Andrea, magistrato, da quarantadue anni vive a Milano, dove si è costruito una solida vita borghese. È partito dalla Sicilia per studiare e non vi ha fatto più ritorno. C’è però come un rimpianto dentro di lui, un’assenza che talvolta assume le fattezze di Teresa, la ragazza della quale si era innamorato poco prima di partire. Durante gli anni milanesi ha spesso pensato a lei immaginando una vita più o meno simile alla sua: laurea, matrimonio, figli. E poiché gli avevano detto che era fidanzata con un inglese, fantasticando l’ha collocata in una Londra nebbiosa e pettegola. Intanto il mondo che Andrea ha abbandonato da ragazzo continua a chiamarlo: con la voce di Teresa e quella balbuziente del nonno, con il lamento lungo del venditore di sale, i richiami dei pescatori, le filastrocche dei ragazzi, le parole delle donne di casa. Voci che emergono dai recessi del ricordo e si fanno rimpianto, nostalgia, bisogno imprescindibile di tornare. Così finalmente il giudice compie a ritroso il viaggio dal Continente alla Sicilia. Ma il ritorno ha un cuore aspro, dolente. Il magistrato, che tanti meriti ha acquisito nel combattere l’eversione degli anni di piombo, si ritrova privo di ogni potere davanti alla crudeltà della vita. E viene scaraventato dentro una verità che avrebbe preferito non conoscere.
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Carissimi amici ed amiche di Flannery,
questa volta vi proponiamo una storia con un punto di vista maschile, ma scritto da una donna in modo veramente superbo sia sul piano dello stile che dei contenuti.
Un magistrato di ferro, che negli anni ha acquistato molti meriti nel combattere l’eversione del terrorismo, viene catapultato da un giorno all’altro in un faccia a faccia – crudele e necessario – col proprio passato, che egli credeva sepolto in Sicilia quaranta anni prima. E cosi’ viene scaraventato dentro una verita’ che forse sarebbe stato meglio per lui non aver mai conosciuto…
E’ il cuore di questo bellissimo romanzo di Tea Ranno, edito da e/o, dal titolo: In una lingua che non so piu’ dire. Lo presentiamo oggi e nei giorni seguenti in questo post tutto nuovo che potete seguire – e intervenire, a vostro piacimento – dopo aver letto la bella intervista realizzata dall’amico Salvo Zappulla all’autrice Tea Ranno, che riportiamo di seguito nel primo commento.
Partecipate tutti, amici ed amiche di Flannery!
L’INTERVISTA DI SALVO ZAPPULLA
A TEA RANNO
Dopo il successo di “Cenere”, la scrittrice siciliana si ripresenta al suo pubblico, a distanza di soli diciannove mesi, con un nuovo romanzo. Una storia completamente diversa, contemporanea, in cui la Ranno dimostra grande versatilità di scrittura. Cenere è ambientato nel Seicento e lo stile barocco si identifica con la storia narrata.”In una lingua che non so più dire” racconta di stragi mafiose, di attentati delle Br. Andrea, il personaggio chiave del nuovo romanzo, è un giudice combattuto tra Milano e la Sicilia, sua città d’ origine. Un uomo concreto, asciutto, severo, che ha sempre saputo cosa chiedere alla vita.. Arriva per tutti il momento di saldare il conto con il proprio destino, umili e potenti, e il giudice si ritrova solo, colto da infarto, a meditare sulla sua esistenza. I flash back della memoria si snodano lucidi a rinverdire gli affetti perduti. Un viaggio a ritroso nel tempo alla ricerca dell’Isola Felice, l’infanzia, la spensieratezza, i rimbrotti benevoli del nonno. E poi Teresa, che incarna i sapori genuini, il profumo delle frittelle, le conserve di pomodoro, gli anni innocenti del liceo. Teresa si erge candida e maestosa come la cima di una montagna imbiancata, un gigante con cui confrontarsi. Teresa è il rimorso, le crisi di coscienza, la polvere che scivola dentro il pugno e non si può più afferrare. Le pagine del romanzo scorrono fluide, leggere, sospese tra realtà e sogno. Tea gioca a mescolare rimpianti e ricordi con grande scaltrezza, ha la capacità di trasformare le parole in suoni, sembra quasi di sentirlo lo scalpiccio del mulo, lo stridere del portone arrugginito, il vento che ulula. Anche le balbuzie del nonno sono una brillante trovata letteraria, a rallentare il tempo, a scandagliarne i frammenti ed estrarre da esso tesori inestimabili. E poi il finale amaro, come amari sono tutti i ritorni, quando ci si illude di poter trovare le cose così come si erano lasciate, sperando che le leggi inclementi del tempo non le abbiano scalfite. E invece…
* E invece… Tea, partiamo proprio da questa frase lasciata in sospeso: il tempo, il viaggio a ritroso nella memoria. In questo romanzo ci sono i ricordi, i profumi perduti, la nostalgia; è una storia delicata e soffice come una piuma, che scava nell’animo umano con un profondo lavoro di introspezione. Ho colto nel segno?
Sì, hai colto perfettamente. Mi piaceva – scrivendo – giocare col senso di lievità che è proprio di certi ricordi: la vaghezza, quel loro farsi nebbia, nuvola, spuma di mare. E il loro immancabile tramutarsi in macigno quando la realtà si sostituisce alla fantasia. Quello che racconto è un tempo lieve che diventa di piombo mano a mano che Andrea ripercorre lo spazio tra Milano e la Sicilia, e torna ai luoghi dai quali era partito, anzi, dai quali si era staccato con un taglio netto, di quelli che non ammettono ritorni. E per quarantadue anni era stato così: il giudice si era alimentato di fantasie vaghe e leggerissime, inventando per Teresa la vita che lui stesso le aveva destinato: laurea, matrimonio, figlie, vita mondana in una Londra letteraria e irreale. Sogni che erano diventati la spina dorsale della sua vita fasulla condotta a Milano. E invece… la sorte riserva tutt’altro.
* Qual è il messaggio che il romanzo vuole trasmettere?
Non credo che il romanzo abbia un messaggio da trasmettere, almeno, non nelle mie intenzioni: ho raccontato la storia di una partenza e di un ritorno. Una partenza che, nei propositi del protagonista, avrebbe dovuto portare a una vita più libera: il Continente, Milano, le donne, la libertà sessuale, la partecipazione a eventi di cui in Sicilia, spesso, giungono soltanto gli echi. Una visione profondamente egoista, perché il ragazzo Andrea all’inizio pensa soltanto a se stesso. Certo, l’amore per Teresa è una spina, ma qualcuno provvede a informarlo che lei s’è già fidanzata e non pensa certo a lui. Una menzogna. Che sarà il fondamento di altre menzogne. E di menzogna in menzogna la vita del giudice andrà avanti, falsa “come può essere falso un set cinematografico in cui si ubbidisce a un copione che mette in scena la vita”. Poi c’è il ritorno. Una necessità che nasce all’improvviso una mattina d’estate in piazza Duomo. Andrea sente alcuni ragazzi parlare nella lingua del suo paese e quelle parole sono come rasoiate nello stomaco, acido che sfalda la crosta delle abitudini e gli restituisce, intatto, il mondo di quando era bambino. Il bisogno di tornare – scansato per quarantadue anni – diventa fortissimo, così Andrea prende il treno (non l’aereo, no, ha bisogno di avvicinarsi lentamente per non soccombere a un impatto troppo violento con l’isola) e ripercorre lo spazio che lo riporta all’origine di tutto.
* La scrittura. Sei passata da uno stile barocco, molto ridondante, a uno più asciutto ed essenziale. Quanto è importante e professionale per uno scrittore avere questa capacità di adeguare un linguaggio ogni volta diverso alle proprie storie?
E’ la storia che ti chiede di essere raccontata in un certo modo. Quando ho scritto di Stèfana avevo bisogno di uno stile ricco, visionario, fortemente evocativo, capace di ricostruire il mondo di stucchi e parvenze nel quale si muovono i secenteschi personaggi di Cenere. Questa di Andrea e Teresa è una vicenda ambientata nel duemila, il linguaggio doveva essere necessariamente diverso, più attuale, altrimenti la storia non sarebbe stata credibile.
* Andrea è un personaggio di grande spessore, riesce da solo a sostenere tutta l’impalcatura architettonica del romanzo, anche se poi con lo scorrere della pagine cresce e giganteggia la figura di Teresa, il personaggio femminile, quasi ad annientarlo. E’ stata una tua precisa scelta?
No. In genere non c’è nulla di predeterminato nei miei romanzi. La storia evolve secondo la sua necessità: a differenza di Cenere, in cui avevo chiarissimo l’inizio del romanzo, in questa di Andrea sono partita dal cuore: avevo scritto un racconto che poi è diventato la parte centrale della narrazione, e intorno a questo nucleo ho cominciato a tratteggiare l’intera vita dei due protagonisti. Andrea è colui che ritorna, quello che ha tanti conti da saldare. Teresa è quella che aspetta. Ma è anche la donna che incarna il sogno. E i sogni, si sa, sono lievissimi. Ma pesanti come macigni quando, con gli occhi aperti, si torna alla realtà.
* E’ più importante nella vita essere Teresa o Andrea?
Potrei dire che sono il tanto di bianco e di nero presente in ognuno di noi: l’evanescenza e la concretezza, l’amore grande e il compromesso con la realtà, l’ideale e la prosaicità. Se però dovessi proprio scegliere: meglio Teresa. E’ più importante, nella vita, abbandonarsi alla passione, con tutte le conseguenze che comporta, piuttosto che trascinarsi dentro una vita falsa, in cui non ci si riconosce assolutamente.
SALVO ZAPPULLA
Nata a Melilli (SR) nel 1963 e da anni residente a Roma, laureata in giurisprudenza, Tea Ranno ha esordito nel 2006 con Cenere (E/O), un romanzo di grande spessore, ambientato nel Seicento, al tempo della Santa Inquisizione, a cui dopo poco più di un anno ha fatto seguito una straordinaria opera narrativa, In una lingua che non so più dire (E/O), in cui si è confermata scrittrice di rango, capace di elaborare una scrittura molto aderente alle cose, sorretta da un dettato denso e ricco di immagini, di colori e di suoni, in cui si riverbera in filigrana anche una forte, ineludibile tensione morale.
Il libro di Tea Ranno potete reperirlo in internet acquistandolo al seguendo link:
http://www.ibs.it/code/9788876417863/ranno-tea/una-lingua-che.html
Nel bellissimo”In una lingua che non so più dire” la lingua avvicina e allontana la terra del ritorno, balugina sulla scia dei ricordi, si fa materia. Ho amato moltissimo questo libro della mia carissima Tea, in cui il destino inscena una marcia feroce, il senso della vita sfugge come un continente, e l’isola del rientro affiora da un mare mitolgico squadernando gli sguardi abituali.
Cara Tea,nel tuo libro c’è tutto:
il senso della vita che passa. L’inutilità di saltare gli appuntamenti con se stessi. Il tempo e il suo marciare all’incontrario…quanta dolcezza e quanta amarezza, mia Tea, quando lacrimiamo su una tomba in cui, infondo, è inciso anche il nostro nome…
Bravissima, tesoro mio. Mi emozioni sempre. E bravissimi anche Salvo Zappulla e la carissima Maria. A tutti un bacio e un augurio di feste serene.
Cara Maria,
intanto sono felice che si parli qui su Flannery del bellissimo libro di Tea, che io e Simona Lo Iacono abbiamo avuto l’onore di presentare a Siracusa.
Un mio amico si innamorò della scrittura di Tea e del tema della lontananza dalla Sicilia, che lui vive in prima persona, ed è diventato un suo grande estimatore…
Se avete voglia di leggere un commento un po’ lunghetto potrei inviarvi il saggio che io e Simona scrivemmo per l’occasione…
Sono diventato di casa in questo blog, Maria credo dovrai concedermi la cittadinanza onoraria; se è il caso faccio un saltino a Casablanca in modo che possa entrare con tutti i requisiti in questo splendido salotto al femminile.
Complimenti a Tea anche per questo suo secondo bellissimo romanzo.
@Simo “…quando lacrimiamo su una tomba in cui, infondo, è inciso anche il nostro nome…” mi sono venuti i brividi. Ma da dove ti vengono queste frasi raccapriccianti? Mi hai fatto riflettere molto sulla precarietà della nostra esistenza. Fammi avere indirizzo e numero civico di questa tomba che, se rimane posto, mi piacerebbe avere qualcuno vicino con cui parlare di cose profonde anche dopo il trapasso
Un detto “antico” ma amaramente ritornato nel vocabolario attuale: “Cu nesci arrinesci”, quanto lo ritieni fondato e quanto è calzante per Andrea? Quale sarebbe stata la sua vita se non fosse mai partito?
Partire da una Sicilia contadina e ritrovarla, dopo decenni, immersa in un paesaggio industriale, ciminiere e fumi, un’ovatta fluttuante uguale a quella della Milano dalla quale si è appena allontanato. Andrea trova davvero una terra così diversa, oppure, dopo quarant’anni, è lui ad essere un altro uomo? O entrambe le cose? E’ forse questo il Genius Loci?
Salve, non sono un esperto letterario, nè ho titoli e competenze per esprimere critiche e giudizi su un libro, ma volevo esprimere le mie considerazioni da “lettore comune”:
1) ho potuto apprezzare molto il lavoro di contestualizzazione del romanzo in un territorio dal quale emergono, si toccano, si sentono, si annusano, si vedono i colori, gli odori, i sapori, i linguaggi, i sentimenti.
2) sono rimasto impressionato dalla capacità di Tea (giovane e donna) a immedesimarsi nel ruolo del protagonista (maschile e pergiunta sessantenne) senza difficoltà, remore, e tentennamenti.
3) ho “imparato” l’eternità dell’amore, l’infinità della memoria. Tutti siamo stati innamorati a 18-20 anni, ma ritenevo impossibile poter mantenere o riaccendere un sentimento, riaprire e rivivere il baule della memoria, dopo 42 anni! Non ci avevo pensato e mi sono sentito rincuorato per la speranza e la fiducia che i sentimenti non muiono ma possono rivivere.
A rileggerti.
Buona Vita
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Grazie Maria, è molto bello questo spazio dedicato al mio romanzo. Grazie anche a Simona, è vero, nel romanzo c’è il senso del tempo che passa anche quando vorremmo che restasse cristallizzato nel ricordo, pronto a restituirci, intatto, quello che pretendiamo sia nostro.
Maria Lucia:
la nostalgia, il rimpianto… Chi vive fuori li sperimenta con uno struggimento che si fa più forte quando la vita si spezza in un bivio e la scelta di tornare implica la necessità di fare i conti con un passato che si preferirebbe ignorare.
Salvo:
grazie per avermi dato modo di raccontarmi nell’intervista su riportata.
La precarietà della nostra esistenza: è così, ma proprio per questo c’è più gusto a vivere. O no?
In quanto alla domanda di Diana, se il detto “Cu nesci arrinesci” è determinante per Andrea e per il modo in cui la sua vita si ingarbuglierà prima del “ritorno”, devo ammettere che sì, è proprio così: Andrea è uscito dall’Isola alla ricerca di quello che ai suoi occhi era un ideale: libertà – anche sessuale – contatto con realtà di più ampio respiro, autonomia e possibilità di gestire la propria vita senza essere soffocato dalle regole imposte dalla famiglia e dalla società in cui la famiglia è calata. Andrea nesci, e arrinesci. Ma non nel senso in cui aveva sperato. Perché anche nella liberissima Milano vigono regole alle quali è impossibile sottrarsi. E così resta accalappiato. Unica scappatoia che gli resta: il sogno, quella Teresa amata con allegria e abbandonata senza rimorso che subito prende a lievitare dentro di lui come l’unico amore possibile. Ma sono possibili gli amori in cui non ci si dichiara, non ci si rivela, non ci si scambia il fiato, la vita? Così Teresa diventa un interlocutore immaginario, il “tu” col quale sempre più spesso si confronta.
Ma che confronto è quello che avviene tra sé e un’ombra? E la donna di carne? Dov’è? Che fine ha fatto? Può diventare voce che all’improvviso chiama? Che obbliga a tornare quando ogni idea di tornare era stata da tempo rimossa? E tornare dopo un tempo così lungo da aver cancellato i punti di riferimento, i connotati dei luoghi?
Sono queste le domande alle quali ho cercato di dare una risposta raccontando la storia di Andrea e Teresa. Ogni partenza può essere definitiva, e forse sarebbe meglio che lo fosse, chissà, si continuerebbe a vivere nell’illusione che ciò che si è lasciato viva come sotto una boccia di vetro, incontaminato e puro nella felicità del ricordo. Se non fosse partito la sua vita sarebbe stata diversa? Sicuramente. Anche se questo non vuol dire che sarebbe stata più felice: felicità e infelicità, purtroppo, non dipendono da noi.
In quanto alla domanda di Pino, sì, sono accadute entrambe le cose: Andrea è un’altra persona, la terra è stata completamente violata dalla costruzione di uno dei più grossi poli petrolchimici d’Europa (il famoso “triangolo della morte”: Melilli, Priolo, Augusta). L’uomo che torna dopo quarant’anni non si riconosce nella nebbiolina sintetica che porta morte, non riconosce le strade, la costa dove un tempo c’erano solo barche e pescatori che si giocavano col mare il diritto alla sopravvivenza, e le colline coltivate a viti e a ulivi. Il progresso ha portato il cancro e i villaggi turistici, la gloria del denaro facile e la droga che allegramente gira a fare più varia l’esistenza… Altro tempo, altra vita. Di quello che il ragazzo ha lasciato non è rimasto se non la Canària – il palazzo di famiglia custodito con la cura di una sacerdotessa da una donna, Rosetta, che ne ha impedito il degrado con l’orgoglio di poter dire un giorno, consegnando le chiavi al padrone venuto da lontano: “E’ tutto in ordine”.
Aldo:
entrare nel corpo, nei pensieri, nei sentimenti di un uomo… Mi è stato possibile perché penso che il nocciolo di ogni essere umano sia uguale, a prescindere dalla sua appartenenza a un sesso piuttosto che a un altro. Ma per capire come un uomo si comporta ho molto guardato gli uomini, li ho ascoltati a lungo e con attenzione, ho rubato parole, emozioni, gesti, sarcasmi, ironie, quel modo apparente di fregarsene delle sottigliezze, dei dettagli, quell’apparente sangue freddo, quella sicurezza spesso ostentata, quel guardare alla vita che sembra tanto dissimile da quello femminile e invece è così uguale.
Bello quello che hai scritto a proposito dell’eternità dell’amore. In realtà Andrea non ripesca dopo quarant’anni l’amore per Teresa: Teresa è sempre stata dentro di lui, è stata l’altro pezzo di sé, l’interlocutore costante, il perno intorno al quale ha fatto ruotare la sua esistenza.
Ma si può vivere di fantasie? L’amore ha bisogno di concretezza. Perciò, quando la vita deraglia e si perdono i punti di riferimento, non ci si può più accontentare della figurina di fumo protagonista dei teatrini mentali; si cerca la donna di carne con la quale si è stabilità quell’intimità – fittizia – così forte da farcela pensare come l’unica in grado di capirci e accoglierci.
Ma come si può presumere che la vita ubbidisca alle nostre fantasie conformandosi puntigliosamente ad esse? Come possiamo essere così sciocchi da pensare che essa ci regali – infiocchettato e lucente – quanto riteniamo ci sia dovuto?
Della scrittrice Tea Ranno è possibile leggere su Flannery:
il racconto “Cornetto e cappuccino”:
http://flanneryblog.wordpress.com/2009/10/03/cornetto-e-cappuccino/
l’intervista a cura di Salvo Zappulla:
http://flanneryblog.wordpress.com/2010/05/08/come-la-polvere-che-ti-scivola-dentro-il-pugno-intervista-alla-scrittrice-tea-ranno/
Ho scritto una recensione del romanzo:
http://mariadilorenzo.wordpress.com/2009/11/18/in-una-lingua-che-non-so-piu-dire-di-tea-ranno/