La tenda verde


“E fu riposando su questo strano e improvvisato giaciglio notturno
che lui cominciò a pensare al mondo, nelle lunghe ore insonni
che seguirono, a quanto era bella la vita, quanto l’amava -
nonostante il dolore che l’aveva ferito per sempre.
Scoprì la forza delle parole scavate negli abissi dell’anima
per essere infine restituite alla luce, ancora vive…”

LA TENDA VERDE

di Maria Di Lorenzo


(a Elio)

 

Ricorda bene: anche quel giorno cadeva di lunedì, e c’era lo stesso caldo soffocante. Uguale ad oggi, se lo ricorda perfettamente: nell’arcipelago della memoria i ricordi sono isolotti lucenti che l’erosione del tempo non puo’ mai cancellare, sebbene ci sia ad avvolgerli la nebbia, fittissima, dei giorni passati. Passati sì, ma mai dimenticati.

Ha aperto la porta, la casa è immersa nella penombra. Accende meccanicamente il televisore e la stanza si riempie di voci. Ha messo a bollire un pugno di riso, per lui soltanto – non ci vive nessun altro in questa casa sul Tevere, e adesso la voce un po’ metallica dello speaker sta rievocando, a chi non lo sa, quella tragica data che nella sua memoria si è incisa per sempre: “Luglio 1943. Una tragica data della storia italiana. Sono le 11.03 di un lunedì soffocante. Il quartiere romano di San Lorenzo al Verano viene bombardato dagli americani. Sei successive ondate di aerei scaricano tonnellate di bombe sulla capitale, in poco più di due ore, dalle 11.03 alle 13.35 di una torrida giornata. Più di tremila i morti, le case sono rase al suolo, un cumulo immenso di macerie…”.

Mezzo secolo. Ora la voce del fiume riporta nel cuore i suoni di un sogno interrotto. Zaffate pungenti, un odore di infanzia. Guarda la fotografia di sua madre, in cucina con un piatto di pesci, e il riso adesso è quasi freddo. L’orologio di Speranza sulla parete di fronte scandisce rumorosamente i secondi: ora segna a ritroso il cammino della memoria…

C’era una calma innaturale quel giorno, una calma apparente a pensarci bene, e il caldo era talmente torrido da recare con sè – oscuramente – i segnali di una tragedia incombente. Accadde tutto in un attimo: il rombo che cresceva, squarciando le orecchie, la sciabolata di luce che gli entrò all’improvviso negli occhi e lo accecò in un istante. Il cielo si rovesciava sulla terra in un immenso boato. E poi fu il buio. E in questo buio sempre più denso udì un grido di bestia ferita: “Figlio!”.

Brancolando nell’oscurità, gli sembrò di avvertire, non lontano, il respiro affannato di sua madre. Adesso riusciva persino a toccare il suo viso: “Mamma, voglio respirare!”. Soffocava sotto il cielo di calcinacci e di polvere che gli era piovuto addosso. Ingoiava polvere mista a lacrime, nell’aria c’era già un tanfo grave, che sapeva di morte. “Figlio mio, respira! Respira insieme a me! Aiutatemi, gente, salvate mio figlio!“. Sua madre gli toccava freneticamente il viso, lo copriva di baci, stringendolo a sè, gli occhi colmi di terrore, la voce sempre più rauca, mentre gli uccelli dalle piume di acciaio continuavano a sganciare i loro ordigni di morte sulla città.

Aveva otto anni, quel tragico luglio del ’43, e non sapeva niente di tedeschi, di ebrei, di nemici e di guerra. Uomini contro uomini: ma perchè? Ignorava che l’odio della guerra fosse soprattutto questo: lacrime e sangue. Pensava che ci si poteva scavare una tana, e restarsene lì, al calduccio, fino a quando la guerra fosse cessata su tutta la terra. “Un giorno, vedrai – gli aveva detto suo padre – potrai leggere Guerra e Pace, e la Divina Commedia, e allora saprai. Saprai ogni cosa”. Da grande avrebbe capito. Ma che cosa? Che per vivere è necessario soffrire, e talvolta morire, è il prezzo che bisogna pagare per essere adulti, per educarsi alla vita.

I colpi di piccone, adesso sempre più vicini, aprirono un varco attraverso le macerie. Un arco improvvisamente s’infranse, cedette di schianto. Rantolavano oramai, madre e figlio, con le ossa spezzate, gli occhi dilatati: li separò una luce abbagliante che trafisse l’oscurità. Gli angeli della morte li avevano risparmiati, lui pensò, mentre li portavano, feriti ma ancora vivi, all’ospedale.

Un altro bambino, seppe più tardi, era stato ucciso nel suo quartiere durante le incursioni aeree. Si era affacciato timidamente sulla porta del rifugio, pensando che i bombardamenti fossero terminati, che la guerra fosse finita, e una scheggia l’aveva preso in fronte. Una scheggia minuscola, infinitesimale, poco più grande di un capello. E nessuno se ne accorse in quel momento; lo credettero svenuto. Mentre era già morto. “Perchè lui sì ed io no?“. Ci pensò spesso nei giorni che seguirono, durante la convalescenza, e poi negli anni: immaginò che l’angelo della morte avesse visto sulla fronte di quel bambino un segno, un segno impercettibile, di appartenza sicura, che lui invece non possedeva. Non ancora.

Dieci ore restarono sepolti sotto le macerie della loro casa, mentre sopra il loro capo infuriavano le incursioni aeree: furono salvi per miracolo, ma persero tutto.

E tuttavia qualcosa riuscì ad essere tratta in salvo insieme a loro: una grande tenda verde. Suo padre l’aveva custodita gelosamente per molti anni: era vecchia e logora, una grande tenda verde della Croce Rossa che aveva riportato dal fronte, ricordo della prima guerra mondiale. Da bambino aveva visto montare tante volte quella tenda sulla spiaggia di Ostia dove ogni estate si recavano a fare i bagni: quante storie vere accadute sotto quella tenda gli raccontava suo padre!

E siccome erano molto poveri, da quella tenda verde, sopravvissuta al naufragio della guerra, fu ricavato un materasso per lui; e fu riposando su questo strano e improvvisato giaciglio notturno che lui cominciò a pensare al mondo, nelle lunghe ore insonni che seguirono, a quanto era bella la vita, quanto l’amava – nonostante il dolore che l’aveva ferito per sempre. Scoprì la forza delle parole scavate negli abissi dell’anima per essere infine restituite alla luce, ancora vive.

Era lì, in una vecchia tenda verde, il semplice segreto della vita, imperscrutabile e divino – come quel segno sulla fronte che, allora, non l’aveva voluto fra i morti: un segno di riconoscimento sicuro, ineluttabile, che avrebbe segnato una linea di confine netta e inequivocabile lungo i crinali di ciò che si usa definire destino. E che allora, a dispetto di ogni cosa, l’aveva lasciato, insensibilmente, tra i vivi.

 

(c) Maria Di Lorenzo – all rights reserved.

30 responses on “La tenda verde

  1. Ancora imperscrutabile, ciò che definiamo destino, è il piano che si eleva oltre ogni perché, oltre la sensibile comprensione umana, contro il quale possiamo tentare di lottare, ma al quale è impossibile opporci. Non resta dunque che dire fiduciosamente di si alla vita, accettando con letizia la pienezza della sofferenza quotidiana che ci regala. In questa più o meno intensa e gioiosa condivisione del superiore progetto che ci comprende, come parabole già tese dalla nascita alla morte, è tutta la nostra umana libertà.

  2. Grazie a Elvira Siringo che è stata la prima a “postare” questo racconto a me particolarmente caro perchè racconta un pezzo di vita di un poeta romano, Elio Fiore, a cui mi ha legato una lunga e fraterna amicizia.

    Elio Fiore, nato a Roma nel 1935, è morto il 20 agosto 2002.

    C’è un sito a lui dedicato che si puo’ visitare per leggere la sua vita e soprattutto i suoi bellissimi versi:

    http://eliofiore.wordpress.com

  3. Bellissimo racconto, Maria: l’insensatezza della guerra, la vittime innocenti, il fragile confine tra vita e morte, il verde, simbolo di speranza e rinascita. Piaciuto molto, bravissima come sempre…
    Un saluto
    cordiale
    Gisella

  4. Racconto intenso, bello, emozionante. Ciò che chiamiamo “destino” è sempre un segno della misericordia di Dio.
    Complimenti, Maria, di vero cuore.
    Mariangela

  5. “Madre di Dio, salva il figlio mio”: è il cuore di “Dialoghi per non morire” e di tutta la poesia di Elio. Grazie, Maria

    • Grazie a te, Alessandro, che hai saputo con una frase sola racchiudere tutta l’essenza di Elio, di questo nostro comune amico – un poeta dalla sensibilita’ acutissima – che ci ha voluto molto bene, a me e a te, e che noi non abbiamo mai dimenticato. Grazie, un caro saluto. Maria

  6. Grazie, cara Maria, per questo tuo così forte, delicato racconto. Ti si legge sempre con piacere: la tua sensibilità, la tua “grazia” sono oltremodo comunicatibe.
    Grazie, e un carissimo augurio e saluto da Mariella

  7. Grazie per la lettura di questo racconto così vibrante, sobrio e intenso dedicato con amore a un amico amato
    un saluto caro
    lucetta

  8. Si rimane amici oltre la morte e la vita, si rimane amici contando le stagioni, infittendosi nei bagagli della mente, tirando Dio per la giacca, spartendosi i canti delle piccole verità, rastrellando parole insieme, chiudendo un giorno e poi un altro, illimitati uomini, per sfida, poesia e frange d’orizzonte Si rimane amici.

    Per sempre.

    Grazie Maria, rimasta amica, per la poesia, la gentilezza e la forza dei tempi d’amore.

  9. Carissime Laura, Emilia e Alessandra,

    non so come ringraziarvi: avete tratteggiato così bene il mio sentire, fin nelle mie fibre profonde, che evidentemente per segrete affinità elettive voi conoscete, che non posso aggiungere niente di piu’ a quanto detto da voi.

    Un forte, affettuoso abbraccio a tutte e tre.

    Maria

  10. Grazie, Maria, per questa tua scrittura profonda intensa onesta: il racconto non fornisce risposte sul mistero del dolore e della vita, ma non manca di illuminare i piccoli semi di speranza. In breve spazio, cogli l’essenza del destino, di un uomo e della sua poesia. Come solo l’amicizia e l’amore possono comunicare per essersene fatti partecipi e avere vibrato sulle stesse corde.

    • Grazie a te, Anna Maria, per le tue parole profonde.
      Questo racconto l’ho letto al reading poetico-letterario svoltosi a Rimini lo scorso 26 settembre, dove c’eri pure tu. Un’esperienza molto significativa per me, ho scoperto autrici e autori posseduti come me dal dono-dovere della parola, fratelli e sorelle nell’anima. Grazie!

  11. Brava Maria, bellissimo racconto. Si percepisce il senso di strazio di ogni guerra, di ogni uomo-contro-uomo, nell’accanimento bestiale che strappa la dignità e censura ogni emozione. Mi colpisce molto questo senso di gelo che permea il brano, questa distanza tra le cose, le persone, i luoghi. Si sente che c’è dietro un rapporto sincero con il tema trattato…

    • Carissimo Luigi, tu sei un lettore esigente, un critico acutissimo, uno scrittore con molte frecce nel suo arco, percio’ mi colpisce fortemente il tuo giudizio così lusinghiero e la tua analisi testuale così puntuale. Grazie!!! Tenevo molto alla tua lettura, ma un po’ la temevo. Ti sono profondamente grata: per la tua attenzione partecipe, per la tua sensibilità, per la tua – nostra – amicizia. Un abbraccio. Maria

  12. Il tuo commovente racconto mi ha fatto rivivere tempi lontani, terribili.
    Come la morte di mio padre,valoroso combattente, l’orrore delle bombe,
    il freddo, la fame, l’urlo lacerante delle sirene, hanno inciso per sempre,
    la memoria collettiva di noi scampati.
    Il valore della pace è inestimabile, tu sei una instancabile seminatrice
    di questo bene prezioso. Grazie cara Maria, per il nitido scenario così ben
    descritto.

  13. Lo scenario di guerra devastante cupo e grigio abilmente descritto è rischiarato da un raggio di speranza, che si coglie appieno nel tuo racconto, intenso, sensibile e dolce. E’ così tenero quel bambino che dorme sulla tenda adibita a materasso! I ricordi sono indelebili quando riguardano i dolori e le sofferenze patite, passano come diapositive, un pò sbiadite nella memoria, ma mai cancellate, servono ad arricchire l’anima e acuiscono la sensibilità. E’ un racconto toccante e commovente dove la mano del destino ha deciso già dove posarsi… Complimenti Maria!

  14. Grazie, M.Teresa e Antonella, per i vostri commenti.
    Chi ha vissuto sa, e ricorda.
    Chi non l’ha vissuto attinge dalla memoria degli altri, bene questo sì imperituro, per le riserve di legna da ardere per il futuro.

  15. Cara Maria,

    é un racconto belliissimo che raggiunge corde profonde e, come sempre nella tua scrittura, si eleva a poesia. I dolori, le grandi tragedie del vivere come questa che racconti legata al conflitto mondiale, il disegno imperscrutabile che si trasforma nella misericordia divina appartengono alla vita e alla memoria di tutti e diventano un monito a non dimenticare il passato, la guerra e le sue ferite profonde. Ho apprezzato il realismo delle decrizioni e quella tenda verde traformata in materasso, in guscio accogliente e riparatore ai mali del vivere forse metafora di un futuro migliore. Complimenti. Delia Morea

  16. Bellissimo tutto il mistero dell’esistenza travasato in un segno. Bellissima l’idea di un oggetto umile che si fa spartiacque tra la vita e la morte, che limita confini, che si erge a soglia e sentinella di un valico. Di un passaggio. Mi commuove questa umiltà delle cose, questo loro parlare segreto, incondizionato, al cuore dell’uomo.
    Bravissima Maria, bravissima per questo sguardo che sa raccogliere voci, che sa catturare segnali e che non altera il destino ma lo adempie.
    Un bacio grandissimo da Simo

  17. cara maria, ecco ciò che intendo quando affermo che senza la memoria delle cose passate non potrebbe esistere nessuna forma di letteratura, poesia o prosa che sia, il tuio racconto mi ha riportato indietro nel tempo, avevo pochi anni, quattro o cinque, quando anche tivoli cadde sotto le bombe, e io piccolo ero là a registrare cose che che poi la memoria pur conservando ha velato e diluito, ma sono sempre io, come lo ero allora; allo stesso modo nel racconto c’è tutta questa maria attuale che all’improvviso ha voluto tornare sotto quella tenda che è e stata parte della sua vita bambina, brava.

    • grazie Marcello per il tuo commento… devo precisare che non ho vissuto le vicende raccontate nella Tenda Verde perchè sono nata oltre 20 anni dopo, ma le ho attinte dai ricordi di un caro amico che le ha vissute e me le ha raccontate a suo tempo. In questo senso allora si può dire che anche la memoria può, e deve, essere condivisa. Per diventare scrittura.

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