Si può dire la morte, dirla poeticamente? Da una parte la morte è proprio l’esperienza in-dicibile, nessuno è tornato dalla morte e anche Orfeo, simbolo dei poeti, fallisce nel tentativo di far risorgere l’amata. Dall’altra parte tutta la poesia ha il sapore della morte e del suo superamento, l’amore. Sulla cuspide di questo paradosso si colloca l’ultima raccolta di poesie di Rosa Elisa Giangoia, poetessa, latinista e raffinata narratrice genovese, intitolata “Sequenza di dolore”, che scaturisce dalla morte del marito Mino. Da quel momento il cuore si apre e lascia scorrere il dolore che dilaga come in un’emorragia, travolgendo il lettore.
Viene subito in mente “Diario di un dolore” di C. S. Lewis, in cui lo scrittore si metteva a registrare ogni movimento anche impercettibile del cuore. Ma se nel suo libretto in prosa l’approccio finisce per apparire refertuale e introspettivo, quasi filosofico (o teologico), nei versi della Giangoia tutto diventa magma incandescente, al punto che, come osserva padre Antonio Spadaro nella prefazione, «in questa manciata di versi densissimi che non lasciano al lettore la clemenza di un respiro, di una lacrima di commozione, accade tutto: Mors et vita duello conflixere mirando». Un testo tremendamente denso ma anche delicato, che riesce a condurre per mano il lettore sulla soglia dell’abisso, provando a tendere il capo per scrutare, oltre il baratro, il mistero della morte.
Scritta dopo la morte del marito, la prima di queste trentanove brevi e laceranti liriche (il numero combacia con quello che tradizionalmente è il numero delle frustate ricevute da Cristo), ricorda il primo incontro: «Forse tante volte ci eravamo incontrati,/ come stranieri per le strade,/ finchè figli della fortuna ignari,/ siamo entrati dalla porta della gioia/nella casa diventata nostra./ E così le nostre vite/ si sono incrociate tardi…», versi che richiamano l’incipit di «Un amore a prima vista» della Szymborska: «Sono entrambi convinti/ che un sentimento improvviso li unì./ È bella una tale certezza/ ma l’incertezza è più bella./ Non conoscendosi prima, credono/ che non sia mai successo nulla fra loro./ Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi/ dove da tempo potevano incrociarsi?».
L’apparente caos della vita, di una vita colpita e ridotta in frantumi, rivela in controluce una trama da decifrare nella faticosa opacità del quotidiano. In questi versi si dispiega, osserva Spadaro, «il diario di un dolore vissuto con dignità sapiente, capace di avvertire il fuoco dell’assenza e sentire proprio in quello il segno di una presenza differente tutta da scoprire». In questa luce «Sequenza di dolore», come lascia intuire il titolo, assume anche una dimensione orante, liturgica che non sopisce l’acutezza della ferita ma permette, viene da dire miracolosamente, ciò che la morte intrinsecamente nega: la condivisione.
“Sequenza di dolore”, di Rosa Elisa Giangoia, Fara Editore, 2010, pp.59, 13 euro
(c) Romasette – 15 marzo 2010
http://www.romasette.it/modules/news/article.php?storyid=5762

Rosa Elisa Giangoia è insegnante, scrittrice e saggista. Collabora a riviste letterarie e di didattica anche on line.
Ha ideato e cura (dal 2001) la newsletter Lettera in Versi (http://www.federazionebombacarta.it/lettera-in-versi/) nell’ambito del progetto culturale BombaCarta (www.bombacarta.com).
Ha pubblicato manuali scolastici, tre romanzi (In compagnia del pensiero, 1994; Fiori di seta, 1989; Il miraggio di Paganini, 2005), un prosimetron (Agiografie floreali, 2004), un saggio di gastronomia letteraria A convito con Dante (2006) e un’edizione delle Bucoliche di Virgilio con annotazioni in latino (Accademia Vivarium Novum, 2008).
Ha realizzato con Laura Guglielmi la collana (10 voll.) Liguria terra di Poesia (1996-2001) e con Margherita Faustini i volumi Sguardi su Genova (2005) e Notte di Natale (2005).
Fa parte di diverse giurie di Premi letterari.
Sue poesie sono presenti in numerose antologie. Ha vinto vari premi letterari.
È impegnata nella diffusione del Latino con il “metodo-natura” del linguista danese H.H. Ørberg.
Ed è un’amica di Flannery, che voi tutti certamente avete imparato a conoscere per i bellissimi testi inviati di volta in volta a questo lit-blog nei mesi passati.
Oggi parliamo di lei
Grazie ad Andrea Monda per la bella recensione apparsa nei giorni scorsi sulla pagina Romasette di Avvenire.
Grazie ad Antonio Spadaro, prefatore straordinario del libro.
Leggiamo insieme qui sotto la sua analisi del testo poetico.
SUL FILO DELLA SPADA, AL DI LA’ DEL TAGLIO
di ANTONIO SPADARO
Dire addio a una persona amata che attraversa il filo della spada della morte, e che ormai sa che cosa c’è / oltre il suo taglio significa toccare i fili che legano in noi ossa, carne e anima rendendoci umani. La parola, della quale con sgomento Rosa Elisa Giangoia percepisce ora più che mai il limite espressivo, diventa esercizio di umanità, indagine di senso. La memoria non è pura membrana che risuona di nostalgia, ma occhio capace di guardare ancora al passato soltanto perché sa protendersi verso un orizzonte, che è limite e, insieme, pista di lancio.
La poesia dunque fiorisce inaspettata, forse, come sintassi di una esperienza impossibile da condividere / per assenza di parole. Questo è il paradosso, infatti: Bisogna prendere dalla vita / le parole per dire la morte / che non ha parole, e che anzi soffoca quelle che timidamente si affacciano. La poesia di questa plaquette nasce da un paradosso, dunque, il quale però è in grado di intuire che la morte è un gesto ampio della vita. E come tale qui viene rivissuto.
I versi ci presentano un uomo, l’uomo amato, che si confronta con la morte, nemico duro di pietra che rende il corpo una sequenza particolare / programmata per l’estinzione. Il pensiero della morte si inserisce nella linea orizzontale della vita obbligandola a una riconsiderazione di se stessa. Nulla può essere come prima, quando si sa che i propri giorni volgono al termine, e occorre affrontare un apprendistato di confidenza / nel continuare ad essere vivo iniziando ad aspettare che si apra una porta, sperando sia di luce.
Questa forse la prima tappa di un abbandono e di una consegna non vissuta in solitudine ma sempre condivisa. E la poesia registra con delicatezza aspra una crescente comunione che si approfondisce quanto più si sente crescere quel muro di pietre a secco / tra me e te – scrive la Giangoia – quando i nostri giorni / si sono vestiti di reticenza, / attraverso le lacrime / atteggiate a sorriso scambievole. L’amore vive di questo ossimoro esistenziale: persino il muro di una lontananza invalicabile diventa strumento di congiunzione sulla soglia di un non detto che le apparenze sembrerebbero invece sciogliere nell’equivoco e nell’imbarazzo. E così il gioco di sguardi diventa la collezione di frammenti di un muto discorso amoroso: Guardare il tuo sguardo / per catturarlo con il mio / per trattenerlo, / vicendevolmente immobilizzati, / senza che nulla potesse distrarli, / né distinguerli l’uno dall’altro. Il discorso amoroso qui salta le distinzioni e l’empatia profonda non supplisce, ma porta a frutto la feconda assenza di parole. Le traiettorie degli sguardi sembrano unificarsi e puntare verso un luogo assente, che però non è utopia, ma speranza che regge la domanda se la morte sia fine o transito, se essa fa della vita / un cerchio o un arco.
E presto la nostalgia giunge a dare il suo gusto anche a un presente il cui godimento già sfugge: e noi sapevamo di perdere il sapore / dei lamponi del nostro giardino / irraggiungibile / mentre al sole che invecchiava / maturavano le melette asprigne / verso il freddo del loro rosso autunnale. Il mondo esterno sembra svanire mentre la stanza del dolore e dell’abbandono annunciato diventa essa stessa un mondo in cui si alternano parole di ghiaccio, di fredda consapevolezza, e parole di fuoco, di confidenza nella grazia.
…ma io volevo trattenere qualcosa / e non sapevo cosa di te, / perché l’illimitata trasparenza / tra il mio vivere e il tuo morire / non si offuscasse mai. Il gesto di trattenere qualcosa lancia le mani verso la morte per strapparle qualcosa, per mettere in salvo qualsiasi cosa in grado di mantenere una trasparenza radicale delle reciproche condizioni di esistenza… anche un’ora / un giorno, un tempo sconosciuto / per una supposta compiutezza… eppure il gesto resta teneramente, umanamente vano. Il mondo presente non è e mai può essere il tempo della compiutezza. I discorsi sono sempre lasciati a metà perché noi non ne conosciamo il senso ultimo. L’unico modo per vivere la compiutezza – se ne accorge in un lampo la Giangoia – è l’amore… e intanto t’amavo anche per i giorni / in cui non ci saresti più stato. Il dolore per la perdita imminente dà il suo suo primo frutto, valicando il muro della separazione con un salto che spinge l’amore talmente in avanti da superare anche la soglia ultima.
Pagina dopo pagina si dispiega il diario di un dolore vissuto con dignità sapiente, capace di avvertire il fuoco dell’assenza e sentire proprio in quello il segno di una presenza differente tutta da scoprire e ricercare pur nelle nubi di una conoscenza criptata da decifrare nel desiderio e nella speranza che si alimentano reciprocamente. Fino a quando, cogliendo il limite sul lato del visibile, / nella giusta distanza / della compassione e dell’immaginazione l’amato non si fa misteriosamente inconoscibile, fino a quando lui è ancora e per sempre «tu», ma nella forma dell’assenza.
L’accompagnamento si fa muto scambio di comprensione interiore: io ti guardavo / e tu vedevi che io ti guardavo / e io capivo che tu te ne rendevi conto / e io vedevo che tu capivi che io ti guardavo / e io volevo oltrepassare lo sguardo, / finché tu vedesti il ricapitolarsi / del tuo vivere nel suo perdersi / e poi nessuno dei due vide più nulla, / con gli occhi della vita, / più nessun riflesso dei riflessi. In questa manciata di versi densissimi che non lasciano al lettore la clemenza di una pausa, di un respiro, di una lacrima di commozione, accade tutto: mors et vita duello conflixere mirando. E questa lotta tra vita e morte si materializza in sguardi che sono carezze: la carezza va al di là del suo termine e cerca ciò che ancora sta come chiuso e sopito al di là dell’avvenire e della possibilità. Non è ricerca di dominio, di possesso: toccato dalla carezza dello sguardo l’uomo amato non perde la sua libertà di affrontare faccia a faccia il mistero che in lui si sta compiendo. Lo scambio di sguardi semmai è talmente serrato da far emergere con solennità un terreno di incontro. Il passaggio dalla vita alla morte qui si compie non solo con dolcezza e tenerezza, ma soprattutto con una intensità per cui il distacco diventa cecità. In quel momento è come se si facesse largo la consapevolezza che lo sguardo è solamente il riflesso dello sguardo dell’altro: se questo cede, l’altro si spegne. E resta il buio. Allora, in quel momento e da quel momento, il mondo sì resta uguale (i mobili e i quadri erano al loro posto, / il sole entrava dalla finestra, / il mare azzurro brillava sullo sfondo / e una grande nave bianca lo solcava)… eppure tutto cambia. Il mondo diventa un palcoscenico mezzo smontato che a chi resta lascia il senso di un vuoto ascendente, di una solitudine che rende ogni tocco privo di intimità reale: vivo la solitudine collettiva / dei fili d’erba sul prato.
Ed ecco il salto, però, giungere guizzante dalle ceneri di uno sguardo spento e dalle macerie di un mondo andato in pezzi. La consapevolezza si approfondisce e la solitudine diventa luogo di meditazione capace di sollevare la pietra tombale: il limite tra la vita e la morte non è barriera, muro scalcinato su cui si proiettano le nostre ombre. Il limite, quando a spingersi oltre il limite è l’amato, viene riscoperto e intuito come frontiera che mentre separa congiunge ma in modo diverso: Non è la morte che separa davvero / se almeno tu ora / vedi nel mio cuore. Il filo immateriale diventa la testimonianza di un percorso – la vita stessa – in cui io semino ovunque il mio amore / perché ovunque tu possa trovarlo. E si comprende adesso come l’incompletezza sia terribile e dolce cifra vera dell’amore in questa terra che lancia nel futuro, al di là della frontiera, il compimento della dolcezza: consola sentire che le parole più belle / ancora ce le dobbiamo dire. E si apre quindi la lotta con l’immaginazione per pensare l’amato in un dove e in un come: è la buona battaglia della fede – che si combatte sapendo di aver già perso – con le proprie facoltà. Ma è bene che questa battaglia venga combattuta per comprendere quale sia l’unico modo per vincerla: la resa.
Ma anche la resa non basta, perché una volta avvenuta, resta il travaglio del timore di non riconoscerti / quando ti ritroverò / nel giorno della risurrezione / che io credo sicura. E la lotta ricomincia, e ricomincia l’amore che è in se stesso ricerca e riconoscimento dell’amato, come il Cantico dei Cantici ci dichiara. E quindi resta soltanto un’ultima parola, la vera, l’unica che dà pace all’animo in lotta: la mia riconoscenza infinita / per essere stato per me.
Grazie, Antonio, per la tua splendida prefazione al libro
Ho ricevuto il libro dalla stessa autrice e l’ho letto d’un fiato, e poi riletto piano piano, perche’ il dolore e’ come una lama che bisogna far entrare lentamente nella carne, altrimenti ci dissangua.
Ho vissuto e rivissuto attraverso le pagine esperienze sorelle a quel dolore di Rosa, e ho percepito la bellezza della sua poesia, che parla di cose universali e percio’ arriva dritta al cuore.
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Grazie, Rosa, per aver scritto questo libro!
Ma non posso tacere il mio grazie anche per Alessandro Ramberti, editore del libro – sua è la sigla editoriale Fara Editore: gli dico grazie per il meraviglioso lavoro che fa, per il coraggio e per l’entusiasmo che mette nel suo lavoro, per i testi che pubblica, così forti e profondi, per quello in cui crede e per il modo in cui percepisce e vive la cultura. Grazie, Alex
VITA E AMORE
di Nicoletta Verzicco
http://farapoesia.blogspot.com/2010/01/su-sequenza-di-dolore-di-rosa-elisa.html
Ho respirato tutto d’un fiato questa Sequenza di dolore di Rosa Elisa Giangoia percependo in ogni pagina vita e amore.
Nonostante io non abbia combattuto con le lacrime che velavano le parole scritte, queste ultime erano limpide e sono entrate in me trovando spazio in fondo al mio cuore per restare.
In un sommesso scambio di sguardi, di pensieri unilaterali, di parole dette e parole che possono sembrare essere state offerte troppo tardi, si legge di due esseri umani legati per la vita, uniti nell’amore oltre la vita: «E intanto t’amavo anche per i giorni / in cui non ci saresti più stato.»
La sofferenza transitoria di lui che, costretto, ha «abbandonato il bozzolo» si trasforma in afflizione incessante per lei che rimane «… sono perseguitata / dai giorni che verranno… mentre una moltitudine / di pensieri variabili / si precipita nella mia notte / che volevo rimanesse con la tua».
Si è avvolti delicatamente dai colori che appaiono all’improvviso tingendo il nero «… arderci di sale sul mare / bruciarci le ali verso il sole… persi nell’azzurro e nella brezza / incontro all’antico…” che nero poi ritorna per assorbire tutti i raggi del medesimo sole «Ma la Gorgone / da albe ormai remote… scrutava le nostre vite / e… ci avvolgeva / nelle sue trecce di serpente».
C’è commistione fra morte e vita, gioia e dolore e da essi si è avvinti; è impossibile non immedesimarsi e non provare le emozioni della poetessa; è incredibile non vedere ciò che di lui rimane attorno a lei e, leggendo, diventa colmo nei miei occhi quel vuoto «… sul divano dello studio… sullo sfondo azzurro / del mare e del cielo / oltre la finestra…» perché non esiste spazio completamente privo di materia se attraverso esso qualcosa di prezioso è passato. I versi sgorgano come acqua pura da falde sotterranee attraversando «quel muro di pietre a secco» e tengono unito ciò che la caducità umana vorrebbe dividere, così vita e amore ci sono donati non rendendo vana la sequenza del dolore.
di LAURA ROMANI
http://www.viacialdini.it/sequenza-di-dolore
Sequenza di Dolore, di Rosa Elisa Giangoia con prefazione di Antonio Spadaro – Non ricordo di aver letto mai una silloge sul tema della morte di una persona cara così intensa per l’amico di vita che scompare, anche per noi lentamente, perché, come dici “Bisogna prendere dalla vita/ le parole per dire la morte/ che non ha parole”.
La tua stupenda raccolta di poesie rimane dunque sospesa tra le parole prese dalla vita e lo stupore attonito di tutte quelle che non hanno parole per dirla…
Eppure qualcosa, simile a un mistero, alita tra i vostri silenzi, quello di una maternità e di una nascita, nel pacato tenero dialogo tra due anime che si ritrovano intrecciate “in una tela già un pò consumata / per una felicità troppo breve”. È la Madonna Addolorata del Fiasella che riesce a trovare “sola nella sua desolazione” le parole da suggerire con uno Sguardo addolorato e implorante verso il cielo “la maniera umana di morire” (…) “dell’essere ri-consegnato”. E tu di rimando a dirle: “E io ho dovuto piantare / una freccia nel cuore”, quasi inconsapevole di star diventando tu stessa madre, che nel dolore accompagna l’amico verso una “porta / sperando fosse di luce”.
Tra la speranza di luce oltre la porta e quel “sole che invecchiava”, “maturavano”, intanto, “le melette asprigne / verso il freddo del loro rosso autunnale”. Contrasti di luce ed ossimori fanno da eco ad una Croce in chiasmo che ancora non discende negli Inferi per riscattare la vita dalla morte, ma rimane lì sospesa “con la luce a rovescio della tua”, come dici, per una vita che “fu ripristinata”, “mentre il mondo esterno per noi svaniva”. E poi tante domande filosofiche si affastellano stringendo verso il momento dell’ “illimitata trasparenza…”, in una suite magistrale di memorie intime e sapienziali che ne accompagnano la cadenza.
Così le pagine intrecciano ormai un dialogo che va diluendosi andando incontro a questi versi di una luminosa, serena bellezza: “l’ultima a sorriderti in casa/ è stata la Madonna col Bambino/ dell’Assereto giovane”… Che meraviglia!
di ANTONIO LA MALFA
Il titolo già parla chiaro.
Un titolo simile al libro di C.S.Lewis “Diario di un dolore”, un libro scritto in prosa – questo è invece composto di una quarantina di poesie – e l’argomento è purtroppo analogo: la perdita della persona cara con cui l’autore/l’autrice ha vissuto e condiviso gran parte della propria vita. “Sequenza di dolore” mi fa pensare, per come è organizzata la raccolta di poesie, alla costante presenza di Rosa Elisa davanti al letto di Mino, la persona amata e purtroppo in fin di vita. Una sequenza da elettrocardiogramma, fatta di alti e bassi, di onde avvolgenti e picchi vertiginosi, fino alla linea piatta che divide il sopra dal sotto, i morti dai vivi, e il caparbio tentativo di Rosa Elisa di guardare oltre quella linea.
E’ un dolore composto, netto e tagliente come una spada, dove ogni singolo vocabolo sta precisamente lì, lì dove deve stare, anche se c’è sempre uno scarto, un’inadeguatezza incolmabile in ogni parola che parla di morte: “…Bisogna prendere dalla vita/le parole per dire la morte/che non ha parole”(pag.28).
Rosa Elisa osserva e cerca di decifrare il volto di Mino, conferendogli una grande dignità e lasciando spazio alle grandi domande del mondo: “…alla fine fu vero solo uno sguardo,/il tuo, ma stravolto./E rimase il dilemma se la morte/fosse fine o transito,/se facesse della vita/un cerchio o un arco.(pag.29)
L’autrice desidera umanamente a ogni costo prolungare la vita del suo caro: “…e io chiedevo ancora un’ora/un giorno, un tempo sconosciuto/per una supposta compiutezza./E intanto t’amavo anche per i giorni/in cui non ci saresti più stato.”(pag.31).
Si fa riferimento all’assenza, come si intuisce la mancanza di un quadro osservando la silhouette che lascia sul muro abitato per un lungo periodo: “…fino alla rigidità del tuo silenzio,/quando si è disgiunta/la terrena congiunzione/e tu ti sei fatto per me/misteriosamente inconoscibile,/in questa vita./Eri ancora tu,/ma eri per sempre la tua assenza.”(pag.33).
C’è un prima e un poi, netto, inconciliabile, e l’assenza non è solo una qualità dell’amato, ma lei stessa: “…tutto /sembrava sempre uguale nella stanza/(i mobili e i quadri erano al loro posto,/il sole entrava dalla finestra,/il mare azzurro brillava sullo sfondo/e una grande nave bianca lo solcava)/invece tutto era cambiato/e non mi restava/che il vivere nell’assenza.”(pag.34.)
A tratti prevale una chiusura, un raggomitolarsi stanco e rassegnato: “…e ora avrai soltanto/il viso il corpo le parole/del mio ricordo/su questo palcoscenico mezzo smontato/che ormai è il mondo per me.”(pag.37), a tratti invece l’esistenza è proiettata gioiosamente su un’attesa: “…consola sentire che le parole più belle/ancora ce le dobbiamo dire.(pag.51).
Indipendentemente dalle risposte, dai dubbi, dai tormenti e consolazioni, la raccolta conclude, a pagina 55, con una commovente certezza:
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La mia riconoscenza infinita
per essere stato per me.
A dirti il mio grazie
ci sarà sempre una rosa
per te.
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http://bottegadilettura.wordpress.com/2010/02/25/sequenza-di-dolore-di-rosa-elisa-giangoia/
Per farti sperimentare l’amicizia
del morire accompagnato
ti ho potuto regalare
solo il mio accompagnamento
in immaginazione,
mentre tu misuravi
faccia a faccia il rischio
e la posta in gioco
con umanità vinta, ma intatta,
fino al lutto della memoria,
che impedisce di descrivere la morte,
esperienza non vissuta
impossibile da condividere
per assenza di parole.
Bisogna prendere dalla vita
le parole per dire la morte
che non ha parole.
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Rosa Elisa Giangoia
Grazie a Maria Di Lorenzo e a tutti gli altri che hanno letto il mio libro e scritto bellissimi commenti e penetranti analisi.
Colpisce la profondità di quest’amore, la comunione di queste due anime, il loro percorrere linsieme la via del dolore fino all’esito finale che spezza la simbiosi ma la proietta nellla prospettiva della resurrezione.
Grandi versi, grande sensibilità
Gisella
grazie Maria per la stima, come vedi sono preso da mille cose e non riesco a dedicare più di tanto tempo agli interventi in rete, ma volevo davvero augurarti ogni bene per l’ottimo lavoro che porti avanti nel web. Il libro di Rosa Elisa è stato molto apprezzato da chi lo ha letto e credo che darà nuove belle soddisfazioni!
Buona continuazione!
Alex
Sequenza di dolore di Rosa Elisa Giangoia è la storia di un addio e di ogni addio contiene lo strazio e il sentimento bruciante della perdita della persona amata. E’ questo un tema che in poesia ha sovente dato degli ottimi frutti e che qui viene ripreso in maniera moderna e senza nulla di letterario, bensì con schiettezza e novità di espressione.
Si prenda ad esempio la poesia d’apertura del libro, che ci proietta all’inizio di un rapporto poi divenuto consuetudine affettuosa di vita: “Forse tante volte ci eravamo incontrati, / come stranieri per le strade, / finché figli della fortuna ignari, / siamo entrati dalla porta della gioia / nella casa divenuta nostra” (Forse tante volte ci eravamo incontrati). Il tempo della gioia è però trascorso veloce e ad un tratto è comparsa inattesa la morte, e si è posta come una sinistra presenza tra loro: “Poi noi alla morte / abbiamo dovuto lasciarle costruire / quel muro di pietre a secco / tra me e te / quando i nostri giorni / si sono vestiti di reticenza” (Poi noi alla morte).
Hanno fatto seguito le ore cocenti della sofferenza, per lo più tenuta nascosta, per non ferire il compagno e ancor più rattristarlo: “Guardare il tuo sguardo / per catturarlo con il mio / per trattenerlo, / vicendevolmente immobilizzati, / senza che nulla potesse distrarli, / né distinguerli l’uno dall’altro” (Guardare il tuo sguardo). Infine il distacco, definitivo e inevitabile: il destino che inesorabilmente si compie: “Per me chiusura sull’infinito / ed esclusione dal vero / dell’orizzonte del tuo mistero, / nello svanire di tutti i segreti” (L’ultimo mattino (era domenica)).
Il filo che l’univa al marito si è spezzato, la poetessa è rimasta sola. L’eterno evento della morte che separa due esistenze si è compiuto. Ma per Rosa Elisa Giangoia, che è una donna di Fede autentica, rimane il conforto della speranza di una sopravvivenza nell’Oltre, dove forse potrà rinnovarsi l’incontro: “Nella vita coglie la verità / chi non è inesperto di sofferenza, / perché attraverso il soffrire / l’invisibile si fa visibile” (Nella vita coglie la verità).
Restano in lei le care immagini degli anni trascorsi insieme alla persona amata, gli attimi privilegiati della loro unione, gli oggetti che li hanno visti felici. Nascono da essi pensieri e parole: ed è quello che salva.
Particolarmente intenso appare sin da una prima lettura il nuovo libro di versi di Rosa Elisa Giangoia, Sequenza di dolore, nel quale ella fa rivivere gli ultimi mesi di vita del marito Mino, angustiati dalla pena di saperlo ormai condannato. La sua voce è infatti qui percorsa da un’intensa emozione e dà luogo a testi di nitida compiutezza. Si prenda ad esempio quello nel quale ella parla del giorno del trapasso: “L’ultimo mattino (era domenica) / io ti guardavo / e tu vedevi che io ti guardavo / e io capivo che tu te ne rendevi conto / e io vedevo che tu capivi che io ti guardavo / e io volevo oltrepassare lo sguardo, / finché tu vedesti il ricapitolarsi / del tuo vivere nel suo perdersi / e poi nessuno dei due vide più nulla, / con gli occhi della vita, / più nessun riflesso dei riflessi” (L’ultimo mattino (era domenica)). Qui c’è un’emozione reale, espressa in maniera asciutta e senza retorica, con semplicità e con verità, nonché con profonda umanità. Siamo quindi nel regno dell’arte senza aggettivi.
Ma ovunque s’incontrano in questo libro passi di compiuta resa poetica, quali: “La morte noi / l’abbiamo dovuta far entrare / in casa nostra un giorno / in cui si è presentata alla porta / per caso e all’improvviso / come nemico duro di pietra” (La morte noi); “Avevi sulle labbra l’anima / pronta a passare / dall’altra parte, / mentre la morte entrava / asfitticamente nelle tue vene” (Avevi sulle labbra l’anima); “Ma ora tu sei avanti, / molto avanti nel sapere / perché hai attraversato il filo della spada / e sai dove si va e che cosa c’è / oltre il suo taglio” (Ma ora tu sei avanti).
Accompagnare al trapasso estremo l’uomo che si ama e con cui si è vissuti per anni in serenità comporta dover affrontare una sequenza di momenti terribilmente drammatici, come da questi versi traspare; ma da questi versi traspare anche l’intensità di un amore reciproco che è stato capace di sorreggerli entrambi in quella difficile prova: “e intanto t’amavo anche per i giorni / in cui non ci saresti più stato”. Soprattutto però da questi versi traspare la visione della vita profondamente cristiana di Rosa Elisa, secondo la quale il trapasso non è un viaggio verso il nulla, ma il passaggio attraverso una porta che condurrà alla luce: “Ed hai iniziato ad aspettare / che si aprisse una porta, / sperando fosse di luce”. Per Mino forse la luce al di là della porta era solo una speranza: “E rimase il dilemma se la morte / fosse fine o transito, / se facesse della vita / un cerchio o un arco”; ma per Rosa Elisa quella luce è un indubitabile certezza: “Mi travaglia il timore di non riconoscerti / quando ti ritroverò / nel giorno della resurrezione / che io credo sicura: / … / Forse ti riconoscerò solo dal brillio / dei tuoi occhi verdi / per quel tuo così timido sorridermi”. E per chi l’abbia conosciuto torna qui immediata la figura di Mino con il suo sguardo penetrante e il suo amichevole sorriso.
Rasserenanti anche le immagini che accompagnano il trapasso con la visione della madre che va incontro al figlio (“Forse quando tu non hai più visto / i miei occhi fissi nei tuoi / e la fotografia di tua mamma bambina / davanti al tuo letto, / lei ti sarà venuta incontro”) e quella della “Madonna dell’Assereto, che lo saluta, sorridendogli (“L’ultima a sorriderti in casa / è stata la Madonna col Bambino / dell’Assereto giovane, / nei colori freddi delle vesti / sullo sfondo di un cielo / forse per te ora non irraggiungibile”). Il dramma si è compiuto, ma si avverte aleggiare in queste pagine come un sentimento di cristiana attesa di una superiore Realtà Ultraterrena, anche se nel fondo ancora grande è l’affanno e ancora duole l’addio.
Elio Andriuoli e Liliana Porro hanno aggiunto nuove sfaccettature di lettura al mio testo con la loro ricchezza poetica e profondità critica. Ringrazio con animo grato, perché le parole di tutti i lettori mi sono di grande conforto.
Il dolore si fa più forte quando non trova le parole per esprimersi né i gesti per allontanarlo; solo sospiri che non danno sollievo, uno sguardo che non proietta immagini. Fortunata nella sua “Sequenza di dolore” Rosa Elisa Giongioa che riesce ad esondare con i suoi versi, che vincono la morte anche se non l’annullano.