I semi delle fave


di SIMONA LO IACONO

Le otto. A quest’ora il signor barone padre è già tornato dalla caccia, puoi vederlo con la selvaggina in spalla maleodorante di sangue, la giacca sporca di fango e sudore. Lo spii sempre da quel buco che hai scavato nella porta della dispensa, dove ti intrufoli all’alba per non essere visto e dove la balia neanche immagina che ti sei nascosto.
D’altra parte nessuno bada a te. Anzi, a volte ti pare che neanche se lo ricordi, il signor barone padre, di averti per figlio. Forse perché ne ha altre nove , tutte baronuzze anche loro del casato dei Miscichè, il più antico del feudo di Lenzavacche. Nove femmine tutte di fila, suore o novizie del vicino convento delle clarisse, spose di Gesù fin dalla nascita per preparare la tua venuta, l’erede maschio.
Quando venisti al mondo eri nero di pelurie come tutti i Miscichè, forte e impiantato come dev’essere ogni maschio. L’orgoglio del signor barone padre, o almeno così ti dicono.
La balia ti racconta ancora dei festeggiamenti per la tua nascita , dieci anni addietro, quel 13 dicembre 1790. Tutti a rendere omaggio al signorino barone figlio, Vincenzo Lucio Maria di Gerlando Osvaldo dei Miscichè.
Tutti stupiti di trovarti avvolto nella cappa di damasco nero che le sorelle clarisse ti ricamarono quasi si trattasse di una veglia.

******

Il buco nella porta lo hai scavato con un chiodo arrugginito trovato nelle stalle, uno di quelli con cui mastro Santo ferra i cavalli. L’hai voluto in dispensa perché hai capito fin da piccolo che la cucina è la stanza più interessante della casa, quella in cui tutti hanno qualcosa da dire e la servitù parla di quelle cose che davanti ai signori baroni non si dicono per decenza e per rispetto.
Non hai mai capito cos’è questa decenza e questo rispetto. Dev’essere come nel confessionale, perché le parole si bisbigliano e si interrompono di colpo se si sentono arrivare i passi del padrone o se si deve preparare con urgenza un decotto o un salasso per i continui malori della signora baronessa madre.
Sta sempre male, la signora baronessa madre. E’ per questo che il signor barone scende in cucina così di continuo e s’intromette nelle cose delle serve. Sarebbero cose di donna, ti dice la balia, ma il signor barone padre deve fare tutto lui, mischino, da quando fu quel fatto della disgrazia.
Cosa sia questo fatto, però, nessuno sa dirtelo.
Anche adesso che lo chiedi alla balia, quella scrolla le spalle, fa finta di non avere sentito o canta a squarciagola , poi ti ingozza di bucatoli e mosciamà, o di biscotti col sesamo e paste di Santa Caterina tanto morbide da far resuscitare un morto.

******

E storie di morti ne hai sempre sentite.
In dispensa, dal tuo nascondiglio, avvolto dagli odori della farina o stipato tra i sacchi di cicerchie e semi di fave. Questi ti piacciono in special modo perché una volta hai sentito dire che le anime dei morti si nascondono nei semi delle fave.
Era notte e la cucina tremolava delle chiarìe delle candele, mentre le serve si facevano il giaciglio e parlavano o ridacchiavano sottovoce. La balia le zittì d’un colpo, che se il signor barone padre le avesse sorprese a quell’ora a bisbigliare sarebbero morte a bastonate e le loro animuzze se ne sarebbero volate dritte dritte nei semi delle fave.
- Come, nei semi delle fave?- Aveva detto la più giovane rabbrividendo nella sua vestinella di calicò bluetto.
- Perché, non lo sapevate? Certe anime, il purgatorio, se lo fanno nei semi delle fave.-

******

E’ per questo che hai cominciato a seppellire i semi delle fave. Perché le anime dei morti trovino pace.
Aspetti sempre la mezzanotte, quando il palazzo è scuro di ombre e il buio sembra quasi una coltre, una cappa da indossare , se non fosse che non di stoffe o di sciamito o zendalo è il suo corpo, bensì di venti cresputi, odorosi di scirocco.
Fai tutto da solo. Funerale, acqua benedetta e segno di croce. E poi amen , amen , amen, non si sa mai che il diavolo si nasconda in qualche seme.
Ma, ecco, stanotte sembra che nell’oscurità si muova qualcosa e che la luna alta soffonda chiarori che svelano passi, sagome, persone.
Non sai chi possa essere, ma il timore ti assale , e ti stringi al sacco di fave, pregando le anime dei morti che ancora immagini stipate là dentro. E là dentro qualche anima deve davvero averti sentito pregare, perché d’improvviso ti fai quieto, limaccioso come devono essere le acque dello stagno in quella favola che non ricordi più e che la balia ti sussurra, a volte, prima di dormire.
Non hai paura perché ti accorgi che quell’ombra la conosci, velata di nero e di lutti, claudicante ma pur sempre in piedi, come non l’hai mai vista.
La signora baronessa tua madre.

******

Ma ora che lo scanto è passato ti domandi: e che ci fa la signora baronessa madre a passeggiare nella notte, vestita come se andasse alla Santissima Messa, lei che non si muove dal letto? Che ci fa accanto a quella pietra dove si inginocchia, piange e si segna con gran gesti di croce?
Quasi non pare lei, smorta in faccia, sì, come sempre, ma viva, non più riversa cogli occhi al sacratissimo cuore di Gesù che le sorelle clarisse le hanno appeso al capezzale. Non più svuotata dai salassi e coperta di unguenti, orante santini e incatenata da rosari.
Che ci fa a grattare la terra colle unghie e colle mani, a scavare una buca quasi fosse il cane di mastro Santo quando nasconde le ossa di pollo che la balia gli lancia dal balcone?
Ma non hai risposta. E nel buio le cicale d’Agosto non smettono di gracchiare.

*****

Quando la signora baronessa madre si allontana è giorno.
Il suono ti rintrona dal campanile del vicino convento, dove le signore clarisse tue sorelle già levano al cielo i mattutini, e dove la madre badessa le ha convocate per distribuire i compiti della giornata. E loro già ricamano, o impastano farina, già zappano l’orto, riverse colle tonache che strisciano per terra e coi soggoli intrisi di sudore. Già bisbigliano giaculatorie tra una zappata e l’altra – Te Deum laudamus Domine – o si fermano, a riempire con sforzo d’aria i polmoni.
E mentre loro s’inzuppano di polveri farinose o di fatica tu ti svegli, ancora abbracciato al sacco di fave, colla pelle tutta smangiata dai segni della tela che ti ha graffiato nella notte. Ti svegli e pensi a quella pietra dove la baronessa signora madre singhiozza all’impiedi, lei che -al più e a Dio piacendo- riesce a distendersi sul canapè. E dove invoca nomi, lei che- al più e sempre a Dio piacendo- ricorda il tuo.
Pensi.
Ma poi non pensi più e vai a guardare.
Sai a stento leggere, ma non c’è bisogno del canonico Santagati che ti fa da precettore per capire quello che è inciso sulla pietra: 13 Dicembre 1790, la tua data di nascita . E poi , scalfita sotto un segno di croce : 20 Dicembre 1790. Una data di morte.

******

Ma sotto la pietra non c’è corpo. Non c’è bara. Non c’è niente.
La signora baronessa madre ha scavato tutta la notte e se n’è tornata a mani vuote, dopo avere rivoltato le zolle, le pietre e l’anima stessa della terra.
Se n’è tornata incurvata e rivoltosa, pallida come un’ombra, con una voce stridula che schiamazza e convoca la servitù a raccolta, e quasi guaisce.
E accorre la servitù. Accorre la balia ad avvolgerla in coperte morbide di cantù, accorrono le trovate, e le serve e le cuoche tutte. Accorrono come fosse un’abitudine, quella della signora baronessa madre, di ritirarsi all’alba sporca di fango ed erba, lucidi gli occhi e spiritata l’anima, quasi fosse una strega. Accorre anche il signor barone padre e il canonico Santagati.
E mentre tutti accorrono, tu sei di nuovo in dispensa ad abbeverarti alla canna dell’acqua o all’orcio, e poi a ingargarirti di latte appena munto, caldo e pastoso come le tue lacrime, prima di rinchiuderti nel tuo nascondiglio.

******

E’ da lì che le voci s’avvicinano, si fanno forti, e sono come rombi di tuono o rintocchi di campane. E’ da lì, dal buco svacantato col chiodo di mastro Santo che vedi la balia arrivare e poi parlare col fiato che le puzza di aglio e pomodoro. Ecco, ora s’accascia sulla sedia impagliata che pare cigolare per la massa delle sue carni e dei grembiuli. Ora agita il ventaglio sul petto, e si fa portare un poco di rosolio dalle serve – Il giusto per non morire di scanto – dice al curato Santagati.
E così dicendo alza il petto immenso e trattenuto dal bustino, si solleva, per caso, le gonne, fa appena appena intravedere le mutande di cotone che le coprono le grosse caviglie e che ora sospinge in alto fino alle ginocchia.
E il curato osserva, s’avvicina, tocca , poi le chiede : – Che scanto deve patire ? – e mentre lo dice ti pare quasi che la balia ancora t’allatti, perché il curato l’avvolge col mantello e la brancica come quando tu t’attaccavi al suo seno.

******

Quando, finalmente, li senti parlare non sai dire se è ancora l’alba. O se sia già l’ora del pasto, visto che lo stomaco si contrae in gorgoglii di fiume e non sai come azzittirlo per la paura che ti scoprano nascosto in dispensa.
Ma non dev’essere l’ora media, perché dal convento non arrivano tocchi di campana e perché la balia non ha fretta di mettersi a impastare la farina per il pranzo.
Anzi, stamani è tutta un parlottare col signor curato come non l’avevi mai sentita , la balia, tutta un ciù ciù e un fri fri che pare un cardellino, a dispetto dell’abbondanza delle carni. E canta, persino, mentre il curato Santagati le chiede il perché del rientro della signora baronessa madre a quell’ora del mattino, il perché dei suoi occhi d’invasata che pare essersi dannata l’anima al diavolo, insomma il perché e il percome di tutte le cose.
E la balia , certo, di no al signor curato, non glielo dice, anche se sono cose di casa, di famiglia, come si suol dire, e lei, la balia, è come parte del casato del signor barone. Ma tant’è : anche il curato è come uno di famiglia soprattutto dopo…insomma dopo la mattinata, e allora come si fa a tacere a un’anima santa come quella di sua eccellenza Santagati?

******

- Ed ecco come fu, signor curato.
Fu che quel 13 dicembre 1790 la signora baronessa madre, all’alba, diede alla luce il mascolo tanto atteso, ma scarno che pareva già un’anima del purgatorio. Il signor barone padre non lo teneva più nessuno per la gioia, e le campane suonavano a festa, mentre la signora baronessa madre pativa ancora malori per tutto il corpo e, invece di riprendersi, agonizzava come un’ossessa. A metà mattina madre e figlio erano tanto deboli che le signore clarisse già cantavano le requie, mentre sua eccellenza in persona il signor Vescovo di Lenzavacche si precipitava a palazzo per celebrare in una volta sola il santo battesimo e la santa unzione.
Ma proprio mentre ungeva l’inferma e la confessava, proprio mentre quella pareva rendere l’anima a Dio, un boato di cagna la scosse, e le lenzuola s’imbevvero di rosso muovendosi dello scalciare di un altro neonato. Grasso, signor curato, impiantato e col membro dritto che urinava a fiotti, tanto urlante fame di latte che s’appiccicò subito al petto risucchiandolo: il signorino barone figlio, Vincenzo Lucio Maria di Gerlando Osvaldo dei Miscichè. Al che il signor barone padre disse:”E che è questo? Il diavolo?” E la signora baronessa madre a urlare mezza intronata dalle febbri di quartana:”’U diavulu, ‘u diavuluni!”. E le signore clarisse dal convento a inzupparsi di acqua benedetta ed esorcismi, mentre Vicenzino s’addormentava quieto dopo essersi bevuto anche il mio sangue -

******

-E dell’altro neonato che fu?-
-Morì dopo nemmanco una semanata , sua eccellenza, dopo che il signor barone fece di tutto per salvarlo. Ma tant’è, la creatura era troppo debole, pareva che il fratello gli avesse succhiato anche l’anima nel ventre della madre. E non è finita qui perché mentre vestivano la salma per la funzione, mentre la ingioiellavano e il Vescovo la infumava d’incenso, mentre la vegliavano tra dolori e lamenti, sparì.-
-Come, sparì?-
-E che ci posso dire, sua eccellenza, sparì come ombra, come fumo di fuoco dell’inferno, come spettro, vapore, così sparì. Forse fu maligneria di arti diaboliche , forse fu cosa di maghi, o di malocchiosi o di imbroglio. O forse di briganti che lo videro parato come Santa Lucia, e se lo rubarono quasi fosse uno scrigno. Ma la colpa la diedero tutti a Vincenzino che era nato a tradimento tra la nuvolaglia delle coperte e senza aspettare l’unzione. “’U diavulu, ‘u diavuluni “ , continuava a dire la signora baronessa madre.
E tutti ci credemmo.-

******

E ora te ne stai lì, come sospeso tra presente e passato, incurvato tra le fave, a pensare che quel fratello che ti ha preceduto non ha avuto sepoltura. E intanto che pensi, ecco, è davanti a te, scarno come quando è venuto al mondo, spiritato ancor prima di nascere.
Perché anche nascere , in fin dei conti, ti pare adesso una diavoleria, una cosa da senza madre di Dio, da spiritati. O forse un sogno, un sogno lungo come dev’essere anche morire, o dormire, o non essere amato.
E allora ti viene in mente che tutti i sogni devono avere sepoltura, quelli d’amore e quelli di guerra, quelli di buonasorte e quelli del maligno. E che , forse, seppellendoli, i sogni fanno meno male, t’incurvano meno l’anima, e ti fanno sopravvivere.
Così, ti alzi.
-E’ il momento- dici al sacco di fave- Andiamo.
E nel buio di questa notte, nell’afa di questa calura che soffoca anche il buio e asciuga in sale le tue lacrime, t’incammini verso la pietra, là dove tua madre scava ancora avanzi del suo sogno, e dove non ci sono che date incastrate nella roccia. E’ il momento.
Non hai bisogno di cercare. Sei già lì, con il sacco di fave tra le mani, ai piedi del sasso che non racchiude corpi, e dove adesso, con cura, interri un seme.
Poi ti allontani.
Nel silenzio, dal convento, le signore sorelle clarisse battono l’ora nona.

(c) Simona Lo Iacono – all rights reserved

7 responses on “I semi delle fave

  1. Simona Lo Iacono, nata a Siracusa nel 1970, magistrato, attualmente dirige la sezione distaccata di Avola, tribunale di Siracusa. Ha pubblicato racconti e vinto concorsi letterari di poesia e narrativa. Collabora a riviste e magazine. Riunisce in casa propria un salotto letterario ospitando scrittori e artisti. Cura una rubrica che riguarda i rapporti tra diritto e letteratura sul blog “Letteratitudine” di Massimo Maugeri, scrive recensioni e saggi letterari. Ha pubblicato di recente il suo primo romanzo: Tu non dici parole (Perrone Editore).

    Questo suo racconto, “I semi delle fave”, ha vinto il premio edito dal convegno “Scrivere donna 2006″ ed è stato pubblicato da Romeo Editore nella collana “Scripta manent”.

  2. Splendido racconto . Mi ha coinvolto in modo assoluto.
    Molti Complimenti a Simona Lo Jacono.
    E Grazie a Maria che ci ha mostrato questo testo.
    lucetta f.

  3. Carissima Maria, amica di tante parole,
    grazie per aver ricordato, con me, questo racconto scritto nel 2006, che sgorgò dalle lacrime di un bambino.
    Un bacio a te e atutti coloro che mi hanno letta.
    Vi sono grata
    Simo

  4. Quanta poesia in questa prosa! Sa magistralmente evocare il sentimento dell’umana pietà che travalicando i confini del tempo e dello spazio accomuna in un dolente abbraccio tutte le madri di ogni epoca, costrette ad aggrapparsi alle “date incastrate in una roccia” quando fra le loro mani non rimane più nulla, e non possiedono più lagrime, ma nel cuore c’è solo il silenzio di uno strazio inguaribile, cullato dal battere monotono e solitario “dell’ora nona”

Lascia un Commento

Fill in your details below or click an icon to log in:

Logo WordPress.com

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Modifica )

Foto Twitter

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Modifica )

Foto di Facebook

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Modifica )

Connecting to %s