In quei giorni di occupazione dei crucchi, la vita era un triste privilegio per pochi.
Era il numero perdente di una bizzarra roulette. E ovunque si andasse
faceva compagnia la paura: come una bestia acquattata
in fondo alle viscere che raspava, raspava senza pietà…

(c) Bruno Brunelli, Perchè tanti affanni? (all rights reserved) – Per gentile concessione dell’autore – www.brunobrunelli.it
UNA NOTTE DI COPRIFUOCO
di MARIA DI LORENZO
(a mio padre)
A quel tempo aveva vent’anni e gli piaceva tirar tardi la sera. C’era qualcosa nella notte che l’attraeva, come una specie di malìa, e lo spingeva ogni volta a rimandare il momento di rincasare. Non aveva mai sonno, gli sembrava addirittura che il sonno rubasse in qualche modo del tempo prezioso alla vita.
C’era la guerra e i tedeschi avevano occupato la città, stringendo in una morsa di oppressione e di rabbia il cuore di tutti, affamati, stremati dalla paura e dalle angherie degli invasori. Ma lui, lui era giovane, lui voleva vivere, voleva vivere dimenticandosi il più possibile della guerra, voleva soprattutto mangiare. La tessera annonaria, così misera, rappresentava una specie di ingiuria al suo appetito di ventenne, così che approfittava di ogni invito per potersi riempire lo stomaco. Degli amici trafficavano con la borsa nera e il cibo sulla loro tavola non scarseggiava mai. Ne approfittava anche lui, che a Roma abitava da solo e a casa la sera non c’era nessuno ad aspettarlo, spesso gli faceva compagnia soltanto la sua pancia vuota col proprio inarrestabile brontolio.
Tornava verso casa una sera da una cena con i suoi soliti amici, s’era fatto un po’ tardi – avevano mangiato e scherzato e bevuto persino un’ottima bottiglia di vino. Ma il coprifuoco era scattato un pezzo. Se ne rese conto all’improvviso quando, lasciata via Torino e oltrepassando la basilica di S. Maria Maggiore, imboccò tutto solitario il lungo e dritto percorso di via Merulana. Le orecchie fatte improvvisamente vigili, all’erta, tese a captare anche il più piccolo rumore notturno. Ma attorno a lui l’aria era immobile. C’erano solo i suoi passi che rimbombavano un po’ lugubri sull’acciottolato.
Cominciò ad avvertire una sottile paura. In quei giorni di occupazione dei crucchi, la vita era un triste privilegio per pochi. Era il numero perdente di una bizzarra roulette. E ovunque si andasse faceva compagnia la paura: come una bestia acquattata in fondo alle viscere che raspava, raspava senza pietà, giorno e notte. Stringendo ogni pensiero nella sua morsa, annullando la volontà.
Rimuginava tra sè queste cose quando s’avvide d’essere già arrivato in fondo alla strada dove, realizzò adesso con sgomento, veniva per lui la parte più difficile: attraversare la piazza. La grande solitaria piazza di San Giovanni, da cui avrebbe potuto raggiungere la sua stanza in affitto situata in una piccola via oltre gli archi di pietra di Roma imperiale.
Si fermò all’imbocco del grande slargo. La piazza era vuota a perdita d’occhio, immersa in un buio sepolcrale, con la grande basilica avvolta dal sonno notturno. Intorno, silenzio. Sollevò gli occhi verso la volta del cielo. La luna era una piccola falce di luce lattiginosa che spandeva il suo debole riflesso argenteo sulla cupola di San Giovanni. In cuor suo si rallegrò, perché non era una notte di luna piena, e affrettò meccanicamente i suoi passi guadagnando a lunghe falcate i ciottoli freddi della grande piazza. Il cuore gli rimbalzava nel petto facendolo trasalire ad ogni passo, amplificato dal silenzio.
Fu allora che la vide. La pattuglia che procedeva in ricognizione da una via laterale, sul lato opposto della piazza, e adesso avanzava lentamente, ma inesorabilmente, verso di lui, ancora protetto dal fascio di tenebre. Ma per quanto ancora lo sarebbe stato?
In una frazione di secondo cercò disperatamente con gli occhi una via di scampo, un pertugio qualsiasi che nella notte gli concedesse un riparo. Col pensiero in quell’istante si vide già dentro un convoglio in partenza per la Germania, o davanti al plotone di esecuzione. Pensò: adesso mi ammazzano qui… Che fare, mioddio, che cosa poteva fare?
Era braccato, braccato, braccato!
Ma proprio mentre pensava che era finito, e che per lui ormai non c’era più niente da fare, ecco che si avvide di un varco – o era soltanto un inganno ottico? – poco più in là, dentro la Scala Santa. Una feritoia scura e accogliente, a poche decine metri soltanto, dove adesso si catapultava di slancio, senza pensare, ma pregando mentalmente che i tedeschi non lo avessero già avvistato, ombra nell’ombra della grande piazza vuota. Non adesso, non così!
Trattenne il fiato, col cuore che gli batteva all’impazzata, le tempie sudate per la paura, aspettando il passaggio dei crucchi a bordo della camionetta. Ora poteva vederli chiaramente mentre si avvicinavano, con insopportabile lentezza, alla Scala Santa, a pochi metri da lui, e poi a pochi centimetri soltanto dal suo nascondiglio.
Nascosto in quel grembo di terra, i colpi d’ariete del cuore gli fracassavano il torace, tanto che aveva paura che potessero sentirlo anche loro, gli invasori, passandogli vicino, così vicino che nella notte poteva intravedere le loro pupille, chiarissime, roteanti sulla piazza deserta, poteva vedere i loro denti da lupo luccicanti nel buio mentre i fanali del convoglio ritagliavano fasci di luce sinistra sulla strada, sentire le loro voci fredde, gutturali, imperiose, che laceravano il silenzio della notte con le lugubri note di Lilì Marlene.
Aspettò nell’ombra, appiattito contro il muro protetto dall’oscurità, quasi cessando di respirare. Passarono oltre. Li sentì chiaramente mentre lasciavano poco alla volta la piazza, finchè lo schioppettio della camionetta divenne un’eco lontana, con l’aria che tornava a farsi immobile tutt’intorno. Ogni cosa ripiombava nel silenzio tranquillo della notte. Ma lui, questa volta, non aveva più il coraggio di affacciarsi per guardare nè di ritornarsene a casa, anche se la sua stanza era soltanto a un tiro di schioppo da lì. Oramai l’aveva capito: nessuno quella notte sarebbe riuscito a stanarlo da quel guscio di terra, dove con un po’ di fortuna avrebbe potuto attendere l’alba, e con l’alba la certezza di essere salvo.
Si accoccolò in quel budello di pietre, oppresso da uno spasmodico desiderio di luce, con il fiato umido di una fontanella che poco più in là spruzzava timidamente il suo piccolo getto di acqua felice, l’orecchio ulcerato dai piccoli fruscii della notte, il miagolio lontano dei gatti randagi, e quei suoni secchi, come fucilate esplose a bruciapelo, che laceravano l’aria, ed erano le voci tetre, ostili come minacce, degli invasori che si allontanavano cantando tristi canzoni di guerra.
A poco a poco tutta la tensione che aveva in corpo cominciò ad allentarsi, scemava lentamente, e a un certo punto le palpebre gli cedettero di schianto. Si addormentò così, allo stillicidio monotono dell’acqua dentro il rigagnolo, in cui a piccoli cerchi concentrici si aprivano quella notte le cataratte del sogno: un nido di sole, laggiù, sopra i tetti di Roma, dove il cielo sembrava strapparsi per rovesciare sulla terra il suo manto sfavillante di stelle…
Alle prime luci dell’alba, infreddolito ma oscuramente felice, abbandonò il suo rifugio notturno. Era un giorno tutto nuovo, e il pericolo ormai alle spalle. La notte tornava indietro per frantumarsi nell’alba, adesso la vedeva sfaldarsi a poco a poco nell’evanescenza di una mattina ancora umida di brina. Pulita. Come il primo giorno di quiete che doveva ancora venire.
(c) Maria Di Lorenzo – all rights reserved
Carissimi amici ed amiche di Flannery,
vorrei presentarvi oggi un racconto che ho scritto qualche tempo fa, ispirato a una storia vera, legata al tempo della seconda guerra mondiale.
E’ illustrato, come potete vedere, da una splendida immagine di Bruno Brunelli, un ingegnere prestato ottimamente alla fotografia nonche’ mio carissimo amico, che con la sua sensibilita’ ha saputo cogliere in modo perfetto lo spirito del racconto e dargli un volto attraverso la sua arte fotografica: lo ringrazio veramente di cuore.
Mi piacerebbe molto conoscere i vostri pensieri, le vostre riflessioni. Intanto vi dico grazie per la vostra affettuosa attenzione.
Maria Di Lorenzo
Bello, questo racconto! Quanto vero! Mariangela
cara Maria,
è uno stringato racconto, vagamente manzoniano, che può anche essere un episodio di un vero romanzo, vista la distanza che prendi dal personaggio, la distanza stilistica ovviamente.
un canto notturno di rara e commovente bellezza. Bravissima, mia dolce Maria.
La tua Simo
Grazie a te Mariangela che hai postato per prima questo racconto.
E grazie a te, mia carissima Simo,
il tuo giudizio viene da un’autrice di altissimo livello e perciò non ho altre parole
da dirti se non GRAZIE!!!
Maria, concordo con Simona.
Un racconto breve ma nitido e intenso nello stile e nella resa di senso.
E poi quella foto: stupenda.
Bellissimo, Maria! Riesci a trasmettere il battito tumultuoso di quel cuore e ci sentiamo lì, a due passi dai tedeschi anche noi…
E poi la salvezza, quasi un grembo materno che si ri-apre per salvare proteggere e coccolare. L’uscita è una nuova nascita, una consapevolezza inedita. Complimenti!!
Gisella
E’ proprio vero, Maria, riesci a far rivivere appieno quell’atmosfera di terrore che toglieva il fiato in quei gg terribili..Le immagini che più mi colpiscono sono quelle della ‘paura’ che diventa una ‘bestia’ vorace che scava senza pietà nella testa delle persone comuni, facendo perdere loro il controllo della propria esistenza. Ancor più forte l’immagine della ‘luna’, che sembra essere dalla parte del nemico colle sue sembianze di ‘falce’ che prima poi colpirà il fantoccio d’uomo che cerca di sfuggire alla mano impietosa dei tedeschi!…grazie!
Ciao Maria, nello spazio di una notte rivive lo spettro di una guerra che stravolge…la paura si tocca… si sente… annienta l’uomo; la luna è complice di quella notte che sembra non avere fine, la salvezza è a due passi dalla speranza di chi crede che ci saranno giorni migliori…è un bel messaggio, una storia dai toni cupi, ma la poetica che ne viene fuori apre un varco “…un nido di sole, laggiù, sopra i tetti di Roma…”.
Bellissima anche la foto!!!
Complimenti !
Graziella
Una storia vera e molto ben raccontata. Qualcosa di analogo successe a mio padre, solo che lui era con la pistola, la nascose su un davanzale e poi bussò ad una porta che gli fu aperta.
Una storia coinvolgente, raccontata così bene da far vivere l’emozione del protagonista. Grazie Maria, ecco di nuovo la memoria per non dimenticare, affinché non accada di nuovo.
Carissime amiche ed amici,
vi ringrazio moltissimo per i commenti che avete scritto.
Ognuno di voi, Maria Lucia, Agostino, Graziella, Anna Maria, Carla, Maria Gisella, ha messo a fuoco un aspetto, forse a cui io nemmeno pensavo, almeno consciamente…
ma proprio questo, forse, è il bello della comunicazione, mettere in circolo sensibilità ed esperienze per trarne linfa vitale per i nostri giorni.
Grazie di cuore
Maria
bello il racconto, bella la foto
Maria, l’ho letto tutto d’un fiato, è molto bello e coinvolgente. Grazie
cara Maria,
finora non avevo avuto modo di leggere niente di tuo, grazie per la segnalazione. (E complimenti per la scelta della foto di papà che mi sembra davvero ad hoc).
Complimenti per il racconto!
Provo sempre grande ammirazione per chi ha il dono di scrivere bene, perchè non solo riesce a trasmettere emozioni, ma ha il grande merito di educare il lettore. Educare non solo in senso scolatisco, ma latu sensu.
Di questo scritto mi ha colpito l’attacamento alla vita del ragazzo, perchè nessuno a 20 anni (ma forse anche più in là?) vuole perderla, specialmente chi ne gode.
Continuerò a leggere il tuo blog
un abbraccio
Giulia
Bellissimo Maria. Si respira l’atmosfera nottura dei film di Carol Reed (Fuggiasco , Il terzo uomo…). Nel finale suggestioni camusiane.
Complimenti. Lo condivido.
Grazie, cara Maria
Angela
l’ho letto con piacere e mi ha ricordato i racconti che ogni tanto fanno i miei sul periodo della guerra. Comunque la foto è proprio azzeccata.
Un abbraccio
Maria, che meraviglioso e poetico finale! Vorrei avere una foto per descrivere quel “nido di sole” e quel silenzio pieno di speranza, grande!
bruno
Cara Maria , la storia che hai raccontato è così reale che sembra quasi l’abbia vissuta in prima linea. Ben descritta nei particolari coinvolge ed emoziona ad ogni passo, percorrendo col fiato in gola la paura e la speranza del protagonista. Bravissima!
Cara Maria,
grazie di cuore per questo racconto così intenso e vibrante di emozioni che ci riporta indietro, ad un tempo che la memoria non dovrebbe mai cancellare: il tempo della nostra guerra, il cui orrore si accomuna a tutte le guerre del mondo.
Con incisività ed eleganza sai trasformare la sofferenza del singolo in sofferenza, composta e dignitosa, dell’umanità intera.
La scrittura veloce e asciutta è un raro dono. Riesci ad esprimere temi tanto cupi, pur senza mai scadere di tono (come purtroppo oggi, invece, sempre più spesso accade).
Con efficaci pennellate ci ritroviamo trascinati a partecipare di quella “fame di vivere” così viva e impellente in chiunque si trovi in vero pericolo. Si respira un’atmosfera densa di patemi e di attaccamento struggente alla vita, fino ad approdare, oltre la disperazione ad un “guscio” di inaspettata speranza: la “Scala Santa” vuol forse indicarci l’unica salda via di salvezza? Sembra proprio un intervento salvifico, miracoloso. Metafora che ci suggerisce l’unica via d’ascesa, l’unico possibile di riparo, l’unico sicuro rifugio ove attendere fiduciosi che passino i momenti di angosciose intemperie della vita. Ieri come oggi.
Molto bello questo racconto. Poche righe di grande intensità. Sembra quasi di essere lì. Si respira la paura del protagonista, si sente l’aria umida della fontana, il potere misericordioso della terra, la complicità della luna. E la foto di Bruno Brunelli sembra essere stata scattata per rappresentare questa storia…
Bravissima Maria! racconto molto ben scritto e coinvolgente, mi riporta indietro ai racconti di mio padre dello stesso periodo. Complimenti anche a Bruno per la bella foto!
Cari amici che avete postato i vostri bei commenti in questi giorni, vi dico grazie
con tutto il cuore… sono commossa dal vostro interesse e dalla vostra lettura così attenta, grazie infinite!
Devo dire grazie a Lucio, Grazia, Giulia, Massimo, Angela, Bruno, Antonella, Elvira, Patrizia e Carla… le vostre parole mi fanno riflettere molto su quello che attraverso la scrittura io riesco a comunicare agli altri, comprendo che la scrittura è un mezzo potente di relazione fra me che scrivo e voi che leggete, è veramente un ponte tra di noi… questo è il suo mistero, in un certo senso, ed anche la sua particolare magia…
Un abbraccio affettuoso a tutti!
Maria
Ho letto in ritardo, ma tutto d’un fiato come si beve un bicchiere di acqua fresca.
Il racconto, scritto con grande efficacia, comunica un crescendo di tensione e paura, ma anche un grande senso di attaccamento alla vita e al suo valore, che nessuna situazione drammatica può sminuire. Mi fa tenerezza questo ragazzo tormentato da quella caratteristica fame che è propria di un corpo cresciuto in fretta, che non riesce a mortificare la propria energia ed esuberanza. Ma è anche una fame di condivisione dove il cibo e il vino sono più che cibo e più che vino, sono desiderio di spensieratezza e normalità. Mi pare di cogliere nella storia anche un terzo livello di “fame”: la fame del cuore che cerca la bellezza nel cielo carico di stelle e la speranza nell’alba che dirada le ombre e le ansie. Il sole, la pace, illumineranno una nuova giornata e forse, in futuro, una nuova esistenza, ancora “umida” di paura, ma “pulita”.
Spero che un simile messaggio positivo possa in qualche modo giungere ai tanti ragazzi che, in guerra con se stessi, gettano via la vita in un anfratto buio o in una buia piega dell’anima.
Annalucia Lorizio
Una storia che, nonostante la spietatezza del contesto e dello sfondo, riesce a trasmettere il senso della speranza. Infatti si descrive bene la sensazione di apparente distruzione della guerra, dico “apparente”, perché il giovane ha poi il coraggio di nascondersi per sopravvivere, di aspettare la nuova luce e credere ancora nell’alba, nella vita.
Cara Maria Di Lorenzo,
congratulazioni per Una notte di coprifuoco:
fresco, meditato, necessario.
Brava
Maria Lenti
Cara Maria,
e’ una grande gioia per me il suo giudizio cosi’ lusinghiero: la ringrazio moltissimo. Non dimentichero’ mai che molti anni fa, inviandole alcune mie poesie, ricevetti la sua valutazione (a cui come ogni autore che si affaccia alla scrittura tenevo moltissimo), e per me fu davvero importante allora il suo incoraggiamento, come lo e’ adesso.
Proprio stamani parlavo con degli amici di Francesca Sanvitale, da poco scomparsa; dicevo loro che quando dalla poesia passai alla narrativa e scrissi il mio primo romanzo ‘La sera si fa sera’, la Sanvitale lo lesse molto attentamente e il suo giudizio assai positivo fu per me il miglior regalo ed anche un grande sprone a continuare, con umilta’ e con impegno, nella scrittura.
Grazie ancora a lei, Maria, e un carissimo saluto.
Maria Di Lorenzo
“La notte tornava indietro per frantumarsi all’alba”, una frase che racchiude la fragilità dell’essere umano, il prima e il dopo, la notte e la paura che pesano come macigni e sembrano per incanto dissolversi alle prime luci di un nuovo giorno. La notte di coprifuoco insegue il desiderio di libertà, l’uomo che fugge come un animale ferito e sogna, nonostante tutto, di illuminare il suo futuro.
E’ un bel racconto che una scrittura raffinata non impedisce di ricreare la tensione e la paura insieme alla vividezza di un ritratto maschile che transita dalla divagazione alla paura.
Si coglie perfettamente l’atmosfera di brutalità che “i crucchi” creavano .
E’ un racconto chiuso e nello stesso tempo aperto a successivi eventi.
grazie infinite, cara Narda, mi colpisce la precisione del tuo commento, la tua attenzione e sensibilità verso cio’ che ho scritto.. grazie di cuore!
Un racconto emozionante, coinvolgente. Momenti tristi, terribili di un giovane che abbiamo sentito “nostro” come un fratello, un padre.