)
    Tuttavia, nell’approssimarci alla lettura e all’analisi dei racconti della O’Connor, è bene per noi tenere a mente alcuni elementi fondamentali della sua scrittura, onde evitare il rischio di cadere in un superficiale, per quanto comprensibile, sbigottimento di fronte al lucido orrore quotidiano che Flannery ci descrive: la Georgia degli anni cinquanta, con la schiettezza e l’ingenuità di un bambina molto saggia, ma senza la forzata e retorica ricerca del grottesco tipica della visione adulta.
    I titoli dei suoi racconti sono la contro risposta, ironica e spudorata ad un mondo che annienta sé stesso e Dio in nome del compromesso politico.
    La sua formazione cattolica e il suo ammirabile equilibrio psichico e morale la guidano, in un’epoca d’incertezze quale quella del clima da Guerra Fredda, alla volta della verità, ovvero alla ricerca di sé stessa e del superamento dei propri limiti.
    L’ironia è lo strumento che aiuta Flannery ad affrontare un destino segnato dalla morte a breve termine in condizioni di sofferenza e immobilità umanamente intollerabili.
    Tutto questo “calderone” d’esperienze, di stili di vita o di non vita, tutta la voglia di ridere sull’ottusità esistenziale dell’uomo americano, degli anni cinquanta della Georgia, Flannery lo trasporta sulla carta con genuina semplicità.
    Niente frasi ad effetto, niente “happy end” per famiglie in crisi.
    Solo una donna di “dodici anni” e di grande esperienza che racconta la verità.
    Quindi è con grande umiltà che dobbiamo accostarci ai racconti della O’Connor e prepararci ad affrontare una visione tutta nuova della Grazia.
    Visione che Flannery vive sulla sua pelle e che la porta, tanto a ridere della malattia e della morte, quanto ad amare la vita degli altri, insegnando a tutti noi a sfruttare al meglio tutto quello che Dio ci dà che ci piaccia o no.
    La visione cattolica del rapporto con Dio – e nel caso di Flannery cattolica-irlandese, con tutta la sua religiosità profonda, la consapevolezza del martirio, il misticismo celtico- si differenzia non poco da quella protestante che circondava la O’Connor nel suo profondo Sud.
    Infatti al soggettivismo fiduciale della fede protestante, il cattolicesimo sostituisce l’aspetto intellettuale della stessa.
    La fede è intesa come atto personale, libero e totale.
    Nelle relazioni umane il binomio fede-fiducia sfocia necessariamente nell’accettazione di ciò che la persona, nella quale abbiamo fiducia, ci dice.
    Nella teologia protestante l’equazione, Grazia = Favor, è una sorta di buona disposizione d’animo di Dio verso di noi.
    La cosa è esatta ma in misura relativa; nei limiti cioè in cui serve ad evitare che la Grazia sia oggettivata e considerata quale forza soprannaturale e trasferibile nell’uomo.
    Nel suo complesso però la Grazia è molto di più che una semplice disposizione di Dio nei confronti dell’uomo.
    E’ il Suo abbassarsi a condividere l’essere uomo, è il fatto che egli dona sé stesso per renderci partecipi di Lui, è la Sua presenza efficace che sorregge l’esistenza umana informandola di sé.
    Per la cattolica Flannery dunque la Grazia è quella auto-comunicazione che Dio, per primo e liberamente, compie a beneficio dell’uomo instaurando con il singolo e con la comunità un rapporto di dialogo salvifico.
    Grazia, dunque, come dono gratuito e spontaneo, il cui fine essenziale è il sostegno all’uomo lungo il suo cammino terreno, mediante la certezza della presenza dell’amore di Dio.
    Una presenza invero umile e discreta che induce talvolta il credente a dubitare della sua reale presenza.
    Come tuttavia sottolinea la O’Connor in una delle numerose lettere alla misteriosa amica “A.”: “Non si capisce perché gli effetti della redenzione debbano risultare evidenti quando non lo sono quasi mai. E’ in questo che partecipiamo dell’agonia di Cristo quando in punto di morte ha gridato: “Mio Dio perché mi hai abbandonato?”.
    Flannery sintetizza al meglio ben tre concetti essenziali: in primo luogo cosa significa ottenere la Grazia. Questa infatti non funge da bacchetta magica contro ogni dolore o sofferenza, bensì è la forza necessaria che ci consente di adempiere, pur con dolore, alla volontà di Dio come ha fatto prima di noi Cristo Gesù.
    In secondo luogo, che Dio è ben consapevole delle nostre debolezze e pur comunicando con noi ed invitandoci a compiere scelte di vita affatto comode per quanto salvifiche, non costringe, né giudica alcuno di noi.
    La libertà accordata c’ induce però ad affidare a Lui, con fede e speranza, la nostra vita quotidiana, senza pretendere alcuna eclatante epifania visiva, bensì, sfruttando quell’arricchimento interiore e quell’ acume intellettivo che fanno di noi uomini e donne liberi anche nella sofferenza.
    Infine, che tutti noi siamo chiamati in nome della Grazia ad emulare Cristo nell’umana sofferenza e nella divina comunicazione con Dio; che è Padre buono con tutti noi ed in special modo con gli emarginati ed i sofferenti.
    Ma la Grazia nella malattia è soprattutto paradosso e ironia.
    Chiunque di fronte ad un dolore grande e all’incombenza della morte preferirebbe evitare un simile dono divino o addirittura assumere atteggiamenti di frustrato rancore nei confronti di Dio.
    Se infatti egli è padre, come può permettere che i figli suoi soffrano?
    Si avverte l’eco del grido di Giacomo Leopardi: e quando miro in cielo arder le stelle, dico fra me pensando: A che tanto facelle? Che fa l’aria infinita, e quel profondo infinito seren? Che vuol dir questa solitudine immensa? Ed io che sono?
    Quesiti che palesano l’umana urgenza di avere una risposta di fronte al male e al dolore.
    Risposta che deve giungere da Dio stesso, l’unico in grado di sanare il vuoto lasciato dall’incomprensione di quotidiani drammi.

  27. Di che cosa parla “Il cielo è dei violenti”?
    Quale possiamo dire che sia il suo tema principale?
    A una prima vista si potrebbe rispondere: il fanatismo religioso.
    Ma non solo.
    Grattando sotto la superficie si scopre una critica sottile da parte della O’Connor, sottile ma fortemente corrosiva, verso una societa’ che definiremmo “convenzionale”.
    A favore di un mondo anticonvenzionale. Libero, percio’. E, perchè libero, aperto al mistero.

    Sentiamo che cosa scrive Tullia Fabiani a proposito di questo romanzo e della sua trama.
    Il suo testo si puo’ leggere su:
    http://www.railibro.rai.it/articoli.asp?id=381
    Lo riportiamo di seguito per intero.

    Una fede ossessiva, fanatica e violenta e una ragione arida e repressa: ecco la follia e il vuoto entro cui i tre personaggi di questo libro muovono passi inquieti, estremi, disperati, mostrando ai lettori in qual modo “Il cielo è dei violenti”.

    di Tullia Fabiani

    Il cielo è dei violenti è la traduzione con cui in italiano è stato reso il titolo originale del secondo romanzo di Flannery O’Connor,“The violent bear it away”, pubblicato nel 1960 (ed edito in Italia da Einaudi per la prima volta nel 1965). Il riferimento è evangelico: “Dai giorni di Giovanni il Battista fino ad ora, il regno dei cieli soffre violenza e i violenti se ne impadroniscono” (Matteo 11, 12-13). Che Flannery, scrittrice fieramente cattolica, abbia affidato a questo versetto la sintesi semantica della sua prosa non sorprende; qualunque lettore della O’Connor, novello o meno, dopo aver letto anche solo due righe di biografia, può capire la scelta dell’autrice. Ma da questo primo, elementare, livello di comprensione bisognerebbe elevarsi. Cercare una comprensione piena, alta e profonda, di ciò che un titolo come quello può significare.

    Bisognerebbe riconoscere e accogliere la conquista del cielo da parte dei violenti come una verità e leggerla, oltre che nelle pagine del romanzo, nei fatti della vita e della Storia, (come fa la O’Connor narrando); ma così diventerebbe una questione di fede. Significherebbe credere, innanzitutto, nelle parole di Gesù riportate dall’evangelista Matteo: credere alla Parola di Dio. Inoltre, la letteratura con la fede può non avere niente a che fare (come fa notare Marisa Caramella nell’introduzione, “la tematica dell’autrice, cattolica, credente, praticante e rigorosa, presenta difficoltà di comprensione, e anche, sovente, scarso interesse per il lettore laico), per cui la comprensione di un romanzo, di questo romanzo che ci racconta come il cielo sia dei violenti, dovrebbe passare per altre vie, praticate da tutti, anche da quelli che a Dio e al suo Verbo non credono.
    Giusto: di fatto è quello che accade con le opere della O’Connor che toccano, stupiscono, sgomentano chiunque le legga: cristiani, cattolici, atei, agnostici, uomini e donne digiuni di cattolicesimo e, in genere, di confessioni religiose (“le capacità della scrittrice sono tali da incantarlo suo malgrado questo lettore agnostico e razionale”, rileva sempre Marisa Caramella). Sbagliato: perché la lettura cui ci chiama la O’Connor non si completa, non si compie, potremmo dire, se non in un atto di affidamento; è di per sé una questione di fede, senza la quale non c’è comprensione del racconto. È la lettura di una realtà che si accetta e si rivela solo nel Mistero. Riconosciuto e creduto.

    La storia narrata è quella di tre personaggi: un vecchio eremita, Tarwater, folle profeta fondamentalista fuggito nei boschi (dopo aver ricevuto una visione profetica) portando con sé un orfanello suo omonimo e pronipote; la sua missione era quella di allevare il ragazzo “a testimonianza della sua redenzione” insegnandoli “ad aspettare a sua volta la chiamata del Signore”. Un maestro, Ryber, nipote del vecchio, che si rifugia nel rigido autocontrollo della ragione; lui spera di liberare l’orfanello dal plagio della fede e rifiuta che il figlioletto Bishop venga battezzato, (come voleva fare il vecchio a tutti i costi) “per una questione di principio, per un fatto di dignità umana”. E, accanto a loro, il giovane Tarwater, dubbioso se scegliere l’una o l’altra via, ma spinto irresistibilmente verso l’eccesso della fede.
    Ryber accoglie in casa il giovane per aiutarlo, ma in realtà per dimostrare la sua superiorità al vecchio Tarwater che ha influenzato, oltre che la vita del pronipote anche la sua “sottraendolo ai genitori e indottrinandolo nella sua fede primitiva”. E mentre Ryber tenta di soffocare gli impulsi del giovane, questi si ribella,”trovando la sua libertà in seguito a una serie di azioni violentissime compiute e subite”.
    Nel sangue di questi tre uomini si annida un seme che, per la O’Connor è indistruttibile. Un seme divino che di fronte alla presunzione umana di conoscere cosa sia la libertà, ne svela il mistero grande (è la stessa autrice che nella nota alla seconda edizione de La saggezza nel sangue scrive: “La libertà non si può concepire semplicemente. Essa è un mistero, e di quelli che a un romanzo, anche un romanzo comico, siamo tenuti soltanto a chiedere che lo intensifichi).

    Come indicato nell’introduzione, “molte analogie ci sono tra il racconto Gli storpi entreranno per primi e questo romanzo”. Sheppard, il protagonista del racconto, è un insegnante, similmente al Ryber de Il cielo è dei violenti. Anche Sheppard ha un figlio difficile, se non proprio mentalmente ritardato. E come Ryber decide di prendersi in casa un altro ragazzo, un giovanissimo delinquente storpio conosciuto al riformatorio locale, nella speranza che la sua presenza possa essere d’aiuto al figlio. Nell’uno e nell’altro caso, invece, i buoni propositi dei due personaggi alimentano la tragedia; il loro genere di filantropia dà esiti drammatici: catalizza e genera violenza.
    Proprio quella violenza che si fa strumento di Grazia. Sheppard si renderà conto della propria presunzione solo dopo il suicidio del figlio; Ryber vedrà cedere la sua sicurezza intellettuale: crollerà, dopo che suo figlio Bishop, morirà (battezzato) per mano del piccolo Tarwater.

    Anche in questo romanzo la O’Connor dà prova del suo originale, superiore talento narrativo: nessuna idea se non nelle cose, il monito del poeta e scrittore William Carlos Williams, incontra in questa scrittrice un’espressione suprema ed esemplare. L’ambientazione nel Sud statunitense ha tratti forti, immutabili, tipici. I personaggi del libro, le azioni che compiono sono plasmati attraverso una concretezza di sembianze una materia di figure impressionanti.
    La fede ossessiva, fanatica e violenta del vecchio Tarwater, e la ragione arida e repressa di suo nipote Ryber non sono dichiarate da dialoghi cerebrali, o flussi di coscienza, o metafore concettuali. Ma da espressioni del volto, pieghe della bocca e dello sguardo, intonazioni di voce, comportamenti.
    Quando il vecchio dagli occhi color argento muore, lo capiamo dal fatto che “gli occhi, argento morto, erano fissi sul ragazzo di fronte a lui”. Più che le affermazioni, spesso deliranti di Ryber e del giovane Tarwater “a spiegare come ciò che appare non sia che un livello superficiale dell’esistente – afferma la Caramella – sono le immagini create dalla O’Connor. Quelle cui affidarsi per cercare di comprendere perché il cielo è dei violenti.

    Flannery O’Connor
    Il cielo è dei violenti
    Traduzione di Ida Omboni
    Einaudi, pagg. 193, 7,23 euro

  28. Il cielo è dei violenti.
    Stiamo vivendo uno dei periodi più brutti della storia dell’umanità.
    Nessun elemento si configura come adatto a salvarci dall’orrido delirio che ha investito la società, il mondo, la finanza, la morale, la politica.
    Tutti o quasi gli organismi dell’esistenza sono stati toccati da un’ondata di perversione, di disvalori, di inettitudine, di violenza, di sopraffazione senza apparente via d’uscita.
    Il peggio è che questa situazione d’intolleranza, di apocalisse e di babele, si è andata ingigantendo in misura abnorme e con una spinta di accelerazione inquietante.
    Cosà ha spinto il mondo verso il baratro?
    E’ presto detto.
    Secondo il mio modesto giudizio quello che ha causato la caduta di ogni valore e significato morale sono, soprattutto, nell’ordine: il sovvertimento morale generato da un nichilismo e da un laicismo, senza precedenti: nulla ha senso, nulla ha valore per il genere umano, tranne che il suo imperituro, irrinunziabile benessere finanziario, l’edonismo che, come causa di decesso delle coscienze, ha sovvertito quella che un tempo era la logica dell’etica e della morale, e la violenza fatta su tutto e tutti, pur di giungere alle finalità fissate.
    Si è verificato una sorta di corsa al potere, alla ricchezza, ai bisogni materiali da rendere l’uomo succube e, quasi dipendente, dalla smania del successo facile, della ricchezza facile.
    Lo strazio è provocato dell’illusione in tutte le sue forme, che sobilla lo spirito dell’uomo, ne fa merce di scambio per altre e più immature, quanto deleterie, forme di esistenza.
    Il dileggio sistematico e programmato di necessità altre, che operano per la spiritualità dell’individuo, per il bisogno dell’amore e della legge divina è diventato fuori luogo, fuori moda.
    Tutto è consentito.
    Tutto si fa in nome dell’unica legge salvifica che ci assolve: l’ego.
    Questo deserto ha la potenza di generare il prezzo del declino dell’umanità, fa dell’uomo un succube delle sue esigenze materialistiche, tali da indurlo a violare qualsiasi legge umana pur di giungere alla soddisfazione dei suoi piaceri più spiccioli.
    Il poco valore che viene attribuito alla vita umana fa il resto: l’abuso, la sopraffazione, la violenza sono ai nostri giorni ferite indelebili per la nostra coscienza, che naviga controcorrente in un mare sempre più tempestoso e inquinato.
    Questa sorta di ferocia, di trionfale legalizzazione di ogni misfatto rende tracotante e accanito ogni senso della misura.
    La vertiginosa ebbrezza, la violenza più brutale e forsennata ingenerano una sorta di esaltazione dell’io che non sa più fermarsi dinanzi a nulla. Credo si scateni in nome dell’io la più devastante scoperta che l’uomo possa fare: l’onnipotenza brutale e indiscriminata diventa capitale di tutti, scatena il furore primigenio delle prime specie umane, che erano più simili ai predatori delle caverne.
    Ogni prodotto creato dal genio dell’uomo ha bisogno di tempi lunghi per assere assorbito, metabolizzato, accettato.
    Qui, invece si è fatto come un “passaparola”, si è verificato un arrembaggio alla ricchezza: chi ne può più accumulare e in breve tempo è bravo, altrimenti si è nessuno”.
    Ma il fatto inquietante che è sotto gli occhi di tutti rimane la logica della conquista.
    Il meccanicismo ha portato l’uomo a non possedere più il maestro interiore, ovvero colui che ci stimola a fare la differenza fra il bene e il male, che ci induce ai precetti di una coscienza sana.
    Vi sono momenti, nella nostra esistenza, in cui si percepisce più inquietante e disagevole il malessere della società, il senso di precarietà che ci invade, deteriorando la qualità della vita.
    Il dramma è – fra noi- ci scuote forte le coscienze, ci inchioda a pensare, a riflettere sulle domande: chi siamo, dove andiamo, da dove veniamo. Ma ancora una domanda ci assilla più delle altre: che cosa ci rimane, cosa si salva, cosa può resistere alla lunga di quello che inesorabilmente stiamo revocando da noi stessi, dalla nostra storia, dal nostro futuro. Faremo in tempo a capire dove stiamo andando?
    Faremo in tempo a fermarci sull’orlo del precipizio?
    La percezione di questa precarietà e caducità che ci rende schiavi dei sensi e delle passioni sta sempre all’interno di un isolamento socio/culturale che, purtroppo, viene perpetrato da troppo tempo.
    Le riserve e le risorse di talune parti del globo hanno accumulato ricchezze immense a discapito di altre: la fame, le malattie, le morti sono oggi una vera emergenza globalizzata.
    Le condizioni socioeconomiche delle popolazioni si sono andate assottigliando finendo col convincere l’uomo che l’economia è il fulcro della vita, la sola cosa su cui ruota l’intero organigramma mondiale.
    Tale convinzione ha ingenerato una sorta di sconvolgimento che ha innescato il peggiore deterrente dalla fine della guerra ai nostri giorni.
    In circa 60 anni si è manifestato uno deterioramento di tutto il sistema socio/culturale e morale della specie.
    Ogni corsa sfrenata verso l’illusorio guadagno ha generato il mostro. Così, è possibile vedere sfilare come in un film tutte le nostre dissennatezze, le perversioni, le stoltezze, le carenze, le perturbazioni vere o immaginarie e cadere nel nulla la differenza sostanziale fra due epoche storiche, fra l’uomo saggio di un tempo (anche se economicamente parlando era più povero) e l’opulente uomo d’affari di oggi che immobilizza, distrugge e polverizza interi capitali finanziari, fa fallire Banche, rende il patrimonio sociale dei suoi simili un inferno, perché ogni uomo perdendo i risparmi di una vita, viene a configurarsi un “perdente” senza via di uscita per una sopravvivenza decorosa.
    Quello che indigna ancora di più di ogni altro, è la violenza con la quale viene perpetrata la pratica di sottrazione finanziaria a discapito di intere categorie.
    La perversione più vistosa sta proprio in questo modello di coinvolgimento socio (a)morale che si viene a costituire all’interno di una gerarchia autonoma e strapagata ai danni di una minoranza di persone che di alta finanza non capiscono nulla.
    Credo sia violentata la loro personalità, la loro identità, la loro buona fede.
    Diventa evidente che il discorso si associ alla pena di vivere, alla delusione che alla nostra esistenza può provocare.
    Si può fare un bilancio, un confronto fra il disprezzo della vita, specie se altrui, e la paura della morte?
    Non credo sia sufficiente alle pretese dichiarative sulla sacralità e inviolabilità della vita umana.
    Una riflessione però va fatta riguardo alla rimozione del motivi valoriali che hanno caratterizzato gli ultimi settant’anni.
    La società civilizzata si mette al riparo della violenza affermando che i tempi sono mutati: il concetto di vita si è andato degradando fino a rivendicare l’automatismo delle grandi rivoluzioni, l’indipendenza dai processi formativi dell’uomo si può definire con un solo termine – il nichilismo – ma di questo parleremo in un altro capitolo.

  29. Mi sembra un po’ catastrofico, anche se oggettivamente molto sensato. Tuttavia, c’e’ un margine in cui opera la grazia. O no?
    La O’Connor questo lo esprime bene, anche se come dice Antonio Spadaro la grazia puo’ non essere affatto “graziosa”, come la intenderemmo noi, ma al contrario presentare una faccia truce, insomma un volto “violento”.

  30. Grazie a Ninnj Di Stefano Busa’ per la sua lucida e cruda, ma vera, analisi.

    Anche a Tommaso Benfenati, che giustamente parla della grazia.

    Ma devo dire grazie anche agli amici di Flannery che mi hanno scritto “dietro le quinte” in questi giorni, vi assicuro che sono numerosi e forse hanno avuto paura di mettere il loro post sul romanzo della O’Connor dopo aver letto il poderoso saggio di Antonio Spadaro. Come dire: dopo di lui il diluvio…
    Ma, amici cari, questo non e’ un esame, non c’e’ nessun professore che spia le vostre tracce, siamo in una compagnia di amici che amano i libri, quelli belli e veri come i libri appunti di Flannery.
    Avete terminato la lettura del Cielo è dei Violenti?
    Avete costeggiato lo choc finale?
    Siete rimasti con le pagine aperte sugli ultimi istanti di vita della storia vagamente pensierosi?
    La scrittura di questa autrice non da’ tregua.

  31. Amiche e amici di Flannery,
    leggete questo testo che ho trovato su un aspetto a mio avviso non marginale della scrittura di Flannery O’Connor. Ci introduce al suo mondo in modo speciale. E’ un testo scritto da Annarosa Buttarelli, docente di Ermeneutica filosofica all’Università di Verona, presentato al convegno dedicato a Flannery O’Connor nell’ambito della rassegna “Concepire l’infinito” promossa dalle biblioteche di Roma.

    La verità senza consolazione
    di Annarosa Buttarelli

    Bisogna proporre la lettura di Flannery O’Connor (1925-1964) a giovani uomini e donne non ancora troppo avvinghiati a paradigmi interpretativi. Io l’ho fatto e ho potuto verificare l’entusiasmo con cui si accendono sulle sue pagine.
    E’ una scrittrice che non lascia spazio ad alcuna consolazione, una delle numerose che non fanno tornare i conti e, dunque, proprio adatta ai nostri tempi, ancora molto segnati dal nichilismo, ma che, per paradosso, si nutrono, anche in politica, di richiami ai buoni sentimenti e di scadenti pensieri.
    Il pensiero di Flannery O’Connor sul nostro mondo e sul male che l’attraversa ha qualcosa di vertiginoso e di misterioso e non basta sapere che soffrì molto di malattie impietose o che era una convinta credente nei misteri della fede cristiana cattolica.
    C’è qualcosa nella sua sapienza che rifiuta, come fanno le scritture che arrivano ad essere uniche, di soggiacere ad ogni appropriazione e ad ogni esaustiva spiegazione, sebbene non si debba dimenticare che la sua ricerca dell’infinito qui in terra sia legata strettamente alla convinzione che sia necessario, per sentirne la presenza, passare attraverso il soffio della grazia.
    Questo lei stessa lo ha insegnato e tuttavia, non si riesce a trovare nei suoi racconti e nei suoi romanzi nessuna consolazione che potrebbe essere concessa dal fatto che, effettivamente, quando c’è male arriva, prima o poi, il segno della grazia.
    Il costo è sempre troppo alto e troppo incomprensibile per gli esseri umani, cioè per i protagonisti e le protagoniste dei suoi testi, per noi che leggiamo e che arriviamo alla fine della lettura inquiete, inquieti e increduli di fronte al fatto che si possa arrivare a tanto.
    Eppure, nella vita quotidiana, si arriva a tanto.
    Chissà, per esempio, quanti si lanciano in opere di buona volontà verso i bisognosi conclamati e uccidono l’anima ai più vicini (Gli storpi entreranno per primi).
    Flannery O’Connor è impietosa verso i buoni sentimenti e ci dice la verità di molte relazioni umane senza lieto fine,
    Eppure accade sempre, nei suoi racconti, qualcosa che non ci precipita nella disperazione, ma anzi ci tiene sospesi all’inizio di un volo che resistiamo ad iniziare perché ci viene proposto da qualcosa che è dapprima mostruoso, quasi abietto.
    Ed è proprio in questa lotta che sapientemente Flannery O’Connor ci induce a ingaggiare, che vacilla la certezza che tutto sia sotto il nostro controllo e il dispotismo della nostra (buona) volontà e che molto altro interviene a s-regolare ciò che accade su questa terra.

    La O’Connor è conosciuta come una scrittrice cattolica; lei rivendicava per sé, con fierezza, questo appartenenza, però io penso che sia una di quelle menti cattoliche che non fanno dormire la notte, né i cattolici né altri.
    Tuttociò che ha scritto non è facile e praticabile, tranquillamente.
    Toni Morrison ha dichiarato in un’intervista che ritiene la O’Connor un talento artistico non ancora conosciuto.
    Forse la Morrison, come me e altri, è una inquieta e non conciliata con i testi della scrittrice.
    I suoi sono testi misteriosi e lo sono “infinitamente”.
    È interessante sapere che era una lettrice di Iris Murdoch e, come questa, mette in scena il guazzabuglio delle relazioni disperanti tra gli esseri umani.
    È sicuramente una pensatrice del Bene e del Male: una delle pensatrici più inquietanti perché, ad esempio mentre la Murdoch è una pensatrice del Bene, lo tampina, lo insegue, lo cerca e cerca di restituirlo in una luce accettabile, vicina e praticabile, Flannery O’Connor, io la leggo come una pensatrice del Male.
    Come una scrittrice che dà per scontato il Bene.
    Lo dà per certo, perché (non dimentichiamolo) lei è una che ha fede.
    Lei il suo lavoro lo fa sul Male e ne è abbastanza affascinata.
    Esplora il Male nelle sue varie tonalità.
    Ma non solo.
    Un’altra analogia con la Murdoch è che nelle opere della O’Connor non si offre nessuna etica: nessuna prassi morale da seguire (per lo meno io non ne ho rivenute), perché le istanze costruite dalla cultura e dal progresso della civiltà umana chiamano in causa qualcosa di sospetto, cioè la ragione, la razionalità.
    L’uso della razionalità. La dimensione morale, la dimensione storica, positiva, scientifica, fanno troppo conto sul fatto che noi siamo esseri dotati di ragione e vogliamo usarla per costruire strumenti per dominare la realtà, o descriverla in maniera conciliante.
    Io credo che Flannery O’Connor sia contro ogni approccio razionale, o razionalistico, alla realtà.
    Nel romanzo “Il Cielo è dei violenti” c’è la presa in giro di un personaggio, chiamato il maestro, che vuole sottoporre a test attitudinali un ragazzo, suo figlio, tornato da lui dopo aver passato l’infanzia in un bosco, in preda a un vecchio pazzo.
    Quella dei test attitudinali è una chiave (una delle diverse chiavi) dove si vede che la O’Connor prende in giro l’approccio positivo alla realtà; quell’approccio che si richiama, che fa appello, agli strumenti della ragione.
    Dunque, in che modo Flannery O’Connor ci fa fare esperienza dell’infinito?

    Il mistero

    Quella fatta finora è una premessa necessaria per capire come io leggo il suo invito a fare esperienza dell’infinito e come, effettivamente, leggendo i suoi testi posso capire come mi conduce a fare questa esperienza. Innanzitutto, con la sua scrittura, abbiamo di fronte un paradosso: i paradossi sono una delle porte che abbiamo a disposizione per fare a meno della “tranquillità” del senso comune.
    Il primo paradosso con cui abbiamo a che fare è che per Flannery O’Connor la realtà è il Mistero.
    È paradossale perché vuol dire che la realtà in cui viviamo, quella che sfioriamo ogni secondo, è qualcosa che non possiamo conoscere.
    Da ciò che scrive siamo indotti a ricordare che non possiamo conoscere il cuore di quello di cui facciamo esperienza: è come se tutto sprofondasse nel mistero.
    Leggendo le sue pagine io faccio questa esperienza; non so dove sto andando a finire nella lettura, posso solo fidarmi.
    Tanto più che, come lei stessa vuole, i suoi romanzi non devono essere letti in chiave simbolica; sebbene siano evidentemente pieni di simboli (o di ciò che riteniamo simboli), lei ci proibisce di leggere i suoi romanzi in quella chiave.
    È possibile fare varie letture dei simboli presenti nei suoi romanzi e nei suoi racconti, e portarli a scioglimento, però lei ci chiede di non farlo; quindi se io voglio leggere il suo testo in una maniera ermeneuticamente corretta non posso usare la chiave simbolica.
    Ma se sto alla superficie del testo, io, inizialmente, capisco molto poco. Per testimoniare il suo rifiuto di simboli, basta ricordare che lei (come è noto) è disposta a “bestemmiare” il mistero, se questo mistero è considerato un simbolo.
    Lo ha fatto a proposito dell’Eucaristia quando, durante una conversazione, una signora definì con toni da sprezzante intellettuale l’Eucaristia come un simbolo, lei disse: “Be’ se è un simbolo che vada al diavolo”.
    Ciò per dire che Flannery non accetta l’idea che noi ci conciliamo con il Mistero attraverso lo scioglimento simbolico del mistero e quindi dobbiamo prendere i suoi romanzi alla lettera.
    L’esperienza che si fa, dunque, è quella di un infinito spaesamento; di un dover rinunciare a ciò che sappiamo; di dover rinunciare alla nostra capacità di sciogliere il mistero che passa attraverso i simboli.
    Lei ci chiede di stare in presenza del mistero, di non scioglierlo, infatti costruisce tutte le sue storie per infittirlo, non per rivelarlo.
    Come lei stesse ha scritto: “Un romanzo può solo intensificare il mistero”, e questo è il suo impegno.
    Proprio questo continuo portarci dove non sappiamo di andare è un’altra prassi di scrittura per toglierci dalla capacità e possibilità di ricostruire storicamente le sue storie e la Storia.
    E di narrare, a mio giudizio, le vicende umane secondo una razionalità storica.
    L’effetto di alterità, l’effetto che siamo circondati da irriducibili alterità (compresi i paesaggi) è un altro modo per tirarci verso un vuoto di senso che fa parte di questo mondo; un modo di metterci in prossimità di una vertigine infinita.

    La libertà

    Un’altra parola chiave nell’opera della O’Connor.
    I suoi personaggi godono di una “misteriosa libertà” e questo agire liberamente è all’interno di un preciso orizzonte: nessuna etica garantisce la vita umana.
    Non c’è comportamento prevedibile da seguire, per scoprire l’infinito. Questa libertà, io lettrice, la colgo nella forma della discontinuità: di un agire spezzettato, frammentato, imprevedibile.
    E questa discontinuità si trova nelle azioni dei personaggi, come nei discorsi.
    È un modo narrativo, appunto, per metterci nella condizione di aspettare sempre che capiti altro.
    Stiamo sempre per scoprire che, rispetto a ciò che noi prevediamo, desideriamo, pensiamo, progettiamo, capiterà sempre altro.
    Anche questo un modo per toglierci il dominio sulla realtà.
    Tale discontinuità a me interessa perché è una posizione filosofica che io ho imparato a conoscere da una grande filosofa spagnola, Maria Zambrano; questa discontinuità è la forma di un metodo che la filosofa spagnola propone per rimettere in forma il nostro modo di pensare.
    Così Flannery O’Connor ha questa geniale intuizione che spezzando l’azione narrativa, spezzando la prevedibilità di ciò che fanno i personaggi, spezzando la prevedibilità dei loro pensieri, portandoli fuori da una logica riconoscibile, al nostro pensiero capita di passare dentro la discontinuità, dentro dei black out di senso, che ci portano a sospendere la nostra descrizione della realtà.
    La costruzione dei personaggi che fa la O’Connor (personaggi che vivono una specie di eterna creaturalità), è una cosa che ha che fare, in maniera originale, con l’idea (mistica) dell’incompiutezza dei personaggi, sempre sul punto di trasformarsi in qualcos’altro.
    Una plasmabilità tale che ci fa pensare di non essere padroni di niente. L’invito è quello di deporre la volontà che fa di noi degli esseri umani, costruiti, compiuti, blindati nelle nostre convinzioni e anche nella descrizione di noi stessi.
    La plasmabilità infinita è la materia umana che sta alla presenza del Mistero (Dio); noi siamo le cose che ci capitano e dobbiamo farci plasmare da queste; affidarci alla mano della creazione. Flannery O’Connor la realtà la dà per assenza.
    Tuttociò che è reale, in qualche modo, è assente. Anche la Grazia, sulla quale lei fa gran conto.
    Tornando alla formula iniziale, Flannery è “una pensatrice del male” perché è una delle più grandi pensatrici che io abbia mai potuto leggere, del lavoro del negativo.
    Io ho da imparare da lei che c’è un lavoro del negativo e che questo porti a contatto con qualcosa di soprannaturale, cioè il Bene.
    La cosa di cui lei non si occupa, perché non sta nella sua possibilità di parlarne, se non quando ne ragiona dal punto di vista della poetica. Allora sì.

    http://www.railibro.rai.it/articoli.asp?id=383

  32. Che splendida idea hai avuto, direttore!
    Mi complimento con la scelta, i commentatori poi hanno scritto delle cose così belle che io non posso aggiungere altro.
    Dico solo questo: la voce di Flannery O’Connor disturbava molto allora e disturba molto oggi.
    E’ paradossale se dico che a urtarsi allora come oggi erano i cattolici, quelli cosiddetti benpensanti?
    Lei scuoteva le coscienze, non lasciava nessuno in pace. Non diceva: volemose bene. Guardava dritto negli occhi invece il male che permea il mondo.
    Questa era ed è la sua vera forza.

  33. Sì, Anna Laura, concordo con te.
    Scuoteva e scuote ancora le nostre coscienze.
    Guardare in faccia la realtà a volte fa male, ma è l’unica strada da percorrere.

    Agli amici che ci seguono:

    non preoccupatevi, Anna Laura mi chiama direttore perchè lei collabora alla mia rivista “In Purissimo Azzurro”, questo mese c’è un suo bellissimo articolo sul genio di Pellizza da Volpedo, quello che ha dipinto “Il Quarto Stato”, opera davvero superba.

  34. Che belle queste riflessioni di Elisabetta.

    Per mezza giornata pero’ erano finite sotto le forche caudine dell’antispam. Perche’ Elisabetta non ha messo il suo cognome.
    Amiche e amici, mettete sempre per esteso il vostro nome se non volete essere cancellati automaticamente dal sistema, si chiama Akismet ed è decisamente severo.

    Tornando ad Elisabetta, noi pensiamo che sia proprio questo il senso del Cielo è dei Violenti. Elisabetta lo chiama “il pugno sferrato al male del mondo”. Brava, Elisabetta, hai visto giusto. E’ proprio questo amore la vera rivoluzione.

  35. La violenza più grande è quella dell’amore, e non c’è niente di più forte che amare il nemico. E’ l’insegnamento che ci lascia Cristo.
    Ecco, direi che c’è una cosa del romanzo di Flannery (che ho letto proprio in questi giorni) che va sottolineata: la frase “i violenti se lo portano via”, passatemi la traduzione letterale, può essere meglio compresa se accostata al fatto che il versetto di Matteo che parla dei violenti, un attimo prima aveva parlato di Giovanni il battista. Ebbene, dice Gesù che tra i nati di donna non c’è uomo più grande di Giovanni, ma che il più piccolo del regno dei cieli è più grande di lui. Che significa? Che uno può essere “violento” nel cercare fino in fondo il regno di Dio, andando oltre le convenzioni, oltre la comoda vita borghese, e saggiare come effettivamente il regno di Dio porti la spada (non sono venuto a unire ma a separare il padre dal fratello… dice il Signore), ma poi c’è l’altro elemento: quello più forte ancora della violenza, quello che è dato in premio ai “violenti” ma che pure li trasforma e che è l’amore di Dio che tutto risana e tutto vivifica. Questo amore è la vera rivoluzione, è il pugno sferrato al male del mondo. Forse di questo Flannery ha parlato di meno nel suo romanzo, che è centrato sull’aspetto della violenza e meno su quello della grazia (intesa come soffio dello Spirito che tutto armonizza), credo che questo dipenda dalla sua personalità, dal suo vissuto: lei “fa a pugni” con la realtà e con l’assoluto e ci descrive il momento della lotta, non quello della conclusione di questa lotta. Perché la conclusione spetta a ciascuno di noi. E lei, credo, non vuole interferire nell’uso che ognuno di noi fa della propria libertà.

  36. Ciao Maria, non mi sono proprio accorta di non aver messo il mio cognome… scrivevo con la mente sul pc ma con il chiasso dei miei figli nelle orecchie… mi consolo pensando che questo dover mediare tra “urgenza” di letteratura e vita reale (casa, figli, lavoro…) è un’esperienza comune anche ad altre donne, giusto?
    Ti faccio i miei complimenti per questo nuovo blog e per tutti i commenti pertinenti che ho letto e che mi hanno aiutato a conoscere meglio Flannery.
    Elisabetta Modena

  37. Un grazie veramente riconoscente alla cara Direttrice per averci fornito tanto materiale e di così alto livello su un romanzo di notevole importanza, quale “Il Cielo è dei violenti” di Flannery O’Connor, che mi ha permesso, con enorme economia di tempo, di approfondire le mie prime impressioni sul libro e rimeditarle, ma soprattutto di comprendere meglio i vari risvolti di un romanzo tanto interessante, ma allo stesso tempo così complesso. Ho letto di recente e con vivo piacere “Il Cielo è dei violenti”, un romanzo ancora così vivo e attuale. I vari interventi sono stati per me molto utili, dato che, oltre ad avere indubbiamente contribuito a farmi apprezzare meglio i suoi indiscussi pregi letterari e quindi a collocarlo in una più ampia prospettiva, mi hanno offerto delle indicazioni sulle problematiche che sono alla base del libro e la possibilità di meglio intenderne il significato.
    Un grazie affettuoso, dunque, all’infaticabile e cara Maria Di Lorenzo.
    Liliana Porro

  38. Di Flannery O’Connor è possibile anche leggere:

    Flannery O’Connor, scrittrice dell’incompiutezza
    http://www.romasette.it/modules/news/article.php?storyid=6761

    La bellezza dal volto incompiuto
    http://flanneryblog.wordpress.com/2011/03/01/la-bellezza-dal-volto-incompiuto/

    Miss Flannery, morsi d’ironia contro il “lupus”
    http://flanneryblog.wordpress.com/2010/10/01/miss-flannery-morsi-dironia-contro-il-lupus/

    il racconto “Un brav’uomo è difficile da trovare”
    http://flanneryblog.wordpress.com/2009/12/31/un-bravuomo-e-difficile-da-trovare/

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