In scena l’amore di chi cura la follia


di ANDREA PEDRINELLI

« Il centro di questo lavoro è l’uomo. Muri racconta che occorre appropriarsi anche del dolore altrui, perché siamo tutti persone. Mettendo in scena questa pièce ho pensato al Non abbiate pau­ra di Wojtyla, che per me è pure un non abbiate paura di occuparvi degli altri: anche se costa fatica». Giulia Lazzari­ni parla così della nuova sfida con cui debutta oggi (in prima nazionale) al Piccolo Teatro di via Rovello a Milano: inaugurando in realtà la stagione di un’altra storica sala milanese, il Tea­tro della Cooperativa, la cui produzio­ne è per l’occasione ospitata al Picco­lo. Giulia Lazzarini ha scritto la storia della prosa contemporanea passando da Strehler/Beckett a Lievi/Miller: ed ha portato la cultura in tv fra teatro e noti sceneggiati: ma a 76 anni osa an­cora, in uno spettacolo da sola che dà voce a un viaggio nella sofferenza. Mu­ri, scritto e diretto da Renato Sarti, par­la infatti di quelli che dicono «matti» e di un’infermiera che li segue prima e dopo la legge Basaglia. Prima, quan­do i «matti» erano visti quasi come og­getti; dopo, quando si comprese che non bisognava «custodirli», ma curar­li. E l’artista, impersonando una Ma­riuccia realmente esistita, arriva in fondo a chiedere alle coscienze se l’uo­mo d’oggi sia ancora capace di amo­re e pietà.

Signora Lazzarini, il sottotitolo della pièce adombra un bilancio, «Prima e dopo Basaglia».

«Il nostro intento è raccontare una realtà. Sarti lavorò nel ’72 in un teatri­no nell’Ospedale psichiatrico di Trie­ste, e vide da vicino alcuni internati raccogliendo testimonianze come quella dell’infermiera che ora io in­terpreto. E che mi ha colpito, perché ha vissuto un percorso di prese di co­scienza. Prima eseguiva ordini, quan­do i ‘matti’ venivano trattati con ca­micie di forza o elettroshock; e poi, quando Basaglia parlò di rispetto e dialogo, si è vergognata. Di lì Mariuc­cia ha fatto dell’aiuto a chi soffre una ragione di vita: ancora oggi lavora da volontaria con i disabili, ha aiutato i drogati. Muri testimonia quanto con­ta donarsi».

Ma non rischiate di fare una lezione scientifica, di invadere col teatro un – controverso – terreno medico?

«Direi di no. Anche perché Mariuccia dice di cose vissute in prima persona ieri, non commenta l’oggi: non lo co­nosce. Vogliamo solo testimoniare cer­ti errori perché non si ripetano, un do­vere del teatro».

In ‘Muri’ sottolineate anche la ne­cessità di ridare etica ai rapporti u­mani, mi par di capire…

«Assolutamente: e non solo riguardo i malati. Oggi il discorso va allargato: manca pietas, abbiamo paura dei pre­sunti ‘diversi’, dei vecchi, della mor­te ».

La gente, alla lettura scenica estiva, ha capito?

«Si commuovevano: non so quanto si rendessero conto che non tutto era spettacolo, però voglio provarci, a far pensare a certe cose. Mi ricordo la mamma di una ragazza down che mi disse di aver fermato giovani che guar­davano sua figlia come un animale per dire loro che sapeva che non poteva­no far nulla per lei, però potevano sor­riderle. Perché era una persona. Spe­ro che Muri faccia capire cose simili».

Ma a Giulia Lazzarini chi glielo fa fa­re, a 76 anni, di andare sul palco da so­la, di fare tournée con personaggi sco­modi invece che in ruoli d’effetto?

«Mah… Bella domanda. Non è ambi­zione, né necessità pratica. Valuto le parti in base alla possibilità che ho di dire delle cose. Il teatro è una passio­ne, se vuole è mettersi in gioco come fare l’infermiera. E forse invecchiando si è più generosi, si va in scena per pro­vare a fornire agli altri tramite il nostro lavoro una riflessione sulla società che è di tutti».

*

DA STREHLER AI GRANDI SCENEGGIATI

Nata a Milano nel 1934, Giulia Lazzarini si impone come attrice di prosa fra le più valide fin dal debutto, avvenuto a vent’anni. A consacrarla è poi il Piccolo Teatro, quando Strehler la inserisce nel cast dell’ultimo tour di «Arlecchino» precedente il passaggio di consegne fra Moretti e Soleri. Nel suo curriculum figurano Cechov, Brecht, Shaw, alcuni magistrali Miller e soprattutto gli strehleriani Shakespeare («La tempesta») e Beckett («Giorni felici»). Sempre con Strehler ha inaugurato il Teatro Studio di Milano nel 1986, ma è stata diretta anche da Lievi, Ronconi e dal marito Carlo Battistoni (scomparso nel 2004). In tv è stata la Desolina del «Mulino del Po» con Raf Vallone, Cosette adulta ne «I miserabili» di Bolchi, la madre di Maria Montessori nella fiction del 2007 con Paola Cortellesi.

(c) Avvenire 2 ottobre 2010 – all rights reserved

One response on “In scena l’amore di chi cura la follia

  1. Mettersi in gioco per gli altri, è l’unico modo per dare autenticità alla nostra stessa vita, senza inutili vergogne, ma sapendo che solo così l’amore si manifesta nella sua verità più alta.

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