(c) Avvenire 8 maggio 2010
Ci sono dei libri, rari, che hanno subìto il peggiore dei delitti: prima di essere cancellati dal “mostro” della grande editoria, sono finiti al macero della rimpicciolita memoria collettiva. Premessa doverosa a un romanzo capolavoro e dimenticato, Vita e avventure di Riccardo Joanna, di Matilde Serao, appena “rispolverato” da una piccola casa editrice (Selene). Storia di uno scugnizzo scaltro e ben educato, orfano di madre, arso dal sacro fuoco del tempio giornalistico, trasmessogli involontariamente dal padre, umile redattore del “Tempo” di Napoli. La Serao ce lo presenta subito così, seguendolo passo passo, nella tormentata e misera infanzia napoletana, poi “poeta” bohémien che, maturando e cambiando registro dal prosaico al cinismo, arriva alla consacrazione professionale romana. E infine, l’epilogo scellerato e sarcastico di un vecchio direttore che si ritrova a Milano, solo e sconfitto per sua stessa mano. Nei toni balzachiani e in quel gustoso “realismo scorretto” la Serao anche in quest’opera, mette a nudo il suo stile e il suo maggior proposito: «Io non ho mai voluto e saputo esser altro che un fedele, umile cronista della mia memoria».
Come Riccardo, anche la pasionaria Matilde si era invaghita del giornalismo per linea paterna – ben prima del connubio matrimoniale con Scarfoglio – , ripiegando in principio nello stipendio sicuro da impiegata ai Telegrafi, così come Joanna a Roma agli inizi si era imboscato al Ministero dell’agricoltura. La prima lezione, forse obsoleta per i pessimi giorni che corrono, è quella di cominciare dal “basso”: Joanna si presenta alla redazione romana del Baiardo per rispondere all’annuncio: «Cercasi correttore di bozze». Nobile figura quella del correttore che sta scomparendo. Così come ormai è carta ingiallita, l’idea di un «bel giornale» e carta straccia quella di un «giornalismo libero». Ecco, questi due ultimi aspetti accalorano la Serao, che prende a pretesto la trama romanzata e il suo eroe non esemplare, per aizzare il dibattito di una società di fine ’800 che stupisce per i segnali primigeni e i segni premonitori che ha disseminato nel secolo successivo, fino alla nostra era dello tsunami politico-mediatico.
Non a caso per Benedetto Croce questo fu «il romanzo del giornalismo italiano». Un mondo quello della carta stampata che da sempre vive sull’orlo di un precipizio imminente, lacerato dalle ingenti passività economiche e dall’assillo interrogativo sul «domani» («parola che per un giornalista rappresenta tutto», dice Joanna), sempre più svuotato di speranze. Una “casta” vittima dei suoi tanti vizi e le poche virtù autoreferenziali che rielaborate e rivendute per la strada assumono spesso la forma fallace della fantomatica opinione pubblica. Joanna, come ogni buon direttore del sistemainformazione, alla fine si convince che il giornale più è brutto e più vende, perché «il pubblico ama una speciale bruttezza, una speciale volgarità». Realismo da terzo millennio, visto che è innegabile che siamo scivolati nell’epoca in cui i giornali ce la mettono tutta per autoclonarsi alla bruttezza e alla volgarità della televisione strillona.
Il rischio, e il gioco sottile della Serao, è quello di cadere nella finta autocommiserazione e nel pensiero costante del suicidio, come unica e romantica via di fuga. Joanna in questo è un maestro e la sua vigliaccheria lo porta a minacciare a più riprese la sua tragica fine pur di salvare il giornale, perché «il giornale non si uccide». In quei fogli plumbei, composti dal sudore tipografico, c’è già tutta la storia di un Paese con le sue idee cangianti che vengono scritte e riscritte fino a farle diventare un pensiero unico e unica realtà possibile. Così lo «sciocco» sua eccellenza, agli occhi del lettore è solo il Principe, il politico più illustre. «Sono quindici anni che io do dell’illustre a sua eccellenza il principe e tutti hanno finito per crederlo illustre», dice amaramente compiaciuto il “vecchio” Joanna al giovane Antonio Amati per dissuaderlo a intraprendere la professione del giornalista.
Quel teatro dell’assurdo, dell’informazione pilotata e del giornalismo impoetico, in cui Joanna strangolato dai debiti, sopravvive, al di sopra delle sue possibilità (rifiutando persino di vendere il ‘Tempo’ per un milione e mezzo di lire di allora), è rimasto, purtroppo, sempre fedele a se stesso, al punto che ormai c’è chi scambia “veline” per gli ultimi brandelli di verità. Chi fa questo mestiere, sa che i Riccardo Joanna sono ancora tanti e che ognuno di noi deve fare i conti ogni giorno per non scendere o elevarsi al suo livello. Questione di punti di vista o da quale angolazione si legge – se si legge – un giornale. La voce della Serao intanto è ancora forte e d’attualità e Francesco Merlo, nella sua mirabile introduzione, ci ricorda che «non c’è vera libertà di stampa senza libertà di chi legge, senza sapienza di lettura».
Matilde Serao
VITA E AVVENTURE DI RICCARDO JOANNA
Selene Edizioni.
Pagine 230. Euro 14 ,90

Tema di grande attualità, in un momento in cui al giornalismo si vuol mettere il bavaglio…perché, se è vero che
“non c’è vera libertà di stampa senza libertà di chi legge, senza sapienza di lettura» ;
ancora più a monte deve esserci la libertà di chi scrive…
Gisella