Carissime amiche e carissimi amici di Flannery,
oggi partiamo con una nuova conversazione a più voci, alla quale mi auguro che parteciperete numerosi, dopo il debutto del primo giugno con “Il cielo è dei violenti” di Flannery O’Connor che ha riscosso molta partecipazione e tante adesioni al nostro nuovo progetto, aumentate a dismisura nei giorni scorsi quanto a numero di fan sulla pagina creata apposta su Facebook.
Dunque, oggi si riprende il cammino, fermo restando che il post su “Il cielo è dei violenti” è ancora attivo e chi lo desidera puo’ ancora parteciparvi con le proprie riflessioni. Si volta pagina, ma non si cancella, questo è il principio del nostro lit-blog. I temi proposti non sono come lo yogurt, non hanno una scadenza.
Oggi iniziamo a parlare di un romanzo uscito nei mesi scorsi che sta riscuotendo molti consensi tra gli addetti ai lavori e non, perche’ si tratta di un debutto eccellente. L’autrice, Simona Lo Iacono, è un’esordiente siciliana, magistrato presso il Tribunale di Siracusa, con una grande passione per la scrittura, come vi accorgerete presto seguendo questa conversazione che andiamo a dedicarle. Il suo romanzo si intitola “Tu non dici parole” ed è stato pubblicato da Giulio Perrone Editore.
Moderera’ questa amichevole conversazione a piu’ voci – a cui tutti, amiche e amici carissimi, siete invitati a prendere parte – la scrittrice Maria Di Lorenzo, direttore della rivista culturale “In Purissimo Azzurro”, che sara’ affiancata nella conduzione dallo scrittore e critico letterario Salvo Zappulla, profondo conoscitore dell’opera della Lo Iacono. Anche l’autrice ha promesso di essere presente e risponderà di volta in volta a tutti i vostri quesiti.
Voi potete intervenire in ogni istante con le vostre riflessioni, idee, appunti: il forum su questo romanzo, infatti, che non chiudera’ mai, fino al 30 giugno prossimo si occupera’ esclusivamente di Simona Lo Iacono, per cui anche chi non avesse letto il suo libro sappia che ha tutto il tempo di farlo, e di farlo con assoluta tranquillita’, per poi inserirsi felicemente nella conversazione in corso.
La parola adesso a Maria Di Lorenzo, che ringraziamo.
Amiche ed amici di Flannery, buongiorno!
Questa nostra conversazione si concentrerà su un romanzo, “Tu non dici parole” edito nei mesi scorsi da Giulio Perrone Editore e scritto dall’esordiente Simona Lo Iacono.
Nata a Siracusa nel 1970, magistrato con oltre dieci anni di servizio, Simona Lo Iacono attualmente dirige la sezione distaccata di Avola, tribunale di Siracusa. Ha pubblicato racconti e vinto concorsi letterari di poesia e narrativa. Collabora a riviste e magazine. Riunisce in casa propria un salotto letterario ospitando scrittori e artisti. Un suo racconto, “I semi delle fave”, ha vinto il premio edito dal convegno “Scrivere donna 2006″ ed è stato pubblicato da Romeo Editore nella collana “Scripta manent”. Cura inoltre una interessante rubrica che riguarda i rapporti tra diritto e letteratura sul blog “Letteratitudine” di Massimo Maugeri, scrive recensioni e saggi letterari.
Con questo suo primo romanzo, “Tu non dici parole”, Simona Lo Iacono ha vinto nei giorni scorsi il Premio Vittorini 2009 sezione Opera Prima. La premiazione si terrà a Siracusa il 23 giugno prossimo.
Facciamo innanzitutto i nostri più vivi complimenti a Simona per il traguardo raggiunto, il Vittorini è un premio importante che la proietterà ancor più verso quel firmamento letterario dove la sua stella brilla ancora nascosta, ma non per molto.
La rivista “In Purissimo Azzurro” ha dedicato un ampio servizio all’opera prima di Simona Lo Iacono e per saperne di più vi rimando alla lettura, certamente proficua, della pagina: http://inpurissimoazzurro.wordpress.com.
Ho chiamato ad aiutarmi nella conduzione di questa conversazione on line alcuni amici, ma il primo a rispondere all’appello è stato (finora) lo scrittore e critico letterario Salvo Zappulla.
Chi è Salvo Zappulla
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Salvo Zappulla (Sortino, 1961) è il direttore della Casa editrice “Terzo Millennio” di Caltanissetta, Presidente dell’ associazione culturale Pentelite che organizza la Mostra-Mercato dell’ editoria siciliana a Sortino. Presidente anche del Concorso Letterario Nazionale “Città di Sortino”. Cura annualmente la rivista Pentelite. Collabora alla pagina culturale del quotidiano “La Sicilia”, alla rivista “I siracusani”, al quindicinale ”La voce dell’Isola” al bimestrale “Illustrazione siracusana”. Nel 2006 si è classificato 2° con un testo teatrale inedito al premio Massimo Troisi. Nel 2007 ha pubblicato con la Fermento di Roma il romanzo “In viaggio con Dante all’inferno”. Nel 2008 ha pubblicato con la casa editrice “Il pozzo di Giacobbe” la fiaba “Lo sciopero dei pesci”, con le illustrazioni di Carla Manea. E’ in corso di stampa con l’editore Del Vecchio di Roma il romanzo “Il processo (Kafka non me ne voglia)”.
Grazie, Salvo, per aver accettato di condurre questo post dedicato a Simona Lo Iacono. In separata sede mi hai promesso di fare scintille e io sono qui a prepararti il fuoco, presentando negli aspetti essenziali l’eccellente opera prima di Lo Iacono.
Salvo Zappulla è un bravissimo scrittore, un critico che ha molte frecce nel suo arco, ed è anche un amico di lunga data, particolarmente affidabile e fidato (due cose, queste, che oggi sono piuttosto rare da trovare sulla piazza).
Salvo mi ha detto che oggi ha un grosso impegno, un dibattito pubblico con lo scrittore Paolo Di Stefano (che saluto al volo) ed interverrà a questo post non appena avrà concluso questo incarico. Tuttavia egli nelle settimane scorse ci ha inviato un testo, che abbiamo pubblicato sul precedente numero di “In Purissimo Azzurro”, e che costituisce un’eccellente scheda critica del romanzo di Simona Lo Iacono.
Penso allora che questa scheda ci possa introdurre nel miglior modo possibile al mondo narrato da Simona e soprattutto aiutarci a “rompere il ghiaccio” con il suo denso e fascinoso romanzo, iniziando pian piano a capire i meccanismi della sua trama e i personaggi che si agitano sulla scena narrativa.
TU NON DICI PAROLE
La scheda critica del romanzo
a cura di Salvo Zappulla
La Lo Iacono affronta i grandi temi della vita, della morte, dell’amore. La spiritualità, la fede, il bene e il male. Siamo in Sicilia, nel 1638, a Bronte. La plebe deve difendersi dalle carestie, dall’ignoranza dalla fame e, per ultima, dal clero che sull’ignoranza del popolo edifica il proprio potere. Suor Francisca Spitalieri coltiva la sua unica ricchezza: le parole belle. Le cerca, le trova, le ruba, le regala per lenire sofferenze, per insegnare alla gente a difendersi dai soprusi. Le parole sono temute dai potenti, sono portatrici di un mistero arcano, sono magia e incanto, bestemmia e purezza. Chi non ne sa fare uso le combatte. E l’arcivescovo Angimbè per sbarazzarsi di Francisca la condanna al rogo.
La Lo Iacono utilizza questa metafora per lanciare un messaggio, sembra voglia ricordarci che la comunicazione è la condizione primaria dell’essere umano. I pensatori danno fastidio ai potenti. Le opere di Pitagora furono bruciate ad Atene, nel lontano 411 A.C. Il primo imperatore Cha Huang-ti ordinò la distruzione di tutti i libri esistenti in Cina; così come i nazisti bruciarono i libri contrari allo spirito germanico. L’imperatore Caligola condannò al rogo i libri di Omero e Virgilio. Diocleziano fece bruciare tutti i libri dei cristiani.
“Tu non dici parole” è un romanzo sospeso tra misticismo e superstizione, tra reale e fantastico, tra verità e leggenda, tra mistero ed esoterismo, che attrae nel suo vortice lento ed ammaliante. Il clima sospeso e rarefatto, impregnato di mistero, il ritmo incantatorio, una scrittura lirica e visionaria di presa immediata, che incide nell’animo dei lettori, lo stile personalissimo e inconfondibile, ne fanno il prezioso atto di battesimo di una scrittrice destinata a far parlare di sè.
Grazie a Salvo Zappulla e alla sua eccellente scheda critica.
Ora ci viene spontanea una domanda: ma chi era Suor Francisca Spitalieri?
E soprattutto. è veramente esistita oppure è un personaggio nato dalla fantasia di Simona Lo Iacono?
Suor Francesca Spitalieri (Bonina o Bertino) dell’Ordine delle Terziarie di S. Francesco, è veramente esistita. Di elevata cultura, scrisse opere religiose ed ebbe fama di santità; si diceva che avesse ricevuto le stigmate di Cristo e che parlasse con Dio e con gli angeli. Accusata di eresia fu denunziata al Santo Uffizio e nel 1621 ebbe una prima condanna. Per sfuggire al rogo, abiurò e fu mandata per sette anni a servire in un ospedale. Ma non bastò. In seguito, ritenuta eretica impenitente, fu sottoposta a un nuovo processo e imprigionata a Palermo.
Cercò di salvarsi evadendo dal carcere e una notte del settembre del 1640 si calò giù con una corda, fatta con la lana del suo materasso. La fune si spezzò e la povera suora trovò una crudele fine stramazzando a terra. Nonostante la morte, subì lo stesso il processo; furono confiscati i suoi beni, condannata la sua memoria e bruciati il suo corpo ed i suoi scritti. Si ignora da chi e perché l’innocua suorina di Bronte fosse ritenuta pericolosa al punto di subire una persecuzione così accanita e violenta, tanto lunga (19 anni) ed una fine tanto atroce.
Così ne parla il Radice nelle sue Memorie Storiche di Bronte:
“Pietoso è il caso di una povera monachella brontese, dichiarata eretica (1621-1640) e morta, di caduta, dall’alto, per fuggire il rogo, al quale era stata condannata. La memoria di lei si è perduta fra di noi, essendo severamente proibito dal S. Ufficio fare il nome degli eretici, per spegnere anche il ricordo. Questa fu suora Francesca Spitaleri Bertino, dell’Ordine delle Terziarie di S. Francesco, che al dotto La Mantia sembrò un’antenata del filosofo Nicolò Spitaleri; ma mancando la paternità riesce difficile determinarlo, essendo molto estesa la famiglia degli Spitaleri in Bronte. Fu donna d’ingegno; dovette avere a maestri i frati Minori Osservanti di S. Francesco; scrisse opere religiose, andate smarrite; ma male gliene incolse e per saper di lettere e di religione e più per il farneticare suo intorno a Dio e agli Angeli, coi quali, diceva, avere frequenti colloqui, e come il Cristo, piaghe al costato e ai piedi.”
FRANCISCA
Francisca prende l’acqua dal pozzo. Si sporge all’interno come a volercisi nascondere, facendo sgrondare dentro le sue lacrime.
Al pozzo l’ha mandata la madre superiora. Per punizione, perché stamane Francisca le ha rubato il breviario.
E’ profondo il pozzo. Una fenditura, quasi, che spacca la roccia a metà e riflette un’immagine lontanissima che dall’alto si stenta a riconoscere. Ma Francisca ha imparato ad aspettare.
Sa bene che tra qualche minuto, quando l’acqua intorbidata dal secchio tornerà stagnante, la sua ombra balzerà dal buio, e che nel pozzo lei ci si potrà specchiare, finalmente, neri e arruffati i capelli e pieni i seni, straripanti sul corpo magro.
E, anzi, colla sua immagine, stamattina, Francisca ci vuole parlare, ridere, sbraitare. Un colloquio che pare non avere fine, e come fu che la reverendissima ti scoprì – capra che sei, Francisca? E come fu che non t’insegnai niente in tutti questi anni, a nasconderti come un conigghiu nella tana?
Ma poi scrolla le spalle e dice: nun m’importa. Non le importa della punizione. Né della reverendissima madre suor Addolorata del Sacro Cuore – ‘u diavoli c’abbrusci ‘u culu all’infernu. Le importa solo di essersi potuta rimirare nel pozzo e – soprattutto – le importa di averle rubato il breviario.
Non tutto, purtroppo, ché la sventura, ultimamente, pare perseguitarla. E le si accovaccia dietro, la sventura, o le rotola a fianco ovunque vada, su, per le scale della cappella oppure nelle stanze private della reverendissima. Stanze segrete, lo sa bene Francisca che nessuno dovrebbe entrarci e men che meno lei, malaugurata e ladra. Ma tant’è. La foga di rubarle il breviario s’è fatta troppo angariosa, stamattina, e Francisca l’ha dovuta ascoltare. D’altra parte ha preso solo qualche pagina, scelta nella fretta della fuga e infilata di soppiatto sotto l’inginocchiatoio.
Per questo piange.
Più tardi, quando il buio scenderà sulla santissima casa del buon fanciullo – anche detta ruota degli esposti – Francisca tornerà a prenderle, le pagine, ripiegandole con cura nel petto e unendole alle altre.
Con queste sono cento parole. Tutte rubate.
Copyright © Simona Lo Iacono
[Tu non dici parole, Giulio Perrone Editore, Roma 2008]
Abbiamo letto uno stralcio del primo capitolo del romanzo.
Qui facciamo la nostra conoscenza con la protagonista della storia, Francisca, una splendida figura di donna.
Ma voglio farvi sentire il vero incipit del romanzo, vale a dire il Prologo, in cui la storia viene già proiettata verso l’epilogo finale, con le parole usate e scelte come scaglie di luce orizzontale e violenta che illuminano il proscenio.
Qui facciamo la prima, fuggevole, conoscenza con l’altra splendida figura femminile del romanzo, Tufania, di cui io personalmente sono “innamorata”, tanto è viva, appassionata e dolente.
Questo romanzo parla di donne, e alle donne.
PROLOGO: Bronte, un giorno del secolo decimo settimo. Poche ore all’equinozio di primavera.
Festa grande, annuncia il messo della Santissima Inquisizione, con fuoco di rogo, et parata di vescovi e della nobiltade tutta, sua eccellenza il duca di Terranova e le sue eccellenze i principi di Trabia e Roccafiorita. E con la partecipazione eccezionale et straordinaria di sua signoria il viceré don Pietro Foxardo y Zuniga y Requesenz marchese de Los Velez che leggerà pubblica sentenza di morte della maliarda suor Francisca Spitalieri, rea di commercio col demonio et di arti magare et di vita empissima.
Così annuncia il messo, e la sua voce stamani si intreccia con urla di mercato, coll’andirivieni della folla scesa dalle pendici dell’Etna per comprare formaggio e frumento o vendere vacche e galline.
Un ululato. Che quasi rintrona la città e l’avvolge di richiami, mentre i bambini si stringono a frotte intorno all’urlatore e lo accerchiano di domande, che fu, e quannu abbrucerà ‘u rogu, e chi fici ‘a suora Francisca, e che, veramente ci sarà sua ‘ccillenza ‘u viceré?
Ma Tufania non sta a sentire. Ha fretta. Scende le scale, Tufania, a due a due a tre a tre e poi a quattro. Non sente i rulli di tamburo che accompagnano la condanna di suor Francisca Spitalieri, né gli sfoghi di campane che fendono l’aria a morto. Attraversa corridoi, cunicoli di ombre che conosce come la sua anima e in cui s’infila quasi fosse una serpe.
È mattino inoltrato, e tra le foschie di questo cielo invernale pochi raggi preannunciano un’afa precoce. Mancano poche ore all’equinozio di primavera.
Oltre le mura del paese, oltre le urla degli inquisitori, oltre il chiacchiericcio della fiera, Tufania svicola, corre, cade. Poi si rialza e solleva lo sguardo. Ed ecco. Lo vede. È là, sull’uscio della chiesa madre.
Dev’essere lui. O, almeno, così le ha detto suor Francisca.
Copyright © Simona Lo Iacono
[Tu non dici parole, Giulio Perrone Editore, Roma 2008]
Ed ora che abbiamo preso un po’ di dimestichezza con il romanzo, sentiamo dalla viva voce dell’autrice le sue riflessioni, le sue scelte, i suoi sogni.
Entriamo in punta di piedi nel mondo di Simona Lo Iacono, conosciamo questa autrice più da vicino.
L’intervista sotto riportata è un’anticipazione e sarà pubblicata integralmente sul prossimo numero della rivista “In Purissimo Azzurro”. Ringraziamo l’editore Paolo Gasparini per averci permesso la sua pubblicazione su Flannery.
CHI SCRIVE SMANTELLA UN ESILIO
A colloquio con la scrittrice Simona Lo Iacono
di Maria Di Lorenzo
D. – Simona, quando ti è nata dentro la passione per la scrittura? Tu a un certo punto hai scelto di dedicarti agli studi di legge e sei ormai da vari anni un magistrato. Esisteva già in te la vocazione a scrivere o essa è venuta col tempo?
R. – La vocazione per la scrittura precede di molto quella per il diritto. E’ nata con me, con il mio primo sguardo sul mondo. Mi ha camminato accanto come una farfalla – bozzolo, larva, crisalide. Infine si è aperta ed è sbocciata compiutamente, sovrapponendosi al respiro, al tocco del cuore. Sento che chi scrive smantella un esilio. E che al tempo stesso lo celebra ogni giorno, compiendo – anche – un ritorno.
D. – Raccontami la genesi di questo tuo primo romanzo, “Tu non dici parole”. Come è nato e che lavoro hai dovuto fare per portarlo alla luce e sulla carta?
R. – E’ nato sfogliando le “Cronache siciliane” del Natoli, l’autore de “I beati paoli”. Mi sono imbattuta in Francisca e nella sua morte senza difesa. Francisca Spitalieri, infatti, terziaria francescana di Bronte, rinchiusa nelle segrete dell’Inquisizione, ne evase calandosi da una feritoia e morendo durante la fuga per una caduta. Era il 1638. Il processo fu celebrato innanzi al cadavere, post mortem. La sentenza risuonò innanzi a una bocca che non poteva più dire parole. Il rogo fu allestito per un’anima già trapassata. Ecco. Quanta ferocia nei processi già celebrati. E quanta assonanza con quei processi “nascosti” che noi tutti allestiamo nel cuore quando ci ergiamo a giudici, quando stiliamo le nostre valutazioni come un verbale polveroso, quando tuoniamo dalle scranne: “condannato”. C’è una sovrapposizione dolorosa e mai conclusa tra i processi senza difesa e le modalità con cui ci accostiamo al mondo altro, con cui allestiamo roghi, con cui ascoltiamo testi. C’è un’uguaglianza martire e sovrana tra gli imputati senza difesa e le vittime dei nostri pregiudizi.
D. – Nel romanzo il diritto – la giustizia – e la scrittura – cioè le parole – si incontrano e sembrano quasi sfidarsi a duello. Come pensi siano in relazione queste due cose, in altri termini che rapporto c’è, se c’è, tra giustizia e scrittura, verità giuridica e finzione narrativa?
R. – Come ti dicevo prima c’è sovrapposizione e commistione. Il romanzo, se corrisponde a una ricerca fedele, se è arte nel senso autentico della parola – se crea cioè per scovare un senso al mistero di esistere – è come un grandioso processo. Romanzo e processo hanno questo in comune: la ricerca della verità. Se in entrambi questa ricerca è affrontata senza velature, con spirito da pionieri e amanti dell’uomo – sia esso stanco, vigoroso, umile, potente, schiavo o padrone – se in entrambi vibra commozione e fantasia, umiltà e desiderio di sottoporsi alla verità, giustizia è fatta. Altrimenti la finzione affiora come artefatta, la verità non è che un ideale puramente formale, bellezza e parola non coincidono. Sono riflessioni che ho inaugurato con questo romanzo dando vita ad una “poetica” del processo, inteso come metafora della vita, ma che – grazie all’intuizione di Massimo Maugeri che mi ha stimolata in tal senso aprendo una rubrica su queste commistioni su “letteratitudine” (letteratura è diritto, letteratura è vita) – continuo ad approfondire giorno dopo giorno, a vivere sotto la toga.
D. – Il personaggio di Francisca, la protagonista del romanzo, è uno dei più belli che abbia mai trovato in letteratura. Ma ad esso si affianca un altro personaggio femminile, Tufania, che non le è certo da meno come spessore e come bellezza interiore.
Come sono nati questi personaggi e cosa significano per te?
Cosa pensi o vorresti che significassero anche per i lettori e, soprattutto, le lettrici del tuo romanzo?
R. – Grazie, davvero, anche io amo molto Tufania. Sia per il nome, proveniente dalle cave di tufo, e che evoca la forza della terra, la pianta che arde dal cuore del suolo, la tenacia della resistenza all’ignoto, sia per la sua personalità di indovina, di fiutatrice di destini, di amante della verità e della giustizia. Se Francisca è nata da un moto di pietà per la sua vita senza difesa – ed è quindi noi quando la vita ci ferisce o ci taglia, noi traditi e confusi, perennemente a ricominciare, ad arrotolarci le maniche per ritrovare la strada – Tufania è la pietà che non si incava in se stessa, che reagisce e trema, che piange le lacrime degli altri, le adempie e le raccoglie. E’ una figura madre e sorella, protettrice come la terra, appunto, ma è anche l’opposizione a qualsiasi destino beffardo o quantomeno il tentativo di arginarlo con ostinazione e forse follia, con fantasia e una incauta passione per l’uomo.
D. – Un occhio al presente: cosa stai scrivendo adesso? Tornerai a scrivere del passato o ti avvicinerai al tempo presente? Il passato – che per inciso hai saputo far rivivere cosi’ bene nel romanzo “Tu non dici parole” – può essere a tuo avviso una efficace chiave di comprensione del tempo presente in cui viviamo?
R. – Ho cambiato tempo e ho quindi cambiato voce, ho interpretato e dato fiato a quattro personaggi, ho allestito un altro processo, un’altra aula, un altro imputato. Il passato è sempre una prodigiosa macchina che involve ed evolve il tempo, che lo scaglia avanti e indietro, che dice di oggi ma anche di noi, di ieri e ancora di noi, di noi sempre, perché la storia, e tutte le storie, non sono che la nostra traccia, il nostro dolente passaggio su questa terra. Il nuovo romanzo è ambientato in tempi più recenti, ma penso che tornerò a scrivere del passato perché la distanza che mi separa da tante vite è sublimata dalla nostalgia nel raccoglierle. Ecco, credo che si debba amare la nostalgia, che essa sia valigia e compagna di ogni scrittore, che il viaggio nel tempo sia come un affondo nel cuore e poi nelle negazioni e poi ancora nelle affermazioni di esso. Credo che – alla fine – si scriva per questo. Per rimediare a questa infinita nostalgia.
Grazie, Simona!
E’ un grazie, il mio, che credo di poter condividere con tutte le amiche e gli amici che ci stanno leggendo in questo momento, che sono sintonizzati con noi. E quando dico sintonizzati non mi riferisco soltanto al fatto di essere collegati contemporaneamente, da luoghi e città diversi, alla grande Rete. Dico sintonizzati per esprimere la profonda sintonia, il cuore e la mente che vanno all’unisono, che scandiscono lo stesso tempo. Il nostro ineffabile tempo interiore.
Sono certa che tutti gli amici e soprattutto le amiche di Flannery ti stanno dicendo adesso insieme a me: GRAZIE!
A CHI DIRE LE PAROLE
La scelta di Francisca
E ora sta ai piedi di quel cristo morente. Appenzuliatu alla croce come un lenzuolo steso ad asciugare, mosso dal vento. Smagrito come albero agonizzante, prosciugato, che a stento vacilla.
Ecco i piedi forati in cui Francisca guarda dentro, ecco la testa sfreguliata da rovaglia, ‘u pettu svacantato da lance. E chista? ‘Sta ferita sull’occhio Francisca non l’arricordava, netta, dritta, che non cola più sangue. E ‘sti occhi? Manco quelli arricordava, accussì tristi, Signuruzzu, e accussi’ beddi.
E d’un tratto, anche lei è triste, ammammalocchuta come a lui, spersa a contemplarlo e a contemplarsi, per un attimo così simili da parerle magari sacrilegio.
E allora pensa, che ci faccio io – spiritata e maga – a parlare accussì al Signoruzzu nostro? Con parole tinte, rantulianti, senza rispetto? Lui, accussì beddu, e io co’ sta truscia per vestito, e co’ ‘ste mani vuote, senza doni? Che ci faccio?
Ma è un’attimo. Una cosa ce l’ha, Francisca, e ora la mostra a Nostro Signore impettandosi per l’orgoglio d’avere qualcosa da dargli. Ora gliela offre come inaspettato fasciame di fiori selvatici, spinosi di bellezza. Persino lei, carcerata e strega. Persino lei, malcapitata e ossessa.
E comincia a sciorinare le parole belle, una a una, principiando dalle prime, rubate alla ruota, e poi da quelle arraffate in convento, e poi imparate da Tufania, e poi da beccacce e tortore, dal fogliame crepitante delle foreste che ha attraversato. Ecco, tutta la sua vita in quelle parole, tutte le sue pene in cento balbettii, detti e ridetti, mormorati e taciuti, e ora urlati, starnazzati quasi come gallina di cortile, che richiama il gallo coll’urlo disperato dell’amore.
E che le guardie sentano. Che sentano i consolatori, i messi pontifici, i nunzi e tutti quelli che vogliono sentire. Che senta Angimbè, che abbia prova piena del suo sragionare, del suo intonare litanie di appestata, di magara, di folle. Ecco, ora si alza. Ora sputa lo straccio che le serrava la gola e le impediva di parlare. Ora ripete, con voce sempre più alta, le poche parole che l’hanno resa magara e folle.
Cento come i cento occhi che la fissano increduli, cento come le cento mani che l’afferrano per torturarla, cento come le cento lingue che l’investono di invettive. Centu, Signuruzzu, solo centu, ma per te mille ne urlerei, mille ne vorrei sapere, mille ne vorrei rubare.
E comincia col suo miserere, e poi con confiteor, e con laudamus domine e con sanctus sanctus sanctus. Francisca le ripete a una a una e per tutta questa sua lunghissima, ultima notte, in cui il cielo tremulìa pieno dell’equinozio.
Infine, quando l’alba sparpaglia scaglie a mozziconi dalle grate, anche lei ha avuto qualcosa da donare. E ad Angimbè che la fissa soddisfatto, tronfio, colle manuzze sfregulianti sul sigillo papale, rivolge a stento uno sguardo trasognato.
‘U Signuruzzu, invece, le pare d’un tratto meno triste.
Copyright © Simona Lo Iacono
[Tu non dici parole, Giulio Perrone Editore, Roma 2008]
Una pagina potente, fra le più belle del romanzo, quando si avvicina il malinconico, ingiusto epilogo. E Francisca, colei che guariva i cuori feriti con la medicina delle parole, sceglie.
Sceglie a chi dire le sue parole che risanano, a chi dedicare la loro intrinseca bellezza.‘U Signuruzzu. Il Cristo in croce.
Sembra il solo capace di capire quanto è profondo il suo amore…
Amici, amiche, che ne pensate?
Che idee vi suscita dentro questo romanzo di Simona Lo Iacono?
Vi ricordo che il libro è reperibile in tutte le librerie e su internet ed è stato pubblicato da un giovane editore romano, Giulio Perrone, che sta dimostrando molta attenzione verso i nuovi talenti letterari, un nome per tutti, quello di Paolo Di Paolo, 26 anni, autore di “Raccontami la notte in cui sono nato” e di “Questa lontananza così vicina”.
A proposito, Paolo, se ci sei batti un colpo… tu conosci il romanzo di Simona, scrivici le tue impressioni.:-)
Intanto, io vi riporto le mie personalissime riflessioni sul romanzo di Lo Iacono, e aspetto con ansia le vostre considerazioni.
Vi è piaciuto? Non vi è piaciuto? Non lo avete ancora letto?
Avete tutto il tempo per leggerlo se non l’avete ancora fatto.
Intanto leggete questo articolo, uscito sul numero di marzo di “In Purissimo Azzurro”.
Il destino di una donna che guariva con le parole
di Maria Di Lorenzo
Il primo romanzo di Simona Lo Iacono è un esordio narrativo perfettamente riuscito. Oggi, come sapete, sono in molti, troppi, a voler scrivere, ma pochi sono quelli che poi hanno qualcosa veramente importante da dire. Vogliono scrivere, anzi pubblicare, e il più in fretta possibile, forse immaginando chissà quali guadagni si possano ricavare dal mestiere di scrittore. O forse per velata, o non velata, vanagloria.
Ora appunto quello che si definisce il mestiere dello scrittore non è però un mestiere tout court ma, mi si passi il termine forse un po’ “chiesastico”, è una vocazione. E’ un richiamo, preciso e ineludibile, è un essere convocati – spesso, anzi quasi sempre – dalla sofferenza, per i propri casi e per quelli altrui, a causa di un eccesso di sensibilità.
Simona Lo Iacono questa vocazione ce l’ha, come una malattia che non conosce anticorpi, che non possiede altro sbocco all’infuori delle stesse parole che l’alimentano e la straziano. Le parole pensate, inseguite, sofferte, donate.
Tu non dici parole, allora, è molto più di un romanzo sulla caccia alle streghe, sul potere stolido che – ieri come oggi – conculca la libertà dei diseredati e degli esclusi, sul Seicento corrusco e visionario in cui Francisca, la protagonista, si trova a vivere il proprio destino di donna capace di guarire le ferite degli altri con il balsamo delle parole e proprio per questo viene perseguitata, oltraggiata, uccisa.
Il romanzo allora è una splendida metafora sulla vita e sul destino dello scrittore che ha soltanto le sue parole – fatte di carta, apparentemente leggere, e però potentemente eversive – per ricreare mondi di trasparente giustizia e di verità, per mettere ordine al caos dell’esistenza e indicare una strada tra la terra e il cielo, svelando ai suoi ignoti compagni di viaggio, che sono gli uomini e le donne di ogni tempo, il volto sempre nascosto della bellezza.
Copyright © In Purissimo Azzurro – n.1 – 2009
Carissimi
grazie per questa attenzione, per queste parole, per avere dato voce a Francisca.
Grazie a Salvo che mi ha interpretata e a Maria che ha raccolto ogni lembo, ogni lacrima di questa storia.
Grazie a chiunque vorrà leggerla, facendo colare acqua sulle fiamme che avvolsero Francisca.
Maria, hai svolto davvero un lavoro notevole, preparato tutto nei minimi dettagli, con dedizione e professionalità, curato ogni aspetto del libro di Simona, non tralasciando nulla.
Questo si chiama stile.
Grazie anche per l’ospitalità.
E complimenti vivissimi per la qualità dei personaggi che presenti: dopo Flannery O’ Connor, Simona Lo Iacono. La Storia e il Futuro.
Parto dalle tue ultime considerazioni: oggi scrivono e pubblicano in tanti. In troppi. C’è una produzione editoriale sicuramente eccessiva rispetto alla richiesta di mercato. Tale fenomeno va a ingolfare un sistema già di per se farraginoso, alimentando confusione nei lettori e intasamento nelle librerie.
Trovare un editore che assecondi le nostre velleità artistiche non è difficile, tra l’altro con l’avvento della stampa digitale non sono richiesti grossi investimenti. Il punto è: quanti hanno veramente qualcosa da dire e da raccontare? Scrivere non è un puro esercizio fine a se stesso. Potrebbe anche esserlo ma rendere pubblico un testo presuppone che quel testo abbia qualcosa da trasmettere agli altri, in termini di emozioni, sensazioni, e, soprattutto, originalità. Ovvero deve apportare un piccolo valore aggiunto nel già sconfinato firmamento editoriale.
Voltaire sosteneva che tutti i generi letterari vanno bene, tranne quelli noiosi. Verità sacrosanta. Per questo mi complimentavo, all’inizio, sulla tua felice scelta di presentare in questa sede Simona Lo Iacono. Hai raccolto una perla dai fondali dell’Oceano. O meglio, prima di te l’ha raccolta Giulio Perrone, un piccolo editore romano che oggi si ritrova in catalogo la vincitrice del Premio Vittorini, anno 2009, Opera Prima. Davvero un gran bel colpo.
Ma al di là dei premi, io credo che il giudizio fondamentale sia sempre quello dei lettori, i quali sono una forza trainante, in grado di determinare le sorti di un libro attraverso il passaparola. E il romanzo di Simona piace. Piace e incanta. Piace e viene consigliato. L’eco si amplifica di giorno in giorno.
Perché piace?
Perché è un’opera che contiene in sé elementi di novità, che la rendono sua, di Simona. Ci troviamo in presenza di una scrittrice che ha il dono della visionarietà, propria dei grandi scrittori, in grado di compiere scorribande nel fantastico, nell’incubo; capace di scandagliare il passato e riportarlo a galla secondo i dettami della propria fantasia, intrecciando documentazione storica e vena narrativa. In questo mi ricorda molto Isabel Allende.
In più ha una predisposizione, direi spontanea, istintiva, a incatenare parole scritte con musicalità e armonia davvero notevoli. Il suo è un linguaggio che si avvale del latino, di termini arcaici, dialettismi e neologismi. Tutto particolare, suo, di Simona.
Ma il pregio fondamentale consiste nel fatto semplicissimo che ha storie da raccontare. Storie non mutuate, non le solite autobiografiche, ma autentiche, sue, di Simona. E’ un dono. Un dono che è stato coltivato attraverso approfondimenti e studi giuridici ma rimane fondamentalmente un dono.
Penso che oggi non potrò più intervenire.
Un caro saluto a tutti.
Salvo Zappulla
Cara Maria, intanto auguri di cuore per questo tuo spazio.
Ci chiami a intervenire su un romanzo splendido, che ho visto nascere, crescere, aprire le ali. Come docente. Ma soprattutto come amico di Simona. Come compagno di percorsi. Di sogni.
Il bellissimo romanzo di Simona Lo Iacono ha anzitutto un merito fondamentale: quello di restituire voce e parole a una donna vittima della storia e dell’intolleranza. Ed è quello che la grande letteratura deve sempre fare: restituire forma, spirito, anima a chi non ha più voce in capitolo, ma ci lascia dei segni, delle tracce attraverso cui risalire al suo mistero.
Francisca è esattamente questo: una figura, un personaggio, una sensibilità, che Simona ha saputo rendere vivi, alimentando le pagine di suggestioni e di ombre.
Altro grande merito del romanzo la sua struttura, la sua architettura. Credo che pure nel caso di Simona possiamo parlare di uno di quegli scrittori che considerano la struttura del testo una specie di partitura, suddivisa in spazi, in movimenti, in territori esistenziali. E “Tu non dici parole” è un vero e proprio quartetto di stagioni, di cicli – fasi lunari che in qualche misura influenzano il lettore, trascinandolo nelle leggi matematiche del loro eterno fluire e ricomporsi.
E come ignorare il valore della lingua?
Come tutti i grandi scrittori, Simona non si accontenta delle parole comuni o di quelle fornite dall’uso quotidiano del linguaggio. Lei inventa universi semantici, per dare vita a un mondo lontano ma fantasticamente presente, che si disegna sotto lo sguardo di chi legge, attraverso umori, cangianze, risonanze.
Auguro a Simona tutto il successo che merita e le faccio i migliori auguri per il Premio Vittorini. Lo merita completamente. Auguri anche a te, cara Maria, per il tuo spazio culturale. Un abbraccio…
Ho cominciato a leggere il libro con la curiosità di vedere come la mia amica di parole era riuscita a mettere insieme le sue. Ho continuato catturata dalle vicende di Francisca di Pititta e di tutti gli altri personaggi, che mi hanno preso, commosso, fatto pensare.
Mi sono fermata ad apprezzare il linguaggio, così originale e ben costruito. E infine ho chiuso con il rammarico che accompagna sempre l’ultima pagina di un bel libro ma con la consapevolezza che la mia amica è una grande scrittrice.
Brava Simona, auguri di cuore, anzi di cuoricino
Carissima Simona, vedo che il tuo libro sta facendo il giro del web, vola e vola e sono sicura che che attecchisce anche nel cuore di chi ti legge. Torno a ripetere qui per te le parole che ti scrivevo mesi fa su Lucreziana 2008. Spero di trovare presto l’occasione di parlare di te e dei tuoi progetti, direttamente.
Già di ritorno da Siracusa ho preso a leggere il tuo libro
che mi sembra bello, molto ben scritto, addirittura un
miracolo, un arazzo intessuto di mille colori, e
per restare nelle parole che lo abitano, un
miserere che chiede e insieme offre uno sguardo
colmo di pietà sui suoi personaggi. Un’opera
sincera (dote rara!), dove le tonalità barocche
richieste dall’ambientazione (luogo e tempo)
liberano una straordinaria abilità linguistica.
Affondi le radici nella letteratura isolana,
nella capacità tradizionale di far filtrare
cadenze della parlata siciliana sulla pagina
scritta. Tieni a disposizione una tavolozza
pressoché infinita di vocaboli, vezzeggiativi e
dispregiativi, coniugazioni e modi verbali, e vai
pennellando per rendere con giusti chiaroscuri la
“culturale ” passionalità di giudizio, dei
protagonisti e della società dell’epoca, sui
fatti che tu, autore di oggi, racconti e inventi
per loro. La verità grande, valida per le donne
in particolare, del messagio racchiuso in questo
libro, è che la grande letteratura ( le parole
belle) è da sempre – anche nella mia personale
esperienza – il rifugio che, nella fanciullezza e
dopo, tiene al di sopra di un destino di disamore
o di fatale infelicità, sollevati in un universo
di nascosto piacere.
Che opera d’arte le parole che ti rivolge Piera Mattei, Simona. Invidio (benevolmente) lei che le ha scritte e te che le hai ricevute.
Un grande abbraccio a tutte e due
Luigino, Salvo, Mavie,Maria, Piera.
Se c’è un incanto che nessuna violenza può tagliare, se c’è un balsamo alle ferite, una pioggia torrenziale sui roghi che gli uomini sanno allestire …ecco. Sono le parole di chi ci ama.
La scrittura mi ha donato molto, e mi ha fatto fare molti viaggi. Ma nessuno è mai paragonabile a quello – a questo – nel cuore degli altri.
Grazie.
Simo…
e Francisca
Saluto tutti voi, specie Maria che ci ospita, Salvo, Luigi, Mavie, Piera e tutti i cari amici… di penna.
Un bacio speciale a Simona, con cui ho l’onore e il piacere di condividere dal 2003 l’incanto delle parole, che donano, stupiscono, curano, aiutano, sollevano, rendono la vita più piena e ricca e annodano legami speciali con chi come noi le legge e le scrive.
Cara Maria, hai ricevuto il mio saggio? Puoi pubblicarlo anche qui…
L’ho scritto quando presentammo il libro a dicembre, io e Massimo Maugeri insieme a Luigi La Rosa, un quartetto magico insieme a Simona.
Una festa della letteratura e dell’amicizia…
Il libro di Simona è visionario e letterario insieme, alla Marquez, alla Allende. Ma con una sensibilità tutta siciliana. Simona mostra di aver assimilato la scrittura di Silvana La Spina, di Vincenzo Consolo… in una scrittura densissima, materica quasi.
Ad maiora.
Sul post che Massimo a suo tempo ha dedicato a Simona c’è anche il saggio che ha scritto Maria Rita Pennisi…
Domanda per Simona.
Riportare alla luce una persona del passato attraverso un’opera letteraria significa consegnarla all’immortalità, ridarle identità e vita dentro le pagine di un libro. Se poi a questa persona è stata negata un’esistenza normale, in quanto spezzata tragicamente, vuol dire anche compiere un atto di giustizia sociale. Sei d’accordo?
Cara Maria Lucia,
tu mi citi e io arrivo. Per aprire il post letteratitudiniano che ho dedicato a suo tempo a Simona basta cliccare sul mio nome qui sotto. In effetti è un vero e proprio speciale. Tutto quello che penso di questo libro è scritto lì.
Certo, il libro merita molto… e ammetto che avrei potuto fare qualcosa in più.
In fondo ne ho parlato solo su:
- il quotidiano “Il Mattino”
- il quotidiano “La Sicilia”
- Letteratitudine
- Carmilla on line
- La poesia e lo spirito
- Satisfiction rivista
Ma mi rifarò…
Qualcuno mi ha chiesto l’autorizzazione a utilizzare il “materiale” su Letteratitudine dedicato a “Tu non dici parole”, tra cui gli amici del blog “Terzapagina” e un web fan club nato per questo libro e intorno alla figura di Francisca Spitalieri (la protagonista). Quest’ultimo spazio web si chiama “Francisca”:
http://francisca.blog.kataweb.it/
-
Scherzi a parte, mi sento molto legato a questo libro anche perché ho avuto il piacere di leggerlo in bozza e l’onore di poter fornire il mio modesto punto di vista su alcuni punti.
Brava, Simona… e in bocca al lupo a Maria per questo spazio.
Carissimi amici (Salvo, Massi, Mari) grazie di tutto e dell’attenzione…
Ringrazio anche i sostenitori di Francisca Spitalieri che le hanno voluto dedicare attenzione e una pagina web!
Sì, Salvuccio, credo che cerchiamo sempre l’eternità quando scriviamo. Per i nostri personaggi, ma anche per noi.
Non ci rassegnamo mai veramente a finire.
E la parola è l’antidoto più potente.
Come dice Francisca :” le parole belle salvano dalla morte”.
Un buon fin settimana a tutti!
Non posso che condividere l’acuto giudizio di Don Salvo, i mirati commenti di Maria sulla nostra amatissima Simona.
Il suo alto spessore scritturale è una freccia scagliata al cuore del lettore. Ottima l’ambientazione storica ricostruita o sognata. Colpisce lo studio attento di ogni particolare, la reinterpretazione di persone reali come Francisca, trasformate dalla magica penna di Simona, in personaggi straordinari, indimenticabili.
Interessante e ben dosata l’amalgama del dialetto e lingua italiana, e che dire dei “malefici” esoterici che intrigano per il loro imponderabile, misterico quid?
L’autrice, da un secolo all’altro, attraverso la scrittura, ricerca la sua verità e auspica un senso innato, profondo, di tangibile giustizia che dilaghi in ogni nostro settore della vita.
E’ stato bello ritrovare qui gli amici di ” Letteratitudine”, Massimo, Salvo, Maria Lucia, Morena (spero di non aver saltato nessuno!) per esprimere a Simona il nostro affetto consolidato e l’ammirazione per il meritato Premio del prossimo 22 giugno. Simona siamo tutti per te e con te!
Alla dolce Maria che ci ospita nel suo entusiasmante blog, con tanto garbo e bravura, un immenso grazie per averci accolto.
A tutti un caloroso saluto.
M. Teresa
@ Maria Lucia Riccioli:
Non ho ricevuto il tuo saggio, ma puoi pubblicarlo tu stessa qui come commento, sono certa che e’ un ottimo testo e che i nostri amici lettori e le amiche di Flannery saranno molto contenti di leggerlo. Grazie!
Per me, Simona e il suo libro sono stati una sorpresa. Una sorpresa lei, incontrarla, scoprire la sua energia, la sua passione, la sua sollecitudine. La sua dolcezza. Poi, il suo libro. Lo stupore – in un momento in cui moltissimi scrivono, e scrivono con approssimazione, rozzamente – di trovarmi tra le mani un oggetto levigato, frutto di lunghe ricerche e di un incredibile lavoro sulla lingua. Da dove viene Simona? Leggendo il romanzo, me lo sono chiesto molte volte. Con la mente tornavo agli scaffali della sua libreria domestica. Pensavo: Bufalino? Consolo? Tante presenze letterarie amate, nel corso del romanzo, sono citate, evocate. Ma tutta di Simona è la capacità di fare esistere un tempo storico, connotarlo, riaccenderlo sulla pagina in forza della materia che in esso viveva. Corpi, oggetti. La vita delle cose. Le anatomie. La polvere. Ho sentito, leggendola, una strana vertigine: quella che deriva da un jet lag non solo spaziale ma soprattutto temporale. Come fa a essere tutto così vivo, così di nuovo vivo, nelle pagine di Simona? Mi piace la sensualità-sensorialità delle sue pagine. Mi piace questo, di solito, nella scrittura delle donne. Invidio loro – dunque anche a Simona – la capacità di scrivere utilizzando tutti e cinque i sensi. Non solo con la vista, come di solito gli uomini. Ma con il tatto, l’olfatto, il gusto. L’udito. Le parole vibrano, hanno un suono, in “Tu non dici parole”. Quel titolo parla di silenzio e invece quanta vita hanno le parole, dentro! Sono contento dei risultati di critica e di pubblico che il romanzo sta avendo. Spero che abbia una lunga storia davanti e trovi sempre più attenzione e affetto nel suo percorso futuro.
Grazie mia cara Tessy. E grazie Paoletto.
E’ bello questo tuo pensare alla scrittura che coinvolge i cinque sensi. Sì …il libro deve farci toccare, annusare, sentire, vedere, gustare. E insieme alla vita che affiora sensualmente, deve rotolare come una solitudine risanata. Come un’emozione trattenuta. A lungo inseguita.
Un abbraccio affettuoso a voi tutti
Ho sempre amato i romanzi storici, ma questo libro di Simona ha, secondo me, qualcosa in più. Sarà la tenerezza dell’amicizia tra Francisca e Tufania, questa sorellanza destinata ad andare avanti fino in fondo, oppure la capacità di entrare nelle menti umane, di svelarne i meccanismi segreti, quando descrive i personaggi più crudeli, come l’Angimbè, o proprio la dimensione di sogno, i contrasti tra il passato e il presente, il colore delle descrizioni… Il nero del vulcano su tutto, ad anticipare la tragedia. Belli i personaggi, tutti, i buoni e i cattivi, vivono di vita propria. Bello lo stile, unico e personale. E si capisce la fatica, lo studio, la ricerca che è costata ogni pagina. Complimenti ancora a Simona, e un abbraccio
Cara Maria, spero di essere ancora in tempo per un piccolissimo contributo. Mi sento particolarmente vicina a Simona Lo Iacono per tre motivi: ho un marito nativo di Bronte, conosco quindi molto bene questo grazioso paese della provincia di Catania e la sua realtà, la mia professione é quella di insegnante di diritto, come ultimo ma non sicuramente perché meno importante, sono una poetessa. Vorrei innanzitutto complimentarmi con Simona per il suo romanzo e porle alcune domande: che rapporto ha un magistrato con la parola? In un mondo così pressapochista come quello nel quale viviamo quale spazio occupa la parola? La poesia e il diritto, con il loro rigore, mi hanno insegnato a lavorare sulla parola, a levigarla, a meditarla, ad interiorizzarla. Un caro saluto
Cara Maria,
grazie per avermi invitata a partecipare, il forum è assolutamente coinvolgente. Non ho ancora letto il romanzo di Simona Lo Iacono ma lo farò al più presto. Dagli stralci pubblicati mi sembra una storia “grande” e come spesso accade fatta da donne “piccole”, appartate, che diventano straordinarie protagoniste e testimoni di momenti di vita, di sofferenza, di morte come appunto Francisca. Da quello che ho letto, tra l’altro, trovo il linguaggio del romanzo di forte impatto, e che rimanda ad echi antichi e poetici. E poi, la visionarietà…E’ un mondo che mi affascina. Grazie ancora e grazie a Simona Lo Iacono per “Tu non dici parole”. A presto Delia Morea
Un aspetto importante del romanzo è proprio il linguaggio usato dall’autrice, ricco di metafore, frasi brevi di grande effetto, alternate a descrizioni molto suggestive. Tutto ruota attorno alla protagonista principale ma anche il Pilosa è un personaggio niente affatto di secondo piano, un uomo che sembra aver a che fare direttamente con il demonio, quasi a far da contrasto a Francisca. Così come la coraggiosa Tufania è un altro personaggio di tutto rispetto. Insomma un’insieme di voci che formano un bel coro.
Carissimi,
ancora grazie per i bellissimi commenti.
Ad Ardea rispondo poi con particolare gioia, perchè tocca uno dei temi più cari al mio cuore. Il rapporto tra diritto e parola. E tra processo e romanzo. Cioè quelle commistioni tra norma e scrittura che costituiscono l’anima pulsante della mia riflessione e che – tra l’altro – curo nella rubrica “letteratura è diritto, letteratura è vita” che Massimo Maugeri mi ha dedicato sul suo meraviglioso blog: letteratitudine.
Il rapporto tra parola e ius, diritto, è sacrale. Le legis actiones, ossia le formule rituali con cui gli antichi cives costituivano, modificavano, estinguevano rapporti giuridici , venivano fiatate sul contendente con un’attenzione sacrale verso il pronunciato. Errare anche nell’uso di una singola parola voleva dire perdere la lite.
Ecco.
I cives compresero subito che è la parola a immettere le cose (e i concetti giuridici) nel mondo. Che la sua più grande forza è la creatività e innovatività del reale. E che tale atto, tanto simile alla creazione (e al verbo si fece carne) trema di mistero, di vita impalpabile e segreta, di stelle imprendibili, di ardore e musica.
Quanta radice di noi è nella parola. Finanche nel nome di battesimo che più che vestirci, ci abita, ci da’ un’identità, un suono, un battito.
Cari amici, diritto e parola sono sorelle.
Come romanzo e processo. Entrambi indistricabilmete orientati alla ricerca (umile, pietosa, commossa) della verità.
Tu non dici parole nasce da questo. Dall’estasi della parola (che Francisca “ruba”) e dalla dannazione di chi la perseguita.
Da norme artefatte, e da norme vere. Da cuori e lune, da maschere e attori.
La vita che non rinuncia a celebrare i suoi fasti e a sacrifcare i suoi agnelli.
La vita, comunque.
Grazie ancora.
Una carezza sul cuore.
Amici e amiche di Flannery,
con questo suo primo romanzo, “Tu non dici parole”, Simona Lo Iacono ha vinto il Premio Vittorini 2009 sezione Opera Prima che gli verrà consegnato proprio questa sera a Siracusa.
Congratulazioni Simona!
Simo,
quando ti sarà passata l’emozione – ma non troppo – per il grande evento di stasera, raccontaci le tue impressioni e soprattutto facci essere con te, come se noi oggi ti fossimo accanto, in questa bella serata che ti appresti a vivere.
Ciao Maria.
Ti anticipo qualcosa io nell’attesa di Simona. Ieri sera al Teatro Greco di Siracusa c’erano circa diecimila persone. Uno spettacolo. Grande organizzazione e grande serata all’insegna della cultura. Credo sia durata sino a notte fonda. Io non ho potuto seguirla tutta perchè al momento della premiazione della Simo, non ho retto all’emozione e sono svenuto. Mi sono risvegliato stamattina, solo, nel palcoscenico vuoto.
Salvuccio…mi hai fatto ridere!
Maria cara…una grandissima emozione.
Sia per il premio, sia per il respiro che cinge chi si trova nel cuore del teatro.
Una folla che da lì si fa corpo unico, prendibile, mormorante.
Mio figlio Nanni mi ha seguito su palco ed è a lui che ho consegnato il premio.
Al bimbo a cui è dedicato il libro. E tutta la mia vita.
E insieme a lui trattengo nel cuore gli sguardi delle persone amate, o semplicemente di quelle conosciute, sfiorate, intraviste.
Suor Francisca Spitalieri è venuta a trovarmi quella stessa notte, stupita e ancora avvolta di spire.
Io e lei, abbracciate, ci siamo dette che a volte è come se il tempo invertisse rotta.
Grazie di cuore.
Un abbraccio fortissimo.
Cara Maria, cari amici di Flannery, scusate il mio silenzio dovuto al vortice degli impegni familiari e scolastici, ma vi ho seguito con partecipazione e affetto.
Simona è stata una vera stella al Vittorini… oggi pomeriggio mi incontrerò con lei e Massimo Maugeri per la presentazione a Floridia dei loro libri (18.30, Museo della civiltà contadina).
Posto volentieri il mio saggio scritto in occasione dell’uscita del libro di Simona…
Alcune suggestioni suscitate da
Simona Lo Iacono, Tu non dici parole, Giulio Perrone Editore, Roma 2008.
Sicilia, 1638.
Siccità e carestie, l’ignoranza e la sofferenza delle plebi schiavizzate da nobili e gabelloti corrotti, da un clero spesso teso a difendere i privilegi acquisiti più che a farsi strumento e voce di liberazione di poveri ed oppressi.
Questo lo sfondo del libro d’esordio di Simona Lo Iacono, raffinata e sapiente poetessa ed autrice di racconti brevi che qui si cimenta nella forma romanzo e supera brillantemente la prova, donandoci una storia dolente e bruciante d’umanità e sofferenza.
Protagonista, un’esposta. Suor Francisca Spitalieri.
Orfana e donna: questa la summa delle disgrazie per una donna del Seicento.
A questo si aggiungono i suoi misteriosi poteri, che rimangono inspiegati anche alla stessa Francisca. L’esposta è additata come strulusa e magara, fraintesa nel suo desiderio di bellezza. Francisca infatti è alla ricerca di parole belle, «che hanno parole sugli spiriti e sulla morte, sulla paura e sulla speranza» (p. 42), che sono capaci di lenire le sofferenze e le privazioni di orfana sottomessa, gli stenti e le angherie che è costretta a subire.
Parole belle sono quelle di chiesa, stralci di breviari, fogli scompagnati di messale, che ruba per tenerle con sé, quasi come fossero talismani contro il male, la sofferenza, la morte.
Opera visionaria e a tratti surreale, questo romanzo risente della lezione dei sudamericani, in primis di Gabriel García Márquez e di Isabel Allende, che trasfigurano il reale con incursioni nel mito, nel sogno, nell’incubo, grazie ad una fantasia sbrigliata e potente.
La Lo Iacono vi trasfonde l’esperienza e gli studi giuridici, oltre che l’amore e la pratica della letteratura, dato che questa è anche la storia di un processo, la riflessione poetica e sofferta del rapporto tra diritto e giustizia, il ripensamento sulle catene di codicilli che hanno mandato sul rogo decine d’innocenti per sospetti e accuse di stregoneria.
La metafora del furto di parole da parte di Francisca è un chiaro riferimento al lavoro dello scrittore, che è ladro di parole per eccellenza: le cerca nei libri, nelle storie che legge e in quelle che gli vengono raccontate, le pesca per strada, le orecchia nelle conversazioni, le stana in una continua ricerca di bellezza.
Ma in questa ricerca di purezza l’esposta si scontra con l’ingiustizia e farà a sue spese la conoscenza con quella che Cesare De Marchi ha chiamato in un recente romanzo la furia del mondo, così come lo scrittore, il poeta, si scontrano con l’indifferenza, l’opposizione, spesso con la persecuzione da parte di chi le sue parole non vuole ascoltarle o le fraintende o vuole piegarle ai suoi scopi.
Francisca «ha capito che esistono parole per i ricchi e parole per i poveri. Le une lette, scolpite, recitate e – soprattutto – belle, bellissime come cose che non sono di questa terra. Le altre lorde, bastarde e fetenti dell’alito di chi ha lo stomaco vuoto» (p. 18).
L’esposta è più attratta dal significante di queste parole – il loro suono, che le appare celestiale – che dal significato, che le rimane ignoto, misterioso perfino, estraneo sempre.
[…] le parole sono peggio del fiato. […] sono cose di poveri, le parole, di malaugurati come te e me, che non hanno pane, né letto, né vestine e, parlando, se le inventano (p. 15).
Meglio tacere? Non sempre è possibile. Ma per Francisca è meglio che le parole vengano pensate, lette oppure, meglio ancora, rubate.
Ed è così che si appropria di pezzi di breviario, di pagine che almeno fisicamente l’avvicinino a quelle parole belle che la escludono da un mondo per il quale Francisca Spitalieri non esiste.
Le parole belle sono un’ossessione:
«continuano a tormentarla, a deriderla, a volarle intorno come mosche invadenti e riottose. Francisca le ripete tamburellandole, ballandole nella testa e nei pensieri» (p. 19).
Pesano, le parole rubate, come un lascito, una necessità compulsiva, una responsabilità, un tesoro prezioso da nascondere ai profani.
Francisca addirittura le interroga, le parole. Come se fosse nelle parole il mistero di ciò che rappresentano, come se possederle volesse dire avere le chiavi che possano aprire, come poetava Montale, i mondi. Quando invece le parole possono dirci, a volte, nient’altro che ciò che non siamo, ciò che non vogliamo:
«ditemi parole belle, ditemi parole maliarde, il perché e il per come del nascere e del morire, o anche del sopravvivere» (p. 34).
La verità, invece, parla un linguaggio diverso, che va al di là delle parole, com’è nel romanzo della Lo Iacono, in cui la ricerca di Francisca sarà fraintesa, a partire dalle monache, fino al bandito Pilosa e agli inquisitori, e come l’esistenza stessa ci testimonia.
Oltre che oggetto del desiderio di Francisca, che le ricerca con foga angariosa (p. 14), le parole belle sono la chiave del romanzo. Rappresentano inoltre l’ossessione dello scrittore per la bellezza, per la sua cristallizzazione nella scrittura, che non le perda e le conservi intatte.
Nel suo percorso alla ricerca delle parole belle, Francisca comprende che esse rispondono ai bisogni delle persone – ricerca di consiglio, di conforto, di promesse, di conferme… non siamo tutti, in fondo, alla ricerca di parole?
Francisca «sussurra fraseggi che paiono cinguettii d’uccelli, o strisciare frusciante di bisce.
Una cosa sola sa, Francisca. Che qualunque cosa svelino le parole belle, lei piange con chi piange. E lei ride, con chi ride […]. Mie sono le vostre fatiche, miei i vostri sguardi, mia, solo mia la vostra parola.
Se ve la ridò, affrescata di cantici, ripulita da ogni bruttura, è per restituirvela.
Perché, nella sua bellezza, già vi apparteneva» (p. 53).
Francisca dunque scopre la parola come segno di comunicazione, di partecipazione emotiva profonda. Che poi è il livello a cui agisce lo scrittore, che si fa in un certo senso interprete delle attese di bellezza ed espressione non superficiale ma dalla risonanza intensa legate alla parola.
Anche il suo stesso nome, riconquistato dopo una faticosa ricerca della propria identità – prima esposta, poi monaca, poi… soltanto Francisca – è una parola che racchiude una storia, un autoriconoscimento, un destino.
«[…] le parole belle assottigliano l’udito, l’olfatto, la vista» (p. 108).
Dunque la parola è addirittura anticipatrice del futuro, veggente quindi, visionaria e diremmo profetica.
Come non pensare alla scrittura, al poeta veggente – Rimbaud – , alla letteratura, che oltre a riflettere il reale esteriore e interiore dell’artista presagisce e spesso anticipa ciò che verrà?
Diverse sono invece le parole dell’amore, che nascono da un bisogno, da una ricerca quasi febbrile dell’altro, da una malìa che strega corpo mente e spirito, oltre la volontà, la ragione, la paura: «pare una febbre malsana di deliri, un ansimare che quasi la tradisce, le fa sfuggire un lamento subito soffocato, un rigurgito di parole mai più pronunziate.
Risalgono le qualità del suo essere, sono alle sommità dello sguardo, del pensiero, della bocca. Le muovono lingua, palato, gola contro la sua volontà.
Non sono le parole belle.
Ma […] sente di non poter più tacere» (p. 54).
Per dire l’amore, non servono parole da rubare.
«Servono solo quelle con cui è nata» (p. 65).
A volte, non è necessario neanche usarle, le parole: quando si è felici, quando si gode del semplice stupore di essere vivi, «ogni istante è nudo, così pieno da sembrarle bello senza avere bisogno di essere detto» (p. 82).
Non è facile comprendere che «la bellezza di quelle parole esiste, ed è nella donna che le ha pronunciate. Non può sapere che la bellezza è nuda: senza maschera, senza copertura, senza travestimento» (p. 76).
Nel romanzo c’è chi non crede alle parole, come l’arcivescovo Angimbè, perché offeso e tradito dal silenzio: «finge di non voler credere alle parole e invece le teme, le cerca e le annusa come un maschio innamorato» (p. 77), c’è chi le parole le utilizza per vessare, ingannare, rovinare.
Tu non dici parole si pone dunque come una storia fatta di parole sulle parole.
L’autrice nutre anche lei un vero e proprio culto per le parole belle, risentendo della ricerca e dello sperimentalismo linguistico di una Silvana La Spina, di Vincenzo Consolo, dei siciliani insomma che hanno narrato scavando nell’essenza stessa della parola per cavarne fuori tutti i possibili sensi o magari quelli più riposti, o quelli che fanno risuonare corde intime e profonde.
La Lo Iacono si affida a una sintassi musicale, come se il testo fosse una nenia, un lamento, uno scongiuro, una formula di fattucchieria, o una delle litanie delle reverendissime monache.
Pensiamo alla parola “miserere”, che Francisca pronuncia per la sua bellezza, perché crede nel potere taumaturgico, sacrale, magico della parola, non perché ne comprenda il significato.
Spesso il ritmo è franto, spezzato com’è da una fitta serie di punti e di a capo che costringono il lettore a concentrare l’attenzione sul frammento, sulla parole, spesso sul suono di una singola sillaba.
Il filo della narrazione, spezzato in un capoverso, viene richiamato e ripreso al paragrafo successivo, conferendo alla pagina un andamento di pieni e vuoti. A volte la ripresa è affidata al capitolo successivo.
Grazie a questi espedienti tecnici, l’attenzione del lettore viene catturata e trascinata per le pagine del romanzo e il filo della narrazione rimane teso e avvincente.
La lingua della Lo Iacono è una lingua ricca, mossa, inventiva: l’autrice accosta audacemente parole latine e vocaboli inventati, dialetto autentico e una lingua propria, un idioletto che la caratterizza, per narrare una storia in cui le vere protagoniste sono le parole, con il loro segreto di senso concettuale ma sensuali, nel senso che portano con sé odori colori sapori sensazioni tattili suoni rumori: «ripetono voci straniere senza capirle mischiandole a parlate paesane fatte di scongiuri e fatture, improperi e preghiere» (p. 45).
Qualche riflessione sparsa sulla parola.
Che cosa significa “parola”?
Il termine deriva dal latino parabula. E qui ci sovvengono le parabole evangeliche, le quali non sono altro che exempla, verità che prendono la forma di apologo, di racconto con una sostanza sapienziale che due millenni non hanno scalfito. Densità, efficacia narrativa: ecco la forza delle parabole.
Nel latino basso, per intenderci non più il latino classico di Cesare e Cicerone, ma quello parlato e più recente che poi si sarebbe trasformato nei vari volgari, i quali si sono poi evoluti nelle lingue neolatine o romanze, il termine parabula è passato a designare la parola.
Ma il termine che più mi interessa è verbo. Il verbo, inteso come parte del discorso, è il motore di una frase: senza l’azione o lo stato espressi dal verbo, non c’è vita in un pensiero.
Il Verbo per eccellenza, secondo il vangelo di Giovanni, è la seconda persona della Trinità: il Cristo, che era in principio e grazie al quale tutte le cose sono state create.
Nulla esiste, tutto resta informe finché non viene nominato. Adamo nomina le cose e gli animali per divenirne il signore e custode. Dio stesso ci chiama per nome e Gesù assicura che i nostri nomi sono scritti nei cieli.
Per i musulmani il Corano è la stessa parola di Allah discesa sulla terra, per gli Ebrei il nome di Dio, impronunciabile perché sacro e terribile, poteva fluire dalle labbra del sommo sacerdote una sola volta all’anno, solennizzata secondo riti complessi e stabiliti.
Nomen omen, dicevano i latini, cioè il nome stesso conterrebbe il “destino” di un uomo e nell’antichità la maledizione, il male dicere, aveva valore ed effetto magico.
La parola quindi non ha solo valenza comunicativa, ma ad essa fin dall’antichità sono state associate virtù taumaturgiche e sacrali – pensiamo alle formule degli sciamani, alla forza della preghiera e delle formule rituali.
La parola ha valore anche giuridico: pensiamo ai giuramenti, alle sentenze, alle formule giuridiche dell’antico diritto romano, a tutto il problema delle norme e della loro interpretazione.
Esiste una disciplina il cui nome vuol dire “amore per la parola”: la filologia.
Il filologo è quello studioso che tenta di ricostruire la forma originaria di un testo, di congetturare sulle parti danneggiate o mancanti – pensiamo ai manoscritti antichi, spesso giunti fino a noi in condizioni di estrema precarietà e fragilità – ; questo preziosissimo lavoro, fatto anche di confronto con la tradizione orale, di collazione, cioè di operazioni di raffronto tra le varie versioni di uno stesso testo, consente di ottenere un testo più vicino a quella che è stata la volontà dell’autore e quindi di approssimarsi ad una possibile verità sul testo. Quantomeno permette di disporre di un testo su cui poi esercitare quello che è il compito del critico: l’esegesi e l’interpretazione della moltitudine di significati, di sollecitazioni, di valori di un testo.
Questa parentesi per cercare di intravedere la complessità di un discorso sulle parole e sul loro valore e significato profondi.
Oggi la parola è stata desacralizzata. Ne viene perpetrato un uso massiccio ma spesso un abuso evidente: parola usata per pubblicizzare, persuadere, conculcare, ingannare, calunniare, e non solo per «calmare la paura, togliere la pena, suscitare la gioia, accrescere la pietà», come scrive la Lo Iacono in epigrafe alla prima parte del romanzo citando Bufalino.
Quale argine a certi profluvi di parole che ci vengono dai mass media, da Internet, dai cellulari?
Riappropriarsi del valore della parola. Gustarla nel silenzio della riflessione. Della lettura.
Perché è il poeta, lo scrittore, che carica ogni parola di sensi e sovrasensi, che dal suo testo ci permette di indovinare contesti e sottotesti. Il poeta e lo scrittore lavorano sulla struttura, sul capitolo, sulla pagina, sul capoverso, sulla riga, sulla singola parola.
Perché nessuna sia fuori posto, perché permetta di esprimere mondi interiori, passioni e storia, individualità e coralità di destini.
Come accade nel romanzo di Simona Lo Iacono.
Maria Lucia Riccioli
Tu non dici parole, di Simona Lo Iacono, romanzo simbolico che adombra la scomparsa del femminino sacro. Anno 1638, la luna, ultima testimonianza della perduta divinità femminile, illumina il sonno delle Esposte della casa di Bronte. Non si tratta di una luna bella e lucente, ma di una luna fosca e tenebrosa, presaga di morte. Ormai nel mondo cristiano la luna non può più ammantare del suo splendore le donne, come accadeva nei boschi sacri dei Druidi, né il suono dei sistri dei riti misterici di Iside può accompagnarne i passi di danza. E’ sceso un luttuoso silenzio, che acuisce i sensi di queste donne sempre all’erta, che sembrano fondersi con la madre terra e divenire un tutt’uno con la vegetazione. Donne che preferiscono tenersi nascoste, stare ai margini, fiutare nell’aria. Adesso non sono più considerate figlie della luna, ma figlie di Eva, la corrotta, la corruttrice. Guardate con sospetto nella società misogina del Seicento. Peccatrici e dannate, dette streghe da quegli uomini che avvertono ancora in loro un barlume di divinità. Il femminino sacro di cui essi hanno timore, un timore che spesso arriva al parossismo.
Nella notte del massacro delle esposte, perpetrato dal Pilosa e dai suoi compagnacci, solo Pititta, forse tra le poche figlie della luna rimaste, ha avvertito il pericolo. Lo ha fiutato nell’aria, lo ha letto nella faccia della luna prima che il massacro avvenisse, ma non si è salvata. Mentre Francisca, unica su cento, è ancora in vita. Francisca che ha gridato miserere, miserere, miserere. L’hanno salvata queste “parole belle” che hanno turbato il Pilosa fin nel profondo e che per questo l’ha risparmiata.
Francisca ha capito che il mondo è diviso in due dalle parole. Esistono parole belle come le cose che non sono di questa terra per i ricchi e parole lorde, bastarde e fetenti dell’alito di chi ha lo stomaco vuoto. E capisce anche che sue per sempre devono essere le parole belle. Nel suo sé profondo Francisca percepisce la potenza delle parole, intuisce che le parole muovono il mondo, che le parole sono vita.
Un romanzo speculare Tu non dici parole scandito da due equinozi e due solstizi in cui si collocano i quindici giorni del Carnevale, che sovvertono l’ordine del mondo. Lo specchio capovolto della vita di Francisca. Francisca innocente, ma strega perché dice le parole belle, le parole rubate. Cento parole in tutto. Novantanove parole belle più la centesima, che le racchiude tutte nella rappresentazione del Cristo di fra’ Umile, a cui si possono rivolgere solo parole belle. Novantanove le esposte uccise. Una sola donna sopravvissuta, Francisca, salvata dalle parole belle.
Uno spaccato storico della Bronte del Seicento, dove imperversano povertà e superstizione. Dove le vite sono già segnate dalla luce o dalle tenebre. E non c’è salvezza. La mascherata del Carnevale cercherà di portare giustizia sotto le spoglie della “rondine Tufania” improvvisatasi avvocato di Francisca, nel Tribunale della Santa Inquisizione. Riuscirà infine Tufania nel suo intento? Francisca, dal canto suo, conserverà per sé le parole belle, perché sa che la morte è muta, non dice parole. La morte quando arriva è silenzio.
Maria Rita Pennisi
Simona Lo Iacono: metascrittura e metalinguaggio nella Sicilia del Seicento.
Breve analisi critica di Tu non dici parole, opera prima vincitrice della XIV edizione del Premio Vittorini.
di Rina Brundu
Se io parlassi insieme col linguaggio degli uomini e
degli Angeli e non avessi la carità,
io sarei come un sonante bronzo o un cembalo tintinnante.
S. Paolo
“Sentenziamo et dichiariamo Suor Francisca Spitalieri essere eretica impenitente pertinace e ostinata e come tale siffatta magara degradiamo verbalmente secondo l’ordine dei sacri canoni siccome degradiamo et parimenti comandiamo abbruciare in potentissima pira di rogo”, così recita la sentenza dell’arcivescovo Angimbé e così finisce la straordinaria storia “dell’esposta Francisca” raccontata in Tu non dici parole di Simona Lo Iacono.
Suor Francesca Spitalieri ed il Pilosa (l’altro protagonista di questo particolarissimo dramma secentesco), sono “rifacimenti fantasiosi di figure storiche realmente esistite e tratte dalle Storie e leggende di Sicilia di Luigi Natoli”. L’universo spiegato in quest’opera prima dell’autrice è dunque un vero e proprio viaggio a ritroso nel tempo. Un viaggio che ci riporta nella Sicilia del Seicento e, più precisamente, a Bronte. È proprio nel territorio di questo antichissimo comune, situato alle pendici occidentali dell’Etna, che sfilano davanti a noi, quali maschere di uno stravagante carnevale, una ridda di variopinti personaggi dall’etica più o meno positivamente marcata. La vicenda umana dell’ “esposta Francisca” che, tra mille peripezie, si ritrova ad essere scambiata per suora, santa, oracolo e infine strega da bruciare, è storia di “fimmina” che si incontra con le storie di altre “fimmine” del suo tempo, quali Pittita e Tufania. Ma soprattutto è storia di “fimmina” che vive sulla pelle il difficile incontro-scontro, segnato da un unico prevedibile finale, con un universo-mascolo per eccellenza; universo che non tarda a rivelarsi nella sua vera essenza di mondo brigante-scaltro (vedi la figura del Pilosa), falso e menzognero (vedi la figura dell’arcivescovo Angimbè), inquisitorio e senza possibilità d’appello.
Indubbia originalità e particolarità considerata, non è comunque questo bellissimo ritratto delle cose seicentesche di Sicilia, l’elemento che ha maggiormente catturato la mia attenzione nello “scrivere” di Simona Lo Iacono. Straordinaria – in questi tempi digitali – è infatti l’attenzione data dall’autrice alle tematiche meta-scritturali, ovvero alla capacità della scrittura di raccontare se stessa. Ancora, l’attenzione data alle “parole” in quanto segni che rappresentano idee. E, mi spingo a dire, l’attenzione data alla capacità etica ed estetica di quelle stesse parole. Perché, se è vero che le parole per-se non sono né buone né cattive, né belle né brutte, vero è pure che questa capacità “etica ed estetica” esiste. Di sicuro, un qualunque lettore attento è capace di catturarla. E di valutarla. Secondo il suo personalissimo metro.
Seguendo questa dichiarata linea d’analisi critica, la prima “opposizione” tecnica portata alla nostra attenzione – tra le pagine di un romanzo che è fondamentalmente racconto di multipli percorsi, o tentativi di percorsi, di redenzione personale e culturale – è quella legata allo status del linguaggio e alla sua capacità di individuare con precisione la posizione e la condizione sociale di chi lo utilizza. Abbiamo quindi la classica antitesi vernacolo vs lingua dominante, ovvero dialetto vs latino che, col divenire del narrato, si trascinerà verso un altro consequenziale approccio antinomico quale è quello che oppone la povertà alla ricchezza, prima di sfociare nella contraddizione manicheistica per eccellenza, male vs bene. C’è da dire, tuttavia, che l’esposta Francisca povera lo è sicuramente. Ne deriva che, come tanti infelici nella sua condizione, ella ha limitate possibilità per ottenere ciò che brama e che purtroppo non le appartiene: “Più tardi, quando il buio scenderà sulla santissima casa del fanciullo – anche detta ruota degli esposti – Francisca tornerà a prenderle, le pagine, ripiegandole con cura nel petto e unendole alle altre. Con queste sono cento parole. Tutte rubate”.
Furti davvero provvidenziali questi delle “parole” per Francisca! Furti provvidenziali perché saranno proprio alcune di quelle belle-parole-rubate, dette al momento giusto, a fare la sua fortuna dopo la fuga dal luogo-sacro saccheggiato dalle bande del Pilosa. Non a caso, ritrovata quasi esanime dalle monache, queste “Non sanno cosa fare. La sollevano da terra. Le bagnano il viso e le labbra asciutte. Le spolverano dai capelli fuliggine e nerume d’incendio. Francisca non sa che dire né come spiegare. Ancora una volta mormora soltanto: miserere, miserere, miserere. All’udirlo le monache sorridono, la fanno camminare piano in direzione del convento. Hano fatto bene a soccorrerla. È una di loro.”.
Ma la potenza di un sapiente utilizzo delle parole-belle non si ferma qui. Di fatto, ha del portentoso nel suo saper diventare memoria nell’uomo-bandito-Pilosa che le ascolta per-destino mentre intento a saccheggiare, ad uccidere, a profanare; così come ha del miracoloso nel suo riuscire a trasformarsi in speranza-di-resurrezione quando esercitata tra una variegata folla di miseri cristi (ambulanti, prostitute, venditrici di malocchio, briganti, maghi). Saranno proprio costoro dunque, ad affollare il nuovo convento di Francisca non appena la voce del suo arrivo si diffonde. Insieme alla fama della sua “santità”. Tutti in cerca di un qualche aiuto, di altre parole, di uno scampolo di pietà. E lei: “Una cosa sola sa, Francisca. Che qualunque cosa svelino le parole belle, lei le piange con chi piange. E le ride, con chi ride. Che quando le chiedono consiglio, in lei affiorano assonanze, pensieri. D’improvviso sente di essere con loro, di essere loro. Sono voi, pensa. Vi conosco…….. Mie sono le vostre fatiche, miei i vostri sguardi, mia, solo mia la vostra parola. Se ve la ridò, affrescata di cantici, ripulita da ogni bruttura, è per restituirvela. Perché, nella sua bellezza, già vi apparteneva”.
Naturalmente, non vi è cammino-di-redenzione senza ascese irte ed ostacoli da superare. E se le parole-belle portano il nome di Francisca sulle ali del vento, vi è tutto un vocabolario determinato a non farsi dimenticare. Schiere di parole meno-nobili eppur nate con la sua pelle, parole che sanno di pensieri-proibiti, parole meno sante quando il pensiero torna a posarsi sulla figura del brigante, del bandito, del mascolo-Pilosa. “E (nda: lei, Francisca) sente la bruttura di quel dialetto sporcarle la lingua. Impastarle il fiato. Sottrarle suoni. Ma per dire l’amore come le nasce adesso, Francisca capisce che non ci sono parole nuove da rubare. Servono solo quelle con cui è nata”. S’illude così Francisca, s’illude dimenticando che le parole-belle ammaliano lei così come chi le ascolta. Finanche, chi pensa a-modo-suo-di-amarla. Dimentica Francisca, dimentica che quei segni-suoni possono diventare chiave per aprire lo scrigno del cuore. Senza, date porte non si aprono. Senza, il Pilosa non potrà mai riconoscerla. Senza, il Pilosa non potrà mai amarla veramente. Senza, ciò che sente “lo delude”. Questo perché, le ordinarie parole di Francisca, per quanto oneste e vere “ Non hanno la musica di quel miserere, non somigliano al lamento sognato, a un nascondimento risuonante di bellezza”.
Agli occhi del mondo dunque la “Santa-Francisca-Spitalieri” è un unicum con le parole che pronuncia. Le parole-belle sono la sua veste preziosa. Altrimenti, il re è nudo. Ed esposto alla gogna. Tanto più che il “re” in questione è comunque “fimmina”: “Mai seguire parole di fimmina. Parole ventose e petulanti, che mentre una te ne dicono, altre cento ne pensano. Parole sospettose, anche, che mentre rispondono, domandano, e mentre domandano già conoscono la risposta.”. Additata come degna figlia del demonio, Francisca si renderà presto conto che non potrà non pagare a caro prezzo i “commerci” con il medesimo. La sua scommessa perdente. Il successivo, veloce declassamento da santa a strega è consequentia rerum. Strega alla quale non basteranno tutte le parole-belle del mondo per salvarsi dal rogo. Dalla morte. Perché: “La morte, quannu arriva, è in silenzio”.
Questa breve analisi critica, non lascia dunque dubbi sul fatto che la “straordinaria storia dell’esposta Francisca” è soprattutto storia delle parole che la raccontano. E questo è vero sia a livello di asse interno, che di impianto narrativo esterno. Non è poco! Non è poco, in un’epoca indaffaratissima a vivere il suo far-west linguistico digitale. Così come, non è poco, per la letteratura-italiana-che-sarà, avere una giovanissima ma, a suo modo, già-grande-autrice, determinata abbastanza da ricordarci il significato e la forza di questi preziosissimi segni. Belle o brutte che siano, non si può davvero dimenticare, infatti, che sono sempre e soltanto le parole a raccontare, nella maniera più vera e mirabile, ogni istante anche solamente accarezzato della nostra personalissima storia. E, ad eternarla.
RINA BRUNDU
Dublin, 02/04/2010
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Di Simona Lo Iacono su Flannery è possibile leggere i seguenti post:
il romanzo: Stasera Anna dorme presto
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il racconto: I semi delle fave
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la riflessione: Perchè scrivono le donne
http://flanneryblog.wordpress.com/2009/07/01/perche-scrivono-le-donne/