PICCOLA APE FURIBONDA
Un omaggio a Alda Merini
a cura di Maria Di Lorenzo
Alda Merini nasce a Milano il 21 marzo 1931 (“Sono nata il ventuno a primavera / ma non sapevo che nascere folle, / aprire le zolle / potesse scatenar tempesta…”). Inizia a comporre le prime liriche a quindici anni e non ne ha ancora venti quando, nel 1950, Giacinto Spagnoletti pubblica nell’antologia Poesia italiana contemporanea 1909-1949 le due liriche Il gobbo e Luce. L’anno successivo, queste liriche insieme ad altri due componimenti vengono incluse da Vanni Scheiwiller nel volume Poetesse del Novecento, su consiglio di Eugenio Montale e Maria Luisa Spaziani. Già da questi primi versi si intuiscono i motivi ricorrenti della sua poesia: l’intreccio di temi erotici e mistici, di luce e di ombra, il tutto però amalgamato da una concentrazione stilistica notevole, che nell’arco degli anni lascerà spazio a una poesia più immediata, intuitiva.
Nel ’53 Alda Merini sposa Ettore Carniti (da cui avrà quattro figlie: Emanuela, Flavia, Simona, Barbara) e lo stesso anno esce la prima raccolta poetica La presenza di Orfeo, seguita nel ’55 da Paura di Dio e Nozze romane. Dopo la silloge Tu sei Pietro, edita nel ’61 da Scheiwiller, segue un silenzio durato circa vent’anni, durante i quali la Merini viene ricoverata per disturbi mentali nell’ospedale psichiatrico Paolo Pini di Milano (“Per me è stato un miracolo di Dio essere uscita viva da lì. Ho visto morire tanti ragazzi. Mi ha salvata mio marito che veniva a trovarmi, perché chi non aveva nessuno scompariva all’improvviso nel nulla”).
Nel ’79 il lungo silenzio editoriale è rotto e la Merini inizia a lavorare su quello che è considerato il suo capolavoro: La Terra Santa, vincitore del Premio Librex Montale nel ’93. La Terra Santa segna l’inizio di una poetica diversa, impregnata della devastante esperienza manicomiale (“il manicomio è il monte Sinai, / maledetto, su cui tu ricevi / le tavole di una legge / agli uomini sconosciuta”). Si tratta di liriche di un’intensità potente, dove la realtà lascia il posto all’idea stessa del reale, sublimata e deformata dal delirio della follia.
Quando ci mettevano il cappio al collo
e ci buttavano sulle brandine nude
insieme a cocci immondi di bottiglie
per favorire l’autoannientamento,
allora sulle fronti madide
compariva il sudore degli orti sacri,
degli orti maledetti degli ulivi.
Quando gli infermieri bastardi
ci sollevavano le gonne putride
e ghignavano, ghignavano verde,
era in quel momento preciso
che volevamo la lapidazione.
Quando venivamo inchiodati in un cesso
per esser sottoposti alla Cerletti,
era in quel momento che la Gestapo vinceva
e i nostri maledettissimi corpi
non osavano sferrare pugni a destra e a manca
per la resurrezione degli uomini…
La prima proposta di stampa dell’opera fu accolta da una totale indifferenza da parte degli editori. Solo Paola Mauri accetta di pubblicare trenta liriche, scelte su un dattiloscritto di oltre un centinaio di testi composti dalla Merini durante l’internamento, sul n.4 della rivista «Il cavallo di Troia», nel 1982. Due anni dopo Schweiller riprende le trenta liriche e, con l’aggiunta di altre dieci, dà alle stampe la prima edizione de La Terra Santa, decretando la fine dell’ostracismo dell’artista.
Intanto, dopo la morte del marito, Alda Merini conosce il poeta Michele Pierri che sposa nell’83 trasferendosi a Taranto, qui però si riaffacciano i problemi mentali e nell’86 la Merini torna definitivamente a vivere a Milano, sulle rive dell’amato Naviglio, in una casa piena di libri, quadri e fotografie, in Ripa di Porta Ticinese 47. Lì ricomincia a scrivere con continuità, alternando versi e prosa. Sono anni assai fecondi, dove si contano sempre maggiori pubblicazioni ed interventi pubblici, e in cui le vengono assegnati diversi premi letterari e una laurea honoris causa dall’Università di Messina.
Nell’89 esce Delirio amoroso e nel ’92 Ipotenusa d’amore, cui l’anno dopo fa seguito il volume in prosa La pazza della porta accanto. Nel ’95 viene data alle stampe la raccolta Ballate non pagate e nel ’96 le viene aggiudicato il Premio Viareggio per la Poesia. Nello stesso anno Alda Merini viene proposta per il Premio Nobel per la Letteratura dall’Academie francaise.
Del ’97 è la raccolta La volpe e il sipario, la più alta dimostrazione dello stile poetico dell’artista: una poesia che nasce dall’emozione, improvvisa e violenta, mai ritoccata, riletta. Una scrittura nata di getto, sull’onda del pensiero che si fa man mano sempre più astratto e simbolico. E nel 2002 esce per Frassinelli Magnificat. Un incontro con Maria, dove la Merini evoca la Vergine Madre indagandone soprattutto l’aspetto umano e femminile, opera che, nel settembre dello stesso anno, le vale il Premio Dessì per la Poesia.
Maria,
ci sono dei venti
che ardono e gemono in noi,
e dividono
le nostre intime parti
in tanti flagelli
e ci rompono le ossa
e sono le tentazioni,
i progetti sbagliati,
le orme indisciplinate,
i feretri dei morti
che secondo noi
non hanno resurrezione.
Quanto è immodesto l’uomo
che pensa che l’inverno congeli tutto
e non spera nella primavera.
L’uomo beve il proprio odio
come un buon vino,
e più odia e più si sente ebbro,
e più si sente ebbro
più abbandona
le rive della tua giovinezza.
I versi di Alda Merini sono tra le maggiori espressioni liriche del Novecento. La colpa e la grazia, l’inferno e la gloria, la tenebra e la luce sono stati i poli della ricerca poetica di Alda (“Le più belle poesie / si scrivono sopra le pietre / coi ginocchi piagati / e le menti aguzzate dal mistero. / Le più belle poesie si scrivono / davanti a un altare vuoto, / accerchiati da agenti / della divina follia”). Un destino di poesia, il suo, “mai tradito”, come scrive Maria Corti nella prefazione a Fiore di Poesia (Einaudi 1998), ma anche il destino di una donna capace di rinascere mille volte dalle proprie ceneri.
Alda Merini si è spenta il 1° novembre 2009 all’Ospedale San Paolo di Milano, in seguito ad un tumore, continuando a fumare le sue inseparabili sigarette, una dietro l’altra fino all’ultimo, incurante dei divieti. Aveva detto: “Ho la sensazione di durare troppo, di non riuscire a spegnermi: come tutti i vecchi le mie radici stentano a mollare la terra. Ma del resto dico spesso a tutti quelli, che quella croce senza giustizia che è stato il mio manicomio non ha fatto che rivelarmi la grande potenza della vita”.
Aveva 78 anni la “piccola ape furibonda” che, con la sua vita difficile e la sua opera sofferta, ha segnato la storia culturale italiana. La donna che per dodici anni era stata rinchiusa in manicomio, cui avevano allontanato le figlie, il cui cervello avevano folgorato con 37 elettrochoc. Con i suoi bellissimi occhi verdi e le sue adorate sigarette. “Un po’ regina e un po’ mendicante, vestita di stracci e bella di bigiotteria, restava intimamente signora, fine di una finezza interiore, aristocratica nell’onestà”, ha scritto Lucia Bellaspiga all’indomani della sua morte.
Nata il primo giorno di primavera e morta il giorno di tutti i Santi. Ma ancora viva, straordinariamente viva, oggi che ne parliamo. Un’artista indimenticabile che ha saputo fondere vita e arte in un’unica, inscindibile forma. E che ha lasciato detto, quasi un testamento: “Io la vita l’ho goduta tutta, a dispetto di quello che vanno dicendo sul manicomio. Io la vita l’ho goduta perché mi piace anche l’inferno della vita e la vita è spesso un inferno…. per me la vita è stata bella perché l’ho pagata cara”.
(c) Maria Di Lorenzo – all rights reserved

Carissimi amici ed amiche di Flannery,
come molti di voi sanno, si spegneva un anno fa a Milano la poetessa Alda Merini, una delle voci più potenti della poesia del nostro Novecento.
Abbiamo voluto dedicarle un post per ricordarla e vi invitiamo a scrivere i vostri contributi sotto forma di commenti, riflessioni e versi, a vostro piacimento.
Flannery Staff
Bellissimo, Maria.
Grazie davvero, avevo letto qualcosa della Merini ma ignoravo quasi tutto.
Sei stata molto brava a raccontarla così, intensa e profonda ma senza retorica, come era lei.
Lucio Brunelli
Per Alda Merini – Un amore per sempre
Di lei che mi fu arte per mostranze di rime e di parole
di lei che interpretò dolore e amore nelle crepe del respiro
despota di incanti e sogni
Di lei che mi fu amica ignara nel percorrermi membra e cuore
tanto che ne conobbi anche il profumo lontano
lasciai mi percorresse le ore del silenzio e dell’abbandono
che conosceva così bene
perché mi era compagna in quei tremori e nell’ampiezza delle onde
che mischiava felicità ed infelicità con lo stesso cucchiaio
di lei che amavo nelle pause di ogni parola e nella passione
che le colava oro dalla bocca
Ora passata a dea in uno dei suoi cieli di cui tanto parlava
Lontana da me
mai morta
perché il poeta di sé si lascia tutto
si fa brandelli perché ogni uomo ne succhi avido la carne
pregno dei suoi odori e di ogni bacio
Peccato per chi non l’amò abbastanza
Peccato per chi non ci amò abbastanza
né colse tutto quel liquido d’anima
che resina così forte d’amore
per sempre mi s’è attaccata
cammeo devoto alla bellezza
capriccio ed ansia
febbre
perenne voluttà
ALESSANDRA CORSINI
OMAGGIO A ALDA MERINI
di Maria Gisella Catuogno
Alda Merini ci manca: per la simpatia umana, l’acuta intelligenza, la profonda sensibilità, il franco anticonformismo, la gradevolezza dell’immagine, mai banale e prevedibile. Ma soprattutto ci manca per la poesia che avrebbe ancora potuto creare, se la sua vita difficile e bellissima non si fosse interrotta esattamente un anno fa.
Se la poesia fosse un abito, quello di Alda sarebbe d’alta sartoria: ricco, sontuoso e dalle mille ineffabili sfumature. Le starebbe a pennello e con quello addosso sarebbe irresistibile. Sì, perché la Merini e la poesia costituiscono un unicum inscindibile, come la vela per una barca, l’ala per un gabbiano, la gemma per un ramo. Già nella sua data di nascita, 21 marzo, primo giorno di primavera e oggi giornata internazionale della poesia, si può individuare il presagio della vocazione futura.
I versi diventano prestissimo per lei una necessità irrinunciabile: “Ho bisogno di poesia/questa magia che brucia la pesantezza delle parole/che risveglia le emozioni e dà colori nuovi”. Il poeta è una creatura speciale che può giungere là dove gli altri non approdano; lavora di notte, quando il silenzio è un invito alla riflessione sull’avventura della vita:”I poeti lavorano di notte/quando il tempo non urge su di loro/ quando tace il rumore della folla/e termina il linciaggio delle ore./I poeti lavorano nel buio/come falchi notturni od usignoli/dal dolcissimo canto/e temono di offendere Iddio./Ma i poeti, nel loro silenzio/fanno ben più rumore/di una dorata cupola di stelle”.
Del resto la notte è un momento privilegiato per la Merini, esaltato anche nel titolo della silloge Superba è la notte (Einaudi 2000): “La cosa più superba è la notte/quando cadono gli ultimi spaventi / e l’anima si getta all’avventura”. Il poeta allora lavora a pieno ritmo e dalla fucina della sua creatività nascono i migliori pezzi di bottega. Ma l’ispirazione poetica non basta a lasciare segni duraturi: occorre la durezza dell’esistenza e la ricerca dell’assoluto: “Le più belle poesie/si scrivono sopra le pietre/coi ginocchi piagati/e le menti aguzzate dal mistero./Le più belle poesie si scrivono/davanti a un altare vuoto,/accerchiati da agenti/della divina follia”.
E la poesia, infatti, è anche sofferenza; è un imperativo categorico a cui, talvolta, ci si vorrebbe sottrarre, tanto è impegnativo: “O poesia, non venirmi addosso/sei come una montagna pesante,/mi schiacci come un moscerino”. Accanto alla poiesis, allo sforzo creativo liberatorio, l’altro grande tema della produzione della Merini, è la follia. “Sono nata il ventuno a primavera/ma non sapevo che nascere folle,/aprire le zolle/potesse scatenar tempesta”. La follia acquista in questi versi la medesima forza dirompente della primavera. Come lei, apre le zolle, diventa strumento di penetrazione e acquisizione della realtà profonda, che sfugge ai più.
Talvolta, invece, la follia si identifica con la passione d’amore, perché anche in essa è il forte sentire, il desiderio, a urlare, mentre la ragione tace, dimessa e sconfitta: “Io sono folle, folle, folle d’amore per te/io gemo di tenerezza perché sono folle, folle, folle/perché ti ho perduto./Stamani il mattino era così caldo/che a me dettava quasi confusione/ma io ero malata di tormento, ero malata di tua perdizione”. Il sentimento amoroso è centrale nella produzione meriniana ed esprime, umanissimamente, il binomio carne/spirito della sua essenza: “Oh il veleggiare del tuo caldo pensiero/sopra la mia parola/e il tuo dormire selvaggio/accanto al mio seno vivo;/o l’adombrarsi della primavera/quando cade il suo del seme/sulla terra feconda di parola./Così tu sei l’esempio/del sole mio”.
Oppure, quasi in un sussurro all’amato, in una chiusa bellissima: “Abbi pietà di me miseramente/perché ti amo tanto dolcemente”. La donna che invoca il suo amore e il caldo abbraccio dei suoi lacci acquisisce nei versi seguenti l’inquieta tenerezza d’una sventata agnella: “Lasciami lentamente delirare/e poi coglimi solo e primo e sempre/nelle notti invocato e nei tuoi lacci/amorosi tu atterrami sovente/come si prende una sventata agnella”. Al contrario, il silenzio legato all’assenza non è quello creativo, che spinge alla poesia, ma è, desolatamente, soltanto mancanza: “Datemi i rumori di Charles/datemi il suo pensiero e il suo lento fuggire/ridatemi i rumori della sua carne perfetta”.
L’eros si offre dunque come un miracoloso impasto tra spiritualità e sensualità, come il principe dei sentimenti. Sì, perché sono proprio questi ultimi a dover governare la vita e le scelte. Lo dice chiaramente Alda, rivolgendosi a una creatura all’inizio del suo percorso esistenziale: “Bambino, se trovi l’aquilone della tua fantasia/legalo con l’intelligenza del cuore./Vedrai sorgere giardini incantati/e tua madre diventerà una pianta/che ti coprirà con le sue foglie./Fadelle tue mani due bianche colombe/che portino la pace ovunque/e l’ordine delle cose./Ma prima di imparare a scrivere/guardati nell’acqua del sentimento”.
La contemplazione nell’acqua del sentimento, l’aquilone della fantasia, l’intelligenza del cuore possono guidare nel labirinto della vita e far diventare un giorno quel bambino un uomo di pace e di giustizia.
Un altro invito presente nelle liriche della Merini è quello di vivere pienamente il presente, specialmente dopo il baratro dell’esperienza manicomiale. L’ansia di vita la spinge a esaltare l’hic et ninc, senza farsi condizionare dal passato: “Spesso ripeto sottovoce/che si deve vivere di ricordi solo/quando mi sono rimasti pochi giorni./Quel che è passato/è come non ci fosse mai stato./Il passato è un laccio che/stringe la gola alla mia mente/e toglie energie per affrontare il mio presente./Il passato è solo fumo/di chi non ha vissuto./Quello che ho già visto/non conta più niente/.Il passato ed il futuro/non sono realtà ma solo effimere illusioni./Devo liberarmi del tempo/e vivere il presente giacché non esiste altro tempo/che questo meraviglioso istante”.
Certo, il discorso poetico di Alda allude alla tragicità del suo passato, ma se ne può ricavare un insegnamento valido per tutti, quello di aderire compiutamente, ovunque e sempre, alla trama dei giorni che ci è dato di vivere. Ma il vertice sommo della sua poesia, la Merini lo raggiunge forse con La Terra Santa, del 1984, la prima scrittura poetica dopo l’uscita dal manicomio, che non è solo la testimonianza di un vissuto drammatico, sconvolgente, ma anche la prova della straordinaria tensione verso il domani che verrà:
“Ho conosciuto Gerico,/ho avuto anch’io la mia Palestina,/ le mura del manicomio/erano le mura di Gerico/e una pozza di acqua infettata/ci ha battezzati tutti./Lì dentro eravamo ebrei/e i Farisei erano in alto/e c’era anche il Messia/confuso dentro la folla:/un pazzo che urlava al Cielo/tutto il suo amore in Dio”.
Qui, all’inferno della clinica/lager, con il suo amore negato (“E dopo, quando amavamo/ci facevano gli elettrochoc/perché, dicevano, un pazzo/non può amare nessuno”); alla prigione che assomiglia alla morte (“Eravamo come gli uccelli/e ogni tanto una rete/oscura ci imprigionava”); si contrappone il desiderio di riscatto, di resurrezione, l’apertura alla vita, comunque: “Ma un giorno da dentro l’avello/anch’io mi sono ridestata/e anch’io come Gesù/ho avuto la mia resurrezione”.
Sicuramente, però, la grandezza di Alda, oltre che nei contenuti alti e universali, sta anche nella limpidezza formale del suo canto. La parola poetica non è mai oscura, ermetica, labirintica ma piana, lineare, pura come acqua sorgiva. E di attingere a piene mani a quell’acqua abbiamo un estremo bisogno, per poter dire, un giorno, come lei, Più bella della poesia è stata la mia vita.
Io che sono vicina alla morte,
io che sono lontana dalla morte,
io che ho trovato un solco di fiori
che ho chiamato vita
perchè mi ha sorpreso,
enormemente sorpreso
che da una riva all’altra
di disperazione e passione
ci fosse un uomo chiamato Gesù.
Io che l’ho seguito senza mai parlare
e sono diventata una discepola
dell’attesa del pianto,
io ti posso parlare di lui.
Io lo conosco:
ha riempito le mie notti con frastuoni orrendi,
ha accarezzato le mie viscere,
imbiancato i miei capelli per lo stupore.
Mi ha resa giovane e vecchia
a seconda delle stagioni,
mi ha fatta fiorire e morire
un’infinità di volte.
Ma io so che mi ama
e ti dirò, anche se tu non credi,
che si preannuncia sempre
con una grande frescura in tutte le membra
come se tu ricominciassi a vivere
e vedessi il mondo per la prima volta.
E questa è la fede, e questo è lui,
che ti cerca per ogni dove
anche quando tu ti nascondi
per non farti vedere
Alda Merini
Il sito ufficiale di Alda Merini, ricco di notizie, immagini e poesie, è il seguente: http://www.aldamerini.it
Dio e’ l’usignolo che cade per terra,
io come lui verro’ mangiato
dalla bocca dell’uomo,
diventero’ pane.
Come posso calpestare l’insetto indeciso
che trama il tradimento?
Lascero’ quindi che viva l’uomo
e la sua precarieta’
Alda Merini
Cantare Dio, celebrare la vita
di Roberto Carnero
È considerata giustamente una delle poetesse viventi di maggiore spicco in Italia. Pur non essendo cattolica, nelle sue opere, la fede è spesso in primo piano. È il caso anche della sua ultima raccolta, Cantico dei Vangeli. L’abbiamo intervistata.
Da sempre Alda Merini si è confrontata nei suoi versi con i temi della religione e della fede. Nata a Milano nel 1931, è oggi considerata una dei più importanti poeti italiani viventi. Dopo l’esordio, nel 1953, con la raccolta La presenza di Orfeo, a cui arrise da subito un grande successo di critica, già il suo secondo libro – Paura di Dio (1955) – faceva riferimento, sin dal titolo, a un contenuto teologico. E poi, ancora, tra gli altri volumi: Tu sei Pietro (1962), La Terra Santa (1984), Corpo d’amore. Un incontro con Gesù (2001), Magnificat. Un incontro con Maria (2002), La carne degli angeli (2003).
Al Nuovo Testamento si rifà anche l’ultima raccolta della poetessa, Cantico dei Vangeli (Frassinelli, 2006, pp. 120, euro 14,00). Poesie incentrate su personaggi o situazioni del Vangelo, i cui testi sono ripercorsi in tutta la loro originaria carica di provocazione. Una provocazione che la parola poetica è in grado di recuperare e di rendere eloquente. I gesti, le parole, i comportamenti cruciali di Gesù, di Maria, di Pietro, di Giovanni, di Giuda, della Maddalena sono rievocati e riletti alla luce di una sensibilità acutissima. È a loro che l’autrice dà la parola, facendoli esprimere in prima persona. I versi della Merini recuperano tutta la loro umanità, in una contraddittorietà che dell’umanità è la cifra più autentica. A volte la poesia si fa grido di dolore, polemica risposta a quei misteri della fede che l’uomo non è in grado di comprendere.
Alda Merini non è una poetessa “cattolica” in senso confessionale, e della fede religiosa parla con grande pudore. Si descrive come una donna che nella sua vita ha molto sofferto. Tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta, la sofferenza mentale l’ha portata a lunghi ricoveri in ospedali psichiatrici, una condizione di disagio dalla quale è emersa solo più avanti, tornando alla scrittura. Che nel frattempo era diventata anche testimonianza di quel disagio.
* Signora Merini, qual è il suo rapporto con la fede?
«Non ho un rapporto con la fede, ho un rapporto con la vita. Con una vita “larga”, che tutto comprende e da cui nulla è escluso, gioia e dolore, nascita e morte, alba e lutto».
* Dio non l’ha mai incontrato?
«Sì, l’ho incontrato in manicomio, un posto in sé terribile, ma in cui non ho mai perso la speranza. Forse non sono mai stata felice come in quegli anni di ricovero. Dovrei stare attenta a dirlo, perché se dico che mi trovavo bene al manicomio, va a finire che qualcuno potrebbe pensare di rinchiudermi di nuovo. Infatti potrebbe essere interpretata come un palese segnale di pazzia l’affermazione che al manicomio stavo bene…».
* Ma come l’ha conosciuto Dio?
«Attraverso alcuni uomini. Ci sono persone che sono il rifugio dell’amore di Dio, un amore che sono capaci di trasmettere agli altri. Del cristianesimo amo la dimensione dell’incarnazione, che impedisce il rifugio evasivo nell’astrattezza e nell’astrazione. I veri credenti mi hanno aiutato a conoscere Dio».
* Perché ha scritto questo Cantico dei Vangeli?
«È un’opera che si ricollega a un mio testo precedente, Tu sei Pietro, forse l’opera più bella che ho scritto. L’avevo composta per un debito di riconoscenza nei confronti di un medico che aveva fatto molto per me. Per un debito di riconoscenza e di amore».
* Che cosa l’ha affascinata del Nuovo Testamento?
«L’elementarità, cioè l’universalità, di ciò che viene detto. Un tempo avevo un compagno che aveva avuto una vita difficile ed era anche stato in carcere. Quando il sabato e la domenica non lavorava, gli leggevo il Vangelo. Per lui quella fu un’importante esperienza di guarigione interiore».
* Come vede la Chiesa?
«Nella Chiesa cattolica ci sono cose che non mi piacciono, come un certo maschilismo dell’istituzione ecclesiastica e la condanna del piacere. Una cosa, quest’ultima, che sa un po’ di vecchia teologia, ma che purtroppo persiste ancora in quanto predicano alcuni sacerdoti, e lo fanno anche in buona fede. E mi sembra un po’ un tradimento del messaggio evangelico più autentico. Che cosa ha voluto fare Cristo, in realtà? Sollevare l’umanità dal suo stato di abiezione. Questo mi sembra l’aspetto centrale del cristianesimo, non altri orpelli sedimentatisi con il tempo. Ma ho molto amato un Papa come Giovanni Paolo II».
* Che cosa le piaceva in particolare di Papa Wojtyla?
«Appena eletto Pontefice, ancora giovane, incarnava, anche nella sua presenza fisica, un nuovo modello di Chiesa, più moderna, aperta, vicina alla gente. Questo grazie all’immediatezza dei gesti, alla disponibilità umana che manifestava verso tutti. Poi è stato uno strenuo difensore della pace nel mondo. Ora che non c’è più mi manca molto. Pensi che negli ultimi tempi, quando era molto malato, spesso mi capitava di accendere il televisore per sapere come stava. Le notizie sulla sua salute mi sembravano quelle più importanti del telegiornale».
* Lo ha mai incontrato?
«No, non di persona; ma so che aveva letto e apprezzato il mio Magnificat. Mi fece mandare un rosario da lui benedetto, che conservo come un prezioso ricordo. Anche lui era un poeta, forse anche per questo amava e capiva la poesia».
* Forse non sempre è scontata o evidente, ma certo c’è una relazione tra fede e poesia. Qual è, a suo giudizio?
«Quando alcuni miei testi di contenuto religioso sono stati rappresentati in pubblico, ho riempito chiese e teatri. Molti erano giovani, ma credo che non venissero tanto per me, quanto per Lui. Forse cercavano qualcuno che li guidasse. Perché la poesia è soltanto un tramite. Da sola la letteratura non salva nessuno. In Cristo c’è la Resurrezione, in noi la morte».
* Mi spieghi meglio: vuol dire che la poesia, in sé, non è in grado di pronunciare parole di salvezza?
«Gesù dice che chi non è semplice come un bambino non può entrare nel Regno dei cieli. Ebbene – lo diceva anche Pascoli -, il vero poeta è sempre un po’ un fanciullo: sente ogni nuovo giorno come un dono del Cielo, si stupisce e rende grazie per il fatto di esserci e per il fatto che esiste, intorno a lui, una realtà magnifica. Ecco, nell’additare la semplicità della vita risiede la missione del poeta. E anche la sua utilità per il bene della vita delle persone. Forse è grazie alla poesia che nella mia vita, pur avendo molto sofferto, non sono mai stata disperata. Quando ho incontrato il dolore, anziché farmene annientare, ho deciso di cantarlo».
* Ma come è possibile «cantare il dolore»?
A costo di discostarmi un po’ da alcune affermazioni più ortodosse, direi che bisogna cominciare a essere felici sulla Terra, a volerlo con tutte le proprie forze, e a propiziare, sulla Terra, la felicità degli altri. Perché chi vive infelice, muore disperato».
* Che bilancio traccerebbe della sua attività letteraria?
«Cosa vuole che le dica… Non mi sono mancati i lettori, gli apprezzamenti dei critici, i riconoscimenti di prestigiosi premi. Recentemente sono stati messi in musica dei miei testi, recitati e cantati nei teatri, con la collaborazione di bravissimi musicisti e interpreti. Anche questo è un altro segno di popolarità. Ma forse capire un’opera significa non musicarla, recitarla, dirla, bensì tacerla. Come lettrice di poesia, amo il corpo a corpo personale con il testo, vissuto nel silenzio di un incontro personale. Non capisco perché, affinché la gente apprezzi Dante, ci sia bisogno che un bravo attore debba andare a leggere la Divina Commedia in un teatro…».
* Forse perché il pubblico cerca un incontro con l’autore anche attraverso la fisicità della parola e della performance…
«Sì, forse è proprio questo, perché l’uomo ha bisogno di prove, di vedere con i propri occhi e di toccare con mano».
* Ha rimpianti?
«Direi di no, la mia vita è andata come doveva andare. A sedici anni entrai in un monastero di clausura, perché pensavo che quella fosse la mia vocazione. Fu la mia famiglia a insistere perché uscissi un anno dopo, affinché cercassi marito. Non so se sia stato un bene o un male. Di certo la vita contemplativa era una condizione verso cui sentivo una grande attrazione».
* Qual è la sua speranza?
«Di morire in pace. La mia speranza nel futuro, invece, sono i miei figli e i miei nipoti».
* Per tornare alla domanda iniziale, che forse è anche la più personale: Alda Merini crede in Dio?
«Credo in ciò che Dio mi ha dato, che è moltissimo: la vita, i sensi, e anche, per quello che può valere, la gloria letteraria. Qualcuno diceva: “Se considero tutte le cose che Dio mi ha dato, come posso sperare che mi darà anche il Paradiso?”. Per questo ogni mattina quando mi sveglio sento il bisogno di pronunciare il mio grazie».
Roberto Carnero
(c) Jesus gennaio 2007
La Terra Santa
Ho conosciuto Gerico,
ho avuto anch’io la mia Palestina,
le mura del manicomio
erano le mura di Gerico
e una pozza di acqua infettata
ci ha battezzati tutti.
Lì dentro eravamo ebrei
e i Farisei erano in alto
e c’era anche il Messia
confuso dentro la folla:
un pazzo che urlava al Cielo
tutto il suo amore in Dio.
Noi tutti,branco di asceti
eravamo come gli uccelli
e ogni tanto una rete
oscura ci imprigionava
ma andavamo verso le messe,
le messe di nostro Signore
e Cristo il Salvatore.
Fummo lavati e sepolti,
odoravamo di incenso.
E,dopo,quando amavamo,
ci facevano gli elettrochoc
perché,dicevano,un pazzo
non può amare nessuno.
Ma un giorno da dentro l’avello
anch’io mi sono ridestata
e anch’io come Gesù
ho avuto la mia resurrezione,
ma non sono salita ai cieli
sono discesa all’inferno
da dove riguardo stupita
le mura di Gerico antica.
(da “La Terra Santa”1983 ed.Scheiwiller)
Maria prima della resurrezione
Lasciate che la morte
abiti nel mio cuore,
lasciate pure che del vento della mia giovinezza
e dei miei grandi amori stellari
non rimanga più nulla,
lasciatemi nella prigione del dolore.
L’amore di Dio
era una grande prigione
entro la quale ho cantato i miei alleluia, la mia giovinezza,
l’attesa di questo figlio.
Ma ora ogni suo chiodo
mi strappa la carne.
Pensavo che i Profeti
avrebbero avuto misericordia
di una povera madre,
ma invece non è così.
La morte odora di fresco,
la morte è una seconda resurrezione,
la morte è un giardino immenso.
Ma per entrare in questo giardino
bisogna conoscere il senso della morte.
Nessuna donna come me
si è vista strappare le viscere dal cuore,
la carne dal suo sentimento.
Come dire a Dio Supremo
che il mio amore era fatto di carne,
che il mio amore era fatto di lacrime,
che il mio Gesù
è nato su un trono di luce,
che è cresciuto
nel più grande degli anfiteatri,
che è il re di tutta la terra?
Qualsiasi madre direbbe la stessa cosa,
ma questo era il Dio vero,
ma questo era veramente il Messia.
L’ora della verità mi è sopra
ed è un tremendo terremoto,
ma mio figlio risorgerà
e la sua resurrezione
avvolgerà l’universo.
Mio figlio è veramente il Messia,
mio figlio è il Re dei Re.
Alda Merini, da: Magnificat, un incontro con Maria, Frassinelli 2002.
Neria De Giovanni – Così ricordo Alda Merini
Ho conosciuto la poeta Alda Merini alla fine degli anni ‘90 a Gela in Sicilia, durante il Premio Sileno d’Oro della cui Giuria facevo parte.
Era pieno luglio, un caldo “africano” anzi “siciliano” e la Merini si presentò con un cappotto pesante e un paio di stivali con la pelliccia. Era particolare anche nell’abbigliamento, ma troppo spesso il suo essere “diversa” per le note vicissitudini personali, ha sviato il pubblico dalla conoscenza diretta della sua opera.
Nel mio ultimo libro pubblicato con la LEV, Edizioni del Vaticano “Maria nella letteratura d’italia” e nel libro che uscirà nel 2010 sempre con la LEV su Cristo nella letteratura, ho antologizzato con molto piacere alcuni testi di Alda Merini tratti dalle sue ultime sillogi “Magnificat” e “Padre mio” raccolta dedicata alla crocifissione.
Infatti Alda Merini una delle voci più alte della poesia italiana degli ultimi tempi, ha sempre cantato l’amore e l’attaccamento alla vita; dalla passione terrena per l’amante – famossisime le sue poesie per Titano – all’amore verso la Madonna e Gesù che, come nella migliore tradizione delle mistica occidentale, è un sentimento forte che parla “alla carne”.
Alda Merini ha anche un altro grande merito quello di aver fatto avvicinare molti giovani alla poesia grazie al suo linguaggio che pur ricco di figure rettoriche e limato dal punto di vista linguistico, ha catturato l’interesse e la sensibilità dei lettori perché arrivava al nocciolo profondo dell’esistenza dentro ognuno di noi.
La Merini aveva preso l’abitudine di dettare le sue poesie al telefono, tanto il linguaggio della lirica le era connaturato. Prima che la legge Bacchelli la preservasse da una indigenza insopportabile, gli amici si incaricarono per molto tempo di pagarle bollette telefoniche stratosferiche !
Sicuramente il fumo e l’odore della sigaretta, perennemente accesa tra le sue dita, rimarrà per molto tempo ancora tra le pareti della sua casa sul Naviglio a Milano.
Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.
Così Proserpina lieve
vede piovere sulle erbe,
sui grossi frumenti gentili
e piange sempre la sera.
Forse è la sua preghiera.
[Alda Merini, da Vuoto d'amore, 1991]
Fragile, opulenta donna, matrice del paradiso
sei un granello di colpa
anche agli occhi di Dio
malgrado le tue sante guerre
per l’emancipazione.
Spaccarono la tua bellezza
e rimane uno scheletro d’amore
che però grida ancora vendetta
e soltanto tu riesci
ancora a piangere,
poi ti volgi e vedi ancora i tuoi figli,
poi ti volti e non sai ancora dire
e taci meravigliata
e allora diventi grande come la terra
e innalzi il tuo canto d’amore.
Alda Merini
Le poesie sono le parole descrittive della nostra esistenza.
Spirito libero e ribelle, genio e sregolatezza, istinto e ragione. Gli “arazzi” delle sue stanze erano appunti di vita, caos di una mente che vaga e trova nella poesia la ragione di essere ed esistere. L’ape furibonda rappresenta quell’istinto primario e animale che vaga alla ricerca del nettare da suggere ma sempre pronta ad attaccare con il veleno del suo pungiglione.
Una certa Donatella Bisutti un giorno scrisse un libro”La poesia salva la vita”. Niente di più vero! Ma quanto dolore e quanta sofferenza c’è dietro questa definizione!Alda Merini nelle sue liriche mette a nudo se stessa, il suo vissuto tormentato, ribelle e bizzarro portandolo alla conoscenza degli altri , anche per metabolizzare ed esorcizzare gli atroci anni dell’internato, che le hanno negato la dignità umana, annientandola con la vergogna e l’umiliazione. C’è rabbia repressa nei suoi scritti e una montagna di odio nascosto dietro una porta chiusa… ma la poesia è x lei anche luce, colori nuovi ,vita vera, riscatto , rinascita…
Conosco bene, cara Maria, la realtà manicomiale di quegli anni prima della legge Basaglia, perchè lavoro all’Azienda Sanitaria Provinciale che era il vecchio Ospedale Psichiatrico di Palermo ed ho vissuto la lenta trasformazione di un’istituzione arcaica che era luogo di repressione e di segregazione. Difficilmente si usciva vivi da quei lager e chi aveva la fortuna di riuscirci era segnato per la vita, perchè non si dimentica un’esperienza di quel tipo. Ma Alda è una grande ed io l’adoro!
SOLITUDINI
Alienate menti
nei padiglioni collegati,
tra palme altissime stagliate
circondanti il viale assolato
trascinano i loro passi,
con incedere lento e traballante,
accanto a camici bianchi.
Stagioni che ospitano
la vita e la storia si riconoscono,
attraverso il colore delle foglie,
negli occhi sbarrati e fissi
fuori da contorni reali.
Chissà cosa pensano!
Ne guerre, ne pace,
ne fama, ne religioni,
turbano i loro cuori
e le ignude menti,
ma sensibili a mani protese.
Tra celle d’orate
d’insana paura è l’avvenire,
nello scontro mortale con la vita
rifugiarsi nella mente
è il sentirsi protetti,
attraverso il viaggio fantastico
di mondi inesplorabili.
Antonella Vara
Cara Maria, grazie dello spazio dedicato ad Alda Merini, dove lei risuona ancora, viva e indaffarata, per sempre amante. Un post che è cenacolo e terra, commozione e sfida, per noi che a essere uomini non ci racappeziamo mai dei pensieri di Dio.
Buona giornata
Alessandra
Ringrazio di cuore Simone, Laura, Antonella e Alessandra per i loro ultimi commenti.
In modo particolare, voglio ringraziare Antonella Vara per la bella, profonda poesia che ha postato. Perchè dentro c’è la vita, la vita vera, e si sente.
Buona giornata a tutti!
Maria
Grande Alda Merini! E’ emozionante addentrarsi nei territori della sua poetica. La sua vita tormentata, il suo essere donna libera in maniera profonda, la sua “diversità” che come un manto da regina le si è avvolto indosso per tutta la vita…Alda Merini è stata straordinaria, a mio avviso forse più avanti dell’epoca in cui ha vissuto la sua giovinezza. Così ha pagato un prezzo altissimo per essere quella che era ma la sua immensa poesia doveva probabillmente trovare quelle strade di sofferenza per defluire. Io ho imparato a conoscerla tardi quando già la sua arte era acclarata, conosciuta, ed è stato uno spettacolo teatrale sulla sua poesia a cui ho assisitito che me l’ha veicolata con più forza. Ho amato molto alcuni suoi versi e in molti vi ho riconosciuto profonde verità che appartengono al mestiere di vivere, alla morte….. Grazie Maria per questa bella occasione. Delia
Onore alla grande anima di Alda!un anno fa ne parlai in un lungo intervento alla casa della Poesia Trotter milanese,e d ancora non ho stampato tale ricordo della nostra bella amicizia e affetto..Un anno è così vicino, la sua gloria così tangibile e tanto ancora l’odio di chi non la voleva, così come era, principessa zingara e spagnola d’animo, altera..ti salutiamo Alda!
Ottima presentazione.
Modestamente offro questo omaggio.
Per Alda
Partisti un giorno Alda
per un viaggio di trasalimenti
incubi e miserie
watt nella mente pensieri sfatti
per ritorni senza casa provvisori
per amori senza carezze
e la tua mano tracciava
tutti i solchi del dolore
senza bestemmiare.
Ho visto della tua poca carne
ogni livido ogni violenza
mentre tracciavi la rotta
che t’avrebbe portata oltre
quel labirinti di ossessioni.
Ora sei partita per un viaggio
senza ritorni chissà i rimpianti
e hai chiarezza di passo
lasciati gli ingombri
qui dove sono nati.
Bellissimo il tuo omaggio, cara Narda. Grazie!
Da pochi anni mi sono riavvicinata alla letteratura e in special modo alla poesia, Alda Merini è diventata la mia guida spirituale e ogni giorno la lettura dei suoi versi mi tiene compagnia.
In occasione della sua scomparsa ho scritto un mio pensiero dedicato alla sua sofferenza terrena che è diventata il conforto di chi la legge.
Ad Alda
A te che sei nata in primavera
e hai lasciato questo mondo
in autunno,
voglio confidarti un segreto
come ad una cara amica …
Ai miei occhi sognanti
sei il risveglio della vita
ma nello stesso istante
la malinconia vissuta
nella cicatrice
lasciata sulla tua pelle
giorno dopo giorno
dalla malattia e
curata dalla poesia
con amore.
… La Musa
ti lasciava esausta
ma felice di aver compreso
e perdonato questa vita.
Sai … Alda …
mi mancheranno le tue poesie,
quelle che non potrai più scrivere …
Da lassù incoraggia
chi senza sapere perchè
s’accanisce a continuare a scrivere.
Erba, 1 novembre 2009
Cettina Lascia Cirinnà