Julia Kristeva folgorata sulla via di Teresa d’Avila


kristevacopdi GABRIELLA BOSCO

“Ave Teresa, donna senza frontiere, fisica erotica isterica epilettica, che ti fai verbo, che ti fai carne, che ti sfai in te fuori di te…”. Le parole di questa preghiera che sostituisce a Maria la carmelitana Teresa, la guerriera d’Avila, scaturiscono al galoppo dalla penna insospettabile di un’atea convinta, figlia dei Lumi, semiologa, psicanalista, intellettuale, romanziera, bulgaro-francese-europea. Sorprendentemente, dalla penna di Julia Kristeva: che fu maoista quel dì, o per lo meno questo di lei si disse nel ‘74 quando con Barthes e alcuni altri compagni di strada, tra i quali il marito, Philippe Sollers, altrettanto maoista – o per lo meno questo di lui si disse quando con Barthes e alcuni altri compagni di strada, tra i quali la moglie, Julia Kristeva… – quando insomma tutti insieme, politicamente impegnati nell’ottica della sovversione rivoluzionaria mirata al linguaggio e alla società, partirono per la Cina. In seguito, delusi dall’esperienza, avrebbero negato (attenzione! non «rinnegato») la tentazione cinese, e invece riaffermato la sovversione, che si sarebbe ampiamente riversata in un’esperienza assai più pregnante: la scrittura come costruzione di sé attraverso lo sregolamento dei sensi lui, il lavoro strenuo sul piano della ricerca teorica e della pratica psicanalitica lei, che aveva seguito i seminari di Lacan.

E qui ci si chiede: da dove mai spunta fuori non già l’interesse della studiosa, e neppure la curiosità clinica della terapeuta, bensì esplicitamente la passione profonda e totale di Julia per Teresa?

Il libro, un tomo di quasi 800 pagine che si presenta con l’etichetta del récit (racconto) e ha il passo deciso del romanzo, s’intitola senza equivoci Thérèse mon amour. Protagonista ne è Sylvia Bataille (!), psicanalista di mestiere, chiaro alter ego dell’autrice, che, come l’autrice, cade in un tempestoso trasporto per la santa. Cura pazienti travolti dai più vari e drammatici mali d’amore – carenze affettive di ordine intimo, sessuale sociale o politico – e parallelamente scopre una donna che al di là dei secoli le rivela attraverso i suoi scritti la forma d’amore più forte di tutte, quello per Dio dentro di sé: in altre parole, la fede vissuta come autoterapia.

In copertina c’è la statua di Santa Teresa del Bernini, la donna trafitta dal dardo dell’angelo in evidente stato di orgasmo totale. È il primo indizio: la stessa copertina figura sul Seminario di Lacan intitolato Ancora, che tratta del godimento femminile, in particolare di quest’ultimo visto nei suoi rapporti con il Grande Altro. L’unica immagine che Julia Kristeva avesse della santa, prima. Quando sei anni fa un editore le chiese di scrivere un libro su uno dei grandi maestri della spiritualità occidentale e lei si vide rifiutata la proposta di Anna Comnena, quell’immagine le riaffiorò alla memoria. Ma, primo ostacolo: poteva parlarle una donna tanto lontana e tanto diversa? Ci sono voluti questi sei anni, dal 2002 al mese scorso, per maturare e poi compiere la «svolta».

Certo, poteva parlarle perché Santa Teresa è moderna, se non addirittura postmoderna, nel suo approccio al problema del religioso. Leggendone gli scritti, Kristeva ha scoperto una donna capace di interiorizzare la sua fede, di farne una questione profondamente intima, e allo stesso tempo globalmente sensuale. Isterica, aveva detto Freud. Termine scientificamente corretto. Ma in grado di elaborare il suo disturbo attraverso il linguaggio, e di arrivare con il racconto della propria esperienza a sublimare il possesso dell’Amato inglobandolo in sé, e godendone in ogni parte del corpo. Una soluzione, insomma, che portò Santa Teresa a produrre un’opera letteraria di estremo interesse e contemporaneamente ad assumere un ruolo politico nella Chiesa del tempo. Così come la Santa aveva avuto bisogno dell’immaginazione – esta fictión dice nel testo – per raggiungere il suo scopo, allo stesso modo Kristeva si è trovata costretta alla forma «romanzo» per trasmettere a noi il senso di quell’esperienza.

Tutto sta (o comunque molto) nelle origini giudaico cristiane di Santa Teresa d’Avila. Figlia di padre converso, nella Spagna d’inizio Cinquecento, e di madre cristiana, visse in famiglia le ansie e i processi per i parenti (padre e nonno) sospetti di «giudeizzare». Allo stesso modo Kristeva, nella Bulgaria degli anni Cinquanta, visse in famiglia i contrasti tra padre cattolico e madre darwiniana. L’odierna crisi di identità che vive il soggetto confrontato alle mille contraddizioni del villaggio globale porta con sé, pensa Julia Kristeva, un ritorno del religioso che però deve inevitabilmente scavalcare il filo rotto della tradizione. Dopo le due tappe novecentesche della modernità normativa (Levinas) e della modernità critica (Kafka, Benjamin, Harendt), Kristeva si sente coinvolta in quella che lei chiama la fase della modernità analitica: un risveglio interiore che assume la forma di creatività specifiche e individuali incaricate di fare il punto su debiti e distanze rispetto alla nostra tripla eredità – dice – ebrea, cristiana e greca, cui si aggiunge l’innesto musulmano. A libro concluso, Kristeva si riafferma atea. Ma non prima di aver inviato una lettera rispettosa e complice a un altro suo fratello (lui più mentale): Diderot. Del quale racconta che un giorno fu trovato in lacrime dall’amico Grimm. Perché piangi? gli chiese Grimm. «Non mi consolo di un racconto che mi faccio», avrebbe risposto Diderot. Non riusciva a concludere il suo romanzo anticattolico La Religiosa. Un po’ come Flaubert con Emma e Julia con Teresa, anche Diderot aveva finito per immedesimarsi nella sua protagonista.

(c) “LA STAMPA” – 11/6/2008 (7:15) – Julia Kristeva l’estasi della maoista

11 responses on “Julia Kristeva folgorata sulla via di Teresa d’Avila

  1. Carissime amiche e carissimi amici di Flannery,

    che cosa hanno in comune una semiologa di formazione atea e il Dottore della Chiesa che ha scalato le vette della mistica cristiana?

    Julia Kristeva e Teresa d’Avila: un incontro fatale sulle sponde della riflessione interiore e sull’orlo appena sfiorato dell’estasi…

    Intervenite con i vostri commenti, l’argomento e’ estremamente interessante e sfaccettato.

  2. Cristiana Dobner ha scritto un articolo molto bello su questo incontro fra Julia Kristeva e Teresa d’Avila che ha dato poi origine a questo libro singolare.

    Ve ne riporto il testo:

    “In effetti ho iniziato a scrivere un libro, un misto tra romanzo e saggio, su Teresa d’Avila che mi assorbe molto e del quale non so se vedrò un giorno la pubblicazione”, così Julia Kristeva a Parigi il 18 ottobre 2006 nel corso di un’intervista con l’editore Donzelli. Il libro ormai lo teniamo fra le mani ancora fresco d’inchiostro e porta l’accattivante titolo Thérèse mon amour (Paris, Fayard, 2008, pagine 750, euro 29,40) dopo sei anni di letture ed elaborazioni.

    Proseguiva l’autrice: “Come riassumerle le quasi mille pagine accumulate nel mio computer, in cui cerco di incontrare questa donna?”.

    In realtà le pagine si sono “ridotte” a settecento… ma rimane l’arduo compito di esplorare e di capire “l’incontro” nel contesto preciso della vita personale e culturale di Julia Kristeva, perché “da quando è apparsa nel vagabondaggio delle mie notti sottomarine, e si è imposta par défault nel mio discorso, Teresa non cessa d’invadermi in ogni istante”.

    In questa irruzione al femminile era già stata coinvolta anche Hannah Arendt, considerata da sempre come una compagna di vita, senza tuttavia che Julia Kristeva pensasse di scriverne un saggio. Se Hannah Arendt, amata per la sua capacità riflessiva e il cosmopolitismo, insorgeva contro il totalitarismo in nome della vita, della “irresistibile” capacità di sopravvivere e radicarsi nella “felicità” di pensare e di giudicare, l’irruzione di Teresa di Gesù che cosa ha apportato di più o di diverso? Anche la sola scorsa all’incipitario del volume fa comprendere come fra le due donne si sia venuto intessendo un raccordo vivo, un rapporto che evidenzia diversi modi di esistenza registrati in tempi diversi ma che si intersecano, si richiamano: fiamme reciprocamente lambenti. La traversata letteraria dell’autrice, nello stato bifido del corpo e dello spirito, può lasciarlo trasparire: ella predilige lavorare sull’interfaccia di temi ed argomenti contigui, affini e dissimili. Da questa opzione, probabilmente, nasce anche il genere “misto” della sua ricerca che, come esordio le fece pubblicare “I samurai” – con riferimento implicito a “I mandarini” di Simone de Beauvoir – in cui racconta con il modulo romanzesco la storia e la cronaca della sua generazione intellettuale. I mistici guerrieri furono scelti quale emblema perché, quella di Julia Kristeva “è una generazione affascinata dalla ricerca del senso della vita persino nella morte, indotta dalla propria estrema gioia di vivere a considerare la vita come un’arte marziale”.

    Imboccata questa strada scrittoria, la Kristeva non l’abbandona più e la cascata delle opere gorgoglia senza posa. Thérèse mon amour si ricollega a questo genere letterario, non però come romanzo chiave in cui i personaggi vadano riconosciuti sotto le diverse spoglie nelle quali la scrittrice li descrive e presenta, ma esplicitamente. Infatti Teresa e Julia si confrontano, anche se quest’ultima porta il nome di Sylvia.

    Se conosciamo Teresa di Gesù, forse qualche vuoto circonda la conoscenza di Julia Kristeva – in I Samurai celata dal nome Olga – peraltro definita a chiare lettere da un amico: “Siete appassionante, precisa, s’intende, è indispensabile, ma, soprattutto, potente, ho detto proprio: potente. Un bulldozer! È la verità. Olga, siete un bullzoder”.

    Chi o che cosa cerca Julia in questo scritto empatico? Prima ancora però chi è Julia Kristeva? Kristeva – cioè della Croce! – è bulgara di nascita, vincitrice di una borsa di studio e autoesiliatasi nel 1965 a Parigi a ventiquattro anni, divenuta francese di nazionalità ma americana d’adozione. Bulgaria per lei significa sofferenza, assumendo il francese e dominandolo, ella non ha perduto la sua lingua materna e vive sul crocicchio di due lingue e, ad onor del vero, di più lingue. Partita dagli studi filosofici e letterari, la giovane ha sviluppato un’interfaccia poliedrica: giornalista, psicanalista, semiotica (nella sua tipica accezione), romanziera e madre di David, gravato da una malattia neurologica, che l’ha resa sensibile ed attenta alla sofferenza e ai portatori di handicap, tanto da diventare la presidente del Conseil National Handicap.

    Ancor giovane fu notata quale membro qualificato della corrente strutturalista francese e del gruppo “TQ” che aveva raccolto il legato dei formalisti russi degli anni Venti, sviluppato successivamente dal Circolo linguistico di Praga e da Jakobson.

    Una figura di donna, Sylvia Leclerq, è l’io narrante della faccia del romanzo/saggio ora preso in esame, ma Julia Kristeva è la faccia corrispettiva del saggio? Oppure l’autrice è un Giano bifronte, nel tipico gioco degli specchi richiesto dalle due diverse modalità letterarie che si intersecano e, più profondamente ancora, nel gioco di specchi tra divino e umano?

    Sylvia non è credente proprio come non è credente Julia, ovvero atea, tuttavia è magnetizzata dalla mistica, intesa come termine verbale e come persona che sperimenta il contatto con Dio. La posizione verso la fede è la stessa Kristeva a spiegarla nel corso di quella conferenza agli allievi dell’École Sainte-Geneviève e intitolata “In principio era l’amore. Psicanalisi e fede”: “Non sono credente, e quando la famiglia di credenti di cui facevo parte ha cercato, forse senza troppo fervore, di trasmettermi la sua fede, ricordo di non averle opposto una incredulità edipica in segno di rifiuto dei valori famigliari. Nell’adolescenza, periodo durante il quale i personaggi di Dostoevskij cominciavano ad impressionarmi con la violenza del loro misticismo tragico, ho tentato, di fronte all’icona della Vergine che troneggiava sopra il mio letto, di accedere a quella fede che la mia educazione laica trattava con ironia, o ignorava semplicemente, più che combatterla. Cercavo di raggiungere il luogo enigmatico di quell’al di là pieno di dolce sofferenza e di grazia misteriosa che mi era rivelato dall’iconografia bizantina. Niente scattava, e pensai dunque che la fede dovesse prodursi in seguito a prove faticose che appunto mi mancavano, forse era proprio quella mancanza a sbarrarmi la strada verso la fede”.

    Il padre, ortodosso, fece sperimentare la forza di resistenza, insita nella sua fede, alla figlia: per il mistero; per le celebrazioni che “imprimono in noi l’impressione che non siamo di questo mondo”, certezza non razionale ma vibrante.

    Julia Kristeva è innervata da un interrogativo, peraltro genuino e documentabile, che conclude la sua esposizione della fede cristiana: “Chi in Occidente, crede, a tutti questi elementi il cui insieme indissolubilmente costituisce un sistema di mirabile coerenza logica?”.

    Da questa sua posizione adolescenziale, divenuta poi ateismo vissuto e praticato, ella tuttavia riconosce un’alterità che si celebra “con il nome di Dio in noi, o, per dirlo diversamente, l’Altro è in noi”. L’accezione tuttavia di Dio e anche la sua dinamica di presenza alla persona non è quella del cristianesimo. Oggi – osserva Kristeva – manca il legame, tipico del cristianesimo, “l’Amore del Padre ideale”. L’amore dell’Altro si può interiorizzare, avviene allora il processo “dell’alchimia amorosa della fede” che trasforma “la trascendenza in immanenza”. Da qui il fascino di Teresa: “L’infinito è in lei e in ogni cosa”.

    Per la carmelitana però la scoperta non conduce a pensarsi abitata da Altro che si rivela come se stessa con il mistero della sua vita psichica, ma alla scoperta che il gran Re desidera abitare e dimorare nella persona umana.

    Julia Kristeva possiede una sua ottica precisa della psicanalisi: “Per alcuni è una nuova religione; per altri, ciarlataneria alla moda. Per me, è l’unica maniera di essere vera. Le grandi parole, a prima vista”. Una terapeuta d’anime quindi che passa costantemente la frontiera fra corpo, anima e spirito delle persone che le si affidano per compiere il viaggio dell’analisi. Da questa prolungata esperienza sgorga la finezza della percezione introspettiva di stati d’animo, scarti interiori e progressi di maturazione personale. Una donna capace di conoscere anche da dietro alle spalle.

    Julia Kristeva viene additata, soprattutto negli Usa, come un’icona del femminismo, tuttavia ella non si ritiene una femminista ma “scotista”, cioè seguace del pensiero di Duns Scoto, per quanto strana quest’affermazione possa suonare, e scrutatrice del genio femminile, cioè delle personalità fuori misura. Ed è convinta che l’ultima conquista dei diritti dell’uomo e della donna sia proprio l’ideale di Duns Scoto, così facendo si riporta al filosofo della fine del xiii secolo, con l’attenzione accordata all’affermazione della singolarità della persona, detta ecceitas. Il genio non è altro che la versione più completa, più seducente e più feconda della ecceitas, in un dato momento storico e capace, solo in queste condizioni, di potersi iscrivere nella durata e nell’universale.

    Julia Kristeva prende le distanza sia da Freud sia da Lacan e si colloca invece nella scia di Melanie Klein, sottolineando la funzione materna, la cui importanza si esprime nello sviluppo della soggettività e nell’accesso alla cultura e al linguaggio.

    La sua riflessione psicanalitica scende fino allo sviluppo primo della soggettività, ancora antecedente alla fase edipica descritta da Freud e a quella detta da Lacan mirror stage. È interessata al linguaggio, ma anche a quanto sta dietro il linguaggio e da questo non è filtrato, l’eterogeneità: l’esperienza di amore, abiezione, orrore. Tutto questo magma, per la Kristeva, è semiotico in relazione al simbolico; ritiene perciò di poter fondare una sua teoresi di semiotica in cui ne critica il concetto stesso. È la psicoanalisi che deve rimettere in questione la persona, il soggetto che parla e comprenderne i modi di significazione nello svolgersi della storia. Propone quindi una teoria in cui connette mente e corpo, cultura e natura, psychè e sòma, materia e rappresentazione.

    Con alcuni membri di “TQ” Julia Kristeva soggiornò in Cina per tre settimane nel 1974 con l’intento di osservare la donna e le donne cinesi, con uno sguardo però ben più ampio sulla donna in se stessa, sull’accentuazione della differenza fra i due sessi, portatrice di una creatività da parte delle donne. Si nasce uomo o donna condizionati dal programma biologico e dal destino fisiologico, tuttavia, essendo parlanti, è determinante il destino simbolico, che imprime e determina il genere uomo o donna con e attraverso il sesso biologico. Si nasce femmina ma si diventa io, soggetto femmina.

    Nell’ottica di Julia Kristeva il monoteismo patriarcale dell’ebraismo trionfò sulla fertilità assunta dalle altre religioni, riducendo la donna all’”altro silente” nell’ordine simbolico. Successivamente, il cristianesimo sottolineò la verginità e il martirio e la maternità venne letta come segno di gioia, mentre il piacere associato con il corpo femminile dovette essere represso.

    Perché Julia Kristeva si serve del termine passione e non di funzione? La via migliore per comprenderne il quadro semantico la si trova nel paragone con la maternità intesa non come un istinto, perché non si riduce al “desiderio del figlio”, ma come una “riconquista che dura tutta la vita e anche più in là”. Passione appunto. Nel senso in cui le emozioni -attaccamento e aggressività nei confronti del feto, del neonato, del bambino – si trasformano in amore (idealizzazione, progetto di vita nel tempo, oblazione di sé) con il correlato di odio più o meno attenuato. Si può qualificare moderna l’interpretazione di Julia Kristeva? La sua accezione di grazia e di spiritualità emana da quella di Teresa di Gesù?

    La Kristeva ritrova nella religiosa Teresa “una premonizione di Freud”, perché “prima che il dottore viennese stendesse l’amore sul divano, Teresa scopre che non c’è vita psichica senza amore, bisogna pensarlo senza sosta e scriverlo. Nella crisi attuale dei valori, fra secolarizzazione e integrismo, ognuno è d’accordo nel dire che ce n’è almeno uno da salvare: l’amore. Ma quale amore?”.

    La correttezza qualificativa dell’interrogativo è tanto più importante, quanto più si conoscano le opere e le idee della pensatrice franco bulgara, perché amore non è il sesso, non è il desiderio che ci avvinghia nella melanconia.

    Teresa però apre altri orizzonti, altri spazi ben diversi: “Lo spazio interiore del sentimento amoroso”. Divenuta monaca, Teresa si ritrova in una situazione interiore ed umana quantomeno ardua “tirata fra desideri e proibizioni”, tuttavia – e qui in Julia Kristeva parla la psicanalista – la giovane monaca “seppe trovare per questo malessere una terapia parlandone con i suoi confessori e scrivendone”.

    La sottolineatura suona interessante: “Teresa amava leggere e l’hanno fatta scrivere. Con penna commossa, ferma, precisa, ella descrive la mescolanza di sofferenza e di giubilo che prova, insistendo sull’agente sottile della sua commozione: è l’Eros, armato di un lungo dardo, la punta di ferro di Dio Stesso. Prudentia carnis inimica Deo (”la prudenza della carne è il nemico di Dio”), insegnano i Padri della Chiesa”, “ma quanto è geniale in Teresa è che la scrittura non conduce solo all’approfondimento di sé ma a un cambiamento del mondo”. Teresa è “una ribelle” perché nel mondo dei conquistadores “avidi d’oro e di beni”, ella dimostra che esiste un altro mondo “quello della vita interiore come amore infinito”.

    Nella pièce teatrale la Kristeva anima tutte le persone che formarono l’ambiente teresiano primitivo e ciascuno fa comprendere come Teresa era Teresa proprio perché inserita e accompagnata da chi a lei guardava come innovatrice nella via dello Spirito.

    Se Julia Kristeva “si è avvicinata a Teresa in tutta incoscienza, alla leggera – lo afferma lei stessa in un post scriptum nella sua riflessione Lettre à Denis Diderot sur la subversion infinitésimal d’une religieuse – ha cambiato registro ben presto optando per una frequentazione assidua intrisa di consapevolezza, con un’ottica precisa: cercare di comprendere se stessa comprendendo Teresa.

    La carmelitana, pure immersa nei problemi, nelle difficoltà, nei dolori, non si infossa nell’infantilismo o nella sofferenza, Teresa salta! E ne nascono sensazioni, risate e fondazioni. Il piano è un altro: fuori di sé. Nella storia.

    Julia Kristeva riconosce a Teresa di Gesù molteplici ruoli, uno però spicca in modo particolare: “Nel gioioso caleidoscopio della vostra anima che elabora gli attributi degli uni e degli altri, è il ruolo materno che sarà principalmente il vostro. Voi lo perfezionerete nei vent’anni che vi restano da vivere, prima di vedere l’Altro faccia a faccia: rimossa dagli empi, la morte è per voi l’avvenimento assoluto”.

    Per lo sguardo attento ed addestrato di Julia Kristeva, l’esperienza mistica della carmelitana, – seppur analoga e prossima a quella vissuta da Mosè, san Paolo, Maometto e Dostoevskij – possiede una sfumatura ineguagliabile, tanto che mettendole a confronto la fa sbilanciare ed esclamare: “Ma quanto più discreta, più astratta quella di Teresa!”. La psicanalista e la donna avvertono che l’essere di Teresa è “sensorializzato all’estremo” e “si oppone al feroce appetito di gustare, sentire, conoscere, ascoltare, vedere”, sfora così i protocolli clinici, dimostrandosi un caso unico. Innegabile isteria, ma che sfocia altrove in “quella frontiera senza nome dove la pulsione erotica diviene senso”, perché non si riduce “la santità di Teresa al suo lobo temporale”. Giostrando (e bene!) fra psicanalisi e cristianesimo la conclusione è, quanto meno, saggia… meno male!

    Teresa è divenuta un luogo di creatività per una donna come Julia Kristeva che ritiene la religione un’illusione. In quale accezione? Che cosa significa creatività per Julia e per Teresa? La fase della nostra società, passata attraverso la guerra dei sessi, deve muovere un ulteriore passo, secondo la Kristeva, e aprirsi ad una nuova invenzione: un nuovo mondo amoroso. Non attraverso l’Amore, a suo avviso sostituto narcisistico e supposto laico delle illusioni religiose, ma attraverso la mutazione della specie umana, perciò “resta da inventare il fondamento di questo atto difficile fra tutti che consiste nel credere e pensare l’altro soggetto sessuato: Io mi cerco in te come tu ti cerchi in me, in modo differente ed insieme”.

    Bisogna cambiare il loro modo, ma Teresa non insegna a cambiare se stessi?

    Julia Kristeva e Teresa di Gesù si ritrovano per la concretezza del loro agire sulla storia: azione sul sociale (avendo curato prima il proprio narcisismo) l’una, obras, vita quotidiana spesa in oblazione, l’altra. La Kristeva è stata criticata anche dagli amici per questa sua propensione ammirativa verso Teresa e vergata sul foglio quasi in corsivo. L’invito a leggere, a riflettere e a gustare questo libro non è ancora l’avvallo ad una percezione corretta di Teresa da parte dell’autrice. Pur con la consapevolezza che la candid camera, l’obiettivo imparziale, rimanga sempre un’utopia e il prisma della soggettività personale goda di piena libertà espressiva.

    La fonte e la cifra del messaggio teresiano, malgrado le parole che hanno un potere di figurazione e l’intensa vibrazione empatica, rimangono se non proprio estranee a Julia Kristeva, almeno distanti malgrado la gioia e lo scintillio delle pagine: l’autrice infatti non procede in una sorta di continuum esegetico, nella descrizione dei modelli mistici o nell’indicazione della direzione di ricerca ma in un flusso inarrestabile di frangersi degli opposti, in un poema danzato dai ritmi diversi. Ora, invece, bisognerebbe trovare e riconoscere Teresa sia nella domanda, sia nella risposta, mentre quest’ultima, proprio a motivo dei due differenti piani, non si trova e non si riconosce. È necessario perciò eludere il rischio di far divenire l’interpretazione dell’autrice una vera e propria rifondazione del pensiero e della vita teresiana.

    Teresa d’Avila è per Julia Kristeva una delle “incomparabili avventuriere”; nella sua ottica infatti “l’uomo ha bisogno di una totalità, di Dio, dell’Avvenire, della Struttura, dell’Altro (chiamala come vuoi, è la stessa menata), sulla cui esistenza scommettere…”. Quanti con Teresa e dopo Teresa, alla sua scuola, fecero propria questa scommessa sull’Altro, fondati però sul Dio che si dona come Dio Agape?

    di Cristiana Dobner

    L’Osservatore Romano – 31 agosto 2008)

  3. Invito anche le persone interessate all’argomento a leggere l’ampio saggio che ho pubblicato sul n. 6 di Archivio per la storia delle donne, Fondazione Valerio:

    Julia Kristeva sotto il segno di Teresa d’Avila
    pp. 121-198.

    Chiedendo a Teresa un dono per chiunque cerchi Dio!

  4. Deve trattarsi di un libro di grande intensità. Se c’è qualcuna tra di voi che lo ha letto mi piacerebbe averne una recensione per la mia rivista cristiana Voci dell’Anima. Potete contattarmi all’indirizzo mail.
    Grazie di cuore

  5. Uno psicanalista americano diceva:”Io li curo, Dio li guarisce.”
    Albisetti scrive “Da Freud a Dio.” E ne potremmo citare altri di nomi nel campo della psicanalisi e della psicoterapia che vanno oltre i confini della dimensione psichica perché hanno trovato tracce e profumo di Dio. Come è successo anche a molti fisici: “Dio non gioca a dadi con il destino ed io voglio conoscere i pensieri di Dio” (Einstein) Pare quindi che Dio ne lasci di tracce se qualcuno le trova.
    Non ho letto il saggio di Julia Kristeva, una donna errante, affamata di orizzonti e confini, appassionata d’anime, curiosa e trasgressiva, come Teresa D’Avila, uno dei tanti incontri della mia vita, poteva essere un duello, per caparbietà e passione, è stato un amore, una pressione sul cuore con vertici e fughe, come succede in ogni amore.
    L’ardere dell’anima è il vizio della poesia e della preghiera. Difficile rinunciare ad entrambi.
    Ho scrutato righe e critiche per investigarne la storia, Julia ha incontrato Teresa e con la generosità di un amante l’ha percorsa nelle molteplici stanze, nella bellezza, nell’euforia e nella passione. Un vincolo che avrà arricchito entrambe, perché la conoscenza e l’amore trasgrediscono i secoli e le morti.
    Voyeur di quest’amore ne respiro l’audacia e la delicatezza, il coraggio e la disinvoltura, l’irruenza e la caducità, che ha portato queste due donne ad incontrarsi, riconoscersi e capirsi, che mi sembra persino solo vezzo femminile quella conclusione di Julia nel confermarsi atea, un’uscita galante necessaria per rimanere indenni da una grande passione.

  6. Bisogna avere molto tempo da perdere per prendere sul serio la kristeva, una dei tanti cialtroni che campano da decenni con minestroni intellettuali in cui si butta di tutto, a casaccio…

    • Si può anche dissentire ed essere agli antipodi rispetto al pensiero della Kristeva, ma dare della “cialtrona” no. Questo non è permesso.
      Bisogna dire perchè si dissente, non insultare le persone. A far così sono capaci tutti.
      L’invettiva non è un prodotto intellettuale, nasce dalle suole delle scarpe o giù di lì.
      E poi … perchè non firmarsi con il proprio nome e cognome come fanno tutti su questo blog?
      Si deve avere il coraggio di dire: io non sono d’accordo, e adesso vi spiego il perchè.
      Quelli senza coraggio noi non li vogliamo.

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