Emily Dickinson, angelo del silenzio


La biografia poetica La Dame Blanche di Christian Bobin – che è stata appena pubblicata in Francia nella collezione “L’une et l’autre” di Gallimard – rievoca la figura della grande poetessa americana che a metà dell’Ottocento visse reclusa nella sua camera componendo versi che furono conosciuti e amati soltanto dopo la sua morte. Storia affascinante ed emblematica di un destino letterario coniugato al femminile.


di CHRISTIAN BOBIN


Il Paese di Emily Dickinson ha per frontiera la siepe che cinge il suo giardino. Dall’altro lato della siepe, l’estero – l’America. Un Paese brutale e ingenuo, ammantato in un cielo blu notte le cui stelle sono minacciate d’estinzione a causa di una guerra civile. Questo Paese appare poco nella scrittura di Emily. Lei non è di questo mondo e non vuole né la sua guerra, né la sua pace. Lei ha messo i suoi occhi negli occhi dei morti e contempla ogni cosa in uno stupore senza fine.

La mancanza è una breccia nella muraglia del mondo – un richiamo d’aria al quale la scrittura risponde. Un giorno il giovane Austin, assente per i suoi studi, annuncia il suo imminente ritorno a casa. La madre apparecchia per lui una tavola incendiata di candele e di rose e prepara il suo piatto preferito, una torta alla crema (difficile da fare il giorno in cui le galline non danno uova, ma nulla ferma una madre amorosa). Le ore passano, le candele fondono e il figlio non arriva: ha annullato il suo viaggio senza avvertire nessuno. Emily balza nel cuore del cuore di sua madre, misura l’ampiezza del disastro, scrive a suo fratello. «Nessuno ha toccato la tua sedia, essa è rimasta durante tutta la cena come l’emblema malinconico di tutte le speranze distrutte del mondo».

Il mondo è pieno e freddo come un ciottolo. Un lampo fracassa il ciottolo e ne scopre l’anima: Emily vede una sedia vuota in mezzo alle fiamme dell’inferno. Scrive a fior di ciò che vede. Lei può scarabocchiare un poema sull’involucro del cioccolato di cui si serve per fare un dolce, così come può scrivere nella rimessa fresca e calma dove screma il latte. Comincia a più riprese, moltiplica le minute, non lesina gli sforzi. Occorre che tutto sia sulla pagina come al contrario dell’orfanotrofio: che nessuno sia più abbandonato.

Dietro la porta chiusa a chiave della sua camera, Emily scrive dei testi la cui grazia spezzata non ha eguali a parte quella delle prose cristalline di Rimbaud. Come una sarta celeste, lei raggruppa i suoi poemi in pacchetti da venti, poi li cuce e li riunisce in quaderni che seppellisce in un cassetto. «Scomparire è un miglioramento». Nella stessa epoca in cui indossa la sua veste bianca, Rimbaud, con la negligenza furiosa della giovinezza, abbandona il suo libro fiabesco nel sottosuolo di uno stampatore e fugge inebetito verso l’Oriente. Sotto il sole chiodato d’Arabia e nella camera proibita di Amherst, i due ascetici amanti della bellezza operano per farsi dimenticare.

Sulla piazza pubblica del suo giornale, Samuel Bowles accoglie volentieri dei testi di scrittrici ma pubblica Emily col contagocce, proprio mentre lei attraversa i suoi anni più fecondi. Nei suoi poemi si presenta spesso come un ragazzo. A Bowles che si stupisce della sua conoscenza sulla coltura del mais, lei risponde: «Ciò è stato appreso quando Emily era un ragazzo!». Lei si paragona volentieri all’Antonio d’Antonio e Cleopatra che, dice Shakespeare, «pagò col cuore ciò che solo i suoi occhi poterono divorare».

Nel 1861, appare nel giornale un poema dove questa volta lei dipinge il suo autoritratto sotto le spoglie di un’ape: una «piccola ubriacona addossata al sole», «inebriata d’aria» e che zigzaga fra i «cabaret di blu fuso». Davanti a lei gli angeli scuotono i loro «cappelli di neve» e i santi, per ammirarla, accorrono alla finestra. Occorre essere reclusa dall’inizio del mondo per parlare con tanta esultanza dell’aria aperta. Il poema è pubblicato senza il nome dell’autore, due linee sono modificate allo scopo di ottenere un ritmo più convenzionale: Emily rinuncia a trovare in Samuel l’editore che darebbe allo sciame dei suoi poemi l’alveare di un libro. Lei continua a scrivere così come Dio fa le sue opere di bontà – dolcemente, in segreto.

La vita di Emily è stata spettacolarmente invisibile. Tutti gli spettacoli muoiono nella noia che credevano di esorcizzare. Il solo che non possa stancare è quello di un cuore così puro che un’ape lo attraversa come una pallottola e che nulla del mondo vi entra.

Delle centinaia di lettere scritte da Emily, le inseparabili cugine Norcross riceveranno l’ultima – due parole cadute dall’anima agonizzante, come fiori di neve ai piedi di un ciliegio: «Called back» (‘Richiamata‘). Nel necrologio scritto da Susan per il giornale locale, il talento di Emily per il giardinaggio occupa la ribalta, quello per la scrittura è appena citato. Un lettore di Amherst, dopo aver letto l’annuncio del decesso che gli conferma che egli è davvero in vita, si ricorderà per qualche secondo di colei che abbagliava il cielo con le sue camelie e i suoi gelsomini, poi passerà ad altro ignorando nel volgere la pagina di aver appena sepolto la santa del banale.

Copyright © Christian Bobin – Editions Gallimard (Traduzione di Daniele Zappalà)

Tutti i diritti riservati – All rights reserved

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