In nessun luogo c’è bisogno di noi


*

di ANTONELLA ANEDDA


In nessun luogo c’è bisogno di noi

tra un mese l’anno

avrà una cifra baltica, bianca

millenovecentonovantuno

dove il mille indietreggia

fino a secoli-steppe

e l’uno, cavo,

tintinna.

Nessuno ci ha chiamato

erano voci d’orto, fischi

per scacciare gli uccelli

la poca pioggia che cola

dai tubi della casa

deserta

come carta.

Ci sono solo i fiati

e il bacile appannato

e le noci che dicono

autunno moltiplicato sopra tavoli

pietre su posti vuoti.

In nessun tempo c’è bisogno di noi

le notti verticali

e il viale dei tigli, la lepre

trasparente nel cespuglio

la schiena-ombra di chi allora sostava

ora soffiano stanchi

sulla tempia del secolo.

C’è un cibo serale, lampi

sulle foto scoscese

e noi beviamo tra le forchette brune

i volti stretti ai bicchieri

per la lenta paura che s’incide

sul gomito che alza una ghirlanda.

Nessun tempo ha bisogno di noi

nessuno dice

il numero dei colpi

l’esatta cifra dell’erba

né come l’aria

sferzandoci

ci farà dura pelle, scoiattoli.

Lo slittare di foglie

la lontananza delle costellazioni.

Non ho parole cupe

non cupe abbastanza.

Il pino s’infossa nella notte

a fatica decifro la memoria.

Di lato c’era come un recinto

e lì duravano le cose.

© Antonella Anedda, Residenze invernali, Crocetti, Milano, 1992

[Tutti i diritti riservati – All rights reserved]

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