
Essere migrante è come condividere
la casa con persone di altre culture,
primo passo per il dialogo:
è la metafora del libro «L’inquilina».
Parla l’autrice Najwa Barakat
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TANTI MONDI IN UN MONOLOCALE
di Laura Silvia Battaglia
(c) Avvenire 13 gennaio 2010
Najwa Barakat ha messo a fuoco una condizione che ormai è inseparabile dalla realtà dei migranti metropolitani: la condivisione dell’appartamento e/o del palazzo da parte di persone di etnie differenti. Perché il primo passo per il dialogo comincia da qui, dall’incrocio dei profumi delle cucine etniche su per le scale, dai silenzi e/o dagli schiamazzi notturni tra una finestra e l’altra. Ma non solo: essere migranti a Parigi come questa scrittrice, nata a Beirut, dove ha studiato teatro e cinematografia, e che lavora in Francia dal 1985 come giornalista per la stampa e la radiotelevisione – significa vivere il mondo in un monolocale. Due le strade possibili, in un’esistenza come questa: sottrarsi al mondo, rintanandosi lì dentro, o sforzarsi di trovare una collocazione in un ambiente che tende a incasellare il migrante in categorie non sue.
Dunque, ecco L’inquilina (Epoché, pp. 150, euro 13,50), unico testo scritto dall’autrice in francese (ad oggi, Barakat ha pubblicato 5 romanzi su sei in arabo, tra cui Ya Salam!, sempre di Epoché), un po’ per mettersi alla prova, un po’ per dire, a chi non l’avesse capito, che, oltre che libanese, lei si sente anche francese.
«Avevo bisogno di una lingua straniera affinché la straniera che ero potesse esprimersi e sentirsi un po’ a casa. Da qui l’uso, in questo romanzo, di una lingua che non è la mia lingua madre, che non mi ha cullata, allevata, né cambiato i pannolini». Il primo segnale del «melting pot» nelle città è la necessità di condividere la casa o il palazzo con persone di altre culture. È un’esperienza che mette a dura prova il dialogo o può anche essere divertente?
« L’Inquilina è il mio tentativo di adottare Parigi come lei aveva adottato me, e il mio sogno di ottenere un permesso di soggiorno nella lingua francese. Parlare una lingua, infatti, non è come scriverla. Il parlato è una specie di visto, lo scritto è più una carta d’identità o un passaporto. Tuttavia, pur cercando di comunicare con l’Altro, so che potrei essere una straniera coriacea. Sono provocatoria, posso sia chiudermi sia aprirmi poiché sono selettiva e critica nei confronti di tutte le culture, compresa la mia. Per un francese, il fatto che io condivida la sua lingua interrogandolo, facendogli delle domande, è un’esperienza positiva o negativa? Si sentirà offeso, felice, interessato, onorato, sminuito? È questo il punto. Comunque sia, l’Altro è sempre una fonte di interrogativi, paure, dubbi, messe in questione. Però è anche apertura, dialogo, arricchimento, diversità, tolleranza, orizzonte. I due aspetti non sono separabili. È una sfida doppia, una medaglia a due facce. E chi afferma il contrario nuoce, in modo inconsapevole e involontario, alla causa che crede di difendere».
In questo libro lei racconta la sua esperienza di immigrazione con ironia. Ma cede anche a tristezze, come quando riflette sulla necessità del ritorno in patria, al coraggio che può mancare nel tornare, alle strane città che si scelgono. Quanto incide la nostalgia sullo stato d’animo del migrante?
«L’unico modo di rendere fisici, reali, tutti questi anni passati in un altrove, lontano dal mio paese d’origine colpito da una guerra civile che non finisce di finire, era di raccontarli. Una maniera di archiviare un tempo che mi sfugge, un tempo in frantumi che non scorre né si accumula ma che, come un corpo agonizzante, ha dei respiri, dei momenti di veglia, di fremito, di tregua, prima di entrare in periodi di letargia totale. Il tempo in esilio non è il tempo reale, normale. È del tutto diverso. E questo lo può capire soltanto uno straniero. Non so se si tratta di nostalgia. Ma l’essere umano non è forse la creatura nostalgica per eccellenza, per definizione? Non siamo forse tutti eternamente nostalgici del tempo che passa, della nostra gioventù, nostri ricordi, della nostra infanzia, del peccato originale e del paradiso perduto? Ho come l’impressione che i problemi del nostro mondo attuale su cui si attaccano delle etichette tipo ‘scontro di civiltà’, ‘problemi d’immigrazione’, ‘dialogo tra Nord e Sud’, in realtà siano il riflesso di quel malessere originario di cui abbiamo perso la definizione lungo la strada ».
Lei dice «Sono stufa di dovermi giustificare a causa della mia differenza ». Quante stupidità e pregiudizi un migrante è costretto a dovere sfatare sulla sua patria? Però quanti stereotipi e false convinzioni il migrante si fa sul Paese che lo ospita? Alla fine, il rischio di equivoci non è vicendevole?
«In effetti, come potrei criticare l’altro senza fare autocritica? E soprattutto quando il risultato si rivela, per quanto mi riguarda, totalmente negativo, quasi nullo! La situazione però è quasi identica da una parte e dall’altra. Il mondo cosiddetto occidentale al quale, grazie alla sua evoluzione e al progresso, spetterebbe il compito di condurre il mondo verso il discernimento e l’intelligenza, sta regredendo a vista d’occhio. E si vedono Paesi di grandi civiltà come la Francia e l’Italia smarrirsi in considerazioni inutili e superflue, per non dire ipocrite e alla lunga nocive, dove si argomenta sull’estrema destra, sull’Islam come ‘religione di terroristi’, sull’immigrazione che è un male assoluto da estirpare, sulla Turchia impossibile da annettere all’Europa perché musulmana e via dicendo. Tutto ciò comunque non scusa né giustifica in alcun modo la deriva del mondo non-occidentale. Poiché quest’ultimo non soltanto regredisce e basta, ma corre anni luce all’indietro a una velocità spaventosa che lo sta conducendo dritto al suicidio. Resta comunque una piccola sfumatura, tutto sommato non così piccola, che mi fa paragonare la situazione alla lotta tra un dinosauro e un insetto, senza alcun disprezzo per i mezzi di distruzione di cui dispongono entrambi».
Il mondo in un monolocale: quante cose del suo Libano lei colloca nei suoi metri quadri francesi?
«Tre anni fa ho traslocato in un appartamentino non lontano dal monolocale dove viveva L’inquilina. È strana questa sensazione di sdoppiamento attraverso i luoghi, che siano posti geografici o luoghi di vita. Quando ho lasciato il Libano nel pieno della guerra civile, per anni ho fatto lo stesso sogno ricorrente: mi sforzavo di uscire da una casa, e mi vedevo mentre guardavo me stessa farlo. E andavo in panico all’idea di essere doppia, ossia qui e là allo stesso tempo. Questo per dirle che, tutte le volte che passo vicino al mio monolocale, mi sembra sempre di abitarci ancora. Non parlo di ricordi ma di una realtà fisica, concreta. Idem per la mia città, Beirut, e per tutti i posti in cui ho vissuto. Ed è anche vero il contrario. Questi luoghi lasciano in me delle parti di loro che mi porto dentro, così come io lascio loro una parte di me. La memoria è un universo straordinario che non riconosce frontiere, epoche, sistemi né ordini. La memoria di uno straniero – uso questo termine perché esiliato non mi piace – è ancora più straordinaria perché si inventa dei riferimenti che non si assemblano, in una specie di geografia cubista di cui è l’unico a custodire il segreto. È il suo modo di affrontare il suo nuovo luogo di vita, di reinventarlo inventandogli una storia, pur sapendo nell’intimo che non ne diventerà mai il proprietario e che ne resterà per sempre un inquilino».
Najwa Barakat è nata a Beirut, dove ha studiato teatro e cinematografia. Dal 1985 vive a Parigi, dove lavora come giornalista (stampa, radio e televisione). Ha scritto sei romanzi in lingua araba, tutti pubblicati presso Dar al-Adab di Beirut, la più competente delle case editrici del mondo arabo (ha in catalogo le voci più significative e pubblica la più prestigiosa rivista letteraria araba da più di cinquant’anni). Le sue opere sono tradotte in francese da Stock e sono oggetto di numerose tavole rotonde presso diverse università europee e americane.
Chiusa nel suo monolocale parigino, la protagonista del romanzo (ampiamente autobiografico) cerca di trovare una propria collocazione in un ambiente che tende a incasellarla in categorie non sue. Sottrarsi al mondo, tuttavia, non protegge dalle disavventure: ratti che scorrazzano per l’appartamento, telefonate inopportune e testimoni di Geova punteggiano le riflessioni agrodolci di Najwa Barakat sull’esilio e la nostalgia. Il suo consueto stile ironico e incisivo non risparmia staffilate a chi le parla soltanto di cuscus, chador e altri stereotipi sul mondo arabo, fornendo così una chiave originale per interpretare il multiculturalismo di oggi.
Il romanzo “L’inquilina” è pubblicato in Italia da Epochè ed è reperibile anche nelle librerie online, come IBS: http://www.ibs.it/code/9788888983479/barakat-najwa/inquilina-najwa-barakat.html
Si scrive Najwa, si pronuncia Nàgiua.
E’ considerata una delle migliori scrittrici libanesi.
Voi che ne pensate?
Avete letto il suo libro “L’inquilina”?
IL PUNTO DI VISTA DI DORA AGROSI’
[Direttore Responsabile di Lanotadeltraduttore.it]
“L’inquilina”, di Najwa Barakat, scrittrice e giornalista libanese che risiede a Parigi già dal 1985 è il suo primo romanzo a tutti gli effetti “da migrante” poiché il primo che scrive interamente in francese. Leggendolo si capisce che la scrittura sgorga come forma di liberazione dalla rabbia per l’esilio e da tanti altri sentimenti provocati dalla lontananza forzata, ad affrontare una quotidianità difficile, sedentaria e solitaria.
Nell’intento di scrivere in prima persona, l’autrice sembra voler dare voce a coloro che non accettano la condizione di esuli di guerra, o politici, che non accettano un altrove da costruire al di fuori della propria terra. Che cadono in una vita passiva.
Naturalmente i pochi contatti con i propri cari (anch’essi esuli in posti lontani) avvengono attraverso il telefono o la posta elettronica. Da una parte descrive un mondo chiuso in un monolocale, il suo, in cui trascorre la maggior parte delle giornate. Immagina orizzonti inesistenti, trasforma la natura delle cose in qualcosa di più grande.
“L’inquilina” pertanto non è un diario personale dell’autrice, ma un romanzo basato sull’esercizio autobiografico come espediente da cui prendere spunto e proseguire nella narrazione. Vengono perciò annotati avvenimenti reali, poi caricati da una notevole fantasia.
Parallelamente è un valido strumento per esprimere il sentimento dell’esilio di coloro che “vivono in un altrove, nel regno degli Hematlos”, la nostalgia, le “acque agitate della solitudine”, la precarietà, il multiculturalismo…Najwa Barakat avverte il lettore sin dall’inizio che non metterà nemmeno una data, è un libro impersonale sull’esilio, non ha bisogno di date, come se stesse prestando la propria voce ad altri: “A cosa serve precisare una data? Io vivo in una parentesi. M’importa solo di quel che c’è al suo interno. Allora afferro la parentesi, la apro”, l’autrice apre perciò la porta della sua vita all’interno del suo monolocale, abitato e arredato da “esilio”, “nostalgia”, “solitudine”.
Reinventa se stessa partendo da una “dieta linguistica”, scrive in francese, e il monolocale diventa “il laboratorio sperimentale” dove tutto ciò che succede passa al setaccio dell’esercizio autobiografico: le conversazioni con gli amici fuggiti per il mondo, con la famiglia rimasta a casa, la paura dei ratti che si presentano, i testimoni di Geova allontanati attraverso il citofono.
Arriva però il momento della presa di coscienza in cui non può più fare a meno di rendersi conto che barricarsi in casa completamente non è un modo di vivere adeguato per un umano. Produce profonda tristezza e insonnia. Il laboratorio sperimentale sta cominciando a dare le prime risposte nette e la metafora iniziale dell’esilio e dell’omissione delle date trasforma la “parentesi” iniziale in “fotografia”.
“A che serve precisare una data? Io vivo in una fotografia”, dove l’unico oggetto animato è un pallone color arcobaleno, metafora del tempo che si muove, salta e rimbalza, come se qualcuno lo avesse appena lanciato per perpetuare il gioco dell’esistenza.
PARLA LA TRADUTTRICE GAIA AMADUCCI
Tradurre un autore che decide consapevolmente di scrivere un testo in una lingua che non è la sua, comporta diverse problematiche. In questo caso, ci troviamo di fronte a una scrittrice araba, più precisamente libanese, Najwa Barakat, che sceglie di esprimersi in francese, l’idioma del paese in cui vive da anni.
Perché lo fa?
La risposta viene suggerita dal contenuto del testo, che consiste in una sorta di monologo sulle diverse crisi di identità subite da chi emigra di luogo in luogo, di cultura in cultura, faticando a trovare un equilibrio tra passato e presente, tra rivendicazioni e assimilazioni.
La versione originale presentava alcune «preziosità» linguistiche un po’ fastidiose, forse, per un lettore di madre lingua non-francese. Conoscendo la benevolenza con cui i parigini guardano a chi si dedica alla loro lingua, non stupisce invece la buona accoglienza con cui il testo è stato accolto in Francia.
Per quanto riguarda la traduzione in italiano, ho preferito soffocare un po’ certi riferimenti troppo locali e concentrarmi invece sul contenuto, brillante e allo stesso tempo malinconico.
La struttura del testo, quasi da pièce teatrale, ha aiutato molto poiché l’italiano si piega alle sfumature più diverse. Inoltre, paradossalmente, la traduzione italiana permette l’emergere dell’arabo che la versione francese soffocava.
Infatti, l’italiano è una delle lingue più adatte per tradurre l’arabo poiché non sono dissimili come si può pensare, oltre al fatto che la nostra lingua non tende ad appiattire ma a valorizzare, se impiegata bene. In qualche modo, quindi, è stato come tradurre da due lingue, una più manifesta (che ben conosco) e una più indiretta (che ben ri-conosco).
Conoscere personalmente l’autrice e avere con lei un bel rapporto di amicizia ha contribuito al mio vivere emotivamente il testo, a coglierne le sfumature più amare così come quelle più ironiche in un dialogo quasi personale tra me e lei.
Faticoso, comunque, poiché volendo bene a qualcuno non si può restare indifferenti davanti a una scrittura del malessere, forse perché la si coglie in modo più intimo. Un po’ come il chirurgo che opera qualcuno che conosce bene.
La brevità del testo ha imposto una cura attenta riguardo alla scelta delle parole, ma devo dire che la traduzione non mostrava particolari difficoltà dal punto di vista strettamente linguistico poiché la prosa era scorrevole, i termini facilmente rintracciabili e la sintassi piuttosto regolare.
Najwa Barakat ha scritto diversi romanzi, tutti in arabo. In italiano avevo corretto le bozze della traduzione di “Ya salam!”, l’unico suo libro finora tradotto nella nostra lingua.
In “L’inquilina” alcuni temi anticipano quelli di “Ya salam!” (per esempio la paura dei ratti), sicché è stato come ritrovarsi in un universo non sconosciuto. D’altra parte, ogni autore possiede il proprio universo letterario e, quando amiamo ciò che scrive, ogni nuova opera ci riconduce a un’atmosfera familiare anche se parla di cose apparentemente nuove.
Gaia Amaducci
Leggere i testi di autori di matrice culturale diversa da quella occidentale credo che possa aiutarci molto a capire e rispettare gli “straneri”, facilitando il processo di una integrazione reciproca arricchente, da vivere come occasione di nuove esperienze umane e conoscitive.
Maria Gisella Catuogno
Ho ordinato il libro. Una trama intrigante e i valori aggiunti dell’autrice: vissuto personale e cultura “differente”, rendono difficile sottrarsi al confronto.
Grazie, Marta.
Sono d’accordo con te.
E ‘ imperdibile.
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Grazie anche a Gisella