“Così si congedò da quel mondo,
ma non dal mare: dato l’addio agli oceani,
comprato un bel gozzo, il suo orizzonte quotidiano diventò
lo specchio d’acqua di fronte a casa…”
LE NAVI DELLA MIA VITA
di Maria Gisella Catuogno
Appartengo a gente di mare e di miniera perché abito all’Isola d’Elba e il sale e il ferro l’ho respirato fin da bambina, giocando sulla battigia luccicante di certe sue spiagge. Nascendo in un piccolo paese della costa orientale, Cavo, dove la strada principale è il lungomare che unisce il cuore dell’abitato a Capo Castello, promontorio che si allunga sul Canale di Piombino, il mare è sempre stato, fin dalla più tenera infanzia, il mio referente assoluto, nel male e nel bene, oggetto al tempo stesso d’amore e di timore, d’affetto e di paura.
Dalla mia casa, a cinquanta metri dalla riva, nelle belle giornate di sole, scendevo a passeggiare sulla spiaggia, a disegnare con un bastoncino ghirigori sulla rena umida, a tirare sassi nell’acqua, a guardare sul moletto i pescatori seduti a rammendare le reti. Qualche volta capitava che il rosa delle meduse arenate cambiasse il colore della battigia o che dalla sabbia facessero capolino vetrini colorati e bellissime conchiglie: allora era una festa, un avvenimento da raccontare a casa, al rientro, e ai compagni, la mattina dopo.
Per arrivare a scuola, dovevo percorrere il lungomare: quando era calma di vento, mi divertivo a seguire, poco più al largo, l’arrivo della nave da Portoferraio, la sua sosta mentre aspettava il barcone con i passeggeri che poi, lentamente, salendo una ripida scaletta, passavano da un natante all’altro., finché la Laura, come si chiamava, non ritornava semivuota in porto e il traghetto puntava la prua verso Piombino, che appariva fumante all’orizzonte.
Guardando quella scena, rammentavo sempre l’emozione del mio primo viaggio, l’avvicinarsi progressivo della barca alla nave in attesa, che mi appariva grandissima e fastosa, incombente e inquietante. La più bella era l’Aethalia, l’ammiraglia della Navigazione Toscana, candida ed enorme ai miei occhi di bambina; meno attraenti il Portoferraio e il Portazzurro, che erano state navi militari e ne conservavano, sebbene riadattate all’uso civile, il carattere spartano e la severità..
L’attenzione alle operazioni si imbarco e sbarco a quell’ora della mattina, mentre il sole era da poco spuntato e illuminava, frangendosi in mille schegge, la superficie dell’acqua, mi assorbiva tanto da farmi dimenticare che ero quasi giunta a scuola.
Meno tranquillo invece era farsi quel chilometro di lungomare quando lo scirocco urlava e le onde sbattevano con violenza sulla massicciata della strada, prima di invaderla e poi ritirarsi in un’apoteosi di schiuma. Allora sceglievo i campi soprastanti per passare, con la cartella in mano e il batticuore in petto. In quei giorni il piroscafo non si fermava al Cavo e quindi o si tentava la partenza da Portoferraio o si rimandava il viaggio.
Il cielo grigio e opprimente sembrava confondersi col mare, inghiottiva l’orizzonte e costringeva i gabbiani a rinunciare ai voli consueti. A scuola sentivamo i cavalloni accanirsi contro gli scogli e bagnare furenti la piazzetta sottostante: ne avevamo paura e stavamo più vicini alla maestra, come i pulcini intorno alla chioccia.
Mio padre navigava: non c’era quando nacqui e la notizia della venuta al mondo della sua primogenita lo raggiunse mentre si trovava in Sardegna, sul Valsale. Era una nave mercantile che portava un po’ di tutto, da prodotti alimentari a animali da circo. Babbo me ne ha sempre parlato con fierezza, come se quella nave fosse un pezzetto della sua vita, della sua identità: forse gli ricordava il periodo della sua piena giovinezza, il benessere fisico, la gioia dei ritorni frequenti a casa, dove lo aspettava una moglie, una figlia, un ambiente paesano povero ma dignitoso, che aveva nel lavoro marittimo e in quello minerario le uniche solide fonti di sussistenza.
Insieme al latte materno, io ho succhiato però anche una sorta di nostalgia preventiva verso un padre che mi sarebbe molto mancato, nonché la costante apprensione per la sua sicurezza. Ancora piccola, se il maestrale spazzava le nuvole rendendo il cielo terso come cristallo o le raffiche di libeccio facevano mulinare le foglie accantonate dall’autunno e i panni stesi sui cespugli di lavanda, il mio pensiero era per lui, per il babbo lontano ed esposto a chissà quali pericoli.
Inutilmente mia madre mi rassicurava, dicendomi che la nave era “appoggiata”, cioè all’ancora in un tratto di mare a ridosso del vento: io ero in ansia e la sera nel mio letto le preghiere più accorate erano per la sua salute, per il suo ritorno a casa. Oggi ritengo che la mia sensibilità, forse eccessiva, la mia permeabilità al dolore personale ed altrui siano state fortemente nutrite da quelle esperienze.
Quando avevo quattro anni la nave di mio padre andò ai lavori a Civitavecchia: così per un mese circa mamma ed io ci trasferimmo in quella città, prendendo un appartamento in affitto. Ho un vago ma persistente ricordo della contentezza di quella “normalità”: la sera tutti e tre insieme, fino alla mattina dopo. Spesso mamma ed io andavamo al cantiere, dove la nave veniva rimessa a nuovo: mi appariva immensa, straordinaria e gli uomini che vi lavoravano intorno, arrampicati sulle sue fiancate, a scrostarne la vecchia vernice e a pitturarla di nuovo, sembravano formiche sopra un elefante. “Babbo, babbo!” gridavo, quando mi sembrava di scorgerlo, e se lui mi sentiva e si voltava sorridendomi e facendomi segno, era per me il più bel regalo del mondo.
Tre anni dopo, quando avevo anche un fratellino, capitò la stessa opportunità: la nave ai lavori, ferma per diverse settimane e la famigliola che lasciava l’Elba. Questa volta la città era Gaeta e il mese settembre.
Di questo soggiorno ho un ricordo più nitido, ma soprattutto mi è rimasta la sensazione di orgoglio e appagamento nell’avere accanto mio padre, durante le passeggiate serali, dopo cena, sul lungomare o sulla spiaggia, che rammento enorme, di sabbia finissima e generosa di conchiglie. Anche a Gaeta, non mancavano le nostre visite al cantiere, a salutare babbo che lavorava allo scafo; questa volta eravamo in due a chiamarlo e lui si voltava, abbronzato e sorridente, a risponderci ”Belli i miei bimbi!!!”
Le navi mercantili che navigavano nel Mediterraneo lo ospitarono ancora per alcuni anni. I viaggi non erano lunghissimi e i rientri a casa frequenti, anche se spesso soltanto di qualche giorno. L’atmosfera in famiglia allora cambiava subito: dominava la gaiezza, il rilassamento. Se soffiava il vento, se le mareggiate si mangiavano la strada e si sospendevano i viaggi per il continente, non importava: eravamo tranquilli perché mio padre era tra noi, al sicuro.
E poi per me e mio fratello c’era la gioia dei giocattoli che portava, acquistati nei porti dove faceva scalo: tra i tanti, rammento un superbo aeroplano per Riccardo e una splendida bambola di porcellana per me. Aveva un bellissimo abito bianco a volants e un cappello sui bòccoli biondi: me ne innamorai immediatamente. La curavo come una reliquia, giocandoci non più di un’ora al giorno, per non sciuparla, e tenendola “per figura” seduta sul mio letto, per il resto del tempo, con il trionfo del suo vestito d’organza steso tutt’intorno.
Babbo ci regalava anche tante monetine, il resto di quello che spendeva a terra, custodite in piccoli sacchetti di stoffa: quando ce le affidava, raccomandandoci che ne facessimo buon uso, io e mio fratello ci sentivamo i bambini più ricchi e fortunati del mondo.
A metà degli anni sessanta, il grande cambiamento. A babbo venne offerta la possibilità di imbarcarsi sulle petroliere della Esso, che facevano viaggi a lungo corso: la paga era buona, ma si trattava di stare lontani da casa molti mesi, da sei a nove, e questo ci spaventava molto.
“Provo…” disse mio padre e partì con due grandi valigie e il cuore stretto. Non so chi stesse peggio: se mia madre “vedova bianca” con la responsabilità dei figli da crescere; noi bambini, privati così tanto tempo di un genitore o lui che partiva per la grande avventura. Oggi propendo a credere che soffrisse di più chi restava.
Cominciammo a scriverci lettere, per via aerea: carta finissima e azzurrina, bandierine sul contorno della busta.
Ci raccontava dei viaggi in aereo, per raggiungere la nave, in uno dei tanti porti europei, da Rotterdam a Lisbona; ci descriveva quelle enormi petroliere, dove, per andare da poppa a prua, si usava anche la bicicletta; ci rendeva partecipi delle lunghe navigazioni oceaniche e degli arrivi in Golfo Persico, in Arabia Saudita o in Venezuela, per rifornirsi di quell’oro nero di cui i paesi occidentali avevano bisogno; si lamentava del clima impossibile di quei luoghi, del caldo che faceva, di quanto sudasse a lavorare e di come, per non disidratarsi, fosse costretto a inghiottire pastiglie di sale. Io leggevo quelle lettere e fantasticavo su quei luoghi e sulla vita di bordo: le cuccette, la cambusa, gli immensi rifornimenti di cibo, il pane caldo o le schiacciate della colazione. “Ma nulla è buono come a casa!” trovavo scritto.
Rispondevo informandolo di noi, della scuola, dei piccoli e grandi problemi di ogni giorno; cercavo di divertirlo e rallegrarlo; finivo dicendo che era sempre più vicino il momento in cui ci saremmo riabbracciati. Anche mio fratello scriveva o in calce alla mia lettera o per conto suo: poi univamo i nostri fogli a quelli di mamma e imbucavamo quella merce preziosa.
Mia madre pensava a tutto ed era sempre affaccendata, cercando di farci anche da padre; ma, in certi momenti, un’ombra le offuscava lo sguardo e, quando si sedeva a ricamare, mi pareva che al filo mescolasse anche la tristezza e il fardello della sua solitudine. Allora non desideravo altro che il tempo passasse veloce, per vederla di nuovo serena e sorridente.
Più di una volta babbo la mandò a chiamare, perché lo raggiungesse a bordo: quando la nave era ferma per qualche settimana, lei partiva, con la sua valigia e i suoi sogni di sposa, felice di essere per un po’ soprattutto moglie. Noi restavamo con i nonni, irrequieti, ad aspettarne il ritorno.
Mi è rimasta memoria soprattutto del suo viaggio a Marsiglia, in treno, della trepidazione d’andare in un posto sconosciuto e straniero; e poi della vita di bordo finalmente condivisa, dell’amicizia con le altre mogli, delle visite alla città.
La permanenza di mio padre sulle grandi petroliere durò fino ai primi anni ottanta, con intervalli piuttosto lunghi di tempo, in media tre mesi, fra un imbarco e l’altro: in vent’anni di navigazione aveva vissuto le grandi traversate oceaniche, dall’Atlantico, al Pacifico, all’Oceano Indiano; aveva toccato decine di porti, da Calais a Dubai, da Singapore a Città del Capo; aveva attraversato il Canale di Panama e doppiato più volte il Capo di Buona Speranza, quando, per la guerra arabo-israeliana, il Canale di Suez era stato chiuso e per raggiungere il Golfo Persico occorreva circumnavigare l’Africa. In quel periodo per ammortizzare i costi del lunghissimo viaggio tra occidente e oriente furono costruite navi mostruosamente grandi, fino a cinquecentomila tonnellate di stazza.
I suoi racconti erano ancora vivaci e coloriti, ma la voglia di mollare tutto e ritirarsi nella sua isola a fare solo il pescatore e il contadino, era sempre più forte: del resto io e mio fratello eravamo ormai adulti e mamma sempre più stanca di stare sola.
Così si congedò da quel mondo, ma non dal mare: dato l’addio agli oceani, comprato un bel gozzo, il suo orizzonte quotidiano diventò lo specchio d’acqua di fronte a casa. Lì, la mattina, insieme al cognato, gettava le reti, mentre l’aurora tingeva di rosso il cielo e il paese ancora dormiva, ritirandole qualche ora dopo, appesantite da triglie, scorfani, capponcelli, verdoni – giusto l’occorrente per una gustosa zappetta – se la giornata era fortunata; lì, perlustrava in lungo e in largo i fondali alla ricerca di qualche polpo, che acciuffava con mezzi di fortuna, dall’ortodossa polpaia, all’inedita zampa di gallina: bastava issarlo a bordo, il polpo e poi ci pensava lui, o con un coltellino, o con un morso nel posto giusto, a finirlo.
Era un autentico marinaio, mio padre, con un’eleganza innata, anche quando compiva i gesti più semplici o prosaici: il berretto di lana calcato sulla fronte, il bel viso perennemente abbronzato, la precisione e la riservatezza di chi è stato molto in compagnia dei propri pensieri.
Era il mio bollettino del mare, la mia rosa dei venti. Se dovevo partire, era a lui che mi rivolgevo per sapere che aria tirava, se c’erano problemi per il traghetto o per l’aliscafo: nel rimpianto immenso per la sua scomparsa, c’è anche questo: non distinguere mai con certezza il grecale dal levante, il ponente dal maestrale o dalla tramontana. Riconosco bene solo il libeccio perché soffia a raffiche o lo scirocco, perché è irritante e uggioso.
Si convertì bene mio padre dal mestiere di marittimo, come lo chiamava, a quello di pescatore, specialmente se era tempo di totani, nome con cui noi elbani chiamiamo i calamari. Allora partiva col suo secchio e la totanaia d’ordinanza, nelle calme sere di fine estate e non ritornava se non qualche ora dopo. Talvolta si spingeva fino a Palmaiola o sulla secca di Capo Vite. Era una gara scherzosa, con le altre barche, a chi resisteva di più, a chi riempiva di più e prima il secchio. Una volta, vicino all’Isolotto dei Topi, si sporse troppo in avanti, perse l’equilibrio e finì in acqua: corse un grosso rischio perché aveva anche gli stivali. Solo grazie alla sua agilità e alla sua forza, malgrado gli anni, riuscì a risalire a bordo, impresa che ritengo sovrumana, in quanto personalmente non l’ho mai compiuta, nemmeno a vent’anni. Quando al rientro ci raccontò tutto, io e mia madre fummo assalite da un attacco di paura retrospettiva.
Del resto, familiarità con le barche, babbo ce l’aveva sempre avuta: i suoi nonni erano emigrati all’Elba da Capri ai primi del Novecento, venendo con la loro grossa barca napoletana a cercare nell’Arcipelago Toscano quelle occasioni di lavoro che da loro si stavano sempre più assottigliando. Gli elbani infatti erano prevalentemente agricoltori, minatori o marittimi, non pescatori di mestiere: in mare si andava al rientro dalla miniera, per aiutare il magro bilancio familiare e mettere insieme il pranzo con la cena.
Mariano, il nonno caprese, fece fortuna, divenne padrone di diverse barche e ebbe in paga vari dipendenti; così anche suo figlio Umberto, mio nonno, fu pescatore e mio padre, divenuto ragazzo, li aiutava. Si spingevano dall’Elba fino a Pianosa, che era ricchissima di pesce, a remi, a forza di braccia. In quella maniera allora ci si facevano i muscoli!
Babbo, dunque, si è fatto uomo respirando il salino e il mare l’ha sempre avuto negli occhi.
Da vecchio amava la sua guzzetta, come chiamava affettuosamente il suo gozzo, al pari di un familiare e a lei dedicava grandi cure, per tenerla sempre in forma. Quando la barca è rimasta orfana di lui, l’abbiamo regalata ad un suo amico pescatore, per non vederla rovinare a terra.
Ora che lui naviga in un altro azzurro, ancora più profondo, il mio rapporto con i “natanti” si è molto allentato: solo un figlio di mio fratello, Matteo, ha ereditato la passione del nonno.
Io mi limito ad attraversare il canale con i traghetti o con l’aliscafo e a fare qualche gita per mare d’estate, niente di più.
Però, ogni volta che mi affaccio al parapetto e vedo la costa allontanarsi, e sotto di me dilaga quell’immensa distesa d’acqua, più o meno irrequieta, più o meno blu cobalto; e su di me s’apre, senza nessun limite, la volta celeste, sempre diversa nelle sue forme e nei suoi colori; allora capisco la scelta di mio padre, allora intuisco la magia del mare, il senso di illimitata libertà che regala e penso davvero che, malgrado la fatica, la lontananza, la nostalgia, il sacrificio, il mestiere di marinaio sia uno tra i più belli al mondo.
(c) Maria Gisella Catuogno – All rights reserved

sai, cara Gisella, quanto legga con piacere i tuoi racconti di mare. E questo,poi, è autobiografico! Molto bello!
Sai quanto ami anch’io il mare, ci sono nata davanti, ma il mare è per me mia madre che mi ha insegnato ad amarlo, anche solo a guardarlo.L’ho sempre guardato per perdermi in lui, nel suo ritmo, e trovare in lui una compagnia consolatoria.
Pensa che da ragazzina, volevo fare il mozzo da grande!
ti abbraccio
lucetta
Carissima Lucetta, grazie delle belle parole, mi fa molto piacere che il racconto ti sia piaciuto…
Ricordo ancora come mi hai seguito nella pubblicazione a puntate della crociera di Simenon su VDBD. Sarei contenta perciò di mandarti il libro che ne è nato…se mi fai sapere il tuo indirizzo. Un abbraccio
gisella
Di Maria Gisella Catuogno sono presenti su Flannery:
i racconti:
La primavera di Irene
http://flanneryblog.wordpress.com/2010/03/29/la-primavera-di-irene/
Ferro e sale
http://flanneryblog.wordpress.com/2010/07/27/ferro-e-sale/
le poesie:
Nel mese delle rose
http://flanneryblog.wordpress.com/2010/05/01/nel-mese-delle-rose/
Hai scelto il silenzio
http://flanneryblog.wordpress.com/2010/05/07/hai-scelto-il-silenzio/
Lenzuoli sulla spiaggia
http://flanneryblog.wordpress.com/2009/09/20/lenzuoli-sulla-spiaggia/
Aung San Suu Kyi
http://flanneryblog.wordpress.com/2010/11/17/aung-san-suu-kyi/
la riflessione: Le donne e la piazza: bolla mediatica o nuova era?
http://flanneryblog.wordpress.com/2011/02/23/le-donne-e-la-piazza-bolla-mediatica-o-nuova-era/