“Ma il cielo ci cattura” di Ardea Montebelli


Ma il cielo ci cattura

di Ardea Montebelli

[Fara Editore, 2008]

*
La poesia di Ardea Montebelli è oggi l’esempio più alto e luminoso della rappresentazione e della celebrazione del sacro. Abbandonata ogni enfasi, lasciata da parte la ripetizione delle lodi di Dio, evitato ogni rischio di pietismo, respinto ogni patetico, essa aspira all’essenzialità assoluta del rinnovamento della teologia che si nutre e si accende di altissime predicazioni del divino nella purezza del concetto.

È come se Ardea volesse fondare un discorso poetico teso alla più sicura proclamazione della verità di Dio, e al tempo stesso, dell’esistenza e del creato, non descritto, ma colto nella sua pienezza intrinseca, che è il frutto dell’opera del Verbo.

Il titolo è subito estremamente efficace: il Cielo davvero ci cattura, e, del resto, sappiamo che il Cielo è dei violenti, non dei tiepidi. Penso, di fronte al primo componimento della raccolta, all’idea che Dante esprime della parola poetica: che è una perpetua metafora, perché soltanto attraverso i sensi gli uomini possono conoscere e di lì giungere alla contemplazione e al vero e tradurla e comunicarla poi non nella pienezza, perché è impossibile, ma per lo strumento della metafora: “Che cos’è la verità? / Un abisso che si veste di metafore”.

Ed ecco, allora, la sigla di gioia sublime: “Nel volgere ignoto / di un respiro di luce / l’ultima conoscenza / pare scandire: / la morte, la vita”. Significativamente, prima viene la morte, poi la vita, perché questa, dopo che il Cristo l’ha cancellata, dura la vita eterna, e ogni modo del vivere, qui, sulla terra, non è che l’immagine di quella certezza.

Giorgio Barberi Squarotti


ARDEA MONTEBELLI è nata a Rimini il 5 marzo 1956 e in questa città vive e lavora come insegnante. Si occupa di poesia e di fotografia ed è giornalista pubblicista. Ha pubblicato: nel 1989 Alchimia dei sentimenti e Laudato sii, e nel 1993 Pietre di paragone, tutti per i tipi delle Edizioni Forum di Forlì; nel 1996 L’anima del mare (Panozzo Editore, Rimini); nel 2001 Il paradosso della memoria, una meditazione in versi sulle lettere di S. Giovanni (Fara Editore, Rimini), nel 2002 un catalogo fotografico dal titolo Cari, vecchi frammenti (Ed. Giusti, Rimini); nel 2005 Ma tu non dartene tormento, una meditazione in versi sulla Shoah (Guaraldi Editore, Rimini). Nel 2008 esce Ma il cielo ci cattura edito da Fara Editore.

*

I SUOI VERSI

Che cos’è la verità?
Un abisso che si veste di metafore,
il lungo abbandono del cuore
in attesa di un segno finale,
quel soffio che salva
come un grido di sollievo.
Nel volgere ignoto
di un respiro di luce
l’ultima conoscenza
pare scandire:
la morte, la vita.

*

Quale forza
dà corpo all’assoluto?

*

Rivolgere lo sguardo all’infinito,
l’universo prende forma:
vive cresce si apre ama
quasi vibrando
in una luce estrema.
Cosparsa di bellezza
ora ti sveli,
la tua essenza
sboccia all’improvviso;
osserva e attendi
fai conto di essere rugiada.

*

Tutti i possibili percorsi
ci resero erranti
come cieli e astri.
Ora siamo presi
da uno stesso
unico sgomento:
un punto di domanda
misterioso e fragile.

*

Mi consegno a Te
nel mare antico dei padri
e mi lascio condurre
alla quiete dell’anima.

*

Non so liberarmi dal mistero,
senza fare rumore
mi passa accanto
si posa su tutto
anche sulla mia faccia

*

Ma può l’abisso
aprirsi alla luce?

*

È un modo nuovo di parlarsi,
un’attesa di tutto il creato,
l’uguale distanza
fra mistero e bellezza.

*

Può essere follia
la ricerca insistente
di salvezza?

 

(c) Ardea Montebelli – all rights reserved

*

IL DOLCISSIMO SPESSORE DELLA VERITÀ

Voci in ascolto della poesia di Ardea Montebelli


Un libro originalissimo, che alterna suggestive immagini degli eremi in bianco e nero degli Abruzzi a brevi componimenti poetici, a reciproco sostegno nel viaggio verso la verità, “un punto di domanda / misterioso e fragile”. Scrive Kafka: “Esiste la meta, ma non esiste la via”. Nella sua fatica letteraria Ardea Montebelli sottolinea invece non solo che la meta – cioè la verità – esiste (“Una e una soltanto / è la verità / cui tende il nostro amore”), ma pure che c’è la via per raggiungerla; una via accidentata certo, piena talora di tormento (“… sul mio tormentato credo / per qualche tratto / il mistero si dissolve”), ma “la traccia della rivelazione” prima o poi si svela se il cuore sta in posizione di attesa. A conferma i bellissimi versi: “Lo udremo mormorare / tra le foglie / il senso delle cose / rapiti dalla bellezza”.

C’è come un tremore talora, ma non il dubbio; il tremore di chi ha incontrato la verità, ma ancora non la possiede, è il già e non ancora. Una verità comunque percepita non come sogno o come semplice proiezione astratta di un desiderio. Lo intuisce chiaramente nella profondissima prefazione al volume Paolo De Benedetti, quando scrive:”la verità non è il prodotto del nostro pensiero…, la verità è una persona; non è una scoperta dell’intelletto, ma il fidarsi di una voce”.

Un libro agile, ma non per questo leggero. Una lettura piacevole, ma densa di domande e di risposte che poggiano su una speranza certa. Uno squarcio di luce in un mondo della poesia che sempre più si concentra sui drammi del vivere, rinchiuso in un nichilismo senza speranza.

Franco Casadei

 

La sua è una voce asciutta, vibrante e senza orpelli, credo che la sua opera possa essere definita una scultura che dà spazio al silenzio, al nucleo più autentico ed essenziale dell’uomo, ai suoi errori che possono essere occasione di riscatto e salvezza, alla sua presenza in cui è nascosta una scintilla di divino. Più che poesia religiosa quella di Ardea Montebelli è veramente una poesia biblica nel senso anche profetico del termine.

Alessandro Ramberti

 

Un libro particolare, scorrevole alla lettura, che resta ben impressa nella mente, una lettura che purifica l’anima. Un libro che porta speranza in maniera delicata e continua.

Guido Passini

 

È la scrittura elegante, dovuta al rispetto del tema trattato, la massima espressione di Ardea Montebelli in questa opera, preziosa e chiara, intima e comprensibile ad altri nello stesso tempo; di scritture ne ha impiegati due tipi: quella della penna che sulla carta ha lasciato un testamento di quello che era e la speranza di quello a cui aspira, ed un’altra quella che la luce ha per lei scritto sulla pellicola contenuta nella sua fotocamera, compagna fedele ed àncora di conferme, nel suo peregrinare di eremo in eremo. Insieme a lei, quella fotocamera, ha interrogato pietre ed antri, amboni ed altari, luci filtranti e luci apparenti nell’ombra dello spirito. Anche per questa scrittura Montebelli si è avvalsa del metodo più complicato tecnicamente, ma atto a restituire una metonimia di rapporto con la luce variata, diffusa, modificata tramite l’impiego della pellicola all’infrarosso, croce e delizia di ogni fotografo, ma calzante sintassi nell’ulteriore modo espressivo dell’autrice, la fotografia, altro amore non celato di questa artista. Sono gli stupendi bagliori, la profondità del grigio dei cieli, nel portentoso linguaggio del bianco/nero, ad avvicinare l’essenza delle parole al sentire fotografico che usa gli stessi termini concettuali. Nulla si può svelare se non ricercato con forza e vigore, la forza dell’onesta volontà e la vigoria delle energie da dedicare alla ricerca, quella che passa dentro di noi, si deposita nell’anfora della nostra anima per poi versarla nel lago del nostro essere, depurato dalla ricerca e bonificato nella purezza delle acque prima palude ed ora fluente speranza.

Carlo Ciappi

One response on ““Ma il cielo ci cattura” di Ardea Montebelli

  1. Componimenti a confronto con la Parola, alcuni di soli tre o quattro versi, più alcune immagini fotografiche e un commento di S. Agostino sul tema di fondo: la luce della verità che l’amore conosce. I testi di Ardea nascono sulla pagina pari, a fronte di due passi biblici, da libri diversi, tra loro in dialogo: sono riflessioni, una silenziosa ruminatio della Parola che penetra nell’intimo e si fa voce.

    Fa eccezione l’inno alla carità di Paolo del quale è riportata una più ampia porzione di testo e sta solo. A fronte, una sintesi dell’amore materno:

    Generosi occhi di madre
    dividono con noi calore
    spezzano il pane
    e non ancora sazi
    ci offrono ristoro,
    stupore nelle sfumature
    del bel volto,
    passaggio di rondini.
    (p. 35)

    Basta l’ultimo verso per dire l’essenzialità di questa scrittura, che proprio perché privo del “come” di comparazione, rende con assoluta freschezza, connotata d’innocenza, quel battito di ciglia che traduce la carezza dello sguardo materno innamorato. Così l’ultima sta dentro alla prima e più grande similitudine, ugualmente implicita, dell’amore divino: Generosi occhi di madre.

    La selezione dei passi biblici sulla pagina dispari è condotta sulla base di un dialogo tra i testi che guida il lettore a riconoscerne la parentela: «Manda la tua verità e la tua luce; / siano esse a guidarmi» è la preghiera del Salmo (Sal 43,3) che trova compimento nell’annuncio evangelico: «Io sono la via, la verità e la vita…» (Gv 14,6).

    Il testo poetico a fronte – se restasse incomprensibile / e in forse / toccata dalla perfezione / troverei amiche tutte le cose ( p. 37)- si sintonizza con la poesia di Agostino Venanzio Reali: «Se venendo la sera sapessi / che il mio male non le ha toccate / me ne andrei con la speranza / d’una fragrante purezza»; e anche «Ci ri-conosceremo in lui / amici di tutte le cose».

    Del resto il titolo stesso della raccolta Ma il cielo ci cattura (un verso del componimento Inesorabile e bugiardo, p. 49) si sintonizza con Reali («aneli come veltro e preda») unitamente a tutta la poesia e alla mistica che rappresenta l’amore divino attraverso la grande metafora venatoria nel confronto tra predatore e preda.

    Dalla medesima tensione spirituale nascono le immagini fotografiche, rigorosamente in bianco e nero, degli eremi d’Abruzzo: è la luce che trae all’essere quelle architetture e fa parlare i luoghi dalle cime più impervie dove il silenzio urla lo spessore fisico della trascendenza.

    È difficile confrontarsi con una poesia tanto coraggiosa da lasciarsi provocare direttamente dalla Parola per rispondere non solo con la propria disposizione interiore ma con la propria voce che si fa scrittura, dove l’autentica poesia coincide con l’autentica preghiera.

    Ma può l’abisso / aprirsi alla luce?/ Sul segreto delle mie parole / sul mio tormentato credo / per qualche tratto / il mistero si dissolve (p. 37). Le parole non sono del poeta, infatti; per questo recano una cifra del mistero.

    Anna Maria Tamburini

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