Carissimi amici ed amiche di Flannery,
che cosa succede quando un’esistenza apparentemente tranquilla e felice si spezza in due?
C’è un prima e c’è un poi. “Prima”, è il tempo di Federica, il tempo vissuto con Federica, in modo forse lieve e inconsapevole. Dopo, è invece il tempo senza Federica. Il tempo senza tempo, da cui bisogna comunque tirare fuori ragioni nuove per vivere.
Federica è la figlia adorata, unica. Che un giorno viene strappata via all’affetto dei suoi cari. Una storia triste? Una storia soprattutto vera. E’ la storia di Morena Fanti, raccontata in Orfana di mia figlia (Il Pozzo di Giacobbe, 2007), un libro che quando lo incontri non puoi piu’ mollarlo, diventa parte di te.
Ma lasciamo che a presentarlo sia Salvo Zappulla con la magnifica scheda critica da lui realizzata, che ci fara’ entrare nella storia di Morena in punta di piedi, con il cuore vicino al suo.
ORFANA DI MIA FIGLIA
di MORENA FANTI
Un libro forte e violento come un pugno sullo stomaco. Violento, come violenta è la mano crudele che cala a ghermirti una figlia di ventiquattro anni prossima alla laurea. Quando muore un figlio la vita si ferma. Muore anche la vita dei suoi genitori, ne devono creare una nuova. Questo non è un romanzo ma una storia vera, la storia di una vita spezzata, anzi di tante vite spezzate. Una famiglia che vive serenamente fino a quando un banale incidente stradale non le ruba la cosa più preziosa: l´unica figlia. L´unica adorata figlia. Morena racconta il suo calvario con lucidità estrema, ci sono pagine di straordinario lirismo in questo libro, intense, crudeli, terribili. Cala un velo negli occhi di quanti hanno perduto una persona cara e quegli occhi non riavranno più la stessa lucentezza. Molti lettori si riconosceranno e si identificheranno in questa storia. Il dramma, il vortice dell´abisso, sentirsi sprofondare giù senza intravedere una via d´uscita. L´annullamento della propria persona, l´abbrutimento fisico, l´apatia, il desiderio di farla finita. E poi lentamente il risveglio, la rinascita, la voglia di dare ancora un senso a questa nostra fragile precaria esistenza. Una testimonianza importante questa di Morena, su un argomento troppo spesso taciuto: la morte. Ma è anche una storia di rinascita e di positività. Uno spiraglio di luce che penetra le tenebre e apre alla speranza. Ed ecco allora che la storia di Morena diventa un documento prezioso da trasmettere agli altri, quasi un manuale che ci insegna come combattere il dolore o almeno imparare a conviverci; ci spiega come riappropriarci della nostra vita, che in fondo vale sempre la pena di essere vissuta.
Salvo Zappulla
Grazie a Salvo per la sua splendida scheda.
Il libro di Morena si puo’ acquistare on line sul sito de Il Pozzo di Giacobbe:
http://www.ilpozzodigiacobbe.it/shop-scheda.asp?id=978-88-6124-035-3
E’ anche su IBS a questo link:
http://www.ibs.it/code/9788861240353/fanti-morena/orfana-mia-figlia.html
Morena Fanti ha un bel sito che si può visitare:
http://morenafanti.wordpress.com.
.
Nel sito c’è una ricca pagina dedicata al libro che vi consiglio di guardare:
http://morenafanti.wordpress.com/orfana-di-mia-figlia/
Su Il Pozzo di Giacobbe è presente la mia recensione al libro di Morena Fanti:
http://www.ilpozzodigiacobbe.it/news.asp?id=20
Se vi interessa leggere uno stralcio del libro lo trovate a questo link:
http://terzapaginaworld.homestead.com/NARRATIVAMorenaFanti.html
.
Ma il libro, amici ed amiche di Flannery, io vi consiglio di leggerlo TUTTO perchè vale proprio la pena
Grazie, Salvo, la tua testimonianza è bellissima!
Maria. Carissima Maria. Tremenda Maria. Mi tiri per i capelli in questi dibattiti affascinanti e a allo stesso tempo sconvolgenti. Io vorrei andarmene randagio per il mondo e invece rimango qui, incollato a questo strumento infernale che filtra la vita attraverso uno schermo. E allora ne approfitto per raccontarvi una storia. Un giorno inviai il bando del nostro concorso letterario (Concorso città di sortino) a uno dei tanti siti che mi erano stati segnalati. Mi rispose una signora gentile dicendomi che lo avrebbe postato, e insieme alla risposta mi invio dei fiori (o forse erano carciofi? Bho! non ricordo bene). Fiori virtuali, s’intende. Questo particolare dei fiori mi colpì molto, ingentilì il mio animo di orso cavernicolo e desiderai conoscerla meglio. .. Ecco come entrai in contatto con Morena…continua
…scusate s’era finito l’inchiostro. Dunque, dicevo, ecco come cominciò la mia amicizia con Morena Fanti. Mi raccontò che aveva perso l’unica figlia che aveva in un incidente stradale e aveva scritto tutto in un diario, tutto quello che una madre prova, giorno dopo giorno, dopo un evento così sconvolgente. Mi disse anche che desiderava pubblicarlo affinché altre persone fossero partecipi del suo dramma. Era una maniera, forse, la sua, di tentare di esorcizzare il dolore, condividerlo con altri, dargli libero sfogo, insopportabile a rimanere imploso dentro il suo animo. Lessi il diario e rimasi sconvolto. Quelle pagini erano atroci. Brutali, Violente. Teneri. Delicate. Un concentrato di emozioni contrastanti, una serie di lapilli incandescenti che bruciavano quanti ne venivano a contatto. Ma, la cosa più importante, era che alla fine del proprio calvario, Morena trovava la forza di rialzarsi, di proporsi in positivo agli altri che avevano subìto lo stesso dramma. Decisi all’istante che quel manoscritto doveva essere dato alle stampe perché era un patrimonio da non disperdere. Ne parlai al mio fraterno amico Crispino Di Girolamo, titolare della Casa editrice “Il pozzo di Giacobbe” (uno dei rari esempi di editori serì che abbiamo in Sicilia), il quale, dopo averlo letto, decise di inserirlo nelle sue collane.
Ho conosciuto personalmente la cara Morena al premio letterario ” Il Mulinello”, dove ogni anno sono invitata come ospite. Morena ispira fiducia e simpatia immediata.
La sua affabilità e gentilezza è proverbiale, non si può non volerle bene per sempre.
Come madre, al suo posto, non voglio nemmeno immaginare quale sarebbe stata la mia scomposta reazione! La vita non è tenera con nessuno, ma reputo la perdita di un figlio, il dolore più intenso e tenace che possa colpire un essere umano.
Morena è stata positiva e coraggiosa , il suo struggnete libro è un insegnamento e un viatico per il lettore. Attraverso il suo cocente penare, anche la figlia Federica ha acquistato nuove madri, che per lei pregheranno e forse Morena, scaldata dal nostro affetto, potrà sentirsi meno sola.
Morena ha avuto un angelo custode, l’impareggiabile Salvo, così vulcanico, generoso e ricco di sentimenti e di cuore, come solo alcuni uomini del sud , sanno esserlo. Per dirlo in poesia , Salvo è “..una provvida man dal cielo..” anche per me..
A Morena vorrei esprimere tutta la mia stima e un’amicizia profonda e scusarmi con lei, se troppo spesso risulto latitante ai suoi interessanti richiami.
Colgo l’occasione per ringraziare e salutare anche Salvo, il cui fatidico nome è tutto
un programma …! Infatti lui, è il nostro ardimentoso cavaliere solitario che sempre ci salva dalle terragne incombenze!.
Infine ringrazio te, Maria tanto cara, erudita e laboriosa padrona di casa, che induci il nostro animo a palpitare per tante eroine, che (beate loro) non sono vissute invano.
Grazie per l’ospitalità.
M. Teresa
Carissima Maria, intanto ti ringrazio delle parole bellissime che hai usato (e usi sempre) per presentare il mio libro.
Mi fa molto piacere essere con voi in questo bello spazio.
Ringrazio Salvo che per me è amico preziosissimo e sempre presente e la carissima Maria Teresa che vorrei tanto riabbracciare come feci quella sera.
Tornerò.
Un caro saluto a tutti e buona domenica.
Morena
Ps. naturalmente sarò lieta di rispondere a eventuali domande.
C’è una sola “semplice” domanda a fondamento di questa sorta di diario redatto nell’arco di un anno: tra il 5 Novembre 2001 e il 5 Novembre 2002.
Si chiede in buona sostanza, per le quasi duecento pagine, a se stessi, al lettore, a Colui sta in alto lassù, di dare una risposta ad un crudele perché: il perché della morte di una giovane donna.
E tuttavia, contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare considerata la circostanza, i toni non sono quelli della rabbia che ottenebra, della rivalsa nei confronti di chicchessia, delle indistinte invettive al mondo.
La sentenza non lascia adito ad appello:
Il fatto.
Ben arida terminologia che riduce le persone, gli affetti, le intelligenze, l’alito celeste … a un dossier, a una cosa, a un fatto.
Perché dietro quei “fatti” – le vittime della strada nel nostro paese sono ogni anno migliaia e migliaia – ci sono essere umani: madri, padri, fratelli, figli …
È un “fatto” che Federica sia morta, a 24 anni, il due Ottobre 2001, a un mese dalla laurea?
Cosa stavo facendo io il due Ottobre 2001?
Cosa è successo quel due Ottobre nel nostro pianeta?
Così, su due piedi non ne ho la più pallida idea; ma di certo, quanto al secondo interrogativo, qua o là nel globo qualcosa di importante sarà accaduto. Quanto poi al primo, francamente, non me ne ricordo; una giornata, dunque, da catalogare alla voce “normale”: rasoio, caffè, automobile, ufficio, pasto veloce, consueto traffico serale, bacio di moglie e figlia, cenetta, televisione, buonanotte. Normale.
Ma non per tutti è stata così “dannatamente” normale! Per taluni, Morena Fanti una fra tutti, l’esistenza d’un tratto si divide in prima e dopo: prima e dopo quella data, prima e dopo quell’evento, prima e dopo quel tragico fatto che ha spezzato, per sempre, la vita loro e quella dei loro cari.
E i giorni del dopo, quelli successivi alla morte di Federica, la figlia di Morena, la sua unica figlia, sono sospesi in una dimensione irreale: l’esistenza non si ferma neanche un istante, non ha rispetto per il dolore di nessuno, fa correre il rischio di diventare “cattivi”.
Assodato però che queste disgrazie non sono causate dalle colpe dei genitori, che la mancanza di Federica provocava così tanta insostenibile sofferenza, che speciali non sono i giorni bensì le persone con cui li viviamo, uscire da noi stessi è il modo migliore per ritrovarci.
E allora, pacata l’impellenza di urlare ad libitum , superato l’impulso di accontentarsi di vivere alla giornata, ecco l’idea di provare a capire come si possa evolvere il dolore, il proposito di rendere pubblico “quel dolore” in modo totale e completo, il progetto di scrivere un libro; questo libro e, a ragion veduta, titolarlo: Orfana di mia figlia.
Un libro-catarsi, un libro-confessione, un libro-redenzione.
Un libro da leggere con incondizionata partecipazione emotiva, con sincero spirito di solidarietà umana, con la acquisita consapevolezza che queste sciagure non capitano esclusivamente agli altri; un libro tramite il quale commuoversi fino alle lacrime, a motivo del quale argomentare sul nostro terreno iter, sui reali valori e sulla destinazione che ciascuno di noi ad esso dovrebbe piuttosto imprimere; un libro che ribadisce, malgrado tutto, che “la vita è un cosa meravigliosa”.
Un abbraccio a Morena Fanti e a tutti i saluti più cordiali, Marco Scalabrino.
Pingback: Su Flannery una discussione su Orfana di mia figlia « Solo io e il silenzio·
Grazie per aver suggerito questo libro, pubblicherò la recensione sul sito http://www.culturacattolica.it Il tema mi è molto caro perchè conosco persone che stanno vivendo il dramma di questa vita da ricorstruire senza un figlio…
Grazie
Nerella
Ringrazio Maria Di Lorenzo per la proposta di questa discussione fondamentale e Salvo Zappulla per la sua appassionata e bellissima recensione. E naturalmente un grazie accorato a Morena Fanti.
Oltre un anno fa avevo partecipato, sul blog Letteratitudine di Massimo Maugeri, ad un’altra discussione su “Orfana di mia figlia” (un titolo che ormai talvolta appare nella mia mente, lasciandomi un senso di quieto smarrimento). Anche allora Salvo con la sua recensione sollecitava riflessioni profonde.
Morena riprende la narrazione di quei giorni anche – dicevo atresì su Letteratitudine – nel suo testo “Ferite”, contenuto nel volume “Lo spirito della poesia” (Fara 2008), e di quel testo mi aveva particolarmente colpito una pagina lì trascritta del suo diario, la pagina relativa all’inizio della sua “rinascita”. Una pagina commovente e bellissima. Ne riporto un breve passo:
“Poi, un giorno di febbraio, mentre raccoglievo le ultime foglie dei platani, con la scopa di metallo, ho scoperto un inizio di giacinto e due margherite, che dormivano sotto il tiepido calore. Mi sono chinata a toccarle e le ho sentite vive e ho pensato che prima o poi dovevo decidermi, e vivere anch’io come loro.
Qualche giorno dopo i rami degli olmi non erano più così neri e scarni, si intravedevano già le gemme delle nuove foglie, ed erano di un verde così tenero, da convincere anche la mia anima. Allora ho capito che stavo aspettando proprio questo e che avevo sempre saputo come sarebbe finita.”
Avevo poi rivolto a Morena una domanda che mi stava particolarmente a cuore, se cioè, durante il suo percorso di guarigione, avesse mai pensato di rischiare di indurirsi, se avesse avuto il timore di provare rancore verso la vita.
Morena mi rispose in modo talmente illuminante che ancora conservo dentro di me quella risposta, come un dono prezioso. Mi disse:
“Questa era una delle mie ‘paure’ più grandi. Io ho temuto molto che mi accadesse questo, soprattutto quando ho conosciuto persone che avevano subito ( e qui il verbo è quantomai centrato: questi sono eventi che si subiscono e vengono vissuti come violenze ricevute) lo stesso dolore per la morte di un figlio e ne erano uscite astiose, rabbiose, sempre piene di rabbia e di rancore verso gli altri, verso chi aveva figli, verso chi rideva, chi era contento, chi si divertiva. Io non sono mai stata così prima e temevo di diventarlo.
Ho scoperto poi che se non vogliamo, queste modifiche non succedono da sole. Ho scoperto che chi diventa rabbioso, un poco lo era anche prima. Chi è invidioso della felicità altrui lo era un poco anche prima.
Io non temo l’allegria, non temo le risate e la gioia. Certamente bisogna saper controllare i sensi di colpa che sono sempre pronti a sopprimere ogni istinto di gioia che si presenti in noi. E’ difficile, ma non dobbiamo farci sopprimere dal dolore, non dobbiamo lasciargli carta bianca e fare di noi delle persone ‘non vive’, morte dentro.
Io ho lottato per ritrovarmi, ma la paura di essere rancorosa verso tutti mi ha aiutato molto.
Questo è solo il mio pensiero, il mio modo di agire, naturalmente. Non significa che sia il modo d’agire che va bene per tutti.”
-
Un saluto affettuoso a tutti,
Gaetano
Mi fa piacere parlare di questo libro prezioso. Prezioso per più motivi, primo fra tutti perchè è stato un vero atto di coraggio estremo non solo scriverlo, ma scriverlo così. In tanti hanno scritto dell’amore, del dolore, milioni di pagine, ma è un’altra cosa scrivere quando il dolore per la perdita dell’Unico Amore, quale può essere l’amore per una figlia, è così grande da azzerare completamente qualsiasi altra forma di vita propria. Intanto occorre ricostruire sangue e nervi e tessuto epidermico di se stessi, riascoltare il proprio respiro, riconoscerlo, perchè si perdono le coordinate di qualunque cosa e forse, dopo, con calma, cercare di vivere ancora, passo dopo passo. Reinventarsi, perchè non si sarà mai più come prima.
Ebbene questo libro racconta magistralmente questo viaggio che pare infinito perchè porta con sè il peso del minuto dopo minuto avvolti nell’angoscia della perdita e la fatica estrema di doverci fare i conti a tutti i costi.
A tratti, si avverte così tanto l’enorme peso, che si teme che non possa essere tollerato oltre dalla protagonista. E lo si comprenderebbe anche. Questo da la misura della portata dei sentimenti e del contenuto di questo libro.
Tuttavia, malgrado questo enorme dolore, è da questa forma di scrittura, scrupolosa, attenta, per nulla buonista che emerge con forza la risposta che si possa sopravvivere ad una tragedia simile, non solo, ma che si può sopravvivere convogliando il dolore, la massa enorme di dolore in qualcosa di positivo, di propositivo addirittura di creativo e mai ripiegato su se stesso, mai. Questo è un altro dei tanti motivi che mi fanno amare questo libro.
Occorre approcciarlo con rispetto, in silenzio, con calma. E’ duro, fa male, soprattutto se si è vissuta la perdita di una persona cara, ci sono bisettrici riconoscibili che deflagrano dentro, e portano in luoghi freddi e bui dove si è stranieri di se stessi.
Poi si ritorna
Morena è ritornata vincitrice da questo terribile viaggio, piena di ogni cosa, non ha tralasciato nulla, non ha dimenticato nulla, non potrà dimenticare mai, però Morena ci ha insegnato e ci insegna ogni giorno, che è fondamentale andare avanti. Sempre. Solo così, continueremo ad amare chi non c’è più, con lo stesso sguardo luminoso che li ha guardati per la prima volta. Fono alla fine dei nostri giorni.
Morena è una donna straordinaria.
Non ho letto il libro perchè spulciando qua e là su internet la trama mi ha sconvolta ta e non so se in futuro potrò riuscirci, sono sincera. Penso però che quello che Morena Fanti è riuscita a fare sia un atto d’amore immenso, l’amore che una mamma ha nel cuore e nell’anima e che non finisce con la morte di un figlio. Nonostante la disgrazia che così inattesa e dolorosa l’ha colpita è riuscita ad innalzarsi sopra il suo strazio per essere vicina e di conforto a quelle persone, madri e padri, che la vita ha colpito, come lei, in modo così duro e vile. Sono mamma e non posso immaginare ciò che si prova perchè la mente non credo riuscirà mai a dare la sensazione reale di questo oceano di dolore che non può essere come quello di altri lutti perchè un figlio è parte di te, dei tuoi sogni, del tuo futuro e se se ne va per sempre non è facile non sentire il desiderio di seguirlo…
Volevo far sapere a Morena che ammiro la sua dignità e penso che la sua grande lezione di amore che supera lo spazio e il tempo sia davvero un conforto prezioso e allo stesso tempo un monito per tutti i genitori che oggi spesso si “distraggono” dal loro compito.
Un abbraccio sentito e commosso.
Buonasera a tutti, non posso certo mancare in questo post sulla cara Morena. Conosco questa fantasica donna, da qualche mese, e posso di certo dire che da quando la conosco sono cresciuto. Cresciuto come persona, come scrittore, come uomo. Questo credo sia il complimento migliore che possa fare. Per quel che riguarda il libro, è inutile dire che l’ho apprezzato tanto, che è un saggio di vita, che è un libro assolutamente da leggere. Il resto lo lascio a voi….
un caro saluto
Guido P.
Giorni fa ho visto un documentario sull’eterna lotta Palestinesi vs Israeliani.
Parlava una ragazza che aveva perduto il fratello in questa lotta veramente fratricida.
La famiglia era impegnata da anni nel processo di riconciliazione tra fazioni e popoli diversi. La morte del fratello avrebbe potuto far insorgere una rabbia cieca, un desiderio di vendetta. E invece. Le attività della sorella a favore del dialogo sono aumentate, si sono estese, coinvolgendo persone che hanno perso i loro cari nel conflitto e dicono BASTA.
Ho pensato a questo rispondendo all’invito di Maria – che mi sollecita mentre io non intervengo spessissimo… chiedo venia.
Un abbraccio a Morena: continua nel tuo catartico aprirti alla vita. Detto da me, che non ho vissuto lutti forti, vale poco. Ma il tuo esempio sarà luminoso per molti.
ciao a morena e a tutti gli altri, a quelli che conosco e no.
non conosco personalmente morena, se non attraverso le parole di salvo, e alle cose che ho avuto modo di scoprire attraverso la rete.
e mi ricollego a cinzia, è difficile pensare di leggere il tuo libro, ho due bambine e la cosa mi sconvolge. è una cosa banale, forse, una cosa ingiusta, ma è anche terribilmente vera. e non si tratta di retorica, si tratta del fatto che da quando sono madre non riesco più a mantenere il giusto distacco, la sana distanza dalle cose. prima ti puoi commuovere, indignare, turbare, ma non è la stessa cosa. da quando ho dei figli l’empatia con le altri madri e gli altri figli è diventata dominante, e va da cose banali, tipo il girarsi per strada quando senti chiamare mamma, al preoccuparti anche dei figli degli altri, quando si sporgono da un finestrino, cadono da un marciapiede, a cose ben più difficili da dire.
e c’è anche un’altra cosa, che mi impedisce di tenere le distanze: un sottile, eppure nitido, senso di colpa. credo che sia questo che impedisce a chi non vive alcuni drammi di nascondersi, divagare, evitare i commenti e le condivisioni.
io ti ammiro molto, morena, però mi sembra che questo non serva a niente. insomma, non è di ammirazione, di complimenti che abbiamo bisogno in certe cose che accadono nella vita. la condivisione, credo, è quella che cerchiamo, che vorremmo, perchè sembra che un dolore possa essere quasi “spartito” anche se in minima parte. magari piccolissima parte, ma forse abbastanza da rendercelo un po’ più sopportabile. mi auguro e ti auguro con tutto il cuore che tu abbia trovato questa “spartizione” nella scrittura.
e quindi, forse lo leggerò, perchè credo davvero che l’empatia tra gli esseri umani possa fare dei piccoli miracoli.
un abbraccio
giorgia
Ringrazio tutti per l’attenzione e per le parole di vicinanza e di affetto.
Grazie a Marco Scalabrino per le sue intime e preziose parole.
Grazie a Gaetano che ha colto alcuni punti molto importanti: dall’insegnamento/guida che ci arriva dalla Natura alla ‘paura’ dei cambiamenti che avvengono nella nostra mente quando si subisce e si sopporta un dolore così grande.
Credo ancora in tutte le parole che ho usato nella mia risposta. Gli eventi, per quanto duri e insopportabili, ci pongono sempre davanti a delle scelte. Siamo noi che guidiamo la nostra vita su un binario piuttosto che su un altro.
E qui ne abbiamo una prova, nelle parole di Guido Passini, un grande uomo anche se non è altissimo. Sono le persone che ti stanno accanto che crescono Guido. Non è che alle fine saremo tutti dei giganti? Grazie.
E grazie anche a Silvia, che ha letto le mie pagine con occhi simili ai miei. Non sono straordinaria. Straordinari sono gli eroi coraggiosi che si buttano a mare per salvare qualcuno. Io a mare ci sono caduta (mi hanno buttato) e mi sono dovuta arrangiare per tornare a riva. Niente coraggio: obbligo morale. Molto diverso.
Grazie a Nerella e a Maria Lucia Riccioli.
A Cinzia Baldini e Giorgia Lepore risponderò a parte. Torno dopo.
Un caro saluto a tutti. E di nuovo grazie a Maria Di Lorenzo. Un abbraccio.
Eccomi qui. Buongiorno a tutti.
Volevo rispondere con calma a Cinzia e a Giorgia. Con calma senza interruzioni intendo.
Rispondo a tutte e due insieme perché mi pare che nei vostri commenti ci siano punti in comune.
Io so quanto sia difficile leggere il mio libro. Spesso (sempre) mi pongo tanti problemi quando devo parlarne, non in pubblico, alle presentazioni, ma in privato a qualcuno, magari anche ad amici scrittori. Gli altri mi regalano i loro libri e io vorrei ricambiare, ma non è facile regalare un libro simile.
Questo libro è un peso a volte anche per me.
Ma non posso scindermi da lui. Anche se ne pubblicherò altri dieci, questo resterà sempre in me. Ma non sarà me. Questo libro non è tutto me. Io ho molte altre parti con cui convivo e che posso dividere con gli altri.
Tenere lontano il dolore, seppure il ‘dolore scritto’ altrui, è quasi un’utopia.
E io credo profondamente nella conoscenza. Le cose sconosciute ci incutono timore, un timore che si ingigantisce nella nostra mente e nel nostro cuore. Chi non teme il dolore? chi, essendo madre, non teme per la salute e per la vita dei propri figli?
“Se dovesse capitare a me, ne morirei”. Quante volte avete sentito pronunciare questa frase?
Ebbene, io ho scritto anche per comunicare che non si muore. Ho scritto per fare vivere la speranza nell’anima di chi leggerà. Scendere negli abissi di un dolore e scoprire che si può risalire non deve sconvolgere ma deve rassicurare.
Non ne ero sicura. Anzi, avevo moltissimi timori: di non avere fatto la cosa giusta, di non arrivare in fondo, di non farcela io per prima.
Ma, nel proseguimento della mia scrittura e nel confronto immediato che ho avuto con le persone che mi leggevano – persone cui era capitato di vivere un dolore simile al mio – ho avuto rassicurazioni su ciò che avevo fatto e stavo facendo. Il dolore raccontato diventa più comprensibile e ci rende più consapevoli e più forti.
Comprendo, però, la difficoltà di questa lettura.
Vi ringrazio di avere commentato. Vedete dai pochi commenti a questo post come sia difficile anche commentare su un argomento simile. E questo perché non siamo ‘abituati’ a parlare di morte.
Ma la morte è parte della Vita. Allo stesso modo in cui l’ombra è essenziale alla luce.
Grazie Cinzia. Grazie Giorgia. Un abbraccio a voi.
Non ho letto i commenti fatti da altri al libro di Morena Fanti, non li ho voluti leggere. Perché non voglio essere influenzata quando mi accosto a qualche cosa che mi interessa.
Eccomi dunque davanti al progetto di Morena Fanti.
Un progetto ben costruito, soprattutto un progetto riuscito, che non lascia niente al caso e va fino in fondo, dritto dalla base alla cima, ed in cima ci siamo noi che l’abbiamo letto.
E fra tutti io, che ci sono entrata dentro in ogni parola, in ogni momento, in ogni dolore, in ogni sentimento.
Mi dico che non bisogna per forza, e sarebbe troppo ingiusto, perdere una figlia/o per soffrire di un di un immenso e incolmabile abbandono; eppure un figlio nella logica umana, anche se non ti appartiene, resta tuo fino a che sei in vita e che tu te ne vada è nella norma, è accettabile. E’ quando se ne va prima lui che la logica perde il binario.
Non si può accettare, ed è impensabile; quando ti capita è l’eccezionalità che ti colpisce feroce come un mostro.
Ed è questa eccezionalità che Morena Fanti ci avvisa essere dietro l’angolo, forse meno lontana di quanto uno immagini; che può colpire alle spalle, farci lo sgambetto mentre stiamo per raggiungere il traguardo, o cambiare la strada se siamo vicino alla meta.
L’autrice ha la capacità di ipotizzare tragedie anche più grandi della sua. E viene da pensare a cosa possa essere più tragico di una perdita come quella della propria figlia/o e forse è possibile: per quelle madri che la pietas del trapasso non mette la parola fine al dolore fisico e all’irriversibilità di lunghe malattie, dal dover fare i conti ogni giorno con la morte mascherata di speranza.
Morena Fanti, infine, riesce a non essere sconfitta.
Sa pensare di essere stata fortunata nel poter vivere con sua figlia ciò che insieme hanno vissuto, che ha avuto molto dagli altri ed è grata alla volontà di vivere che la riprende nonostante tutto; questa sua forza ce la rende amica privilegiata di nostri dolori nascosti. Ecco che fra le pagine, il progetto si sviluppa e lascia indietro lo stordimento della tragedia, sviluppando l’amicizia per lei, la solidarietà alla donna e madre, un affetto inconscio e familiare per chi non c’è più ma che hai conosciuto fra quelle pagine, e piano piano senti di non essere sola/o tanto nella sofferenza quanto nella voglia di non soffrire per sempre. Di accettare il percorso della vita, infine il vivere, insieme al vissuto, se non con leggerezza almeno con la gioia di chi sa ancora accorgersi dei colori, dei profumi, del volare di stormi, della pacatezza degli anni che avanzano, nei ricordi e nella speranza del ricongiungimento. Senza asprezze, con un patto di serenità che riporta infine la notte al giorno, come da sempre avviene in questo mondo.
Grazie anche a te, Marta.
L’eccezionalità può colpirci in ogni momento, anche se non così tragicamente, cosa che io sempre mi auguro. Se vivremo ogni momento e ogni sentimento con piena consapevolezza, l’urto sarà sempre forte ma noi riusciremo ad assorbire l’onda d’urto che si propagherà nella nostra vita.
Credo sia molto importante comprendere cosa stiamo vivendo e chi abbiamo accanto. Renderci conto, ‘sentire’ la presenza di chi ci ama e amare a nostra volta.
Forse è questa la “valvola di sfogo” che ci impedisce di scoppiare: sapere che abbiamo amato e vissuto nella totalità ogni nostro rapporto familiare e umano.
Se potessimo sempre avere occhi per le cose che abbiamo, o abbiamo avuto.
Se riuscissimo a vederle sempre.
Il nove giugno la mia adorata figlia si è spenta per sempre dopo una lunga malattia ,io al contrario di Morena ho tanta rabbia quando vedo gli altri ragazzi che si divertono ,che splende il sole che la vita continua ancora ,mi domando un’infinità di volte perchè propio a lei,non credo più a niente perchè se ci fosse un dio sarebbe di parte . é orribile e insopportabile perdere una figlia cosi sul più bello e io nonostante tutto vivo più di lei
Cara Clary, quando il lutto è ancora così vicino e la sua elaborazione deve ancora avvenire è naturale provare tanti sentimenti così forti. La rabbia è un modo che il dolore sceglie per manifestarsi. Se leggi ciò che ho scritto nel mio libro, troverai tanti momenti diversi e tanti sentimenti contrastanti.
Dover sopportare la morte di un figlio è la cosa più atroce che possa capitare. Si vorrebbe morire per non doverla sopportare ma non si muore e allora la scelta può essere quella di vivere al meglio cercando di mantenere la nostra integrità e dignità.
Ma ci vuole tempo. Il percorso è lungo e altalenante.
Ti mando un abbraccio
Non ho ancora letto il libro tuo ma lo farò al più presto .Grazie Morena compagna di sventura.
Leggero sicuramente questo libro con la speranza che possa aiutarmi ha superare la stessa tragedia che ha colpito la mia famiglia e me in particolare dato che il 1 novembre 2009 mio figlio di 19 anni ha perso la vita in un incidente stradale per mano di un amico ubriaco. credetemi non ho mai avuto odio per il ragazzo alla guida in quanto ho sempre messo davanti il fatto che fosse un AMICO di mio figlio ma anzi ha priorità la rabbia di non essere stata abbastanza capace di insegnare a mio figlio di riflettere con razionalità cosa fosse meglio in quel momento per lui. l’amicizia era sacra e non avrebbe mai lasciato da solo un amico e infatti ecco cosa è successo………..a 19 anni rientrando a casa quella mattina dopo le 4 il fatale incidente, e mio figlio non è rientrato più a casa da noi………siamo distrutti sono passati quasi 4 mesi il cuore è spaccato dal dolore e se qualche volta mi sfugge di sorridere di allontanare il pensiero per qualche attimo , subito mi sento colpevole e mi dico , ma cosa stò facendo?? ho sognato tante troppe volte quel brutto momento a volte sembrava reale sentivo il citofono di notte e andavoa a rispondere e così è successo quella mattina non abbiamo avuto nessuna telefonata ,è suillato il citofono , erano gli amici di fabrizio che ci davano la notizia dell’incidente ………chiedo aiuto a chi come me ha subito questo dolore che ti spacca il cuore .
Cara Vincenza, so come stai, come ti senti. Ricordo ancora ogni momento di quei primi giorni, dei primi mesi. Dopo ho capito che lo choc dura molto a lungo e che quei primi mesi (molti mesi) sono accompagnati da questa selva di sentimenti e di emozioni spesso contrapposte.
Leggi il mio libro, Vincenza, e ti ritroverai in molte cose che ho scritto.
Se vuoi metterti in contatto con me basta che mi lasci un commento sul mio blog. Segui il link da qui
un abbraccio forte