Io non ho nome. Ada Negri


Fammi uguale
a quelle foglie nel sole

di CRISTIANA DOBNER

Pace, lavoro, pane!“. Questo grido di una giovane donna di ventidue anni non nasce da un’astrazione o da una vaga azione politico sociale, sgorga dall’esperienza di quella maestra che porta il nome di Ada Negri, detta Dinin. Lodigiana, figlia di un manovale e di una tessitrice, “madre operaia”, semplice popolana, Ada Negri passò l’infanzia nella portineria del palazzo del conte Barni, coniuge del famoso soprano Giuditta Grisi, di cui la nonna della bimba era governante. Due stili di vita opposti che si incisero nel suo immaginario psicologico, creando una sensibilità molto viva per i poveri e i diseredati; in filigrana tutto trasparirà nel romanzo autobiografico Stella mattutina del 1921.

Fu la madre, con il duro lavoro in filanda – il padre era morto quando la bimba aveva solo un anno – a consentire alla sua intelligenza di svilupparsi. Ada diventerà maestra elementare e riscatterà la sua condizione sociale, ma rimarrà sempre un “fringuello” che canta “a gola perduta nella piccola gabbia appesa al sole”.

Lo sfruttamento e il confronto con la borghesia scossero l’animo della bimba e la resero sensibile al bisogno altrui; fu ostile alla Chiesa proprio per la difficoltà dei poveri, degli emarginati. Dai diciotto anni Ada insegnò, tanto da guadagnarsi l’appellativo di “maestrina di Motta Visconti”, scrisse però anche articoli per “Il Secolo” e “Il Corriere della Sera”, rimanendo nel profondo una poetessa tanto da riunire, nel 1892, le sue composizioni dense di liricità apparse dapprima nella “Illustrazione popolare”, nella raccolta Fatalità.

La fama le arrise immediatamente e fu un trionfo, tanto da ricevere dal ministero dell’Istruzione il titolo, ad honorem, di docente nelle scuole di ordine superiore. Ada, insieme alla madre, si trasferì così a Milano all’Istituto Gaetana Agnesi. Fin dall’esordio ebbe il plauso dei lettori, riconoscimenti da parte di editori, giornalisti e professori. Penetrò nelle scuole. Due autorevoli critici però la criticarono: Croce e Russo.

Il Partito socialista italiano l’attirò e entrò in contatto con i suoi membri di spicco: Filippo Turati, Benito Mussolini e Anna Kuliscioff, che la sentì “sorella ideale”. Se Ada si era fatta voce degli umili, con lo stesso vigore ed ardore abbracciò gli ideali sociali e fascisti, in vista di un riscatto sociale che tanto pesò sulla sua esistenza.

Ada Negri fu insignita del Premio Milli per la poesia nel 1894, anno in cui uscì la seconda raccolta di poesie: Tempeste. La somma legata alla vittoria era una rendita annua che le consentì una tranquillità economica.

Una natura melanconica, vibrante di sentimento, di fantasia e originalità. Una solitaria anche se partecipe delle tensioni politiche e sociali. La denuncia sociale del mondo della fatica e della miseria che lavora tredici ore al giorno, è il basso continuo della sua scrittura e della sua poesia, la tematica che più la colpisce, venne definita quindi “poetessa del Quarto Stato“.

“Il Giornale d’Italia” le riserva ben poco spazio, aggiornando solo sulle sue pubblicazioni con due soli articoli. Il 15 febbraio 1904 vengono stampate, per concessione dell’editore Treves, alcune poesie tratte dalla raccolta Maternità suscitata in lei dalla nascita della prima figlia.

Ada fu solitaria per scelta perché amava affermare “i veri scrittori e poeti non appartengono a gruppi e chiesuole”.

La vita sentimentale di Ada Negri non fu felice, il matrimonio nel 1896 con l’industriale tessile biellese Giovanni Garlanda fallì nel 1913, lasciandola con la figlia Bianca e il dolore della morte di Vittoria a un solo mese di vita. Iniziò così il suo periodo dei viaggi, con residenza in Svizzera dove la figlia era stata mandata a studiare lingue e Ada aveva deciso di seguirla per non rientrare più in patria. La poesia di Ada fu trasformata da queste dolorose vicende e divenne più introspettiva, come si nota in Maternità e in Dal Profondo. L’esilio a Zurigo rese il suo amore di patria più vivo e fece virare la sua passione sociale in passione patriottica.

Ada non rimase indenne da un’altra passione d’amore che si concluse rapidamente perché colui che amava morì di spagnola nello stesso anno in cui lo conobbe e trovò la sua espressione in Il libro di Mara per culminare nel romanzo autobiografico Stella mattutina del 1921 di cui Flora scrisse: “Qui è la rapida scrittura piena, qui il franco stile intraveduto e voluto dalla Negri fin dal suo esordio (…) Qui è una prosa che canta e in ogni ritmo scopre la realtà: qui nei periodi l’ispirazione ha il correre delle limpide acque che passando riflettono colori accesi, luci intense ed astri”.

Nel 1940 il culmine del successo fu la nomina a membro dell’Accademia d’Italia quale unica donna ammessa. Sempre sotto l’ombrello del regime fascista. Il membro dell’Accademia era tenuto a notificare i suoi spostamenti in territorio italiano, in compenso poteva servirsi di una vettura di rappresentanza inviatale dal Prefetto. Ma un’altra amarezza si aggiunse alla sua già tormentata vita: il rifiuto del premio Nobel, a cui era stata candidata dal governo italiano, probabilmente per la sua adesione al fascismo, che invece nel 1926 fu attribuito a Grazia Deledda.

A Capri, dove giunse dopo il viaggio in Sicilia nel marzo del 1923, mentre percorreva una scala scoccò per lei il momento della grazia: “Dovrò pur salire gli scalini, arrivare fino a lassù, toccar con le mani la nube che s’affaccia a mezzo dell’arco. Nessuno è con me: non vi sono appoggi: non vi sono che le due muraglie scabre: non v’è che questo candore. Quando sarò là in cima troverò Dio. Povera è la scala; e non la salgono, io ne sono certa, che piedi scalzi o difesi da umili suole di corda. Anch’io sono povera: povera di tutto: non ho chi mi ami, né chi mi protegga: se non mi guadagno la mia giornata, non ho di che vivere. La scala è adatta ai miei piedi; ed io la salirò così divotamente, che Dio non mi respingerà”.

Si appassionò a Caterina da Siena e scrisse un libro su di lei. Allo scoppio della prima guerra mondiale Ada lasciò la Svizzera e servì negli ospedali italiani. Da una lettera scritta nell’inverno di guerra, il 28 dicembre 1942, a una amica che prestava servizio come crocerossina, sappiamo dell’affinità della poetessa con Teresa del Bambino Gesù: “La mia sorella celeste, guida ad ogni mio passo, ci ottenga il più assoluto e fiducioso abbandono allo Spirito di Dio”.

L’ultima raccolta, Fons vitae, ormai trasuda il distacco dalla vita, che avverrà nel 1945: “Fammi uguale, Signore, a quelle foglie / moribonde che vedo oggi nel sole / tremar dell’olmo sul più alto ramo. / (…) Fa ch’io mi stacchi del più alto ramo / di mia vita, / cioè, senza lamento / penetrata di te come del sole“.

(© L’Osservatore Romano – 1 gennaio 2010)

18 responses on “Io non ho nome. Ada Negri

  1. « Io non ho nome. – Io son la rozza figlia / dell’umida stamberga; / plebe triste e dannata è la mia famiglia, / ma un’indomita fiamma in me s’alberga. »

    (Ada Negri, da Senza Nome, Fatalità 1892)

  2. Le poesie della Negri, oggi difficilmente reperibili, furono pubblicatissime nei testi scolastici per la scuola elementare fino agli anni sessanta el Novecento. L’ultima pubblicazione delle sue poesie sembra che risalga al 1956.

  3. Pingback: Io non ho nome. Ada Negri « Scrivere è un destino·

  4. Poetessa da scoprire, almeno da parte mia…Intanto ho trovato questa che vi propongo.

    Il dono

    Il dono eccelso che di giorno in giorno
    e d’anno in anno da te attesi, o vita
    (e per esso, lo sai, mi fu dolcezza
    anche il pianto), non venne: ancor non venne.
    Ad ogni alba che spunta io dico: “È oggi”:
    ad ogni giorno che tramonta io dico:
    “Sarà domani”. Scorre intanto il fiume
    del mio sangue vermiglio alla sua foce:
    e forse il dono che puoi darmi, il solo
    che valga, o vita, è questo sangue: questo
    fluir segreto nelle vene, e battere
    dei polsi, e luce aver dagli occhi; e amarti
    unicamente perché sei la vita.

    Gisella

  5. Ada Naglri fa parte delle scrittrici che ho inserito nel corso di Letteratura italiana (tutte scrittrici tra otto e novecento e novecento) che tengo per studenti di diverse università americane che frequentano un semestre a Ferrara presso la CIEE.

  6. Grazie, Luciana, per il suo intervento.
    .
    So che lei svolge una attività molto intensa e davvero meritoria nel campo della letteratura, nel portare alla luce e valorizzare le autrici piu’ interessanti e significative.

    Il mio grazie a lei, dunque, per cio’ che fa e per cio’ che ha scritto nel post, facendoci conoscere un aspetto della sua bella attività.
    .
    Un caro saluto.

    Maria Di Lorenzo

  7. La danza della neve

    Sui campi e su la strada
    silenziosa e lieve,
    volteggiando, la neve
    cade.
    Danza la falda bianca
    ne l’ampio ciel scherzosa,
    poi sul terren si posa,
    stanca.
    In mille immote forme,
    sui tetti e sui camini,
    sui cippi e sui giardini,
    dorme.
    Tutto d’intorno è pace,
    chiuso in oblio profondo,
    indifferente al mondo
    tace.

    Una dolce e musicale poesia di A. Negri che a buona ragione le attribuisce l’impronta ” impressionista”. Il paesaggio incantato e magico sembra fermare il tempo: la neve cade lentamente dipingendo il silenzio e la pace in un’atmosfera irreale e consolatoria.

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