Iran, la poetessa che nacque due volte


DI ROBERTO MUSSAPI


Nel 1967 moriva, in un incidente stradale a Teheran, Forugh Farrokhzad. Aveva solo trentadue anni, era nata nella capitale dove decedeva prematuramente e tragicamente: tragica, sbocciata presto, se non prematura, la sua poesia, che la trasformò nel poeta persiano contemporaneo più amato dai suoi esordi a oggi. Il fatto di essere donna e poetessa dalla forte cifra femminile ha incrementato, nei tempi recenti la sua fama. Negli anni della monarchia costituzionale il suo mondo passionale, libero e infuocato fece scalpore nella borghesia persiana (il popolo era pressoché analfabeta), ma dopo l’avvento di Khomeini la condizione stessa di donna e poeta ha accresciuto il suo mito, in una situazione di totale subordinazione del mondo femminile all’interno di una generale umiliazione dell’uomo. Ora il lettore italiano può conoscere il capolavoro della poetessa, Un’altra nascita. È l’ultima opera, la più matura e potente. Pubblicata nel 1963, vede ora la luce in italiano nel volume È solo la voce che resta. Canti di una donna ribelle del Novecento iraniano, a cura di Faezeh Mardani, iraniana, nata a Teheran e docente di Lingua persiana all’Università di Bologna, che oltre alla traduzione propone un ricco apparato introduttivo, biografico, e una bibliografia essenziale alla conoscenza dell’autrice, a cui giova peraltro la breve ma nutriente presentazione di Carlo Saccone.

La lettura colpisce con la forza di una poesia elementare e raffinata nello stesso tempo. Elementare il mondo poetico di passione, ardore, di vita vissuta ad alta temperatura, secondo la tradizione di tutti i lirici, d’Oriente come d’Occidente. Raffinata, la forza bruciante, da una melodia rapinosa che scorre come vento teso e modulato tra i versi, che la traduzione italiana rende pienamente anche a chi non conosce il persiano. Al primo impatto la poesia di Farrokhzad appare simile ad altre elevate esperienze liriche del Novecento, penso alla Bishop, ad Antonia Pozzi, e si stenta, oltre l’ammirazione, a comprendere la specificità persiana di quella lirica. La nostra conoscenza del patrimonio poetico persiano è infatti legata alla sontuosa fioritura iniziata nel X secolo alla corte di Bukhara, e che fu ammirata non solo in Persia ma anche nei territori limitrofi dell’Impero ottomano, e produsse i capolavori mistici (un misticismo intriso di erotismo vertiginoso, un’ascesi alla luce) di Hafez, Attar, Rumi, dove si intrecciano la spiritualità sufi e l’antica sapienza di origine caldaica, zoroastriana. Non esiste un’età di passaggio tra quel medioevo azzurro e stellato e l’età moderna. C’è un lungo intertempo di secoli in cui però sopravvive, in forme poco note, la tradizione orale. Solo nella seconda metà dell’Ottocento cominciarono a diffondersi conoscenze del mondo occidentale, tra cui nozioni democratiche basilari, i principi della Rivoluzione francese, idee di democrazia e costituzione.

La nuova poesia iraniana nasce quindi con l’avvento del Novecento, come movimento di rifiuto della tradizione, con tutte le ingenuità che tali fenomeni comportano, primo tra tutti l’adozione meccanica di teorie e proposte che, estrapolate dal contesto in cui nascono, non hanno senso: informale, surrealismo, e via dicendo. Con la dinamicità sempre stupefacente che si riscontra nella natura, pare svilupparsi ovunque, non solo in Persia, la poesia: da quel mescolarsi di istanze occidentali incongrue e trapiantate, all’improvviso un cocktail felice e nuovo: nel 1921 Nima Yushij pubblica un poema da titolo La fiaba, in cui l’antico mondo persiano e la poesia contemporanea d’Occidente si fondono in un risultato originale e nuovo. A lui attinge la giovane Farrokhzad, che acquisisce piena consapevolezza del suo compito: il mondo sentimentale delle sue poesia («Allora la poesia non era compenetrata in me, conviveva con me»), deve trasformarsi in un’altra cosa. Il superamento della tradizione non può dimenticarne l’universalità, la poesia deve divenire una realtà nuova, potente e complessa, di cui l’autore non è un proprietario ma un tramite. Quella che Luzi definì «l’idea simbolista». Per questo il mondo interiore della poetessa si amplifica, la tensione nulla perde di forza ma si dilata, fino a una sorta di visionarietà lucida, trasparente, che fa pensare addirittura a Emily Dickinson: «Quella primavera / quella verde illusione / che attraversava la finestra / sussurrava al mio cuore: / ‘Guardati, non sei mai andata avanti / sei solo sprofondata’».

Il libro prosegue come una fredda vertigine, nell’incessante ascolto delle pulsazioni vitali, in cui tutto il cosmo si fa corpo e persona. Poeta della decadenza, è stata definita, poeta della poesia che si oppone alla decadenza. Correttamente, credo, ma in senso compiuto: nei versi di questa limpida e infuocata auscultarice la poesia vince, noi assistiamo realmente a un’altra nascita.

(c) Avvenire 1 maggio 2010

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Forugh Farrokhzad

È SOLO LA VOCE CHE RESTA

Canti di una donna ribelle del Novecento iraniano

Aliberti – Pagine 208. euro 15,00

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