L’«altra metà» della resistenza antinazista cattolica
di LUCIANO GARIBALDI
Nella storia delle iniziative cattoliche per attenuare le conseguenze della persecuzione antiebraica giganteggiano alcune figure femminili: donne che, per servire la loro profonda fede in Cristo, sfidarono la morte pur di contrastare la follia antisemita del regime nazista. La figura probabilmente più luminosa resta Margarethe Sommer, berlinese, che iniziò, poco più che trentenne, la sua battaglia come sostenitrice del canonico Bernhard Lichtenberg, parroco di Santa Edvige, la più importante chiesa cattolica della capitale tedesca. Già a metà degli anni ’30 monsignor Lichtenberg aveva dato vita allo Hilfswerk beim Ordinariat Berlin («Opera di soccorso presso la Diocesi di Berlino»), con il preciso scopo di fornire assistenza ai ben 190 mila ebrei (40 mila dei quali convertiti al cattolicesimo) residenti in città. Il vescovo di Berlino Konrad von Preysing, che non farà mai mistero della sua avversione al nazismo, affidò alla Sommer la direzione della Hilfswerk . Da quel momento, la Sommer si prodigò per mettere in salvo – con visti per l’emigrazione o ricoveri in case tenute da religiosi – migliaia di ebrei sia osservanti (più del 50%), sia convertiti al cattolicesimo o al protestantesimo. Margarethe aveva iniziato la sua attività a Santa Edvige cercando di proteggere i «cittadini non produttivi » (dementi, affetti da malattie inguaribili, vittime dell’Alzheimer) dai medici assassini dell’Ispettorato per la Salute, il famigerato T4. Nel febbraio 1942 sarà lei a fornire ai vescovi tedeschi un rapporto completo sul massacro di Kovno, avvenuto nell’estate del 1941, il primo sterminio di massa degli ebrei. In quella località polacca furono assassinati più di 18 mila ebrei, tra cui cinquemila bambini. Quando, nell’ottobre di quello stesso 1942, ventimila ebrei di Vienna e di Berlino vennero deportati nel ghetto di Lódz, fu ancora Margarethe Sommer a ricostruire la sorte che era stata riservata a quegli sventurati. Questi rapporti spinsero le autorità ecclesiastiche della Germania ad attivarsi per nascondere o aiutare a fuggire il maggior numero possibile di famiglie ebraiche. Vi fu anche un tentativo del vescovo Von Preysing di presentare al governo una petizione in favore degli ebrei, firmata da tutti i vescovi tedeschi. La redazione del testo fu affidata alla Sommer, che stese un documento esemplare, colmo di sdegno per le condizioni disumane nelle quali i perseguitati erano costretti a vivere in attesa della morte.
Un’altra donna che spese la propria esistenza per lottare contro la Shoah fu Gertrud Luckner, una cattolica di Friburgo che, già nel 1933, aveva perfettamente compreso le intenzioni di Hitler nei confronti degli ebrei. Laureatasi in Scienze Sociali nel 1938, entrò nella Caritas e ne divenne rapidamente un’autorevole esponente sul piano nazionale. Dopo essere stata aggredita a Friburgo da un gruppo di giovani attivisti del Nsdap, entrò in contatto, a Monaco, con padre Alfred Delp, il gesuita che avrà un ruolo centrale nella preparazione dell’attentato a Hitler del 20 luglio 1944, e, a Berlino, con il gruppo filosemita cattolico guidato da monsignor Lichtenberg. «Quando l’emigrazione divenne impossibile per via della guerra – scrive Michael Phayer – la Luckner continuò il suo lavoro attraverso gli uffici della Caritas, viaggiando segretamente in tutto il Paese per organizzare una rete clandestina di aiuti basata sulle sezioni locali dell’organizzazione, e continuando contemporaneamente la sua attività a Friburgo, dove aiutava gli ebrei ad attraversare clandestinamente i vicini confini con Svizzera e Francia e dava sostegno a quanti erano impossibilitati a emigrare». Arrestata dalla Gestapo il 24 marzo 1943 mentre, in treno, stava raggiungendo Berlino reduce da Katowice (Polonia), dove aveva raccolto precise notizie sullo sterminio attuato nei vicini Vernichtungslager di Auschwitz e Birkenau, dovette subire due anni durissimi di detenzione, sottoposta a interrogatori e violenze senza fine. I suoi carcerieri volevano incastrare il vescovo di Friburgo, monsignor Konrad Gröber, ma Gertrud non parlò mai. Constatata l’inutilità delle loro sevizie, i nazisti la rinchiusero a Ravensbrück. Riuscì tuttavia miracolosamente a sopravvivere in un campo di sterminio dove, nei 5 anni della guerra, persero la vita più di 90 mila donne.
Madre Matylda Getter era la superiora delle Sorelle della Famiglia di Maria, uno degli ordini monastici femminili più popolari in Polonia.Fu lei a organizzare e portare a buon fine il salvataggio di migliaia di ebrei. Aveva iniziato correndo in aiuto dei bambini. Il convento più importante dell’Ordine, dove madre Matylda operava, era situato nel centro di Varsavia, di fronte a uno degli ingressi del ghetto ebraico creato dagli occupanti nazisti subito dopo la conquista della capitale polacca. Madre Matylda e le consorelle si organizzarono per salvare quanti più bambini fosse possibile. Con rapide puntate notturne, riusciranno a ospitarne, nella casa madre e in altri conventi dell’ordine, più di 2500. Nel febbraio 1943 8 suore furono fucilate, avendo rifiutato di rivelare avevano ospitato un gruppo di famiglie ebree.
Un’altra splendida testimone dell’abnegazione femminile cattolica tesa al salvataggio degli ebrei fu l’ungherese Margit Slachta della congregazione del Servizio Sociale. Notissima e popolare in tutto il Paese per essere stata, nel 1920, la prima donna eletta al Parlamento ungherese, in seguito si era fatta suora ed era stata collocata alla guida della congregazione. Nel 1940, indignata per la tragedia di 24 famiglie ebraiche prelevate dalle loro case e rinchiuse in una isolata regione montana, dove avevano trovato la morte per il freddo e per la fame, aveva scritto alla moglie del Reggente, Ilona Horty, sollecitandone l’intervento. Da quel momento, anche grazie al discreto sostegno della consorte dell’ammiraglio Horty, era riuscita a proteggere decine di famiglie, finché, agli inizi del 1944, nei primi tre mesi della loro occupazione, i tedeschi avevano deportato nei campi di sterminio 300 mila ebrei. In quelle infuocate giornate, madre Slachta convocò le consorelle nel convento principale di Budapest e, con la loro collaborazione, riuscì a porre in salvo duemila ebrei fatti uscire nottetempo dal ghetto. Non mancò la miserabile vendetta delle «croci frecciate», che assassinarono una suora sua stretta collaboratrice. E lei stessa fu aggredita e picchiata a sangue.
Non si può chiudere questa insufficiente panoramica sulle virtù femminili dell’antinazismo cattolico senza ricordare l’attività della giovane studentessa parigina Germaine Ribière, che diede vita all’associazione Amitié Chrétienne dopo avere assistito, nel maggio 1941, a un rastrellamento nazista nel quartiere ebraico parigino del Marais. Poiché l’aria di Parigi si era fatta troppo pesante per lei, si trasferì a Lione, dove diede vita al giornale clandestino Cahiers du Témoignage Chrétien, che arrivò a tirare 25 mila copie, attaccando duramente sia le autorità militari tedesche sia la polizia francese sottomessa ai loro voleri, e denunciando puntualmente tutte le violenze poste in atto contro le comunità ebraiche. Fu Amitié Chrétienne, con il pieno appoggio del cardinale di Lione Pierre Gerlier, a spingere i vescovi francesi a una protesta ufficiale contro i provvedimenti antisemiti presi dal governo di Vichy.
(c) Avvenire 17 novembre 2009 – all rights reserved

Carissime amiche di Flannery e carissimi amici,
una ricorrenza vicina come la Giornata della Memoria non puo’ farci dimenticare quello di cui purtroppo oggi i mass media non parlano mai, vale a dire il contributo forte e fiero delle donne, e delle donne cattoliche, nella lotta antinazista. Donne contro il Fuhrer.
Chi furono? e come operarono?
Ci domandiamo quale e quanto coraggio esse dovettero avere per andare contro quella forza barbarica e demoniaca del nazifascismo, vero tabernacolo del male nel cuore dell’Europa del Novecento. Donne che per onorare la loro fede in Cristo arrischiarono il tutto e per tutto per poter contrastare l’assurda follia antisemita del regime nazista.
Conosciamo un po’ da vicino alcune delle loro storie con questo post.
Scrivete pure le vostre riflessioni. Liberamente. Grazie per la vostra attenzione.
Maria Di Lorenzo
DONNE CHA HANNO MESSO IN PRATICA: “AMATEVI COME IO VI HO AMATO!” E “NON C’E’ AMORE PIU’ GRANDE DI CHI DONA LA VITA PER I PROPRI AMICI!”
“IN QUESTO CONSISTE L’AMORE: COME LUI HA DATO LA SUA VITA PER NOI, ANCHE NOI DOBBIAMO DARE LA VITA PER I NOSTRI FRATELLI!”
Che belle testimonianze… quando le leggo sono divisa tra due sentimenti diversi: da una parte l’ammirazione e una specie di santa invidia… per delle virtù che non so o non penso di avere.
In questi giorni in cui si riparla di roghi di libri, in questi giorni di finta democrazia… mi viene da pensare: e se dovessi vivere quei giorni tremendi vissuti da quelle donne straordinarie, come mi comporterei? Indicibili ansie e angosce, torture, il lager… per noi oggi è facile cliccare MI PIACE sul link di una petizione, ma la realtà è diversa.
La Giornata della Memoria ha senso se ci spinge ad essere migliori e a rendere migliore il mondo, diversamente è una festa come un’altra, svuotata di senso.
Che Dio abbia in gloria queste splendide persone e doni a noi un poco della loro luce.
Penso che se si lotta per una giusta causa portando avanti ideali di libertà e giustizia, se si possiede una forte fede cattolica, si può e si deve lottare con tutte le forze, a costo del sacrificio della propria vita per ciò in cui si crede, perchè è doveroso. Ammiro il coraggio che hanno dimostrato le donne che ci hai citato Maria, sono delle eroine, in quel contesto di follia antisemita, dove dilagava violenza e sopraffazione soprattutto in donne e bambini. Penso che se mi fossi trovata al loro posto avrei agito anch’io allo stesso modo, ma ringrazio Iddio e mi sento fortunata di non aver vissuto in quel delirio di regime nazista , per non essere costratta a scelte drastiche e radicali. In onore di queste donne e nel loro ricordo va il Giorno della Memoria.
Spesso penso a quel periodo! A quanta sofferenza per tutti….dai bambini agli anziani….e le donne…si! Mia madre mi ha raccontato tanti episodi ma quello che mi ha piu’ colpito è stato quando i suoi genitori decisero di mandarla al paese perche’ sarebbe stata piu’ protetta…lei era ragazza e non capiva bene quale fosse il pericolo di stare in citta’…(Roma)…quando torno’ capi’…il Giorno Della Memoria…nella mia famiglia è molto sentito…e mio figlio Simone realizzo’ una foto nella sua scuola con cui vinse il concorso indetto dal Ministero Della Pubblica Istruzione!..Per Non Dimenticare….Cle!
Condivido il pensiero della cara amica Maria Lucia Riccioli. Spesso dovremmo avere
il coraggio di testimoniare con maggior vigore, il nostro dissenso, come giustamente
scriveva il grande personaggio:-
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“Ciò che è dannoso nel mondo non sono gli uomini cattivi,
ma il silenzio di quelli buoni.”- Martin Luter King
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M. Teresa
Spero ci sia sempre memoria di quei tragici eventi e le testimonianze facciano riflettere sul silenzio condivido la frase di Martin Luter King riportata dal precedente commento
Carla De Angelis
L’eroe aumenta i battiti del cuore per fare dell’amore un manto, così dileggia la paura e s’intrattiene con Dio. E loro donne della storia hanno intrecciato il bene e i giusti lavorando all’amore, nel solchi aperti dell’ignoranza che perdere fratelli sembrava assai più grave che perdere la vita.
Donne di infinita grazia e forza, orme di bellezza che costruiscono la cornice del mondo.
Ho avuto genitori che hanno testimoniato quegli anni della loro gioventù, negata dal dramma della guerra e della dittatura fascista.
Mia madre mi faceva osservare le foto dove lei ed i suoi fratelli posavano con il saluto fascista. Ed i libri “pericolosi” bruciavano, i ribelli morivano, la fame batteva ad ogni porta.
Mamma, partigiana coraggiosa, era il collegamento, la messaggera che, con la bicicletta, svolgeva il suo compito con un sorriso, non svelavando il suo segreto. Prigioniera, scampata ai campi di sterminio grazie all’aiuto di un cugino, non salì sul treno dei deportati ad Aushwitz.
Ricordo che per lei era troppo doloroso ricordare e gli occhi le si velavano di pianto.
Cosa comprendono i ragazzi che non hanno né nonni né genitori a ricordare l’Olocausto?
La scuola insegna, propone conoscenze e informazione, ma quel tempo è molto lontano. Ogni anno le scuole commemorano il giorno della Memoria con visione di film, letture e riflessioni.
Una interessante iniziativa viene realizzata dalla regione Toscana che dal 2002 conduce ogni anno 500 studenti degli Istituti Secondari di 2° grado, ex deportati, rappresentanti delle istituzioni delle comunità ebraiche, di Rom, Sinti, di associazioni gay e lesbiche, ai campi di Aushwitz e Birkenau in Polonia. L’obiettivo è raccontare la Shoah attraverso le testimonianze dirette dei sopravvissuti, la “Memoria” di ciò che è stato.
Ricordiamo che lo sterminio non riguardò solo gli ebrei:“il genocidio compiuto dal Terzo Reich a danno di tutte quelle persone ed etnie ritenute “indesiderabili” dalla dottrina nazista (ebrei, omosessuali, oppositori politici, Rom, Sinti, zingari, testimoni di Geova, pentecostali, malati di mente, portatori di handicap ecc.). In particolare si stima che circa sei milioni di ebrei siano stati sterminati.
Una frase tratta dal diario di Anna Frank, morta nel marzo del 1945, lascia comprendere che la speranza era quella che teneva in vita lei e tutti i perseguitati: “Intanto debbo conservare intatti i miei ideali; verrà un tempo in cui saranno forse ancora attuabili”
Maristella Angeli