Mariangela Melato risorge in teatro facendo suo il dramma della Duras
La straordinaria attrice è tornata in scena a Genova dopo una lunga e pesante malattia. Per l’occasione ha scelto «Il dolore», toccante monologo sull’attesa, l’amore e la sofferenza.
DA GENOVA DOMENICO RIGOTTI
La più grande scrittrice francese del Novecento, Marguerite Duras? Sicuramente tra le più affascinanti. Il suo modo di scrivere, quella sua scrittura immediata, chiusa in poche fragili sensazioni, quel suo modo di rendere non la realtà ma i riflessi delle cose e gli umori degli uomini, l’avrebbero portata verso il teatro e il cinema (chi non ricorda Hiroshima mon amour?). I suoi lavori fatti apposta per invitare un regista alla trascrizione delle sue sensazioni. Cosa che è da dirsi anche per Il dolore piccolo grande capolavoro che sembra stare ai margini della sua produzione; e che tradotto in toccante monologo (o quasi; è presenza marginale quella dell’attore Cristiano Dessì) ora magistralmente Mariangela Melato fa vibrare in tutta la sua forza e verità drammatica. Magistralmente e coraggiosamente perché lo affronta (o meglio lo riprende dopo una anteprima al Maggio Musicale di Firenze ) in uno dei momenti più delicati della sua vita dopo che è uscita dal tunnel di una malattia che l’ha provata anche psicologicamente. Un rilancio, dovuto allo Stabile di Genova, che corrisponde a una vittoria.
Singolare la storia di questo testo che fiorisce da personalissime riflessioni. Nasce come Diario (o confessione) affidato a due vecchi quaderni dalla Duras riempiti di laceranti parole in una grafia minuta ma straordinariamente «regolare e calma», dimenticati, poi ritrovati e rielaborati in forma di racconto. Nasce, questo dramma dell’attesa, o meglio dramma di un amore che sa di non poter resistere alle rivelazioni della sofferenza, da un episodio della vita della stessa Duras. Allorché dopo essere anche lei entrata nella Resistenza antinazista insieme al marito Robert alla fine della guerra è in attesa di questi, arrestato dai tedeschi e deportato a Dachau. Come altre donne che hanno i loro congiunti lontano, Marguerite in una esplosiva primavera parigina vive un’attesa che oscilla fra ansia e speranza, gioia e dolore . E intanto l’esistenza di ogni giorno prosegue perché afferma «si è costretti a vivere comunque».
Guidata con mano attenta dal regista Massimo Luconi (che con lei ha adattato ) che la fa muovere in un’atmosfera color ruggine dentro una scenografia che trapassa il realismo (ma i segni restano: pile di libri e vecchie valigie accatastate agli angoli, tronchi d’alberi abbattuti, al centro), con una intensità espressiva straordinaria, del delicato e straziante copione Mariangela Melato riesce a mostrare le varie increspature con lucentezza vocale che assume tutte le tonalità, dal sussurro a quasi all’urlo. Riesce la Melato a far sentire i fremiti, gli smarrimenti, le angosce di una coscienza turbata. Essere se stessa e Marguerite a un tempo. Pensieri, stati d’animo, emozioni si susseguono in un ritmo serrato e al tempo stesso pacato. Quando si chiude il sipario del Duse e il pubblico sedotto l’avvolge in lunghi, quasi materni calorosissimi applausi, il volto dell’attrice, sciolta dalla tensione, finalmente si illumina di un tenero sorriso e dalle sue labbra esce un ultimo ‘grazie’ grande come il suo cuore. Le altre future tappe Napoli e Roma.
(c) Avvenire 15 aprile 2010 – All righrs reserved
Sicuramente il binomio Duras-Melato è vincente. Se l’autrice, per i temi che affronta e lo stile personalissimo è indimenticabile; altrettanto, per l’espressività e l’immedesimazione nel personaggio lo è la Melato.Davvero viene voglia di vederla e sentirla
MariaGisella Catuogno