di TEA RANNO
I meridionali, si sa, sono poco affidabili. Mai ligi all’orario, irriverenti sempre verso le regole d’una civile, cronometrica, milanese scansione della giornata. Questo, più o meno, il senso d’una battuta che la persona con la quale ho appuntamento s’è consentita a una conferenza, tentando (”impossibili, ve l’assicuro”), raffronti tra scuole di scrittura meridionali e settentrionali.
Sono siciliana. Più perversa d’un orologio svizzero. E siccome il diavolo può infilarcelo sempre il suo zampino e fottere pure uno svizzero, ecco che gioco d’anticipo e spacco il secondo.
Appuntamento alle nove. Già in strada alle sette e mezza. Ogni imprevisto ampiamente fronteggiabile. Difatti sono a Piazza del Popolo alle otto e un quarto. Mi resta da percorrere un centinaio di metri lungo via di Ripetta. Lo faccio passo passo, senza nulla recepire del fascino della piazza in questa limpida, ventosa, mattinata di giugno.
La gamba ancora mi duole a seguito dell’incidente che m’ha inchiodata in ospedale per due mesi. Non è questo il momento migliore per andare, sono ancora troppo debole, inetta a sguainare i coltelli del contraddittorio nel caso ce ne fosse bisogno. Ma la signora – un editor di fama – è disponibile soltanto stamani, dalle nove alle nove e mezza, “puntuale” ha precisato “altrimenti l’incontro slitta a settembre”.
No, settembre no. Le ho inviato la mia prima storia di oltre cento pagine e fremo per sentire il responso. Abbiamo avuto brevi approcci telefonici. Lei gentile, il tono interessato di chi mostra autentica curiosità per gli scritti d’esordienti. E poi, non ha forse selezionato uno dei miei racconti per la pubblicazione?
Giungo al luogo che m’ha indicato. E sono, soltanto, le otto e mezza.
Non sono entrata alle nove – sebbene meridionale – per consentirmi quei cinque minuti di decenza che non facciano sentire all’altro il fiato mio sul collo. E già mi pento. Mi avvicino alla portineria, chiedo di lei: “La conosce?”
“No” e il ragazzo mi guida attraverso alcune sale.
La signora attende la colazione. Jeans, pullover blu e camicia bianca, pochi capelli scuri sulle spalle e piccoli occhi turchese. Sorride: “Non le dispiace, vero?”. Che faccia colazione? Aspetterò. No, no, alle dieci dev’essere già altrove.
Ci sediamo a un tavolo, piccolo, tondo. Mi chiedo come farà a contenere il piattino e la tazza col caffellatte, il vassoio con due cornetti, e il mio scritto. Infatti non ci stanno. Traballa la tazza: “Oh, scusi”. Batte il cucchiaino contro la zuccheriera e granella bianca si sparge sulla copertina: “Mi spiace”. Apro il dattiloscritto e i tovaglioli crollano per terra.
“Gradisce”.
“No, grazie”.
Friabilissimo questo cornetto. Non ha ancora finito di morderlo che già le briciole spiovono sulle pagine. Le scosta via col braccio. Quindi, la bocca piena, avvia la conversazione. Naturalmente parlando di sé: “L’editor, sa, è come lo specchio per un autore. Lo mette a nudo, l’induce a confrontarsi spietatamente con se stesso”.
La gamba mi fa male. Dovrei distendermi, prendere un Aulin. Invece sto qui. E il tempo stringe. M’aspetto che tiri fuori una scheda. Quanto meno una scheda di lettura. E ripenso all’assegno, lire seicentododicimila, che l’ottobre scorso le ho inviato insieme allo scritto.
Sta bevendo il cappuccino. Alcune gocce dal contorno stellato cadono a macchiare pagina diciotto. Altre briciole s’aggiungono a quelle che già sporcano il piano del tavolo.
Poi, l’occhio all’orologio: “Uh, ma è tardissimo. Dunque. Questa vicenda che lei narra è…” non le viene la parola. Mi guarda puntandomi in faccia le pietruzze degli occhi. “Uhm, è… altalenante. Ecco. Alcune pagine buone, altre meno. L’intreccio, ecco, l’intreccio non convince. E la scrittura, poi. Da liceale… stentata”.
Manda giù un altro sorso di cappuccino. Sospira. Quello che doveva dire l’ha detto e se ne torna, famelica, al suo pasto.
Sfoglio le pagine. Neppure un rilievo, un segno di matita.
“Ma… e le lettere tra Fabia e Lucia?”
Oh, le lettere sono bellissime”.
“E l’incontro con Giacomo?”
“Buono”.
“Il porto, la marina?”
“Ah, sì, bello”.
Non capisco: “Scusi, cos’è che non va”.
“Tutto. Tutto il resto”.
Alza la mano, sorride a un uomo che sta venendo verso di noi. S’abbracciano.
“La signora è una scrittrice” dice presentandomi.
Ridono. “Ti aspetto fuori” e l’uomo se ne torna verso la portineria.
Sono le nove e mezza. La signora si fa improvvisamente seria, professionale. Il tempo è scaduto.
“Vale la pena di rimetterci le mani?” ho la bocca secca.
“Le mani? No, no. Meglio di no. A volte, sa, bisogna chiederselo cosa si vuole fare nella vita. Lei perché scrive? Se l’è mai chiesto? Perché quest’hobby? L’editor è proprio lo specchio dello scrittore. E a volte, proprio di fronte a un editor, è bene che lo scrittore si chieda se non sia il caso di smettere con la scrittura e dedicarsi ad altro”.
E sorridendo finisce di sorbire quel residuo di cappuccino in fondo alla tazza.
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TEA RANNO
Nata a Melilli (SR) nel 1963 e da anni residente a Roma, laureata in giurisprudenza, Tea Ranno ha esordito nel 2006 con Cenere (E/O), un romanzo di grande spessore, ambientato nel Seicento, al tempo della Santa Inquisizione, a cui dopo poco più di un anno ha fatto seguito una straordinaria opera narrativa, In una lingua che non so più dire (E/O), in cui si è confermata scrittrice di rango, capace di elaborare una scrittura molto aderente alle cose, sorretta da un dettato denso e ricco di immagini, di colori e di suoni, in cui si riverbera in filigrana anche una forte, ineludibile tensione morale.
Diffidare sempre da chi chiede soldi, non si fa altro che incrementare il sottobosco culturale: editori i quali altro non sono che tipografi un po’ più intelligenti: pseudo-agenzie letterarie, corsi di scrittura per attempate signore, promotori vari e mercanti di sogni.
Racconto ben scritto, bellissimo e toccante, che con amarezza descrive emozioni che ho provato spesso…e che condivido.
I sogni e le incertezze, i desideri e la bellezza, parole che l’anima non risparmia nel mondo che vive di specchi. Brava!
Brava Tea!
Mi è piaciuto molto il tuo stile immediato e di efficace presa sul lettore.
Sì, anche io mi sono rivista in una scena che probabilmente accadrà anche a me. Fortunatamente chi ha talento, ha anche un’energia interiore che permette, in qualche modo, di arrivare attraverso altre vie.
Sto provando anche io e certo non è facile. So che occorre un grande lavoro di scrittura e alla base c’è il talento. Non si può essere presuntuosi, ma determinati a crescere da tutti i punti di vista.
In bocca al lupo per tutto ciò che desideri. Complimenti!
Ciao!
Maristella Angeli
Mi associo, bravissima Tea!
Se mai dovessi imbattere in situazione simile, da vera meridionale quale mi ritrovo, aggiungerei un risvolto caratteriale, da completare nella descrizione dell’editor sui meridionali, volto a dimostrare che se hanno ragione “si incazzano”
Complimenti da Giusi
Carissima Tea,
esperienze simili capitano come in amore, quando la passione è troppo forte e ci fa sbagliare… meno male che l’amore per noi stessi e il senso della dignità ci fanno riveder le stelle!
Quello che fa male è l’approfittare dei sogni altrui, il deludere ingannando, mentire sapendo di mentire.
Comunque la tua “editor” non ci ha visto proprio giusto… tu sei una scrittrice, e brava pure!
Grazie a te Maria e grazie a Salvo, Stefania, Alessandra, Maristella, Giusi, Maria Lucia.
Cornetto e cappuccino risale a molti anni fa. La vicenda raccontata è completamente vera (stessi luoghi, stessa dinamica dell’incontro, stesso “famelico” pasto), l”unica differenza riguarda il tipo di malessere da cui ero affetta: non un intervento alla gamba ma un cesareo dopo una gravidanza difficilissima e diversi mesi di ricovero in ospedale.
Il disagio fisico non è un elemento irrilevante nel racconto: fossi stata più forte avrei potuto ribadire le mie ragioni e pretendere quel di più di attenzione (di educazione?) che impone un rapporto di lavoro (prestazione d’opera in cambio di corrispettivo).
Nel racconto ho voluto mettere in risalto la maleducazione, quel mangiare senza ritegno davanti a me che stavo aspettando un responso tecnico, quella battuta a sfottò: “La signora è una scrittrice” e poi la risatina, quel modo così arrogante di vendere la propria condiscendenza. E poi la presunzione nel dire: “Ma perché quest’hobby? Faccia altro”.
Se avessi seguito il suo consiglio non avrei dovuto più scrivere. Invece stavo già lavorando a “In una lingua che non so più dire”, e un qualche anno dopo sarebbe stato pubblicato “Cenere” (che, solo per dire: è arrivato finalista al Calvino, finalista al Berto opera prima, ha vinto il Chianti, ha vinto il Mangialibri come miglior libro dell’anno, ha avuto splendide recensioni di cui una pagina intera su Elle da Natalia Aspesi, e adesso è usato come libro di narrativa in diversi licei).
Ecco. Cornetto e cappuccino è nato dalla rabbia che viene spesso quando si torna indietro con la mente e ci si imbatte in ricordi che continuano a fare male. L’ho scritto diversi anni dopo (Cenere era già stato pubblicato) su suggerimento di una amica editor: “Questa storia deve venire fuori” mi ha detto. E così l’ho scritta. Perché si sappia che dietro un nome famoso si può nascondere superficialità e disinteresse,
che spesso la vera professionalità va a farsi benedire davanti a esordienti che a priori sono giudicati “cosette”, nulla di che.
E un invito alla caparbietà, alla volontà di perfezionarsi, sempre migliorarsi, affinando la lingua, modulando la propria voce, coltivando un proprio stile, un’impronta che nel chiacchiericcio generale può diventare riconoscibilissima.
Tea
Una sola parola. Grazie, Tea!
Brava Tea…
Grazie Tea,
ti conosco da un attimo e mi sei già simpatica, cercherò i tuoi romanzi per leggerli.
Grazie, perché in poche righe ci hai fatto sorridere di questa intricata giungla del mondo editoriale nel quale ci siamo imbattute tutte noi “esordienti”. E’ una realtà difficile, piena di insidie e risvolti amari, ma sentirsi meno sole aiuta molto!
Elvira Siringo
Della scrittrice Tea Ranno è possibile leggere su Flannery:
il post dedicato al suo romanzo “In una lingua che non so più dire”:
http://flanneryblog.wordpress.com/2009/12/14/in-una-lingua-che-non-so-piu-dire-di-tea-ranno/
l’intervista a cura di Salvo Zappulla:
http://flanneryblog.wordpress.com/2010/05/08/come-la-polvere-che-ti-scivola-dentro-il-pugno-intervista-alla-scrittrice-tea-ranno/