La primavera di Irene


di MARIA GISELLA CATUOGNO

Irene sapeva che la primavera in mare comincia un mese prima: gliel’aveva detto il babbo, una volta: le praterie di posidonia sui fondali fioriscono già a febbraio, punteggiando di tenui colori la monotonia del verde, mentre sulla terra solo i mandorli in fiore e le mimose esultanti di giallo osano interrompere il silenzio cromatico dell’inverno. Quella le era sembrata una notizia bellissima, un anticipo, seppure invisibile, della sua stagione preferita. La maestra raccontava poi di certe leggende nordiche che avevano per protagonista una bellissima fanciulla, Eostre, splendente di luce, che faceva rivivere tutto quello su cui si posava il suo sguardo: era per questo che campi, giardini, cigli di strada, alberi e prode si vestivano da marzo dei loro colori più belli, le uova nei nidi si schiudevano, gli animali avvertivano il richiamo irresistibile della vita, che vince il freddo e la morte, si scuotevano dal loro torpore o dal loro letargo e si godevano i primi tiepidi raggi di sole. Ma anche negli esseri umani che la circondavano e in se stessa, la bambina avvertiva dei cambiamenti positivi d’umore, una maggiore disponibilità e affettività, un miscuglio di contentezza e desiderio nel cuore che non sapeva decifrare ma di cui avvertiva con gaiezza il gioioso riverbero.

Perciò a fine febbraio riponeva volentieri insieme alla mamma il costumino di Carnevale con cui pure si era divertita nella festa del giovedì grasso a scuola, per le vie e nella piazza, tra manciate di coriandoli e lanci di stelle filanti, e attendeva fiduciosa lo scorrere dei giorni in attesa dell’amata primavera, quando si sarebbero protratte le ore dei giochi all’aperto, l’aria fuori e dentro casa sarebbe diventata più tiepida, il giardino si sarebbe ornato di fiori e soprattutto sarebbero ritornate dall’Africa le rondini partite in autunno.

Anche in paese, quell’anno, c’era più fermento del solito perché entro l’estate si dovevano finire i lavori di costruzione del porto, che avrebbe permesso ai traghetti di attraccare, far entrare e uscire le automobili dalle loro pance e messo finalmente a riposo la Laura, il barcone per il trasbordo dei passeggeri sulla nave in attesa all’ancora, al largo. Era tutto un andirivieni di camion, ruspe, operai, un rumore che diventava assordante quando si usava la perforatrice.

A Irene questa alacrità piaceva molto perché l’attivismo era insito nella sua natura e non sopportava già da allora di stare con le mani in mano o con il cervello a riposo, vuoto di pensieri.

Aprile poi le avrebbe portato la Pasqua e giugno la Cresima: in quelle settimane, il sabato pomeriggio sarebbe andata dalle suore, al catechismo, per prepararsi al nuovo sacramento che le sarebbe stato impartito addirittura dal Vescovo: non ci sarebbe stata solo la normale lezione ma anche qualche gioco nel cortile, a nascondino o ruba bandiera, con gli amici.

La mattina, a scuola, anche le maestre sembravano più liete e pazienti quando cominciava marzo e narravano ai loro alunni le leggende su questo mese bizzarro, impertinente e giocherellone. Quella che piaceva di più a Irene raccontava della mamma di Marzo, che aveva chiesto al figliolo burlone di scacciare le nuvole grigie e fredde dal cielo per permetterle di asciugare i panni che con tanta fatica aveva lavato al lavatoio pubblico, tra le lamentele delle altre donne che parlavano sempre male di lui, delle sue folate di vento ancora gelido, dei suoi cambiamenti d’umore. Aveva ottenuto da Marzo la promessa di una giornata splendida, col cielo di cristallo e una tramontana forte e asciutta, l’ideale per asciugare. Così la donna aveva lavato tanta biancheria e la sua stessa camicia da notte. Una volta tesi i panni su cespugli di mirto e lavanda per profumarli, se n’era tornata a casa e era andata a farsi un pisolino. Mentre lei dormiva, il figliolo dispettoso, non resistendo alla tentazione, aveva improvvisamente cambiato i colori del cielo: scacciati i cirri di tempo buono, aveva richiamato le nubi di scirocco e cominciato a far cadere sulla terra una pioggerellina fine e dispettosa, che aveva inumidito i panni già asciutti. La mamma di Marzo, destatasi e armatasi d’una gran cesta, era uscita per andare a raccogliere i frutti della sua fatica, quei lenzuoli, quella camicia e quegli asciugamani che aveva offerto la mattina al sole: aveva trovato invece il cielo basso e cupo e la biancheria bagnata. Rabbia e delusione! Era corsa in casa, aveva afferrato la più grossa scopa di saggina che possedeva e aveva cominciato a rincorrere il figlio per punirlo della sua sfacciataggine.

- Ora è ancora lì – diceva ridendo la maestra – che corre con la sua scopa alzata dietro al figliolo che le fa linguacce e scappa…-

Il 21 marzo, giorno di San Benedetto, Irene guardò più spesso il cielo per salutare le prime rondini in arrivo: le sembrava davvero scortese che dopo un così lungo viaggio nessuno le degnasse di uno sguardo di benvenuto; ma con grande delusione non ne vide neanche una. Anche i giorni seguenti scrutò in alto e sotto il tetto di casa dove l’anno precedente aveva avvistato un nido…sapeva infatti che raramente quegli uccelli rinunciano alle antiche dimore e le piaceva l’idea che fossero suoi coinquilini.
Passarono altri dieci giorni prima di avvistarne qualcuno.

Il 31, con la cartella in mano, prima di avviarsi a scuola, fece l’ennesimo tentativo:
– Mammaaa, affacciati, sono arrivate…sono arrivate le rondini, finalmente! – gridò in preda a un’eccitazione incontenibile.

In effetti, due capini neri spuntavano dall’orlo del vecchio nido, poco sopra il portoncino d’ingresso.
– Avranno freddo e fame…che possiamo fare!? -

– Stai tranquilla, Ire – rassicurò la donna, ancora in vestaglia e col biberon di latte e biscotti pronto per la colazione di Francesco in mano – si arrangiano da sé, mangiano insetti e si scaldano al sole…vai a scuola serena – e strinse a sé quella figlia troppo sensibile, ancora una volta augurandosi che si costruisse alla svelta una corazza forte contro i mali del mondo e la sofferenza.

Per tutto il giorno la bambina pensò alle rondini, fantasticò sul loro viaggio, chiese ragguagli alla maestra Marcella sugli spostamenti stagionali degli uccelli, raccontò ai compagni del suo tesoro nel sottotetto e non ebbe pace finché non ritornò a casa e si fu personalmente accertata che stavano bene e apparivano meno stranite della mattina.

Marzo aveva appena finito di sgranare i suoi giorni che cominciò l’attesa della Pasqua, che quell’anno cadeva il 17 d’aprile. La preparazione alla festività, in casa e in paese, consisteva anzitutto in grandi pulizie, premessa indispensabile della purificazione interiore. Le giornate, lunghe e tiepide, la brezza stimolante che spirava dal mare, le ripe fiorite, gli alberi in festa, già pronti alle gemme, consolavano il cuore dei grandi e rallegravano quello dei piccini; si vedeva negli adulti un fervore nuovo nell’affrontare la dura quotidianità: i piccoli se ne accorgevano e si dimostravano più disposti ad assecondarli e ascoltarli. Nelle ore più soleggiate le finestre restavano aperte ad asciugare le stanze che venivano pulite a fondo, spostando mobili ed eliminando polvere e ragnatele, si lavavano le finestre, le porte, i pavimenti, si imbiancava se era necessario. Tutto doveva essere in perfetto ordine e profumare soltanto di pulito e di fresie quando il sacerdote passava a benedire la casa e i suoi abitanti.

Irene seguiva attenta tutti i preparativi, teneva Francesco mentre la mamma era indaffarata, coglieva i mazzetti di fiori da mettere in cucina e in salotto.

Poi veniva la Domenica delle Palme e i bambini facevano a gara ad avere la palma più bella e più grande, di un verde tenero nelle sue striscioline più tenere, di un giallo delicato, appena accennato in quelle più robuste, intrecciata da mani esperte, da conservare per mesi dentro casa, insieme al ramoscello d’olivo benedetto, in segno di pace.

La settimana santa, che seguiva, era tra più intense dell’anno: non solo per le Quarant’ore, le funzioni religiose del giovedì e venerdì santo, l’accensione del cero pasquale e la Messa di mezzanotte del sabato, ma anche perché occorreva programmare il pranzo del giorno di Resurrezione e preparare i tipici dolci pasquali. La mamma e la nonna dal lunedì al mercoledì non mancavano di trattenersi a lungo in chiesa a far compagnia, così dicevano “al tabernacolo”; Irene allora era responsabile del fratello, insieme al nonno o al babbo. Gli uomini del paese, di solito, non solo i suoi, erano molto più refrattari alle “cose di chiesa” delle mamme, delle zie o delle nonne e oltrepassavano il sagrato poche volte: sicuramente nelle feste comandate, Natale e Pasqua, raramente di domenica, sempre ai funerali, mai alle funzioni feriali.

- Mamma, tiriamo fuori le piantine di grano per il Sepolcro!? – chiese la mattina del giovedì santo Irene, svegliandosi più o meno alla stessa ora, sebbene fosse il primo giorno delle vacanze pasquali e non ci fosse necessità di alzarsi presto.

– Sì, ora sono pronte e bellissime, così le portiamo in chiesa…-

E insieme uscirono per andarle a prendere nello stanzino, come chiamavano un cucinotto fuori casa che d’inverno fungeva da ripostiglio e d’estate, addossato com’era a una bella pergola d’uva e pampini, era il luogo ideale per preparare i pasti e mangiare all’aperto.

Lì presero dal tavolo le due grandi ciotole di coccio che avevano custodito al buio per mesi, in modo che i chicchi di grano interrati producessero piantine candide, invece che verdi, con le quali era tradizione ornare l’altare il giovedì santo, insieme ai vasi fioriti che ciascuna famiglia portava orgogliosamente in quell’occasione.

- Ma perché sono così bianche!?… – chiese Irene.

– Perché crescono al buio e senza la luce del sole manca loro la clorofilla che le tinge di verde – spiegò pazientemente la madre.

– E perché si dice “al Sepolcro”!? – insistette la bambina -

– In effetti, Ire, non è giusto chiamarlo così perché in questo giorno della settimana santa si ricorda l’ultima cena di Gesù con i suoi apostoli e l’istituzione dell’eucarestia…E’ un ricordo lieto, alla morte ci si penserà domani…-

E s’incamminarono verso la chiesa, con le due ciotole in mano come fossero tesori: l’altare della cappella laterale, di destra, era già pieno di piante verdi, ma anche di azalee, camelie, rododendri, fresie gialle e violette, una festa per gli occhi ed il cuore. Proprio accanto alle statue della Madonna e di Gesù morente stavano altri grani bianchi, posero lì anche i loro e si misero a sedere sulla panca. La mamma invitò la bambina a una preghiera, e poi:
– Irene, sai che la nostra Madonna dei Marinai l’ha fatta un artista bravissimo e sfortunato!? -
– Che vuoi dire, mamma ?-
– Si chiamava Zulimo Rossellini, era fiorentino e giovanissimo quando vinse un concorso per costruire il monumento funebre a Ugo Foscolo, un grande poeta, in Santa Croce.

Felice da non dirsi, si gettò nel lavoro e ci mise quasi dieci anni a finirlo. Era bellissimo, tutto di marmo e con splendide decorazioni…Solo che nel frattempo al potere, in Italia, era andato un dittatore che non aveva nessuna simpatia per lui, perché Zulimo era un uomo giusto e non sopportava i prepotenti. Allora quel monumento così bello non glielo fecero mettere in Santa Croce e incaricarono un altro artista, molto meno bravo di lui, molto più amico del dittatore, di fare una scultura…Così Zulimo, disperato, decise di lasciare Firenze e tutto il suo mondo e di cercare pace nelle isole dell’Arcipelago Toscano, dove il mare e la tranquillità forse gli avrebbero ridato la pace. Prima andò a Capraia, poi giunse qui da noi al Cavo, dove trovò un ambiente sereno e accogliente…E proprio allora, dopo alcuni anni, decise di regalare ai cavesi una sua scultura, questa Madonna dei Marinai che è qui davanti a noi, bella e dolce, come soltanto lui sapeva fare…Ti piace questa storia, bambina mia…?! -
– Oh, sì, è bella e triste… – rispose Irene, profondamente turbata dal racconto.

Da quel giorno, quando il vento urlava la sua rabbia e il mare lo assecondava scatenando i cavalloni, il suo pensiero andava alla Madonna dei Marinai: lei avrebbe senz’altro protetto il suo babbo da ogni pericolo e l’avrebbe presto riportato a casa perché Irene lo amava e lo attendeva più della primavera.

(c) Maria Gisella Catuogno – All rights reserved


MARIA GISELLA CATUOGNO

E’ nata a Cavo (Isola d’Elba) e dopo vari soggiorni in continente, abita stabilmente a Portoferraio da trent’anni, è sposata e ha tre figli. Laureata in Lettere all’Università di Firenze, insegna Italiano e Storia in un Istituto Tecnico. Il suo rapporto con la scrittura è sempre stato rimandato, per impegni professionali e familiari, fino a cinque anni fa circa, quando è scattato l’impulso irresistibile di mettere finalmente mano alla penna e alla tastiera del computer. Ha così partecipato ad un concorso per la pubblicazione di una raccolta poetica e quasi contemporaneamente ha cominciato a pubblicare racconti e poesie in un sito di scrittura on line. Da queste esperienze sono nati i suoi tre primi lavori: Parole per amore (Ed.Libroitaliano, Ragusa) Il mio Cavo tra immagini e memoria (autoedito, un omaggio al suo paese natale) e Mare, more e colibrì (Ed. Studio 64, Genova). Racconti e poesie sono stati pubblicati su varie antologie (Navigando nelle parole. Vol. 24, Ed. Il filo; Lo specchio, Ed. Liberodiscrivere; Antologia italiana, Libroitaliano; Pensieri d’autore (9) e L’amore, la guerra Ed. Ibiskos ecc). Ha ottenuto riconoscimenti e segnalazioni e attualmente collabora a varie testate cartacee e on line. Il suo ultimo libro è Vento nelle vele (Aletti Editore)

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8 responses on “La primavera di Irene

  1. Amici e amiche di Flannery,

    eccovi un bel racconto fresco e delicato scritto dalla nostra amica e collaboratrice Maria Gisella Catuogno.

    Non ha bisogno di ulteriori presentazioni, l’autrice è nota a molti di voi. Su Flannery in passato abbiamo pubblicato un altro suo bel testo, Lenzuoli sulla spiaggia. Ve lo ricordate?
    E sulla rivista “In Purissimo Azzurro” potete trovare altri testi suoi, davvero molto interessanti, specie nell’ultimo numero. Dateci un’occhiata, se volete approfondire la conoscenza della scrittura di Maria Gisella.

    Ma prima dedicate un po di tempo a “La primavera di Irene”. In questa storia infatti c’è il suo mondo, il mondo di Maria Gisella, con l’isola d’Elba, le sue radici, il suo cuore.

    Buona lettura a tutti e… grazie, Gisella!

  2. Grazie a voi, questo per me è un bellissimo regalo! Un abbraccio a tutti e l’augurio pasquale di tanta pace e serenità per il presente e il futuro
    Gisella

  3. Irene ero io, eravamo noi…bambine/i con occhi aperti verso le novità che il mondo ci proponeva ogni attimo nel crescere. Irene ero io, eravamo noi… con le acerbe curiosità, con la fiducia all’ascolto e alla condivisione dell’esperienza matura. Irene sono io, siamo noi… con il cestino di speranze coltivate, di cui ognuna/o ha raccolto o perso il sapore del frutto maturo.
    Infine l’Elba è se stessa, bella, intensa e accogliente; infine un’amica, per me, di molti anni giovanili.
    Grazie Gisella

  4. Grazie a te, cara Marta! E’ proprio come hai detto: noi, bambine, col nostro cestino di speranze, sogni, progetti. E’ un frammento, questo, di un lavoro (racconto lungo? romanzo breve?) che dovrebbe raccontare quell’età e la successiva, l’adolescenza, sullo sfondo di un’epoca in cui i sogni collettivi erano più vividi di quelli di oggi…
    E mi dà serenità, quasi gioia, quando posso, rituffarmi in quell’atmosfera e in qualche modo ricrearla.
    Ti ringrazio dell’attenzione, un abbraccio
    Gisella

  5. “La primavera di Irene”, racconto aereo di Maria Gisella Catuogno, sereno, pieno di sostanza umana, fatta di ‘cose’ semplici e di vitalità positiva.
    Avremmo bisogno tutti di leggere racconti così, racconti cioè che non cercano l’effetto, lo stupore superficiale del lettore, il colpo di scena a tutti i costi, ma che fanno vivere a chi legge una storia che fa pensare.
    Da una delle risposte dell’Autrice, data a suo tempo ad un commento riportato poco sopra, il racconto risultava poter essere parte di un tutto più ampio (racconto lungo/romanzo breve). È stato condotto a termine il progetto?

    • Caro Alberto, ti ringrazio molto del tuo giudizio: è proprio quello che volevo comunicare e sono contenta di esserci, almeno per te, riuscita:-)
      Il progetto è ancora lì, non l’ho condotto a termine, perché nel frattempo sono giunte altre sollecitazioni e attualmente sto lavorando ad una biografia romanzata di un personaggio femminile che mi intriga molto, di cui si è già scritto molto, ma della quale volevo indagare soprattutto la psicologia e le motivazioni interiori. Presto, se Maria è d’accordo, ve ne offrirò qualche pagina, qui su Flannery.
      Dopo riprenderò, spero, a lavorare, sul progetto “Irene”, che è poi la mia controfigura. La tua sollecitazione per me è preziosa. Cari saluti, a presto
      Gisella

  6. Un piccolo omaggio ad Alberto e a chi si è interessato/a a Irene.
    E’ un altro flash sulla vita di questa bambina. Grazie:-)

    D’inverno il paese, agli occhi di un frettoloso ospite poteva apparire in letargo, rispetto a centri più grandi o addirittura alla città, ma in realtà scorrevano nelle sue vene linfe che lo rendevano vivo e attivo, come un albero che, al sopraggiungere della brutta stagione, si libera delle foglie, riduce al minimo la sua attività, ma pure resiste per sei mesi alle intemperie, fino alla primavera successiva. Anzitutto, c’erano due ordini di scuole, la materna, chiamata da tutti “l’asilo”, e le elementari; poi non mancavano le botteghe di generi alimentari, la macelleria, l’edicola, l’emporio, i bar, la panetteria, il ristorante; senza trascurare i due luoghi per eccellenza dell’aggregazione paesana, la chiesa con la sua parrocchia e “le suore”. Esse infatti gestivano non solo l’orfanatrofio San Giuseppe, fondato da Don Dino, per dare un aiuto a tutti i minori in difficoltà, non necessariamente orfani, ma anche l’asilo, che radunava tutte le mattine i bambini dai tre ai sei anni: Irene lo frequentava insieme a Ida, Katia, Antonella, Mirella, Gabriella, Lucia, Daniele, Giuseppe, Luigi, Paolo, Silverio, Cesare, Lido, un altro Paolo, Enrico, Pierpaolo. I banchini e le seggioline erano verniciati di verde, la lavagna aveva i gessetti colorati, alle pareti erano attaccati i disegni di tutti e immagini di angeli dai volti dolcissimi, i capelli biondi, gli occhi celesti e robuste ali sulle scapole. A guardarli ci si sentiva rassicurati: se ciascuno ne aveva uno, invisibile, alle spalle, era a posto e sarebbe stato uno scriteriato a farlo piangere o addirittura volare via per un peccatuccio da quattro soldi.
    Le suore erano pazienti e quando qualcuno piangeva, per la nostalgia da casa, per il compagno che gli aveva fatto lo sgambetto, per l’amica pettegola che aveva spifferato segreti segretissimi, se lo mettevano accanto, tenendolo per mano e accarezzandolo, nel camminare, con le lunghe e misteriose sottane nere: da quella prospettiva privilegiata, tutto era diverso, ci si sentiva riverberati della luce dell’autorità, forti e vincenti, cresciuti di un palmo in mezza giornata.
    Non si pranzava a scuola, ma a metà mattina ognuno tirava fuori dal suo cestino quello che la fantasia della mamma ci aveva messo dentro: pane e marmellata, pane e burro, pane burro e zucchero, pane e mortadella, quasi mai il prosciutto che era un vero e proprio lusso.
    Poi, a mezzogiorno, tutti via, a casa: chi stava vicino ci andava a piedi, da solo, gli altri con le mamme, a volte con qualche babbo momentaneamente disponibile, magari sul sellino di una bici o a cavalcioni delle sue larghe spalle.
    Irene, da grande, non avrebbe comunque dimenticato i pianti che si faceva, quando la mamma la lasciava, specialmente i primi tempi, ed una foto, in particolare le avrebbe sempre rammentato la propensione ad essere una fontanella: ritraeva il gruppo dei bambini all’aperto, in una bella giornata di sole, e lei in lacrime, per la mano alla suora.
    In prima elementare, la maestra era una ragazza giovane e dolcissima, si chiamava Maria Teresa e veniva da Livorno. Prese un appartamento in affitto in paese perché non poteva certo fare la pendolare, la sua città era troppo lontana da quel posto minuscolo e mal collegato al continente. Ma, forse per i disagi, per la solitudine, per la nostalgia di casa, s’ammalava spesso ed era sostituita da qualche supplente. Per Irene quel cambiamento continuo era un autentico tormento: quando arrivava la bidella Gina a dire “Bambini, oggi la vostra maestra non c’è, verrà la supplente”, un nodo le prendeva la gola e faceva uno sforzo tremendo a cacciare indietro le lacrime che le bucavano gli occhi.
    “Fontanella” la chiamavano i compagni per la sua propensione al pianto. Ma quando sentiva quell’appellativo che detestava, allora reagiva: inghiottiva il magone, implorava l’orgoglio e, a schiena dritta, affrontava gli ostacoli che si presentavano. Questo miscuglio di forza e fragilità l’avrebbe accompagnata tutta la vita. Dal suo angolo d’osservazione, ogni avvenimento, piccolo o grande che fosse, meritava attenzione e riflessione: non si accontentava di sfiorare l’involucro dei fatti, come vedeva fare a tanti, piccoli e grandi, voleva incidere quella superficie e andare oltre. Così nei rapporti familiari e d’amicizia. Per questo a volte restava come incantata. Finché qualcuno non spezzava bruscamente il filo del pensiero con un – Irene, ci sei!? Sveglia!- che le risultava tanto odioso quanto lo sfregamento d’una ferita. Guardava tutto quel che la circondava, cercava di decifrarne i segni e gli umori: delle persone, degli animali, della natura. Del mare soprattutto, che era un elemento costante delle sue giornate.
    Abitava infatti in una casetta a cinquanta metri dalla spiaggia che suo nonno aveva costruito pietra dopo pietra dal ritorno dalla miniera: allegra, ariosa, sempre soleggiata, circondata da un giardino di gerani e margherite, con una cisterna per la raccolta dell’acqua piovana, la piccola vigna sottostante e l’orto ancora più in basso. In un angolino, a ridosso di un lecceto, c’era il ricovero per la capra, a cui la nonna una volta al giorno andava a spremere le mammelle gonfie di latte per bollirlo e farne una panna spessa e morbida che trasudava goccioline di un giallo trasparente.
    Il mare a due passi era un’attrazione irresistibile: le sembrava la chiamasse per il saluto giornaliero, ogni mattina, e lei l’assecondava con lo sguardo o col pensiero, per riservargli al pomeriggio un incontro più lungo e intimo, di ritorno da scuola e prima di mettersi a fare i compiti. Quel che l’affascinava era di trovarlo ogni giorno diverso, come una persona volubile e ambiziosa che abbia la smania di cambiarsi d’abito per segnalare il suo egocentrismo e i suoi cambiamenti d’umore: tetro, inquieto e assordante in certe giornate di scirocco, col cielo basso e opprimente; in gran gala, azzurro e scintillante, quando soffiava il maestrale e tutto pareva tirato a lucido, fresco d’ intenti e desideri.
    Lei ci parlava col mare, gli chiedeva di proteggere suo padre e d’ispirarle bei temi, di quelli che la maestra Marcella leggeva a voce alta alla classe mentre il suo cuore era un tamburo e le guance diventavano rosse: un supplizio far conoscere a tutti i suoi pensieri, eppure in fondo le piaceva, la rendeva orgogliosa e le faceva pensare che da grande avrebbe fatto la scrittrice

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