Un docufilm ne ripercorre la sfida
DI ILARIO LOMBARDO
N el 1934 Simone Weil ha 25 anni. Abbandona gli studi di filosofia e l’insegnamento nei licei per andare a lavorare alla catena di montaggio della Renault. Turni massacranti, il lavoro duro, sporco accanto alle macchine. Rimarrà pochi mesi, dal 4 dicembre di quell’anno fino all’agosto del 1935. Un pezzo di vita che si radicherà in lei fino a stravolgerne il pensiero, le scelte teoretiche e le prospettive di vita. E su quel periodo breve e intenso, nel centenario della nascita della filosofa e mistica francese, si sofferma un documentario italiano, firmato da Fabrizio Ferraro, Je suis Simone (La condition ouvriere), con Claudia Landi e Natacha Eychenne, presentato al Festival di Torino, con il sottotitolo tra parentesi che richiama l’omonimo La condizione operaia, opera fondamentale della Weil dedicata a quell’esperienza.
Il film è stato girato sull’Ile Seguin nella periferia sud di Parigi, proprio lì dove si trovava il centro produttivo della Renault. Rendere cinema, le riflessioni lucide e spietate della filosofa al lavoro in fabbrica non è stata un’operazione facile per il regista: «Mi sono chiesto per anni – spiega Ferraro – come riuscire ad aprire dei varchi, degli spazi bianchi su un testo così fortemente tracciato, segnato dalla sofferenza, dalla voglia di capire e trovare delle risposte nel rapporto tra chi sfrutta e chi è sfruttato, nella consapevolezza di essere una pedina a cui non è consentito conoscere la struttura dell’intero ciclo».
In un bianco e nero freddo che rende immediato il senso di alienazione della pensatrice posta di fronte alla realtà delle macchine, Ferraro racconta una donna che sente l’urgenza di conoscere personalmente le peggiori condizioni di vita dei lavoratori, declassati nella scala sociale dell’ideologia del progresso a ogni costo. «Lavorare in fabbrica ha voluto dire, che tutte le ragioni esterne sulle quali si fondavano la coscienza della mia dignità e il rispetto di me stessa, sono state radicalmente spezzate, in due o tre settimane, sotto i colpi di una costrizione brutale e quotidiana», scriverà la Weil nel suo saggio.
Furono quei mesi cruciali che le costarono una pleurite e la costrinsero ad abbandonare l’officina, a scavare nel profondo delle convinzioni politiche della filosofa (militante della sinistra socialista rivoluzionaria), e a portarla verso la «svolta mistica» del 1937. Una crisi che maturerà tra le bobine di rame e le macchine saldatrici, e che le farà abbracciare l’esperienza religiosa e cristiana come l’unica possibile a liberare l’uomo dalla sua schiavitù materiale.
(c) Avvenire 15 novembre 2009 – all rights reserved
La Nuova Europa “dei bilanci in regola ad ogni costo, e costi quel che costi”,
quanto costa, e quanto costerà, al mondo operaio dei nostri giorni, e a chi
(disoccupato non si sa fino a quando) non riesce neppure ad entrare in quel
mondo gramo?