“Colibrì” di Anna Maria Tamburini


Anna Maria Tamburini

Colibrì

FaraEditore

2010


*

LA TRAIETTORIA DEI NOSTRI PASSI

di ARDEA MONTEBELLI

C’è nella poesia un sottile legame con la vita. Non esiste mezzo più appropriato per raccontare se stessi intimamente entrando nell’esistere con quel pudore necessario che solo la parola misteriosamente possiede. Il poeta, artigiano della parola, è capace di guardare con onestà alla domanda che nasce dal cuore di ciascuno di noi sul significato di sé, sul significato dell’esistenza e delle cose. Ho trovato, con grande soddisfazione, tutti questi presupposti nel libretto di poesie Colibrì di Anna Maria Tamburini edito da Fara. Quanto misura un giorno? / e la misura a chi, a cosa? / Cosa importa lo scarto della vita – / le percentuali di riuscita- / alla matematica / dei cicli misteriosi / che la vita feconda? Attraverso la poesia si raccontano cose ma più che altro si raggiungono mete, tappe intermedie di un itinerario meraviglioso che è il senso della nostra vita, la traiettoria dei nostri passi. La vita che nasce / all’incontro di vite / – di anime assai / più che corpi, // misteriosa che nasce / ubbidiente / a ignoti richiami / è d’amore veicolo.

La poesia di Anna Maria è costruita con rigore, lo stesso rigore interiore con il quale Cristina Campo, straordinaria poetessa dell’Assoluto, si avvicinava alla parola e dopo faticose limature, offriva dei versi scarni ed essenziali. Tutto questo per dire che l’atteggiamento del cuore con il quale si creano dei versi può diventare una possibilità di ascesi, un trovare il coraggio di liberare se stessi da inutili pesi quotidiani che non aiutano a trovare la strada ma, al contrario, confondono inevitabilmente la prospettiva. La poesia di Anna Maria è intima e al tempo stesso precisa nella descrizione dei dettagli, partendo sempre da un punto di vista originale. Traspare nei suoi testi una estrema abilità nel saper mettere a fuoco i dettagli giusti della scena. E’ strano il tuo piccolo corpo / eretto cavalluccio di mare / hai disertato le nostre / coste in cerca di acque / chiare…

*

CHI E’ ANNA MARIA TAMBURINI

Nata nel 1955 a Rimini dove vive e lavora, si è laureata in Letteratura Italiana con il prof. Ezio Raimondi presso l’Università di Bologna e con la sua tesi di laurea, pubblicata con il patrocinio dell’Istituto dei Beni Culturali della Regione Emilia Romagna, ha contribuito a far conoscere l’opera di Agostino Venanzio Reali. Si interessa di poesia letteratura e teologia. Scrive saggi recensioni e articoli. Ha curato (con N.Valentini) il volume degli Atti Dipingere la Parola. La teologia della bellezza nell’opera di Agostino Venanzio Reali, Edizioni Messaggero Padova, 2006. Nel giugno 2010 pubblica con Fara la sua prima raccolta di poesie: Colibrì.

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12 pensieri su ““Colibrì” di Anna Maria Tamburini

  1. Ho conosciuto Anna Maria Tamburini al reading poetico-letterario a cui entrambe abbiamo partecipato a Rimini lo scorso 26 settembre.

    I suoi versi mi sono piaciuti subito. Con molto piacere allora ve li presento, cari amici ed amiche di Flannery.

    Qui si seguito troverete anche alcuni spunti di lettura ed interpretazione della sua opera e dei versi scelti.

    Buona lettura!

    Maria Di Lorenzo

  2. recensione di Germana Duca Ruggeri

    Nel cielo di parole di Anna Maria Tamburini si è librato in volo Colibrì (Prefazione di Gianfranco Lauretano, postfazione di Loretta Iannascoli; pagg. 52, 10 euro), meditata raccolta di esordio. Tardivo, si direbbe, ma annunciato fin dagli studi universitari, compiuti dall’autrice sotto la guida di Ezio Raimondi, con cui discusse la tesi sull’opera di padre Agostino Venanzio Reali. Un interesse vivo per la poesia, che lei ha coltivato anche in seguito, da studiosa di letteratura contemporanea e teologia, come attestano innumerevoli articoli e saggi, spesso interdisciplinari, quale il recente Campi immaginabili, sulla comparazione di prestiti biblici nei versi di Padre Reali, Margherita Guidacci, Emily Dickinson. Se tale dedizione, ora, muove felicemente i primi passi verso la scrittura poetica, scegliendo il segno di una alata meraviglia, “il colibrì / fuoriuscito da strati di vissuto”, si è tentati di pensare a un percorso inarrestabile di perfezionamento, ovvero all’effetto di un istinto amoroso che Anna Maria, cercatrice di verità, ha saputo rinnovare e orientare nel tempo. L’elegante dotto libriccino, con la copertina incisa dai colori luminosi di Enrica Rossi, è suddiviso in quattro sezioni, i cui titoli (sull’equoreo seno, affiora l’adamàh, alle superiori acque, puro fuoco) già suggeriscono una dinamica interiore che è parimenti riflesso di una ampiezza naturale, cosmica. Di tale fusione ci si accerta procedendo nelle pagine, entro un variare sommesso di motivi, fra correspondences di sguardo e visione, già care a Baudelaire e, prima ancora, a Foscolo; come a tanti poeti del Novecento (si pensi a Rebora, richiamato in Prefazione da Lauretano, oppure ad Antonia Pozzi). Sullo sfondo di queste liriche, troviamo delineati sorprendenti scenari, ove leggi fisiche, allusioni scientifiche, cenni a botanica, ornitologia, entomologia, legano e liberano il corpo-anima di ciascun essere vivente e il portato mistico di una scrittura in versi tutta in battere e levare. Così l’intera raccolta, mentre restituisce il brusio dell’universo, il suo solfeggio, – “Da un capo all’altro / non un frullo si perde / non battito d’ala // di farfalla palpebra pinna / non ticchettio di sfera / d’ogni specie. Non si perde.” -, celebrando la resistenza dell’amore di Dio, diviene movimento di pupilla che, nel contemplare, comprende e loda; eco di pensiero che vuole “dire bene / se non si può dire bene dire” l’ape e la libellula, l’ippocampo e i delfini, il merlo e l’orso, la mortella, l’orchidea. Lo stesso colibrì, in tale scorcio, potrebbe essere figura dello Spirito. Simbolo di energia vibrante nel fuoco pentecostale, nel vento ascensionale, silente o fragoroso, che spira quando e dove vuole: “È frastuono d’oceano nel silenzio // vasto il pieno d’orchestra / delle orbite celesti / e lo Spirito non sai /donde venga dove vada // solo avverti – del destino – / in nome del padre, / la vita e il compimento / in nome della madre / l’abbraccio di un grembo / e il nutrimento”. Questo uno dei possibili sensi della silloge tersa e iridescente di Anna Maria Tamburini, specie nei passaggi in cui, rammemorando maestri e maestre, sostiene l’intima occorrenza di comprendere la vita. Quasi non bastasse osservarla da ammiratori un po’ sordi e distratti quali spesso dimostriamo di essere. Quasi fosse troppo poco anche il solo fatto di amarla.

    http://farapoesia.blogspot.com/2010/09/su-colibri-di-anna-maria-tamburini.html

  3. «La poesia di Anna Maria Tamburini, attraverso una trama instancabile e discreta di immagini e una voce tesa e lirica, non rinuncia mai al pensiero, alla ricerca di un senso. (…) l’autrice sembra suggerire una concentrazione, un desiderio di vedere bene, di chiarezza. Ci mette di fronte ad un mondo che è già prodigio in sé, un luogo che chiede solo che ci si accorga di esso e mediante un forte investimento dello sguardo tenta di restituire l’energia segreta che scaturisce da tutto, dai colori e dalla luce, addirittura uno “spreco”, un’abbondanza di cui testimoniano diverse poesie come, ad esempio, pioveva / alla mortella…» (dalla Prefazione di Gianfranco Lauretano)

  4. «Le poesie, così lievi, discrete, delicate, calme e leggere, mai malinconiche e mai dubbiose di ciò che vedono o avvertono, guidano così senza incertezze, con l’aria di chi non ha ambizioni, quasi non avessero una meta. E, invece, passo dopo passo, elemento dopo elemento, poesia dopo poesia, conducono in alto, ma in modo che solo lì, quando si è in alto, ci si rende conto del proprio “com-movimento” di fronte e in ascolto dei “moti infinitesimi necessari alla vita”, assecondando e in risposta alla “musica del cosmo” per cercare di entrare in profondo contatto vissuto con il mondo e cogliere il segreto, il mistero di questa vita e di ogni vita che “afferrare è lieve / la vita – in mano niente resta”.» (dalla Postfazione di Loretta Iannascoli)

  5. e lo Spirito non sai
    donde venga dove vada

    solo avverti – del destino –
    in nome del padre,
    la vita e il compimento
    in nome della madre
    l’abbraccio di un grembo
    e il nutrimento

    ANNA MARIA TAMBURINI

  6. recensione di Narda Fattori

    Il primo volume di poesie della Tamburini è un canto all’armonia e alla bellezza delle creature, sempre in sommovimento, sempre nel suo farsi fragile, sempre col rischio del suo disfarsi. Chiama alla sua visione le piccole e le minuscole cose e creature che coglie nell’immersione della luce, prima che l’ombra le risucchi nel suo spregio di energia, nel suo sfregio di bellezza. Le coglie prima, appunto, e le deposita sulla pagina. Così i delfini capriolano al largo, osano cavalcare l’onda e accordarsi alla musica del cosmo mentre l’uomo si dis-spera, si dis-piace nel frastuono.
    Le creature marine che la poetessa chiama a testimoniare la bellezza e l’intreccio fecondo dell’amore può, deve?, additare l’amore alla madre, al bimbo dove l’innocenza si sgrana negli occhi e si riflette nel cielo. Ma ci sono le altre creature (il fiore, la libellula, l’orso…) di poca considerazione a essere poste sotto un grandangolo e a parlare dell’immensità dell’universo, dei micron che siamo e insieme immensi, e che a noi pongono solo domande: “qual è la misura del tempo, rispetto a quale parametro, in vista di quale scopo?” Ma ancora, per dire come il semplice nutra il complesso, chi è “Carne all’incrocio delle acque”: Dio, uomo o creatura?
    Ma tutta la breve silloge si muove in canti paralleli di estremo rigore musicale e di tenue contenuto che pure rimanda all’eterno; e, dunque non è difficile riconoscere il sussurro di sottofondo della Dickinson, sovrastato da una voce ferma ma non contrastante, bensì accordata su quel ritmo, sulla stessa visione, su un insaziato dire del mondo dietro casa.
    Le poesie di Anna si tengono in un rosario che non cede, di pari tensione e voce, canto vivo e sommesso, che dal basso sempre si eleva a significante alto.
    Dentro una teofania delle minimalia, traluce in sottofondo Teilhard de Chardin nella sua concezione evolutiva dell’amore a cui è pervenuto: considerando che esso non sia un fenomeno limitato solo all’umanità, bensì sia presente nel momento stesso in cui si scende verso le radici dell’ “albero della vita”, Teilhard esprime la convinzione che ciò che noi chiamiamo amore esiste addirittura a livello delle semplici molecole e che è proprio quello stesso amore che si manifesta al livello umanizzato nelle nostre vite perciò se l’amore non fosse presente già nelle forme più semplici o meno evolute dell’universo, non potrebbe manifestarsi come forza universale nemmeno ai suoi livelli più alti e più complessi. E là nel “centro dei centri” si situa il Cristo che chiama tutto e tutti a sé e che è anche la fine del mondo, nei secoli tanto paventata e invece cantata da Giovanni nell’Apocalisse.
    La poesia della Tamburini coglie lo spirito di ciò che muove realmente la natura, coglie l’interiorità all’interno delle cose che l’amore fa tutte convergere al punto “omega”, finale e iniziale perché non si dà fine senza inizio.
    Allora il colibrì, il più minuscolo degli uccelli, muta in rappresentazione dell’amore divino e della sua disseminazione su tutto e tutti: “quanto misura un giorno? /e la misura a chi, a cosa? / Cosa importa lo scarto della vita – / le percentuali di riuscita – / alla matematica / dei cicli misteriosi/ che la vita feconda?”
    All’uomo non resta che prendere atto e attualizzare la grandezza e la magnificenza e “bene / dire /ogni amore”, prendere atto che è carne, fragilità, pochezza, ma è anche senziente, vedente e visionario, in grado di pensare all’infinitezza del Cielo e di ritrovarsi e riconoscersi creatura nell’infinitamente piccolo e meraviglioso così come nell’infinitamente caro.
    La creazione è abitata da un numero incommensurabile di creature ed eventi che all’uomo è concesso apprezzare, impossibile capire il tutto: la nescienza è il riconoscimento dell’umiltà dell’uomo di fronte alla creazione divina.
    Molto e tanto di potrebbe aggiungere ad questa silloge di poesie fortemente coese dal convincimento interno, dal filo che tutto le attraversa, ma anche dalla maestria del ritmo, dalla commistione naturale di un lessico ora basso ora alto, e il contrappunto, quasi un dialogo con esse o con un riferimento culturale o circostanziale, che accompagna molte poesie.
    Raccolta tutt’altro che improvvisata, direi colma di maestria e di una grande tensione poetica tiene sempre alto l’oltranza della vista della poetessa.

    http://farapoesia.blogspot.com/2010/06/su-colibri-di-anna-maria-tamburini.html

  7. recensione di Marcello Tosi

    Un libro di piccole dimensioni con ali grandi per volare, Colibrì di Anna Maria Tamburini rimanda a suggestioni (“commovimento in volo di elementi”) che riportano all’antico e insieme modernissimo, senso di estatica contemplazione della natura di Lucrezio. “Sull’equoreo seno” dello specchio marino, laddove “all’orizzonte minuscole faci / l’adriatico mattino / pulsano a oriente…“), spira sulle acque superiori di una marina primordiale il senso di un ritorno all’origine del mondo, il soffio vitale che vivifica l’anima e il corpo e mostra la natura come universo formato da atomi, da nuclei di “moti infinitesimi”… “lontano dalle scie dell’uomo / dal frastuono di inutili transiti”.
    I versi dell’autrice riminese fanno percepire il moto necessario alla vita, l’onda di energie gravitazionali, il desiderio profondo d’immergersi nelle concrezioni di materia, nei sottosuoli di molecole ed atomi, per ridare alla poesia la stupefatta capacità d’interrogarsi sul corso delle leggi naturali: “quanto misura un giorno? e la misura chi, a che cosa?”. Fuoriuscita necessaria per giungere alla rasserenata consapevolezza che “per dar nome alle stelle è bene dire / ogni amore”, poiché “la Parola distilla umori a tratti impreveduti e silenzi chiarori”.
    Il colibrì che emerge da “strati del vissuto” è “il cuore che palpita / all’attesa, / all’incrocio degli incontri” (ecphrasis)”. È nesso, intreccio fecondo, puro fuoco “nel fuoco / d’amore / di vita /(…) / di aria, si nutre / al respiro / di fuoco”. E fa sentire vibrare l’anima, come nell’umile e grande e amata poesia di Padre Agostino Venanzio Reali, come un giunco che ha “dentro la vita del lichene…”: energia segreta, luce che emana libera dai colori, come le minuscole piume azzurro verdi del colibrì.
    Come per Lucrezio afferrare il segreto, il mistero dell’essere significa pertanto per l’autrice, afferrare ad un punto fondamentale la vita, che avvampa come “l’amore che avvolge, / che dona perdona congiunge”, e che fa affiorare l’adamàh, lo splendore dissepolto degli strati della terra lungo cicli di ere minerali.

    http://narrabilando.blogspot.com/2010/07/su-colibri-di-anna-maria-tamburini.html

  8. Su Colibrì di Anna Maria Tamburini
    di Marco Scalabrino

    Dall’epilogo, ovvero da una notazione afferente all’ultimo testo: non arresta, no – pierre! – il segno, traiamo il destro per la nostra succinta lettura di Colibrì, nuovo brillante colpo realizzato da Alessandro Ramberti, lungimirante (probabilmente perché anch’egli in primis poeta) manager della riminese FaraEditore. Esso, a nostro avviso, compendia la summa creativa, lirica, visionaria di questo seducente lavoro di Anna Maria Tamburini e da solo legittima l’intera silloge.
    Su questa hanno felicemente dissertato Gianfranco Lauretano e Loretta Iannascoli, i quali, rispettivamente in prefazione e in postfazione, hanno accompagnato la Nostra in questa sua (difficile da credere data la maturità che essa esprime) opera d’esordio.
    Asserisce Gianfranco Lauretano: “L’autrice … ci mette di fronte ad un mondo che è già prodigio di sé, un luogo che chiede solo che ci si accorga di esso … e tenta di restituire l’energia segreta che scaturisce da tutto … un’energia resa da una oculatissima scelta lessicale, tesa come il ritmo dei versi generalmente brevi”. E prosegue: “vengono continuamente sottolineati corrispondenze e nessi … e le parole giocate a tutto campo in modo che il loro potenziale semantico sia utilizzato al massimo grado.” Quanto al componimento sopra evocato, afferma che in esso “si svolge una vera e propria apologia dell’anima, anzi della “punta dell’anima”, in un ritorno di essenzialità ed estremità.”
    Loretta Iannascoli, dal canto suo, assevera: “La raccolta è composta di una serie di poesie che formano un insieme che come tale va letto”. E insiste: “le poesie, così discrete, delicate, leggere, mai malinconiche e mai dubbiose di ciò che vedono o avvertono, guidano così senza incertezze, con l’aria di chi non ha ambizioni, quasi non avessero una meta. E, invece, passo dopo passo, elemento dopo elemento, conducono in alto … per cercare di entrare in profondo contatto con il mondo e cogliere il mistero di questa vita e di ogni vita … [e] ci si rende conto del proprio “com-movimento” di fronte e in ascolto dei “moti infinitesimi necessari alla vita.”
    Considerazioni, queste, autorevoli e centratissime alle quali nondimeno intendiamo affiancare, a mo’ di sentito omaggio all’Autrice, la nostra modesta testimonianza.
    La scrittura di Anna Maria Tamburini procede suggestiva, istoriata, guizzante, come appunto il colibrì che ne ha suggerito il titolo, in una sorta di rarefatta partitura, di caleidoscopico succedersi di tavole, di scoppiettante quanto raffinata accumulazione di esiti.
    Varrebbe la pena di riproporre integralmente il componimento non arresta, no – pierre! – il segno, al quale in ogni caso con cordiale insistenza rimandiamo il lettore; e tuttavia pure per esigui stralci: “urti e discontinuità / di ogni sorta … al centro l’uomo … la punta dell’anima … sopra il sensibile moto / e le alterne vicende”, esso palesa con eloquenza l’attitudine della “penna” di Anna Maria Tamburini a coniugare la lievità della forma e lo spessore del pensiero, il registro, affatto singolare, a cui essa assurge.
    In tale contesto, risulta altresì tratto distintivo l’anastrofe, figura retorica mediante la quale si inverte il normale ordine sintattico delle parole, di cui la Tamburini fa accorto uso e che viepiù impreziosisce le sue trame: “l’orso al sonno si consegna / dell’inverno”; “il mare versare / che specchia il cielo”; “la vita che nasce … misteriosa … ubbidiente / a ignoti richiami / è d’amore veicolo”.

    http://farapoesia.blogspot.com/2010/08/su-colibri-di-anna-maria-tamburini.html

  9. le Sue poesie mi sembrano davvero molto belle: nette, essenziali, fortemente inventive e visionarie, nuove per immagini, figure e concetti: l’orso, la canna vocale al vento, la fede del fiore, la mortella, il molto fuoco sono, in particolare, felicemente mirabili. (Giorgio Bárberi Squarotti)

    La tua poesia è lieve alitare di vento. Dal cuore, lo scandire dei battiti, un divenire fiume in piena di rosso sangue vermiglio, che sulla bianca ala dell’anima zampilla carnale, alla ricerca del primordiale riposo spirituale sull’antico giaciglio. (Carla Moscoloni)

    È certamente un libro calibrato, che raccoglie i segni di una scrittura che davvero vive (è vissuta, e vivrà), nello scorrere di una linfa che abita nel dialogo continuo con la memoria, e va verso la levità di un “dire” tanto misurato quanto profondo, dove appunto la “parola” diviene (anche) un motivo di conoscenza. C’è qui la grazia di un sentimento panico che si accende con parole e riflessioni, una poesia dello sguardo e del sentimento. (Massimo Scrignoli)

  10. @ Anna Maria Tamburini

    Della tua poesia mi piace il respiro calmo dei versi che però si accendono qua e là di bagliori emozionali che traducono il significante in significato, dando alle liriche una dimensione sapienziale che presenta a mio avviso contorni decisamente originali nel panorama poetico attuale. Quindi, ti esorto vivamente a proseguire in questo tuo cammino-ricerca.

    In modo particolare, fra i tuoi versi amo tantissimo la poesia a pag. 33 (“e non sai perché a volte…” ) che è un testo che mi colpisce profondamente perché rispecchia il mio pensiero, tanto che mi sarebbe piaciuto scriverla io stessa, ma scritto da te è decisamente meglio…

    http://farapoesia.blogspot.com/2010/10/maria-di-lorenzo-ad-anna-maria.html

  11. E non sai perchè a volte
    non hai forza di accostare

    chi pure ami e temi
    quasi contagiare di un tuo malore

    anche il pensiero a volte
    irradia muove accampa

    forze e gelo e calore.
    Non abbiamo che l’augurio

    e il nostro dire bene
    se non si puo’ dire bene dire

    ANNA MARIA TAMBURINI

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