‘‘Le cose si rompono in continuazione. Bicchieri, piatti, unghie. Le promesse. I cuori”
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Il miglior libro di Jodi Picoult insieme alla Custode di mia sorella. Un legal thriller scritto con uno stile asciutto ed elegante.
Stephen King
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La bambina di vetro
di Jodi Picoult
(Corbaccio, 2010)
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Tutti i genitori in attesa vi diranno che non vogliono un bambino perfetto, ma che vogliono un bambino sano. Anche Charlotte e Sean O’Keefe avrebbero chiesto un bambino sano, se avessero potuto scegliere. Invece, la loro vita è fatta di preoccupazioni, di notti insonni, di conti che si accumulano, degli sguardi pietosi dei genitori «più fortunati» e, peggio ancora, di «e se…». E se la loro bambina fosse nata sana? Ma vale la pena di affrontare tutto questo, perché Willow è perfetta, per quanto strano possa sembrare. È intelligente e carina, gentile e coraggiosa e, per avere solo cinque anni, è inaspettatamente e profondamente saggia. Willow è Willow, in salute e in malattia. Ma quel «e se…» scava a fondo nel cuore e nella mente di Charlotte, che proprio in nome di Willow e dell’amore che ha per lei, decide di affrontare un processo contro la ginecologa che non ha diagnosticato prima la malattia della bambina: osteogenesi imperfetta, un termine asettico che descrive una fragilità ossea incompatibile con uno sviluppo e una vita «normali». Questo significa per lei cercare risposta a una serie di domande che forse una madre non dovrebbe mai essere costretta a rivolgersi. E se Sean e Charlotte avessero saputo prima della malattia di Willow? E se la loro amata Willow non fosse mai nata?
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“Partorii poco dopo le tre del pomeriggio, ma non ti vidi più fino alle otto di sera. Ogni mezzora, Sean usciva per un aggiornamento: Stanno sottoponendola ai raggi X. Le fanno un prelievo di sangue. Pensano che potrebbe avere anche una caviglia rotta. Poi, alle sei in punto, mi portò la notizia più bella: Tipo III, annunciò. Ha sette fratture in via di guarigione e quattro nuove, ma respira bene. Distesa nel letto d’ospedale, mentre sorridevo incontenibilmente, ero certa di essere l’unica madre del Centro Nascite che si fosse mai sentita allietata da una simile notizia.”
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JODI PICOULT
Jodi Picoult è nata e cresciuta a Long Island. Ha studiato scrittura creativa a Princeton e ha conseguito un master in pedagogia a Harvard. È autrice di numerosi bestseller, tra cui La custode di mia sorella, Il colore della neve, Senza lasciare traccia e Diciannove minutt, pubblicati in Italia da Corbaccio (i primi tre anche in edizione TEA). Vive nel New Hampshire con il marito e tre figli. Il suo sito, ricchissimo di informazioni, materiale multimediale e commenti, è www.jodipicoult.com
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LA RIFLESSIONE
di ASSUNTINA MORRESI
Lo stile del legal thriller è insolito per il tema trattato, ma consente di affrontarlo senza accenti scontati o facile retorica: esistono ‘nascite sbagliate’? E’ possibile per un padre ed una madre pensare che un bambino ben preciso, il loro bambino, sia un errore, e che non sarebbe mai dovuto nascere? Ed è lecito dirlo in pubblico? Chi può stabilire se una nascita è ‘giusta’, o non lo è? E’ intorno a queste domande che si snoda la vicenda di Willow, La bambina di vetro scritta da Jodi Picoult (Corbaccio), autrice anche del fortunato La custode di mia sorella (suo precedente romanzo reso famoso dal film con Cameron Diaz).
Willow è una bambina OI, cioè nata con la Osteogenesi Imperfetta, una malattia rara che le procura continue fratture alle ossa, anche a seguito dei movimenti più innocui, come uno starnuto. Charlotte, sua madre, ha bisogno di più soldi per assisterla al meglio, e si convince che per averne potrebbe fare causa (vincendola) al ginecologo che si è accorto della malattia quando ormai era troppo tardi per abortire. Charlotte non avrebbe mai abortito, ma è disposta a giurare il contrario in tribunale pur di consolidare la sua posizione economica, e dare un futuro migliore a Willow.
Ma le parole sono pietre, e mentire ha le sue conseguenze, anche se lo si fa a fin di bene, specie se si va a dire al mondo che quel figlio già nato, che tutti possono vedere, sarebbe stato meglio sopprimerlo prima, quando stava in pancia. E così nella rete dei rapporti familiari e amicali che dà vita al romanzo non sono solo le ossa di Willow a rompersi continuamente, ma anche i legami, gli affetti, la fiducia reciproca: se si ammette la possibilità che non tutte le nascite siano ‘giuste’, ma che ce n’è qualcuna di troppo, si apre un ventaglio di conseguenze pazzesche, la prima delle quali è che ci sono persone di serie A, che è bene che siano vive, accanto a noi, e altre di serie B, che invece non dovrebbero proprio esistere. Ma chi può stabilire a quale categoria appartiene ciascuno di noi?
E se è una madre a dire pubblicamente che quella di suo figlio è una ‘nascita sbagliata’, un danno, e a chiederne un risarcimento, allora non si può più essere certi dell’affetto di nessuno. Le relazioni diventano fragili, le persone insicure, e sempre più sole: è difficile avere fiducia nel prossimo, anche se è tua moglie, tuo marito, tua figlia, quando hai il dubbio che l’altro potrebbe non volerti bene così come sei, ma solo ‘a condizione’ che tu sia come lui (o lei) vuole.
Il ritmo incalzante e i numerosi colpi di scena offrono continuamente spunti di riflessione sul senso della malattia e della disabilità: particolarmente brillante la parte in cui si racconta della convention dei malati di OI insieme alle loro famiglie. In quel contesto la realtà come la conosciamo noi si rovescia: la maggior parte delle persone è disabile, e per la minoranza sana è ovvio passare la vita assistendole. C’è una fraterna complicità fra tutti, il clima è festoso: la ‘normalità’ è la malattia e l’eccezione è la salute. Solo Charlotte, di cui tutti conoscono la causa legale che ha intentato per la nascita ‘sbagliata’ di sua figlia, viene considerata un’estranea, e duramente contestata.
È il finale, del tutto imprevedibile, a illuminare l’intera storia: sarebbe una vera cattiveria, però, rivelarlo. «Meglio sani per scelta che malati per caso», ha scritto Edoardo Boncinelli nel suo ultimo libro. Ma dal finale si capisce che Charlotte non sarebbe stata affatto d’accordo.
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