Fede cristiana, infanzia dello spirito
di LORENZO FAZZINI
Allieva del filosofo Emmanuel Lévinas, scrittrice e saggista, Sylvie Germain non teme di far trasparire nella sua multiforme produzione letteraria un cristianesimo intessuto di radicalità evangelica, nutrito dai grandi classici transalpini e fiduciosamente aperta alle sfide del presente: «Non concludiamo troppo in fretta che la religione sia naufragata rispetto alla cultura europea » . Qui racconta la sua « conversione » quotidiana da donna che si interroga sul significato del credere in Cristo nel XXI secolo.
Come è arrivata alla fede?
«Sono nata e cresciuta in una famiglia cattolica: non mi sono ‘convertita’ nel senso di aver abbandonato una credenza religiosa (o l’ateismo) per giungere al cristianesimo. Ma non basta nascere in una famiglia cristiana per essere cristiani. È sempre necessario compiere una forma di conversione all’interno dello spazio spirituale in cui il caso ci ha fato nascere, interrogarsi sul valore, il senso e la coerenza di ciò che si riceve come eredità spirituale: lo si accetta per fatalità, comodità, abitudine o convenienza … senza porsi domande, o dopo avervi riflettuto, per scelta? Si può scegliere o rifiutare l’eredità che ci viene proposta. Questo è ciò che cerco di fare con il cristianesimo: trasformare l’eredità in scelta, coscienza e adesione. Ho iniziato alla fine dell’adolescenza, e non ho più finito».
Quali sono i brani della Scrittura che più la coinvolgono?
«Ad avermi toccato sono stati anzitutto i Vangeli e la persona di Cristo, il quale ha dispensato un insegnamento liberante senza mai voler esercitare un’influenza sulle persone che ha guarito e risollevato dai loro mali. Non giudica nessuno, non impone niente, passa, sempre in cammino, in movimento, seminando le sue parole, radicate nella religione del suo popolo ma al contempo totalmente rivoluzionarie. Non si presenta come ‘maestro’ potente, ma come amico, ed è così che presenta Dio stesso, l’Amico per eccellenza. Quasi ogni pagina del Vangelo provoca uno stupore, invita alla riflessione, ad uno sforzo a pensare diversamente. Alcuni brani mi hanno particolarmente toccato, come quello della ‘donna adultera’ (dove l’ipocrisia di una pseudo-giustizia incancrenita per odio, invidia, paura, viene rivelata ‘con dolcezza’), quello dell’incontro con la Samaritana (dove si dice che non c’è altro ‘tempio’ che lo spirito e il cuore dell’uomo), quello del Buon Samaritano ( il ‘ lontano’ viene promosso a ‘mio vicino’, lo sconosciuto viene accostato come ‘fratello’), la lavanda dei piedi (che scandalizza anche i discepoli, tanto il gesto di Gesù sconvolge i nostri pregiudizi e ci svela una dimensione insospettata di un Dio che rende omaggio alla grandezza dell’uomo). Ciascun racconto biblico implica sempre un’ardente messa in guardia contro la tentazione dell’idolatria e irriga una profonda sete di giustizia, considerazione e responsabilità rispetto all’altro».
In che modo le sue opere sono influenzate dalla sua prospettiva cristiana?
«Nei miei saggi e articoli ho cercato di approfondire questo interrogare spirituale. Ma il mio interesse per il cristianesimo non alimenta solo la ragione (spesso messa alla prova!), ma impregna anche la mia sensibilità e immaginazione. Quando scrivo un romanzo procedo senza un piano prestabilito, parto all’avventura, mi fido dell’improvvisazione, dando campo libero all’immaginazione. Ma dato che essa è impregnata da immagini bibliche, segnata da una certa visione del mondo, del tempo e dell’uomo, tutte queste tracce affluiscono nei testi, in modo chiaro o implicito».
In un suo libro scrive: «La fede vive un’infanzia perpetua, non può mai dichiararsi fatta e finita » . Oggi è possibile una fede del genere?
«’Lo spirito dell’infanzia’ presente nei Vangeli consiste in un atteggiamento di apertura, attenzione e ascolto rispetto al mondo, al visibile e all’invisibile; un comportamento di fiducia accordata alla parola divina, alla vita, in ogni circostanza. Essere dotati di un tale spirito significa sapersi stupire senza sosta davanti alla vita, al mondo, agli altri, al mistero di Dio. Stupirsi fino a meravigliarsene, arrivando poi ad interrogarsi. Tutto questo non ha niente a che vedere con l’ingenuità, la creduloneria, un qualunque infantilismo; al contrario, lo spirito dell’infanzia è acuto, profondo e lucido, guarda la realtà in faccia e la fa propria. È pienamente presente di fronte al mondo. E se talvolta può provare disperazione o spesso dolore – davanti alla frenesia della violenza, alla pesantezza e perseveranza del male – esso mai è disarmato né cede alla tentazione della disperazione. Donne come Etty Hillesum o Edith Stein, vissute in tempi di estrema violenza, vittime di coloro che amavano solo uno spirito di odio e annichilimento, hanno affermato fino in fondo la bellezza e bontà della creazione e della vita, portando avanti fino alla fine la loro rettitudine e la luminosità della loro fede in Dio e nell’umanità».
Da cristiana e scrittrice, vede un interesse o un oblio del fatto religioso nella letteratura contemporanea?
«Non è solo la letteratura, ma l’insieme della creazione artistica europea ad essersi staccata dal cristianesimo. Questo movimento è iniziato molto tempo fa e si va intensificando. Per la maggior parte degli artisti il cristianesimo non è una fonte di ispirazione; anzi, capita che sia oggetto di repulsione, demolizione o derisione da parte di alcuni artisti. In particolare, diventa oggetto di indifferenza a furia di subire misconoscimento e oblio. Eppure qualche cosa della grande Voce ebraico-cristiana risuona ancora, sebbene in sordina, nella cultura europea, dal momento che questa Voce è sorta all’origine di tale cultura e per lungo tempo l’ha irrigata e strutturata; la sua eco perdura, per quanto smorzata. Forse ci troviamo in un periodo di cambiamento? Dobbiamo fare attenzione a non lasciarci intontire dal frastuono così apparentemente distante rispetto allo spirito dei Vangeli, e non concludere troppo in fretta che ci sia un naufragio del cristianesimo: ci manca una distanza sufficiente per giudicare correttamente la nostra epoca. ‘Lo Spirito soffia dove vuole’, secondo forme inattese e insolite. C’è sempre da guardare, ascoltare, attendere e sperare. Da vegliare».
Per definire «cristiano» uno scrittore bisogna che scriva soggetti religiosi o è sufficiente uno sguardo religioso nel narrare?
«Un romanziere non deve esporre la sua fede in maniera militante e dimostrativa, altrimenti i suoi romanzi non saranno altro che sermoni travestiti, maldestri e noiosi. Ma può invece affrontare questioni legate alle domande per lui essenziali senza sacrificare nulla alle esigenze del romanzo. La dimensione spirituale di un romanzo deve emanare dall’insieme del racconto, dal ‘corpo’ del testo, del ritmo della scrittura, della complessità e dallo spessore dei personaggi, e non esservi appiccicata sopra. La potenza di scrittori cristiani così diversi come Bernanos, Claudel, Mauriac, Tolstoj, Dostoevskij, Wiechert, o di cineasti come Dreyer, Bergman, Bresson, Tarkovski, riguarda la loro capacità di aver trattato temi cristiani in forme molto originali; le loro opere non sono mai ‘prediche’, ma splendide, spesso oscure, rappresentazioni dell’uomo in lotta con le sue proprie passioni, con il male, la sofferenza e il silenzio di Dio. Se si osserva il mondo con uno sguardo intriso di cristianesimo, tutta l’opera che ne verrà porterà traccia di questa visione del mondo. Sarebbe stupido e sciocco, terribilmente sconsiderato, rinunciare a tutto questo, censurarsi e voler negare se stessi».
IL PERSONAGGIO
Il successo letterario l’ha raggiunto con «Il libro delle notti» (Rizzoli), che in Francia le fece ottenere, tra gli altri, il Prix Femina nel 1989. Dopo gli studi alla Sorbonne sotto la direzione di Lévinas, Sylvie Germain (nata a Châteauroux nel 1954) lavora al ministero della Cultura di Parigi per poi soggiornare alcuni anni nell’ex Cecoslovacchia, dove ha insegnato alla scuola francese di Praga.A metà anni Novanta decide di dedicarsi interamente alla letteratura: in italiano sono da ricordare «Immensità» (Donzelli), «Gli echi del silenzio» (Edizioni Lavoro), «Portare il peso del tempo» (Città Aperta-Servitium), «Tobia delle paludi» (Giano). Ha scritto anche una «Via Crucis» (Città ApertaServitium) e un saggio su Etty Hillesum (Edizioni Lavoro). Il suo ultimo lavoro è «Magnus», uscito in Francia nel 2005. (L. Fazz.)
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E’ interessante lo sguardo sulla quotidiana realtà di questa scrittrice, uno sguardo aperto, accogliente e immerso nello stupore di chi non si sente mai arrivato ma è in continuo incontro con la Grazia.