Café du Tambourin


“Mi accorgo di essere innamorata quando lo stomaco
si chiude all’improvviso e nelle vene il sangue non scorre più
con la solita lentezza esasperante, ma se ne va
veloce per le sue strade segrete
soffiando sotto la pelle una strana felicità…”

Café du Tambourin

di PAOLO DI PAOLO

Caffe’ di ladri, di baldracche covo,
io soffersi ai tuoi tavoli il martirio.

U. Saba

E questa musichetta impertinente. La senti anche tu? Ma forse sono le mie orecchie, è nelle mie orecchie che si è infilata questa musica, e mi perseguita anche di notte. Sembra uscire dalle piume del cuscino. Racconta giorni di pioggia, inverni lontani, e viali alberati che sostengono il cielo nei mattini di tramontana. E poi sere, sere soprattutto. Le sere degli altri. Quelle che scruto, indago, mi figuro nella mente. Dove va quell’uomo barbuto che cammina a passo svelto? e quella donna incinta che spinge una carrozzina? Aspetta il secondo figlio, ma non sembra felice. Hanno sempre avuto il potere di risvegliare in me una buffa curiosità bambina, le sere degli altri. Le inseguo, le invento, e mi trascinano lontano: verso altre storie, altre strade, altre case, altre stanze.

Ma ora, ora devo proprio concentrarmi, e non ci riesco. C’è chi crede che sia sufficiente fissare un punto qualunque del muro, e starsene buoni e zitti, come morti. Invece io dico che bisogna darsi da fare, cercare l’espressione giusta, trovarla, pensare il pensiero giusto. Collaborare, insomma. Ma stasera non è la serata buona – e gliel’ho detto. Non riesco a collaborare. Questo ronzio nelle orecchie. Questa malinconia che non mi abbandona un attimo. Lo sento appena sveglia, se il giorno è di malinconia, lo sento nelle gambe e nella pancia, cammino a fatica, non mi va di parlare. Resterei da mattina a notte alta sotto le coperte, nella speranza di cancellare un giorno intero, di passare al successivo e vedere se è buono. Ma se resto a letto mi viene da piangere, e piangere è fatica, le lagrime ti raschiano la gola e bruciano lo stomaco. Allora decido che è meglio alzarsi.

E non posso fare altro che tornare, come sempre, su Boulevard de Clichy, per chiudermi dentro al mio caffè, e sedermi a uno di questi stupidi tavoli a forma di tamburello, zitta e fumante. Intanto la gente intorno parla. Io scelgo di seguire un discorso, il discorso che più mi aggrada e mi incuriosisce. Intanto una mosca vaga nella stanza, come delirante: volteggia goffamente, si lancia contro le finestre, muore per un attimo e d’improvviso resuscita, poi comincia a lamentarsi, e il suo ronzio lamentoso è una canzone disperata, è quella maledetta musica, serpentina e sbeffeggiante. E le parole degli altri si confondono, le perdo nel fumo, non riesco più a distinguerle: ora c’è solo questa musichetta ronzante nella mia testa, forse le note di un’orchestrina ascoltata anni fa per le strade del mio paese lontano, che torna a farsi viva e presente nei giorni di malinconia come questo. E dice: eccomi qui, sono qui, Agostina, mi avevi forse dimenticata? Ti ho portato qualche ricordo, oggi è il tuo giorno di malinconia, e senza ricordi non puo’ esserci malinconia.

Mi accorgo di essere innamorata quando lo stomaco si chiude all’improvviso e nelle vene il sangue non scorre più con la solita lentezza esasperante, ma se ne va veloce per le sue strade segrete soffiando sotto la pelle una strana felicità. Mi starà succedendo di nuovo? Non so. Lo stomaco è chiuso, sì, ripiegato su se stesso e dolorante. Eppure il sangue séguita a procedere lento, come se dovesse fermarsi da un momento all’altro – e della felicità neppure un’eco lontana.

Ma so di non potere fare a meno dei suoi sguardi verdi, delle sue improvvise e brusche dolcezze, forse anche di quegli scatti d’ira che mi impietriscono. Quanto durerà tutto questo, non so. Stargli accanto è così difficile: se ne sta muto per ore, sembra quasi che neppure respiri. Quando parla, a voce bassa, racconta come un predicatore certe pagine della Bibbia, dei giorni in cui la leggeva ai minatori di Wasmes, o degli amori sfortunati: Kee, Margot che una volta tentò di ammazzarsi, e soprattutto Sien, che posava per lui, Sien, amante e modella insieme, come me. E ogni tanto dice della vita, basta un tozzo di pane per poter lavorare tutta la giornata e poi avere ancora la forza di fumare e bere un bicchierino, basta questo perchè la vita sia una favola, e sentire le stelle e l’infinito lassù.

Boulevard de Clichy se lo porta via il vento. Sento la tramontana soffiare forte sui vetri, con il suo urlo lamentoso. Ma l’inverno è quasi finito. Ripenso ai giorni gelidi in cui giravo le mansarde di mezza Parigi, i bugigattoli più fetidi, per ritrovarmi qualche soldo nelle tasche. Allora sì, la mia vita era bella. Allora mi bastava il corpo per vivere, spogliarmi su un divano polveroso sotto una luce fioca e impudica. Nient’altro, solo il corpo: e mostrarlo. Sulle prime avevo paura. Mi denudavo inghiottendo a fatica l’imbarazzo e quegli sguardi appuntiti come spilli sulla pelle. Abituata fin dalla prima infanzia alla pudicizia, il mio corpo è cresciuto silenziosamente sotto gonne e sottane pesantissime, diventando un mistero anche per me. Scoprendolo davanti agli altri, lo scoprivo io. Ci sono voluti mesi, fatti di giorni tutti uguali, nuda su un divano, per non avere più paura dell’uomo che era dietro la tela, e del suo sguardo. E’ un lavoro, Agostina. Il tuo lavoro. Fu così che cominciai a collaborare, a trovare l’espressione giusta, a pensare il pensiero giusto, a dare insomma una mano al pittore perchè il suo quadro fosse perfetto. E se mi hanno cercata in tanti, durante questi anni, è perchè ho collaborato: non me ne stavo certo lì imbambolata come certe donnette buone a nulla. E così mi sono ritrovata negli studi privati del signor Degas e del signor Corot, pace all’anima sua: io, Segatori Agostina, finita nei più prestigiosi atelier parigini: che storia, dio mio.

Ma con il corpo non si può vivere tutta la vita, con il corpo ci lavori quando è giovane, e la pelle è tesa, levigata e rosea. Quando comincia a fare le grinze, ad afflosciarsi, allora è il giorno che non puoi più lavorarci. Essere la proprietaria del Café du Tambourin mi dà sicurezza, sì, la sicurezza, almeno, che avrò pane sotto i denti fino agli ultimi giorni. Ma che vita senza lusinghe, dio mio… Il caffè è un posto dove ci si può rovinare, diventare pazzi o ammazzare qualcuno. Lui lo dice sempre. Eppure ci passa le ore.

L’ho visto qui, la prima volta. Seduto a un tavolo, la testa nelle mani, solo come un cane. Ne vedo tanta, in questo locale, di gente sola e disperata. Ho imparato a conoscerlo, sfidando il suo silenzio. Un pittore anche lui. Con tante storie dietro, un’antica vocazione religiosa, una passione totale per i colori e la tela. Un giorno mi chiese di posare per lui.

Ma ormai sono anni che non poso più, – gli dissi.

Riuscì a convincermi, con la dolcezza, e finii per ritrovarmi su un divano polveroso, sotto la luce fioca e impudica. Nuda, come ai vecchi tempi. Una sera, finito il ritratto, aveva le mani piene di colore, mani-arcobaleno, si avvicinò e mi baciò sulle labbra. Facemmo l’amore. Quella volta, alle sere degli altri, non ci pensai che un minuto. Il tempo di dirmi che la mia sera era la più bella sera che si potesse sperare e sognare.

- Il mio lavoro, – mi disse un giorno. – Per il mio lavoro metto in gioco la mia vita, e ci va di mezzo la ragione.

Preferisco dipingere gli occhi della gente, lui dice, piuttosto che le cattedrali. Vorrei dipingere ritratti, lui dice, che tra cento anni possano apparire come una rivelazione. Ma io non so che dirà il mondo di lui, tra cent’anni, e se dirà qualcosa, forse neppure se ne ricorderà, e magari pure questa tela finirà mangiata dai tarli. Forse è meglio così, non so che quadro verrà fuori, perchè oggi non riesco proprio a collaborare, con questa musica impertinente e petulante nelle orecchie, con tutta la malinconia. Seduta a questo tavolo, alle mie spalle quelle stampe giapponesi che lui tanto ama, dicendo dei colori che sono disinvolti come respiri, e con questa specie di costume addosso, il corpetto verde cupo con quattro bottoni che sembrano di rosa, e la gonna larga, a pieghe, e quest’acconciatura bislacca, mi sento come un clown alla fine dello spettacolo. Sono i giorni di carnevale, lo so, ma la maschera è stanca. Eppure tu continui a dipingere, come se io non ci fossi, mio dolce Vincent Van Gogh.

(c) Paolo Di Paolo – all rights reserved

*

L’AUTORE

Paolo Di Paolo è nato a Roma nel 1983 e si è laureato in italianistica. Ha pubblicato Nuovi cieli, nuove carte (Empirìa 2004, finalista Premio Calvino 2003) da cui è tratto il racconto Café du Tambourin; Un piccolo grande Novecento, con Antonio Debenedetti (Manni 2005), Ho sognato una stazione. Gli affetti, i valori, le passioni, con Dacia Maraini (Laterza 2005), Come un’isola (Perrone 2006, Menzione Speciale Premio Mastronardi 2007), Ogni viaggio è un romanzo. Libri, partenze, arrivi (Laterza 2007), Piccola storia del corpo (Edilet 2008), Risalire il vento, con Raffaele La Capria (Liaison 2008), Queste voci queste stanze, con Elio Pecora (Empirìa 2008), Raccontami la notte in cui sono nato (Perrone 2008), Questa lontananza così vicina (Perrone 2009), Dove siamo stati felici (Filema 2009). Ha curato inoltre La mia eredità sono io di Indro Montanelli (Bur Rizzoli 2008), E nessuno si accorse che mancava una stella di Antonio Debenedetti (Bur Rizzoli 2010), Viaggi e altri viaggi di Antonio Tabucchi (Feltrinelli 2010). Per il teatro ha scritto Il respiro leggero dell’Abruzzo (2001), interpretato tra gli altri da Franca Valeri, e L’innocenza dei postini (in AA. VV., L’attesa, a cura di Mario Fortunato, Bompiani 2010). Per la televisione, ha collaborato al programma di Raitre Gargantua, condotto da Giovanna Zucconi. Scrive per «l’Unità», «Gli Altri», «Nuovi Argomenti» e per le pagine romane di «Repubblica».

7 responses on “Café du Tambourin

  1. Carissime amiche ed amici di Flannery,

    con il bellissimo racconto di Paolo Di Paolo il nostro lit-blog dedicato alle donne che scrivono si apre per la prima volta a una voce maschile.

    “Café du Tambourin” inaugura, e direi magnificamente, una nuova rubrica di Flannery intitolata Nel cuore degli uomini, che presenterà testi e opere di autori che sanno o hanno saputo raccontare in modo letterario coinvolgente l’universo femminile.

    Impresa tutt’altro che facile, ma come vedete dal primo autore presentato, Paolo Di Paolo c’è riuscito perfettamente. E’ un autore giovane di età, ma estremamente maturo nella scrittura, dotato di immaginazione potente e di una forte, delicatissima sensibilità.

    Grazie, dunque, caro Paolo, per averci donato questo tuo bellissimo racconto.

    A voi, amici ed amiche di Flannery, la sua lettura partecipe e attenta. E le vostre impressioni, come sempre puntuali e spontanee.

    Maria Di Lorenzo

  2. Mi sento molto coinvolto come uomo da questa nuova iniziativa di Flannery, far parlare le voci maschili sul mondo delle donne. Dico bravo a Paolo Di Paolo, che non conoscevo. E grazie a Maria Di Lorenzo che ha avuto un’idea così intelligente, complimenti!

    Pier

  3. Carissima Maria, grazie della tua attenzione. E grazie Paolo, per la bellezza e l’intensità di questo racconto. Il finale è toccante, soprattutto quando ti rivolgi direttamente all’artista, cercando di penetrare la contraddizione umana, il mistero che rende di carne e sangue ciò che all’apparenza parrebbe essere solo spirito, e fuoco, e accensione, e passione. Il racconto ha una magia intima, è come una carezza, che rimane a lungo sulla pelle. E c’è sempre lo stile sapiente del nostro grande Paolo. Grazie a tutti, è stato un piacere rivivere queste emozioni, soprattutto considerando il fatto che sono appena tornato da Parigi, e che le parole hanno magicamente riacceso tutto… Grazie di cuore…

  4. Ho il piacere di conoscere Paolo e la sua passione per la letteratura, i viaggi e la magia della scrittura.
    Bravo, Paolo. Un racconto che ci porta – alla Citati, te l’ho detto sempre – nel cuore di un luogo, di un personaggio, di un artista.
    Brava Maria, per aver aperto il tuo salotto letterario alla voce di Paolo.

    Un caro saluto al nostro Luigi La Rosa e alla sua valigia piena di racconti e di entusiasmo per la letteratura.

  5. Grazie Maria Lucia, sei sempre molto attenta e partecipe alle proposte del nostro forum-salotto letterario.

    Sono d’accordo con te, e sono particolarmente contenta di aver aperto proprio con Paolo Di Paolo, che conosco anch’io e apprezzo molto, lo spazio di scrittura riservato allo sguardo maschile.

    Credo che dagli scrittori uomini, quelli particolamente bravi e sensibili – e Paolo lo è in grande misura, come anche il nostro superlativo Luigi La Rosa – vengano e siano venute fuori pagine memorabili sul mondo femminile.

    Grazie a loro, dunque, senza di cui nemmeno noi esisteremmo, non ti pare?

    • Abbiamo bisogno dello sguardo maschile come di quello femminile sul mondo…
      Altrimenti la nostra visuale è miope e incompleta.
      Luigi e Paolo sono due sensibilità maschili e due penne che riescono a cogliere con la loro scrittura frammenti necessari di una visione più grande.
      Grazie a te, Maria, di questo sguardo.

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