Mary Haskell, l’altra metà del profeta


di ISABELLA FARINELLI

“Sì, Mary, un ponte: costruire un ponte… Ecco cosa voglio fare: costruirne uno così robusto e solido che lo si possa attraversare per sempre”. Si sono dati appuntamento alla sotterranea, il 7 giugno 1912. Una passeggiata per il Common, lo storico parco di Boston, e poi, come sono soliti fare, attraversano il Cambridge Street Bridge, che a lui piace a tal punto da stimolare la sua creatività. È una giornata fresca e solare insieme; a lui ricorda le estati del Monte Libano, dove è nato 29 anni prima, il 6 gennaio: la stessa data, ci tiene a precisare, del natale di Gesù, anche se in Occidente lo festeggiano il 25 dicembre. Dal 1911 vive a New York, nello studio dove scrive e dipinge, ma Boston è stata la sua prima meta quando, a dodici anni, è immigrato negli Stati Uniti, dove gli hanno semplificato il nome registrandolo “Kahlil Gibran”. La signora che passeggia al suo fianco, raccogliendone confidenze e progetti, si chiama Mary Elizabeth Haskell. Il giovane, che ha ormai fatto propria la firma condensata, di lei scandisce invece le iniziali di tutti quanti i nomi, come un omaggio o un compito ben fatto, quando le dedica i primi scritti, non senza iperboli.

La “donna che regge il fuoco e contempla il sole” a cui è dedicato Le ali infrante, il romanzo di Gibran uscito in arabo in quello stesso 1912, era una ragazza del sud. Nata l’11 dicembre 1873 a Columbia, South Carolina, faceva parte di una famiglia numerosa, ramificata ma compatta. Suo padre, Alexander Cheves (1839-1910), era un veterano del Confederate Army, ferito gravemente in numerose battaglie e provato dalla morte della prima moglie, Rebecca, sposata da un anno e madre da pochi giorni. Dopo la resa di Appomattox (1865), il colonnello Haskell non si arrese. A fianco di Alice, sposata nel 1870, maturò un ruolo primario nella ricostruzione postbellica come giurista, membro eminente del partito democratico, banchiere e presidente della Columbia and Greenville Railroad. Il nutrito archivio di famiglia, oggi conservato presso la University of South Carolina, lo rivela tanto acceso e coerente assertore degli ideali confederati quanto costruttivo e fiducioso in un futuro di pace.

L’educazione di Mary, come quella delle cinque sorelle e dei quattro fratelli, fu improntata a larghe vedute e abitudini sobrie, che conservò per tutta la vita e che la ispirarono nella carriera di educatrice. Dopo il Bachelor of Arts a Wellesley e il grand tour in Europa nel 1901, si trasferì stabilmente a Boston alternandosi con la sorella Louisa, maggiore di un anno e allieva di Radcliffe, nella didattica e nella direzione della scuola per ragazze di cui era contitolare. Situata al 314 di Marlborough Street (ancora oggi highlight nelle guide di Boston), la Miss Haskell’s School for Girls rientra nella fioritura di istituti analoghi, preparatori al college, che segnò il New England per tutto il corso dell’Ottocento, esplodendo alla fine del secolo con la domanda femminile di advanced education e di emancipazione.

Dal 1837 al 1889 avevano visto la luce tra Massachusetts, New York e Pennsylvania the seven sisters, sette prestigiosi college di discipline umanistiche per donne, tra cui Wellesley e Radcliffe. Era Wellesley negli anni Cinquanta del Novecento lo sfondo di Mona Lisa Smile con Julia Roberts (2003 per la regia di Mike Newell): un film gradevole ma, stando alle allieve “vere” di quegli anni, distante dalla realtà, che invece doveva essere, già a fine Ottocento, abbastanza vivace, stimolante e rispettosa delle identità, se dobbiamo giudicare dagli esiti pedagogici rappresentati da Mary.

Certo la formazione al femminile at the turn of the century viveva un clima di transizione. Louisa Haskell, la sorella maggiore, che pure si era distinta come unica donna a presentare un paper al convegno dell’American Historical Association a New York nel 1896, sul greatgrandfather Langdon Cheves, si ritirò dalla scuola quando si sposò, nel 1903, con un geologo; e solo molto più tardi, nel 1934, si sarebbe decisa a dare alle stampe, in circolazione ristretta, una biografia del colonnello Haskell. Mary rimase sola, ma, come già suo padre, non si diede per vinta. Incarnò con fecondità e coerenza il binomio tra old fashioned girl – la Alcott visse a Boston la maturità letteraria – e self made woman, titolo applicato anche a Grazia Deledda, contemporanea di Mary benché non altrettanto longeva, nella biografia pubblicata, sempre a Boston, nel 1975 da Carolyn Balducci.

All’inizio del Novecento, la capitale del Massachusetts conservava lo stile e la fama di “Atene d’America” che s’era guadagnata per tutto il XIX secolo, attraendo o echeggiando personaggi quali Whitman, Emerson, Thoreau, Hawthorne, la stessa Alcott, per non parlare dei giovani microcosmi d’oltremare rappresentati da Maeterlinck e Nietzsche. Voci e visioni che trovarono fertile rispondenza nel giovanissimo Gibran, ospite dei salotti bostoniani attraverso il fotografo d’arte Fred Holland Day, il quale valorizzava la sua abilità nel disegno e lo ritraeva in pose dall’aria esotica: sono sue molte foto giovanili di Gibran tuttora in circolazione. Benché il flusso demografico si stesse spostando verso il West, la East Coast esercitava ancora una forte attrazione.

“L’America” tendeva ad assimilare i nomi dei migranti – è un esercizio di pazienza individuare oggi persone e provenienze nelle liste di sbarco – ma si rimescolava a sua volta nel melting pot, assumendo nomi, volti e aspettative nelle diverse lingue in cui la si sognava o paventava: “la Merica” per gli italiani, “Amrìka” per gli arabofoni. “L’America è assai più grande di quanto si pensi; c’è qualcos’altro, oltre alla ricchezza, che porta qui dal vecchio mondo cose belle e nobili”. Così Gibran nel 1911, fresco di trasloco a New York.
Bibbia, arte italiana, romanticismo, Egitto, cavalleria scozzese e antica Roma, mitologia, attualità, volti, olandese, russo. Sono, elencati a caso, alcuni dei quaderni di appunti didattici di Mary Haskell. Sportiva, intraprendente, abituata a trascorrere le estati in condizioni estreme in California, Mary avviò pure un corso invernale all’aria aperta, con le allieve avviluppate nei maglioni che scrivevano con i mezzi guanti. Nel 1918, dopo la fusione tra l’istituto Haskell e la Cambridge School for Girls, Persis M. Lane racconta: “La vitalità e l’entusiasmo di Miss Haskell infusero alla scuola un nuovo vigore. Era una donna alta e snella con grandi occhi incassati che irradiavano calore e comprensione. Abiti fluenti e lunghe collane le conferivano una sembianza quasi classica. Raro che camminasse: fluttuava. Faceva sentire alle allieve che erano importanti, e le stimolava a dare il meglio di sé”. Fu ciò che fece con Kahlil Gibran, per l’attitudine a investire, in termini emotivi e materiali, sul futuro di giovani artisti: in quegli anni stava anche sostenendo Jacob Giller, immigrato russo, e Charlotte Teller, aspirante scrittrice e commediografa.

Nella primavera del 1904, Fred Holland Day espose alcuni quadri di Gibran; fu invitata anche Mary. Occupatissima, non trovò modo di andarci se non l’ultimo giorno. Fu lì che si conobbero. Mary aveva 31 anni, Kahlil 21, aveva perso nel giro di pochi mesi tutta la famiglia (la madre, una sorella, il fratellastro) rimanendo con la sola sorella Mariana, cucitrice. La Haskell invitò quel “giovane bruno ed esile” a esporre a scuola, spiegando i quadri alle ragazze come aveva fatto con lei.

Nasce così un rapporto che durerà, attraverso alterne coloriture d’amore e d’amicizia, fino alla morte del poeta (1931) e oltre, grazie a una copiosa sopravvivenza documentaria e all’amicizia premurosa che Mary estese anche alla sorella di Kahlil. Ci si può chiedere quanto si parlerebbe oggi di Mary Haskell se non fosse stata così a lungo e così a fondo interlocutrice dell’autore universalmente identificato con Il profeta; è viceversa doveroso domandarsi quanto di Gibran ci sarebbe arrivato e, prima ancora, quanto di lui sarebbe fiorito, senza di lei.

La collaborazione tra i due fu così stretta, intensa e particolareggiata, benché discreta, che non sarebbe esagerato in alcuni casi affiancare il nome di Mary a quello di Gibran come coautrice. Per il giovane immigrato, che vi aderì senza abdicare alla propria personalità già strutturata né alla propria fierezza di ispirazione, le “lezioni americane” di Mary furono decisive. Sin dal Folle, la prima opera in inglese, uscita nel 1918, Gibran prese l’abitudine di portarle o esporle l’abbozzo di singole frasi o interi capitoli, affidandosi fino all’ultima bozza alla rispettosa maieutica di Mary, che dal canto suo gli riconosceva un singolare “orecchio” per l’inglese.

Il 12 febbraio 1908, all’amico e connazionale Amìn Ghurayyib egli aveva scritto che a trattenerlo a Boston era una she angel “che mi sta introducendo a uno splendido futuro e spianando la via al successo intellettuale ed economico”. Quell’anno, Mary offrì a Gibran un viaggio a Parigi per studiare arti figurative: da giugno, il giovane soggiornò nella capitale francese due anni. La Haskell lo raggiunse subito, per alcuni giorni: era di nuovo in viaggio con il padre, da lei sollecitato proprio in quell’occasione a redigere le sue memorie. “Tu poni l’accento sull’inizio”, le scriverà il colonnello, “ma questo è semplice: io comincio adesso”. Sarebbe morto nel 1910; la madre di Mary, Alice, se n’era andata, ad appena 54 anni, nel 1902.

Nell’autunno 1910 Kahlil, di ritorno dalla Francia – dove nel 1909 lo aveva raggiunto dal Libano la notizia della morte del padre – si precipita da Mary e, mosso da un’intensità che unisce amore e gratitudine, le chiede di sposarlo. La Haskell, pur profondamente coinvolta, mantiene a lungo un atteggiamento ambivalente, adducendo la differenza d’età: gli profetizza un radioso futuro artistico e “un’apocalisse d’amore”, ma con la donna giusta. Probabilmente non le fu estranea una certa diffidenza della sua famiglia verso l’immigrato, il dago; la parziale dipendenza finanziaria di Kahlil da lei non rese più facili le cose, specialmente nella seconda parte della storia.

Storia mai divenuta love affair e presto sublimata sul piano spirituale, molto prima che il tardivo matrimonio con il vedovo di una cugina, nel 1926, la riportasse al Sud, a Savannah in Georgia. Lì, dove “il sole è bianchissimo e le ombre nerissime”, gli uccelli cantano anche d’inverno e l’afa rende alcune aree inabitabili, nel contesto familiare ove si sente reintegrata, Mary è però costretta, per sopportare i lunghi pranzi di prammatica, a portarsi qualcosa da cucire, perché “leggere sarebbe da maleducati”. Questo continua a raccontare all’amico Gibran, tra l’uno e l’altro viaggio con il marito negli States e in Europa. Per lettera, più o meno clandestinamente, viaggiano anche le bozze di Gibran, destinate a sopravvivergli tra le mani di Mary. Questo e molto altro emerge dall’imponente giacimento documentario custodito dalla University of North Carolina a Chapel Hill, con la collocazione Minis Family Papers: la famiglia acquisita di Mary, presente a Savannah sin da prima della rivoluzione americana. Le carte furono versate dalla stessa Haskell prima di spegnersi, novantunenne, al Telfair Hospital di Savannah, il 9 ottobre 1964.

Si deve a lei anche il salvataggio della corrispondenza con Kahlil, prelevata dallo studio dopo la morte del poeta nonostante il parere contrario di Barbara Young, la segretaria-biografa che le era succeduta ma con la quale Gibran non raggiunse mai lo stesso grado di intimità spirituale. Era del resto destinato a Mary, per testamento, tutto il contenuto dello studio di Kahlil (molti quadri furono da lei donati al Telfair Museum). Le oltre 500 lettere del carteggio Haskell-Gibran e i 27 diari dei loro incontri destarono subito l’interesse di Virginia Hilu, editor della Harper and Row. Spinta anche lei da uno spirito pionieristico, che nella sua attività editoriale la indusse a incoraggiare molti autori di pedagogia e psicologia, produsse una selezione di gradevole lettura, pubblicata nel 1972 da Knopf, lo stesso editore de Il profeta, con il titolo accattivante Beloved Prophet (l’edizione italiana, Mio amato profeta, è uscita nel 2007 per le Edizioni paoline).

Mary però non diede mai a Gibran questa etichetta. E lui le riconobbe come merito: “Ho sempre sostenuto, con il mio “Folle”, che quanti ci comprendono asserviscono qualcosa in noi. Non è così con te”. La loro corrispondenza è un documento della genesi de Il profeta, con inediti dettagli filologici; è uno spaccato di vita americana, dalla tragedia del Titanic alla marca di brillantina consigliata a Gibran. Ma non può non balzare agli occhi, a posteriori, un piano di lettura pedagogico. Non tanto e non solo per la professione di Mary, quanto per il modo in cui se ne seppe spogliare. È stato detto che lui intese manipolarla, ma ciò appare poco verosimile. Le lettere di Mary manifestano una buona qualità letteraria, rivelata anche dall’osmosi stilistica con Gibran, ma non risulta che lei coltivasse ambizioni in tal senso, né che dovesse “nascondersi per scrivere”, come dice Gilles Leroy di Zelda Fitzgerald.

Se Mary agli occhi del lettore attuale sembra manifestare una dose di ingenuità, più probabilmente si trattò della scelta e della curiositas di aprirsi al linguaggio dell’amico, captandone i segnali e abbandonandosi alla fede in lui, come lui stava apprendendo l’idioma di lei e, con la stessa non facile fede, cercava di reagire nel modo corretto alla sua emotività. Benché dichiarassero entrambi di non aderire ad alcun credo istituzionale, si sostennero a vicenda nell’elaborazione personale di un Dio che affianca l’uomo e nella ricerca di una realtà elevata oltre la caducità e l’apparenza. La carità come dottrina fu estranea al loro lessico, ma Il profeta menziona the charity of receiving. I greet you, America the beautiful… beautiful, even if it rains.

Il 1° ottobre 1979, Giovanni Paolo II salutava la terra americana dal Boston Common dove tante volte Mary e Gibran si erano incontrati. Era un piovoso pomeriggio; era ormai anche la Boston di Mystic River e di altri cupi scenari di Dennis Lehane. Alcuni dei ponti che Kahlil aveva attraversato con Mary, oggi, sono pericolanti. La scuola da lei avviata, però, sopravvive ancora, a Weston. “Ancora un poco, una pausa tra gli aliti dell’aria, e un’altra donna mi darà alla luce”. Più che alludere alla reincarnazione, discutibile come tutte le appartenenze a cui si è tentato di ascrivere Gibran, Il profeta congeda ogni lettore sulla soglia del suo infinito. È stato detto giustamente da Suheil Bushrui che Gibran getta un ponte tra Oriente e Occidente, un ponte che oggi può essere molto utilmente attraversato, e di fatto lo è, da migliaia di lettori. Ma per Gibran, e per la loro storia, Mary progettò un ponte che guardava molto più lontano. “Vedo – gli disse un giorno – campi lucenti e tu e io là, insieme, bambini”.

(© L’Osservatore Romano – 11 febbraio 2010)

2 responses on “Mary Haskell, l’altra metà del profeta

  1. interessantissimo questo connubio, questa “coltivazione” d’affinità elettive che vanno oltre l’amore e l’amicizia rivelando grande spiritualità e ricerca inesausta d’assoluto…

  2. Il libro più bello che io possa aver mai avuto tra le mie mani… un libro pieno e ricco d’emozioni che coinvolge il lettore. Un libro che ha cambiato la mia visione sulla vita e sull’amore.

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