Curino diventa «matta» per raccontare il caso Mattei
L’attrice nei panni di una folle segretaria indaga la vita del fondatore dell’Eni
di DOMENICO RIGOTTI
Pioniera di quel teatro di narrazione che continua ad essere uno dei filoni più interessanti e apprezzati dal pubblico, la brava Laura Curino continua l’esplorazione di figure o momenti importanti della nostra storia più recente.
Ed ecco questo Signore del cane nero (il titolo, spieghiamolo subito, evoca il marchio dell’Agip: un cane nero a sei zampe), scritto e strutturato anche questa volta con Gabriele Vacis in cui sotto il suo riflettore questa volta viene a cadere un’altra figura fondamentale dell’Italia del dopoguerra: Enrico Mattei. Di umili origini, partigiano, industriale, regista della costruzione dell’industria energetica nazionale (l’Eni, appunto), spregiudicato con i politici (famosa la sua battaglia contro le famose Sette Sorelle) Mattei morì nel 1962 in un misterioso incidente aereo, che oggi si sa (o si crede) essere stato un omicidio. Ma ordito da chi? Chi provocò l’esplosione del piccolo aereo caduto nelle campagne del pavese su cui viaggiava l’uomo allora più potente d’Italia?. È su questo ‘giallo’ che soprattutto ‘lavorano’ Curino e Vacis (sua la regia) smuovendo in quella che loro chiamano «anatomia di un omicidio» una quantità di motivi con il corredo anche di interviste filmate e spezzoni di film (quello di Rosi con Volontè nei panni del protagonista).
Quel che ne nasce, come dicono gli stessi autori , «è un racconto forte, disperato, non pacificato», esso narrato da un personaggio di fantasia, la matta Celestina, improbabile segretaria del «comandante», colei che può dire la verità anche davanti ai potenti. E la bravissima come sempre Laura Curino, nel cappottone grigio over size che l’appesantisce della «matta Celestina», tiene il bandolo e ci porta dentro il cuore di un’avventura quanto mai complessa muovendosi su corde personalissime. Passando dalla comicità stralunata al toni esagitati di colei che è convinta di possedere la verità.
L’attrice fa un ritratto a tutto tondo dell’ingegner Mattei, ma nello stesso tempo compie una moltiplicazioni di sguardi finalizzata a ricostruire un particolare periodo storico arbitrariamente facendo entrare in campo anche la figura del Che (Guevara) di cui sotto il cappottone indossa una tshirt che porta il suo volto. Soffre il monologo (sulla scena del milanese Teatro Studio) di qualche ridondanza, sfiora a tratti il retorico, un poco si ingarbuglia nel finale, ma lo spettacolo ha una sua robustezza, sempre sostenuto com’è da una forte tensione narrativa e da un’ottima recitazione.
( c ) Avvenire 27 aprile 2010
Personaggio davvero singolare e coraggioso, Mattei è diventato uno dei simboli dei tanti (purtroppo) misteri italiani. L’ho visto in una fiction con Massimo Ghini, molto bravo anche lui.
Maria Gisella