Carissimi amici e carissime amiche di Flannery,
torniamo dopo la pausa estiva con un grande argomento. Da oggi, e per tutto il tempo che voi vorrete, parliamo della grande poetessa americana Emily Dickinson. Una poetessa conosciuta e amatissima in tutto il mondo, attraverso le epoche e le generazioni. Pensate, è vissuta nell’Ottocento eppure sembra una nostra contemporanea.
Emily Elizabeth Dickinson nacque il 10 dicembre 1830 ad Amherst, nel Massachussetts. Dal 1861 fino alla morte scelse di autorecludersi nella sua stanza, vivendo una vita tutta interiore ed esprimendo emozioni, amori, dubbi e paure esclusivamente nelle poesie e nelle lettere. Solo sette delle 1775 composizioni scritte furono pubblicate in vita. Emily morì di nefrite il 15 maggio 1886 all’età di cinquantasei anni. La prima pubblicazione delle sue poesie avvenne postuma nel 1890, ma solo a partire dal principio del XX secolo ottennero un’adeguata considerazione da parte dei critici, che riconobbero nell’autrice una delle massime poetesse dell’Ottocento americano.
Emily Dickinson scoprì la propria vocazione poetica durante il periodo di revival religioso che, nei decenni 1840-50, si diffuse rapidamente nella regione occidentale del Massachusetts. Uno dei suoi biografi ha affermato che concepì l’idea di diventare poetessa avendo come riferimento – in termini biblici – la lotta di Giacobbe con l’angelo.
Come ha messo efficacemente in luce Antonio Spadaro su “La Civiltà Cattolica” (2002 – IV / 356-369; quaderno 3658) la ricca produzione di questa poetessa statunitense è segnata da una tensione umana e spirituale capace di coinvolgere il lettore in un’avventura in cui confluiscono astrazione e immediatezza, senso della morte e tensione all’immortalità, gusto per la natura e visione della trascendenza, realismo e senso del mistero. I suoi versi aprono veri e propri labirinti interpretativi. Forse il più rilevante è quello che riguarda il suo rapporto dialettico con la fede.
Ecco perchè abbiamo voluto intitolare questa conversazione “Finito e infinito in Emily Dickinson”, per mettere in luce proprio questo affascinante nodo dialettico.
“Due abissi: dietro a me l’Eternità, / sotto il mio sguardo l’Immortalità, / ed io al loro confine”, scrive la grande poetessa americana.
E in un’altra poesia, rivolgendosi direttamente a Dio, lei scrive:
Annoda i Lacci alla mia Vita, Signore,
Poi, sarò pronta ad andare!
Solo un’occhiata ai Cavalli -
In fretta! Potrà bastare!
…..
Addio alla Vita che ho vissuto -
E al Mondo che ho conosciuto -
E Bacia le Colline, per me, basta una volta -
Ora – sono pronta ad andare
Emily Dickinson scelse di autorecludersi in casa e di vestire sempre di bianco, quasi vestale del Mistero. Che cosa significava la sua scelta? E perchè lo fece?
Secondo voi che ruolo ha avuto nella letteratura non solo americana che è venuta dopo? Vi affascina il suo duplice percorso spirituale e poetico?
Cominciamo da qui. La conversazione è aperta, e siete tutti invitati!
“Una parola comincia a vivere quando viene pronunciata”.
Lei ha saputo creare un universo all’interno di una stanza, rendere concrete le immagini, rivestire di sensualità (lei, che un uomo non conobbe mai) anche il volo di un pettirosso e lo scorrere delle nuvole.
Questa è stata la magia di Emily Dickinson.
Io le sono eternamente grata, ha saputo dedicarsi come una sacerdotessa al rito della poesia e della scrittura in genere.
Grazie alle amiche Monica, Annarita e Maristella per le loro parole profonde!
Sì, Emily è stata grande e a mio avviso, ma lo condividete sicuramente pure voi, ha aperto una strada per l’umanità, una strada soprattutto per noi donne.
Ha dissodato il campo, noi cresciamo nel suo solco, non vi sembra?
E’ la nostra stella polare, ci indica quella via che passa attraverso la consapevolezza per restituirci alla fine la libertà che ci appartiene.
Grazie, amiche
Non sono una profonda conoscitrice dei suoi versi e della sua scrittura, ma credo che la ricerca delle più profonde risposte all’esistere umano affascini e, in qualche modo intrighi, le menti geniali di tutti i secoli. Mi incuriosisce molto il suo duplice percorso spirituale e poetico, poichè credo fermamente che tutte le produzioni propriamente artistiche provengano dall’anima. E se l’anima è costantemente rivolta al Cielo non può che cantare l’infinita potenza di Dio. Se è vero che dobbiamo avere i piedi ben piantati a terra ma il cuore rivolto al Cielo e che non siamo solo carne ma anche spirito, non vedo perchè la produzione artistica debba essere solo materia e non possa essere anche canto dello spirito.
La mia autrice preferita! Eh sì, proprio lei. Sento forti vibrazioni quando leggo le sue poesie, che sembrano scritte recentemente data la loro originalità. Eppure sembra impossibile che, nell’epoca in cui è vissuta ,possa aver avuto uno stile al di fuori delle regole. l ritmo dei salmi connota i testi a quanto dicono alcuni, smentendo il fatto che fosse una donna triste. Dicono che la casa accoglieva ospiti frequentemente. La corrispondenza con i suoi più cari amici, ha permesso di rimettere insieme i suoi scritti che, su suo ordine, andarono distrutti dalla cameriera poco prima della sua morte.
Un solo amore viene evidenziato, con tanto di proposta matrimoniale, che lei non accettò mai.
Una donna fuori dal comune! Non ha lasciato immagini se non un ritratto di gioventù.
Emily Dickinson la amo molto e l’ho tradotta con passione per le Edizioni di Via del Vento. Qui citerei questa tra le mie traduzioni:
Avvertii un funerale, nel cervello
e la gente in lutto continuava a passare
avanti e indietro, avanti e indietro, finché sembrò
che il senso del tutto andasse in pezzi
e quando tutti furono seduti
la cerimonia, come un tamburo
batté e batté, finché pensai
che la mia mente s’intorpidisse
poi li sentii: sollevavano una cassa
e cigolando mi attraversarono l’anima
con quegli stessi stivali di piombo, di nuovo.
Poi lo spazio cominciò a battere rintocchi
come i cieli fossero una campana
e l’Essere Supremo solo un orecchio
e io e il silenzio fossimo una specie strana
naufraga qui, e solitaria.
Poi un’asse della ragione si spezzò:
precipitai giù e giù
un urto contro un mondo ad ogni salto
e allora si completò la conoscenza.
ho dimenticato di citare il libretto da cui ho tratto la mia traduzione:
Emily Dickinson – Sarà estate – Via del vento Edizioni 2004
Piera Mattei
Che senso possono avere queste mie annotazioni sulla poesia di Emily Dickinson, quando già tanto è stato detto e scritto? Comunque le tento, perché desidero in qualche modo razionalizzare, attraverso la riflessione e la scrittura, l’onda di piena delle emozioni che la lettura delle sue liriche mi provoca.
Che sia una grande, anzi una grandissima poetessa, balza agli occhi al primo approccio: per la fluidità, la sonorità, la musicalità dei versi; per l’originalità, la freschezza, l’immediatezza delle immagini; per la valenza filosofica, esistenziale, universale dei temi proposti.
Per quanto angusto fu il suo orizzonte fisico –visse tutta la vita, a parte brevi parentesi, a Amherst, una cittadina del Massachussetts non lontana da Boston- infinito fu al contrario il suo orizzonte spirituale, Sì, perché il paese diventa l’ombelico del mondo, la prospettiva da cui guardare all’esterno: anzi, forse proprio l’angustia, la provincialità di Amherst si trasformano in stimolo per vedere oltre: dove, a chi? Anzitutto alle creature che la circondano, delle quali condivide la sorte della vita hic et nunc, nella loro peregrinazione terrena, nella loro fatica quotidiana, negli scarsi e fuggevoli momenti di gioia e nelle ben più lunghe e complesse tribolazioni, in una girandola di estasi e sofferenza apparentemente inspiegabili, se non la soccorresse la fede tenace, seppure a volte problematica e vissuta fuori di ogni convenzione:
Per ogni istante estatico/ dobbiamo pagare un’angoscia /in netta e tremante/ proporzione all’estasi.
Per ciascuna ora amata/ crudeli spiccioli d’anni/ -centesimi amaramente contesi-/ e forzieri colmi di lacrime! (125)
[…] E poi, chi ha disposto i ponti dell’arcobaleno,/ e poi chi conosce le sfere docili/ con vimini di morbido blu?/ Che dita intrecciano la stalattite-/ chi conta le perline della notte/ per accertare che non manchi nessuna? (128)
La fede è una bella invenzione/ quando gli uomini vedono/ ma i microscopi sono più prudenti/ in caso d’emergenza. (185)
So che Egli esiste./ In qualche luogo -in silenzio-/nasconde la sua vita rara/ dal nostro occhio rozzo./
E’ il gioco di un attimo./ E’ un’imboscata amorosa-/ solo perché la gioia/ guadagni la propria sorpresa!/
Ma -dovesse il gioco/ rivelarsi dolorosamente serio-/ la gioia –si raggelasse-/ nel rigido -sguardo-della morte-
Il divertimento non parrebbe/ troppo costoso?/ Lo scherzo non sarebbe/ andato troppo oltre? (338)
Alcuni osservano la domenica andando in chiesa-/ io la osservo stando a casa-/ con un bobolink per corista/ e un frutteto per cupola-/
Alcuni osservano la domenica con paramenti- io mi metto solo le ali-/ e anziché suonare la campana per la funzione /il nostro piccolo sacrestano- canta.
Dio predica, un religioso di fama-/ e il sermone non è mai lungo,/ sicché invecedi arrivare in Cielo, alla fine-/ ci vado tutto il tempo. (324)
E sullo sfondo, il mutare delle stagioni, il trascolorare dell’estate, tanto amata, nelle brume autunnali e queste nel gelo dell’inverno, fino, nuovamente, al trionfo della luce sul buio, della vita sulla morte con l’arrivo agognato della primavera:
C’è qualcosa in un giorno d’estate/ mentre lente le sue fiaccole ardono/ che mi rende solenne./
C’è qualcosa in un mezzogiorno d’estate-/ una profondità – un azzurro – un profumo- / che trascende l’estasi. […] (122)
Sarà estate – prima o poi./ Donne –con parasoli-/uomini a passeggio – con canne d’India -/e bambine con bambole -/ coloreranno il paesaggio pallido-/ come un luminoso mazzo di fiori […]
(342)
Oltre l’autunno che i poeti cantano/ alcuni giorni prosaici/ un po’ al di qua della neve / e al di là delle nebbie-/
alcune mattine incisive-/ alcune ascetiche sere/ […] Forse uno scoiattolo rimane-/ a condividere i miei sentimenti-/ Concedimi, Signore,una mente solare-/ per sopportare la tua volontà di vento! (131)
Un’aria mutata delle colline-/ una luce tiria riempie il paese-/ un’aurora più ampia di mattina-/ un tramonto più profondo sul prato-/ un’orma di piede vermiglio-/ un dito purpureo sul pendio-/ una mosca beffarda alla finestra-/ un ragno di nuovo all’opera consueta-/ un passo più energico del galletto-/ un fiore atteso dappertutto-/ un’ascia che suona forte nei boschi-/ odore di felci su strade solitarie-/ tutto ciò e altro che non so dire-/ uno sguardo furtivo che conosci bene-/ e il mistero di Nicodemo/ l’annuale replica riceve! (143)
Già, la morte. Quanto spazio essa ha nella poesia dickensoniana! E’ lì, pronta a ghermire in ogni momento, a strappare affetti familiari e amicali, fino allo scempio di prendersi l’adorato nipote. E resta allora il vuoto, lo sbalordimento, il disincanto, il dolore senza aggettivi.
[…] Una malattia breve ma paziente- un’ora per prepararsi/ e una quaggiù stamane/ è dove stanno gli angeli (18)
Eppure, anche per lei c’è un posto nell’animo di Emily, che non conosce il rifiuto: la morte è passaggio, soglia da oltrepassare per accedere a un’altra vita, ben più luminosa e agevole di quella terrena. Perché allora l’ansia, il turbamento, la macerazione dei pensieri? Perché la dolce e risoluta ragazza è pur sempre un essere umano e la paura, il timore dell’ignoto, del non sapere come avverrà tale passaggio sono la cifra stessa della sua umanità. Sull’oltre ci sono rari dubbi o tentennamenti: il Paradiso appare quasi a portata di mano; l’unica incertezza è il suo carattere, il suo paesaggio, le presenze, angeliche, terrestri, divine che conterrà, la modalità della nostra esistenza in esso.
Così una margherita/ oggi dai campi svanì/ Così molte scarpette in punta di piedi/ andarono in Paradiso/.
Così la marea calante del giorno/ stillò bollicine purpuree/ Fiorire-scalpicciare-correre-/ Siete voi dunque con dio? (28)
Andando in Cielo! Quando non so/ e non chiedetemi come!/ In effetti sono troppo stupita/ per pensare a rispondervi1/ Andando in Cielo!/ Come suona vago! Eppure si farà/ sicuro come il gregge torna a casa la notte/ sotto la guida del pastore!/ Forse ci andate anche voi!/ Chi lo sa?/ Se doveste arrivarci prima/ tenetemi un posticino/ vicino ai due che ho perduto./La “ veste” più piccola mi andrà bene/ e una “corona” minuscola/ perché sapete che non badiamo all’abito/ quando andiamo a casa. […] (79)
Qualsiasi aspetto della natura viene indagato e descritto: insetti, uccelli, fiori sono presenti in moltissime liriche; dai pettirossi ai bobolink, dalle rose selvatiche ai lillà, dalle margherite alle genziane, dalle farfalle alle api ubriache di nettare; tutte queste piccole creature partecipano della vita degli esseri umani e la arricchiscono. Gli alberi, i ruscelli, il bosco, le radure poi sono altrettanti scenari dell’attività quotidiana o dell’esercizio del pensiero e instillano gioia, specialmente quando s’accompagnano alla luce del sole:
Il mormorio di un’ape/ una magia mi dà-/ se qualcuno chiede perché- sarebbe più facile morire-/che dire-/
Il rosso della collina/ mi toglie la volontà-/se qualcuno ride-/ attento –dio è qui-/ nient’altro./
L’aprirsi del giorno/eleva il mio grado-/ se qualcuno chiede come-/ l’artista –che così mi disegnò-/
risponda! (15)
Fammi un’immagine del sole-/ che io possa appenderla in camera-/ e far finta che mi scaldo/ quando gli altri dicono “giorno”!
Disegnami un pettirosso sul ramo –sul ramo-/ così di sentirlo- sognerò,/ e quando la canzone dei frutteti cessa-/ di fingere smetterò-/
(188)
L’amore, poi, è protagonista nel discorso poetico dickensoniano: per i familiari, verso cui non mancano garbate e ironiche note di disappunto, per l’abitudine che ha il padre di svegliare talvolta i figli in ore antelucane, interrompendo il legittimo evolversi dell’avventura onirica; per i fratelli, per la cognata, per i nipoti; ma anche per gli amici con cui divide esperienze, ricordi e affinità elettive. Ma è dirompente l’amore passionale:
Cosa darei per vedere il suo volto?/Darei – darei la mia vita –ovviamente-/ ma questo non basta!/ Aspetta un minuto – lasciami pensare!/ Darei il mio bobolink più grande!Così sono due –lui- e la ita!/ Sapete chi è giugno-/ ecco darei lui-/ rose colte ieri a Zanzibar-/ e calicidi gigli –come pozzi-/ e miglia e miglia –di api-/ canali blu/che flotte di farfalle –traversarono-/ e valli screziate di margherite -/ […]
(247)
Notti selvagge –notti selvagge- / Se io fossi con te/ notti selvagge sarebbero/ nostra voluttà!/
Futili –i venti-/per un cuore in porto -/niente più bussola-/ niente più carta!
Remando nell’Eden -/ ah! Il mare!/ se in te -stanotte-/ potessi ancorare!/
(249)
Quanto eros, quanta modernità in questi versi, nei quali Emily canta il desiderio di perdersi nell’altro, porto in cui gettare l’ancora e trovare il Paradiso terrestre!
Davvero non appare una rassegnata zitella della provincia americana dell’800…C’è in lei una forza, una sincerità, una elevazione della sensibilità e dei sentimenti all’ennesima potenza!
Perché allora quella scelta di auto recludersi, d’appartarsi dal mondo, lei che gettava continuamente ponti ai suoi simili, che coltivava i rapporti interpersonali come i fiori nei suoi vasi?
Azzardo che sia stato per moltiplicare il suo tempo, coltivare i meandri dello spirito, intessere una trama così profonda di relazioni interiori, con se stessa e con chi amava –anche se la sua opera sarebbe stata postuma (pure questa una scelta ponderata!)- da impegnare in tale mission tutte le sue energie, senza disperderle nella banalità di una vita convenzionale.
In questa scelta estrema mi ricorda Proust, che per concentrarsi e ultimare la sua Recherche si fa insonorizzare le pareti della sua camera di sughero. Follia?! Per noi, forse, non per queste personalità eccezionali.
Probabilmente questa è stata la condizione estrema per sondare tutti gli abissi del suo spirito e renderne partecipi le generazioni a venire. Grande Emily, sacerdotessa della poesia e della vita, come la sua veste bianca suggeriva! Senza di lei saremmo più orfane/i e sole/i.
Grazie, Piera, per il tuo contributo!
Ha una solitudine lo spazio- E.Dickinson
Ha una solitudine lo spazio
Solitudine il mare
Solitudine la morte
Ma queste saranno compagnie
in confronto a quel punto più profondo
segretezza polare
un’anima davanti a se stessa:
infinità finita.
Le sponde di due rive, lontane eppure vicine a volte perchè racchiudono le stesse acque, in un continuo e incessante divenire. Il finito e l’infinito si fondono per accogliere e trascinare i pensieri fino al mare, un’anima che non ha confini materiali. Proprio tra questi due estremi la poesia di Emily scolpisce i sentimenti, modella i versi e come uno specchio riflette quella luce che dilata il respiro poetico e ne coglie il messaggio più vero e significativo. Una tensione evocativa che appare scarna ed essenziale ma forte e vitale al punto da fondere tutti i colori in una sola tonalità, quel bianco che la poetessa ha scelto per vestire il suo corpo, quasi una bandiera di purezza, di innocenza e di verità.
E se dicessi ” Non aspetterò? Se rompessi il cancello della carne- e riuscissi a fuggire- fino da te!
Quasi imprigionata in una gabbia la poetessa desidera sfuggire dal “cancello della carne” , abbandonare i legami terreni e tendere verso l’alto. E’ indubbio come la sua vita sia stata una lunga attesa, un peso dal quale liberarsi, un passaggio per attingere alla luce dello spirito. Osservatrice acuta e minuziosa della realtà quotidiana riesce a cogliere nelle piccole cose gli interrogativi sul fine e il significato della vita stessa.
Forse una analisi psicologica della sua personalità non le renderebbe merito perchè l’aspetto contemplativo della sua esistenza è diventato motivo di rinuncia e isolamento dagli altri, i sentimenti un “ricamo” sul quale disegnare e idealizzare l’incorporea felicità.
Il mio ricordo più intenso riguardo a Emily Dickinson è legato… a un film che ho molto amato (tratto peraltro da un romanzo): “La scelta di Sophie”. In una scena Sophie, che parla male l’inglese, tenta di informarsi sulla Dickinson in una biblioteca ma poiché pronuncia male il suo nome viene maltrattata da un commesso scortese e alla fine… sviene. E nel film è ampiamente citata questa stupenda poesia:
Ampio fa’ questo Letto,
Fa’ questo Letto con Reverenza -
In esso, aspetta finché il Giudizio Prorompa
Eccellente, e Giusto -
Sia il Materasso spianato -
Sia il Cuscino rotondo -
Non lasciare che il Giallo rumore dell’Alba
Interrompa questo suolo -
Un grande abbraccio a tutte, Rita
Un contributo (mi auguro suggerimenti da chi ha migliorie da proporre). Spero di essere utile. Almeno a chi prediliga le versioni interlineari, le traduzioni più possibile letterali: per cercare la poesia nella v.o. La mia vuol essere anche una testimonianza, a me sembra di poter penetrare meglio nel tessuto altrui. Chi ama la poesia ha tempo per imparare qualche lingua! da autodidatta e direttamente dal testo (come dimostra la scienza della didattica). LA TRADUZIONE DOVREBBE ESSERE SEMPRE A SCOPO DIDATTICO, per imparare una lingua. La mia vuol essere solo un aiuto a LEGGERE IN LINGUA. In questo caso con molte più buone ragioni che in altri, per la novità della lingua. Le maiuscole e i trattini devono essere mantenuti aldilà della nostra comprensione, e dove è possibile, anche la plurisemanticità dell’inglese oltre che della Nostra. Bisogna inoltre tener presente che in inglese l’uso dell’articolo, sia determinato che non, non si equivale all’uso in italiano.
La mia sensazione è che Emily Dickinson, molto precisa, lasci il più possibile ‘indefinito’ per dare spicco assoluto a quanto invece le interessa definire.
Questo si ricava dalla lingua, ma vale certo in senso metaforico e si collega al Vostro tema!
segue invio di 27 poesie
Complimenti a tutte voi, per aver approfondito una tematica così complessa.
Sicuramente poter leggere in lingua originale il testo poetico, è auspicabile, ma credo che la traduzione in lingua italiana, sia stata molto curata.
Molto è stato scritto, molto è stato commentato sulla Dickinson. Quello che ritengo importante sottolineare è che per la poetessa “La poesia non è oggetto bensì strumento di comunicazione” e che le sue poesie, scritte e riscritte più volte, pur essendo complesse, hanno il potere di penetrare l’animo umano. Dicono che soffrisse di agorafobia e che avesse il timore di non poter lasciare i propri cari, per la paura di non ritrovarli in vita.
Forse era consapevole di non poter essere compresa nell’epoca in cui lei trascorse i suoi cinquantasei anni.
Riporto l’ultima strofa 348
Ciascuno mi saluta, passando,
ed io, le mie piume infantili
sollevo, in dolente risposta
ai loro tamburi sbadati
Emily Dickinson
(da Dickinson Poesie, Oscar Mondadori)
Mi si forma Dio tra le mani quando leggo Emily.
.
L’ho cercato tra gli amanti, tra gli amori e le prime albe, l’ho cercato nei profumi e nei canti senza terra, l’ho cercato per errore e per incoscienza. L’ho visto passare negli occhi dei bambini e a ogni inizio, l’ho raccolto lungo l’onda e prima della notte, l’ho imprecato e l’ho disperato, per troppa presenza, per troppa assenza. Lui è così.
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Allora vado da Emily, come si va a casa di un’amica cara, mi seggo e l’ascolto e la guardo perché lei è bella.
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Mi lascio consolare dalle sue parole, calmare il cuore, rinnovare i desideri, chiederle il vassoio della fede, quello che lei porge naturalmente, apostata del mondo e dei suoi rumori:
.
Lo Stimolo, di vedere al di là
Della Tomba il Suo Volto
Mi sostiene come Gocce imperiali
Offerte Giorno per Giorno
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Me ne vado, torno al sangue che mi pulsa e alla febbre della vita, odoro tutti gli odori, nascondo le infermità, cerco per pulsione la radice straniera della perfezione, mi danno e mi elevo su questa terra dai molteplici giri che svuota e colma amore.
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Torno ritorno da lei mi seggo e l’ascolto e la guardo perché lei è bella.
.
Se l’esigua lunghezza della vita
Sottolineasse la sua dolcezza,
Gli uomini che ogni giorno vivono
Sarebbero così immersi nella gioia
Che s’incepperebbero gli ingranaggi
Di quella roteante ragione
La cui esoterica cinghia
Protegge il nostro equlibrio
.
Entro nella stanza di Emily, con i profumi di sempre, e rimango immobile, come lei e imparo da quel fermo la sommossa dell’universo, le grida delle stelle, le cadute degli angeli, il pianto dei vecchi, le rime intime di Dio.
Rimango lì e ascolto.
Due donne in una stanza.
” Io canto per riempire l’attesa
annodarmi la cuffia,
richiudere la porta di casa,
nient’altro mi resta da fare,
finchè risuoni vicino il suo passo
e insieme si cammini verso il giorno
narrandoci a vicenda come abbiamo cantato
per scacciare la tenebra.”
E’ la poesia che sparge sentimento come seme destinato a dare frutti assorbendo lentamente la forza necessaria dalla terra per crescere e tendere sempre verso l’alto. La concretezza quasi infantile della poesia sembra ingigantire pian piano una voce sommessa ma limpida che offre, con una semplicità quasi disadorna, il respiro profondo dei sentimenti più veri. ” Io canto per riempire l’attesa” è una voce dai toni caldi e pacati che accompagnerà la poetessa per tutta la vita, una esistenza umile e riservata, nutrita e sostenuta sempre dalle immagini della natura, una natura amica che riscalda il cuore e accoglie luci ed ombre, la vita e la morte, per dare un respiro forte e vigoroso all’anima.
Laura Alberico
La finitezza infinita…chi la spiega?????Buon otto marzo!!!
e la ” IllocalitY” della mente non misurabile ????
MPia Quintavalla
Su Emily Dickinson si puo’ anche leggere su Flannery:
http://flanneryblog.wordpress.com/2010/05/23/emily-dickinson-angelo-del-silenzio/