Gertrud von Le Fort, ancella della trascendenza


di CLAUDIO TOSCANI

L’11 ottobre del 1876, a Minde, in Westfalia, Gertrud von Le Fort nasce da una famiglia di profughi piemontesi protestanti: il padre, alto ufficiale prussiano della guerra del 1870, rigido, severo, kantianamente ligio al dovere; la madre – donna di un illustre casato di Wûrzburg – ricca di humour, fantasia e buon cuore; di pietà religiosa e di attenzioni per la Bibbia e l’Imitazione di Cristo. Studente ad Heidelberg, a Marburgo e a Berlino – teologia protestante, storia e filosofia – Gertrud è la titolare di una vita semplice, oscura, benché allieva del noto studioso del cristianesimo e storico della cultura tedesca Ernst Troeltsch, del quale, nel 1925, curerà la pubblicazione del libro Dottrina della fede (Glaubenslehre). E proprio nel 1925, quasi cinquantenne, Gertrud von Le Fort trova l’abbraccio della Chiesa cattolica; persi ormai entrambi i genitori; vissuta anni tra Monaco e Oberstdorf – e per grave malattia in Svizzera e ad Arosa – prodigandosi in favore dei profughi della prima grande guerra.

Un solo anno prima della conversione, segnale tutt’altro che trascurabile, anzi definitivo, Gertrud aveva pubblicato gli Inni alla Chiesa (Hymnen an die Kirche), versi solenni come Salmi, che della Chiesa cantavano nascita e natura, missione e santità, amore e destino. Esaltandone l’eterna, universale e soprannaturale potenza ordinatrice, Gertrud intende riconoscere alla Chiesa il fatto di aver raccolto e purificato in sé ogni pensiero e fermento religioso della millenaria storia nostra: pagano o profano, ateo o agnostico fosse stato il passato contesto dell’intera umana avventura, da Cristo in poi è stato posto sotto il segno della Redenzione del mondo.

Rileggendo qualche strofa di questi Inni, forte è la sensazione dell’incombenza spirituale che bussa all’animo dell’autrice. “E nella notte ascoltai una voce, alta come il respiro del mondo che diceva: / “Chi vuol portare la corona del Salvatore?” / E il mio amore disse: “Signore, voglio”. / Così la corona passò nelle mie mani e la spina nera fece scorrere il mio sangue sulle dita. / Ma la voce parlò un’ altra volta: “Sul tuo capo devi porre la corona!” / E il mio amore rispose: “Sì, voglio””.

Dopo qualche altro verso, al terzo invito della Voce fuori campo, Gertrud piena di spavento risponde: Signore, dove vuoi che porti la tua croce?”.
E la Voce risponde: “La devi portare nella vita eterna”.

Non esisteva, fino a non molti anni fa, un attestato biografico della conversione della von Le Fort, quando il saggista e scrittore gesuita Guido Sommavilla rintracciò e pubblicò una lettera della scrittrice che, indirizzandosi a Karl Muth – direttore della nota rivista cattolica tedesca “Hochland”, vale a dire “Altopiano” – per fargli gli auguri in occasione del suo settantesimo compleanno, rivela le circostanze iniziali della sua conversione (cfr. Incognite religiose della letteratura contemporanea, 1963). “Il mio ricordo, mentre le scrivo, scorre indietro verso un giorno non ben precisabile neppure per me del nostro dopoguerra: dunque, di quel tempo in cui ci attraversava il brivido d’un naufragio dell’occidente, e insorgeva in noi il presentimento che alla catastrofe dello stato tedesco fosse per seguire la catastrofe del patrimonio spirituale e religioso del nostro popolo, o anzi del mondo intero: o che questa seconda catastrofe, per chi guardava più a fondo, avesse già preceduto la prima”.

Gertrud sta viaggiando in uno stipato treno tedesco e, seduta sopra la sua valigia, sfoglia le pagine della rivista appena acquistata, “Hochland”, periodico a lei sconosciuto e che intanto, dal titolo, la invita a salire più in alto del caotico presente.
“Io mi trovai con essa veramente in un mondo dove non si credeva al naufragio dell’occidente, né a quello del nostro popolo, ma solo alla sua resurrezione e al suo rinnovamento”. Incredibile – o provvidenziale? – come semplici pagine di una pubblicazione fortunosamente venuta alle mani possano decidere il destino d’una persona, nel caso specifico il ripensamento spirituale e morale di una intelligenza già a suo modo formata e operante. “Io mi ritrovai dentro un mondo cristiano (…) e sentii allora per la prima volta in chiarissima coscienza che nonostante tutte le dolorose tensioni e fratture all’ interno del cristianesimo, esiste però un comune patrimonio cristiano (…) e colsi i tratti materni dell’anima cattolica che tutto abbraccia, l’essenza vera del cattolicesimo”.

È la scoperta degli elementi materni della Chiesa e chi come lei, venuta da fuori dentro il cattolicesimo, ha modo di apprezzare d’essere diventata “figlia” di una “Madre” che tutto comprende e include, custodisce e protegge, al di là delle fratture esistenziali, tra psicologiche e spirituali, che la conversione ha richiesto. “Il convertito – conclude la lettera – rappresenta la vivente unione dell’amore che è stato spezzato: come un ponte che tocca le due rive e le congiunge”. Saranno il cuore e la maternità della Chiesa, e soprattutto la Sua spirituale tenerezza, i temi fondanti della nuova visione religiosa della von le Fort: materna la forma e la materia delle sue poesie e della sua narrativa, filiale il giubilo della sua umile risposta – il fiat mihi dell’ancilla Dei – per la ritrovata Ecclesia Mater.

Da questo evento prorompe un’operazione letteraria che ha ben pochi eguali nel tempo da lei vissuto, sia in Germania che in Europa. Anzi, le sue pagine sono state senza esitazioni accostate a quelle di Claudel, Bernanos, Hopkins, Dostoevskij e Manzoni. E ancora: di Graham Greene, Papini, Mauriac, Péguy e Julien Green. Prima della conversione aveva scritto gli Inni alla Chiesa. Dopo scriverà tanti romanzi, fra i quali La fontana di Roma (in due riprese: Il lino della Veronica, 1928 e La corona degli angeli, 1946), Il Papa del Ghetto (1930), L’ ultima al patibolo (1931), Le nozze di Magdeburgo (1938), La donna eterna (1934), L’estasi di suor von Barby (1940), La Consolata (1947), La figlia di Farinata (1950).

Abbiamo citato la lettera-documento della conversione, nella sua piana, ma irrecusabile, nobiltà di argomenti e di fede. Ma quale forza trascinano le stesse situazioni – per esempio ne Il velo della Veronica – quando alla convinzione dell’ anima si aggiungono l’intento dell’arte, la fiamma dello stile, l’irremovibile certezza della verità finalmente posseduta e mai più dubitabile?

“Quel vecchio, rigido crocefisso a metà cancellato, quel crocefisso della più cadente basilica di Roma, vuota di preghiere (…) improvvisamente mi aperse le braccia e mi costrinse a inginocchiarmi. Mi sembrò che qualcuno alzasse una tenda sul fondo della mia anima, in cui riconobbi, simile a stigmata d’amore, la stessa immagine dinanzi alla quale mi trovavo inginocchiata: ricevuta, rinnegata, dimenticata eppure intatta, perché quell’amore si era conservato per me”.

E dopo poche pagine:

“Sapevo che né in cielo né in terra né fino alla fine dei tempi né nell’eternità, mai vi potrebbe essere cosa alcuna capace di eguagliare quell’amore in forza e dolcezza. Avviluppata ad esso, strappata a me stessa, e già quasi immersa nella sua immensità, credetti di morire. Ma lo stesso infinito mi teneva in vita con un comando dolce e commovente: amami ancora”.

Poetessa della trascendenza”, l’ha definita Ferdinando Castelli; “scrittrice dai mistici motivi”, ha detto di lei Francesco Casnati; la sua “idea-madre è un gelosissimo ed esigentissimo senso materno”, troviamo scritto nel saggio su di lei di Guido Sommavilla. E ancora: da Bonaventura Tecchi sappiamo che “l’aspro duello tra orgoglio e umiltà, tra volontà e grazia, è presente in tutta la sua opera, mentre Italo Alighiero Chiusano, di questa sua ammirata “vecchia gentildonna”, ha apprezzato soprattutto “la tenace ricerca della verità, la ferma dolcezza, la signorile sicurezza”.

(© L’Osservatore Romano – 23-24 febbraio 2009)

di CRISTIANA DOBNER

Tre veli, diversi ma pur sempre simili, avvolsero la vita di Gertrud von Le Fort, di ascendenza svizzera e nobile casata, con padre ufficiale prussiano, che nacque nel 1876 in Westfalia, studiò privatamente fino a 14 anni in casa e poi intraprese alcuni viaggi. Studiò Teologia evangelica, filosofia, storia, senza immatricolarsi perché priva del titolo statale per accedere all’Università. Nel 1914 frequentò a Heidelberg un seminario del giovane C. Jaspers dedicato a Kierkegaard e la definì «la tappa più importante e decisiva della mia vita». Allieva prediletta del celebre filosofo delle religioni Ernst Troeltsch mantenne con lui un rapporto d’amicizia: «Nell’ultima conversazione che ebbi con lui, pochi mesi prima della morte, egli era profondamente compenetrato dall’idea di essere un fallito. Ma non sta proprio in una tale dolorosa consapevolezza l’inesplorabilità ultima del nostro essere, nella capitolazione del condizionato di fronte all’Assoluto, la religiosità più profonda?».

Gertrud fu crocerossina durante la prima guerra mondiale e nel 1920 il governo espropriò i beni della famiglia, così iniziò a scrivere per poter sopravvivere, adottando il suo primo pseudonimo, von Stark, nel 1897 alla pubblicazione del suo primo racconto. Ella riteneva che la persecuzione raffinasse ogni brutalità naturale e potesse diventare metamorfosi per il dono della grazia. Si convertì al cattolicesimo a Roma nel 1926 e la sua religiosità fu influenzata da Kierkegaard, l’intese non come una rottura con la confessione ugonotta della sua famiglia, ma si adoperò per unire le due confessioni separate, gettando un ponte e ritenendoli due porti uniti.

Da scrittrice, combatteva per il diritto e l’ordine eterno, la Bellezza e l’armonia del mondo, colpiva per la profondità, attualità delle sue idee ed eleganza formale. Come il suo personaggio Veronica, detta «specchiettino» per la capacità di far vibrare in sé le altrui emozioni, la scrittrice vibrava in empatia. Gertrud von Le Fort ,la «più grande poetessa trascendentale contemporanea», ed Edith Stein, «la più grande donna nel cielo dei filosofi tedeschi» del secolo scorso, così definite dai contemporanei, erano grandi amiche: convertite entrambe l’una dal protestantesimo, l’altra dall’ebraismo. Il gesuita Erich Przywara, detto zigano per la sua grande abilità di violinista, fu il mediatore di questa singolare amicizia umana ed intellettuale. La baronessa Gertrud von le Fort scrisse: «Nella mia vita ho visto solo due volte un volto umano che mi travolgesse: suor Teresa Benedetta della Croce, Edith Stein, e Papa Pio X».

La scrittrice ebbe uno sguardo critico e costruttivo sulla donna fattasi canale dei grandi misteri del cristianesimo nel mondo: la nascita di Cristo, l’annuncio della Pasqua, la discesa dello Spirito Santo che “mostra l’uomo nell’atteggiamento femminile di chi riceve”, la “cellula primogenita della Chiesa”. Il femminile che innerva tutta la creazione, come bene viene espresso in La donna eterna. Mentre scriveva la sua grande meditazione, sullo scrittoio campeggiava la fotografia di Edith Stein nel giorno della sua vestizione carmelitana.

Adoro ergo sum, adoro quindi sono, fu la grande risposta di fede di questa donna intelligente e colta. Paul Claudel la ritenne una delle più grandi poetesse soprattutto prendendo in considerazione Inni alla Chiesa. L’ultima al patibolo, da cui G. Bernanos trasse I dialoghi delle carmelitane, la rese celebre in tutto il mondo. Roma, in Il lino della Veronica, appare come fonte simbolica e sorgiva della conversione, fino a dove si tratta di autobiografia? Davvero la vita e la conversione della scrittrice sono deposte in queste pagine? Fra Veronica e Gertrud corrono molte analogie, la cerimonia della conversione avvenuta a Roma, a Santa Maria dell’Anima, la provenienza da un ambiente nobile e colto, gli studi a Heidelberg; però non ci troviamo nell’ambito dell’autobiografia.Il fascino delle opere della scrittrice è proprio quello di seminare elementi autobiografici nei suoi scritti, ma di non lasciare traccia autobiografica. I critici hanno cercato ed indagato, chiesto a contemporanei che la conobbero di persona, spogliato archivi ed articoli. Non si è trovato nulla, tranne una lettera al direttore di una nota rivista cattolica in cui scrive: «Il mio ricordo, mentre le scrivo, scorre indietro verso un giorno non ben precisabile neppure per me del nostro dopoguerra: dunque, di quel tempo in cui ci attraversava il brivido d’un naufragio dell’occidente, e insorgeva in noi il presentimento che alla catastrofe dello stato tedesco fosse per seguire la catastrofe del patrimonio spirituale e religioso del nostro popolo, o anzi del mondo intero: o che questa seconda catastrofe, per chi guardava più a fondo, avesse già preceduto la prima», Gertrud aveva fra le mani proprio quella rivista a lei ignota, leggendola afferma «.. mi trovai con essa veramente in un mondo dove non si credeva al naufragio dell’occidente, né a quello del nostro popolo, ma solo alla sua resurrezione e al suo rinnovamento… mi ritrovai dentro un mondo cristiano (…) e sentii allora per la prima volta in chiarissima coscienza che nonostante tutte le dolorose tensioni e fratture all’interno del cristianesimo, esiste però un comune patrimonio cristiano (…) e colsi i tratti materni dell’anima cattolica che tutto abbraccia, l’essenza vera del cattolicesimo». Rimane però una sola certezza, di pugno della stessa Gertrud, vergata in una lettera datata 27 dicembre 1947 e rivolta ad una studentessa laureanda proprio sulle sue opere: «…di autobiografico esiste poco, perché io credo che l’autore sia responsabile di fronte al pubblico con la sua opera e non con la sua persona… del resto questo mio modo di comportarmi è in stretta relazione con il mio libro “La donna eterna” e cioè non si può esigere che caratteristica della missione della donna sia il velo senza che essa lo porti».

A ragione ben veduta quindi, Bonaventura Tecchi parla di un velo che si stende su tutta l’opera della scrittrice: caratteristica e compito della donna è di conservare un velo, cioè qualche cosa di misterioso, non solo nel suo corpo ma anche nella sua anima, nell’abbandono e nella dedizione, nell’amore totale, come accadde a Maria quando pronunciò il suo Fiat.

Due furono le teoriche cristiane del femminile nel XX secolo, Edith Stein e Gertrud von Le Fort, l’una fenomenologa, l’altra pensatrice in veste narrativa e non filosofica; «più una donna è donna e più è vicina a Dio», affermò Gertrud, sottolineando con vigore l’aspetto femminile materno che rigenera, proprio perché radicato nella terra.
Autrice di più di 20 libri, raccolte di poesie, romanzi e racconti, fu insignita del Dottorato in Teologia honoris causa. Hermann Hesse, insieme con Martin Buber, il 2 marzo 1949 la propose per il premio Nobel.

Gertrud morì nel 1971 ed incontrò allora quella Donna che tanto aveva amata e celebrata nei suoi versi: «Rallegrati, vergine Maria,/ figlia della mia terra,/ sorella dell’anima mia,/ rallegrati, gioia della mia gioia./ Sono come un vagabondo nella notte,/ ma tu sei un tetto sotto il firmamento./ Sono una coppa assetata,/ ma tu sei il mare aperto del Signore./ Rallegrati Vergine Maria,/ ala della mia terra,/ corona dell’anima mia;/ rallegrati, gioia della mia gioia:/ felici coloro che ti proclamano felice!».
Una volta caduto il velo della fede ed ormai nella visione.

(c) Il Nostro Tempo – 8 aprile 2009

5 responses on “Gertrud von Le Fort, ancella della trascendenza

  1. Grazie a Claudio Toscani e e grazie alla nostra bravissima Cristiana Dobner per il ritratto intenso di questa scrittrice forse unica nel panorama letterario del Novecento.
    Qualcuno fra voi ha scritto qualcosa su di lei?

  2. ho letto molti anni fa ” l’ultima al patibolo ..”……..testo splendido ….se lo leggessero tutti gli insegnanti di religione e quelli cheinsegnao lettere si dicono cattolici …nella scuola italiana finirebbe di colpi la beatificazione indecente (soprattutto se fatta dai cattolici) del mito della rivoluzione francese….purtroppo questo libro forse non viene letto neanche dalle carmelitane di oggi

  3. Grazie Maria, per questo nuovo post . Ogni volta presenti una creatura celestiale da
    prendere come modello e da meditare per la sua condotta di vita e per la sofferenza, sopportata con cristiana rassegnazione.
    Ognuno di noi tende verso la trascendenza, ma è difficile imitare persone così carismatiche e colme di amore. Ambedue le recensioni sono splendide e ti prego di
    ringraziare gli Autori per averci profilato nei dettagli, una figura tanto grandiosa.
    Ti saluto con affetto, grata per le scelte illuminanti che sempre ci proponi.
    M. Teresa

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