Marthe Robin, la mistica immobile


di MARCO RONCALLI

«Stupisco la gente quando dico che vivo per morire, che la morte è l’idea base e il senso della mia vita… Morire sarà per me un vantaggio, poiché il grande effetto sarà di dissipare il velo d’ombra che mi nasconde una meraviglia». Quell’eternità che l’aveva sempre attirata – e descritta con le parole appena citate – la inghiottì il 6 febbraio 1981 nella sua casa di Châteauneuf-de-Galaure, là dov’era nata nel 1902. Era venerdì, le tre del pomeriggio, e lei entrava nella «patria» da sempre intravista. Senza fare un passo, un gesto.

Così come per decenni era vissuta: nell’oscurità di una stanza, distesa su un divano, diventato – a partire dalla fine degli anni Venti – l’altare della sua sofferenza, ma attorno al quale aveva accolto, giorno dopo giorno, decine di migliaia di persone, attratte dalla sua testimonianza e beneficiarie delle sue esortazioni e delle sue consolazioni. Una voce, la sua, che con registri diversi parlò nel buio per mezzo secolo: tanto era durato quel singolare «viaggio immobile» della seconda parte della sua vita. Una voce spentasi trent’anni fa. In apparenza. Perché Marthe Robin, mistica francese fra le più interessanti del XX secolo, continua a parlare. Attraverso i suoi pochi scritti (fondamentale il suo atto di abbandono a Dio ispirato a Ignazio di Loyola e Teresa di Lisieux) e i molti su di lei, attraverso le opere da lei volute, e i suoi misteri. Non a caso Jean Guitton – che la frequentò a lungo – ne diede una definizione senza mezzi termini: «La donna che fu forse l’essere più strano, straordinario e sconcertante della nostra epoca ». Per paradosso, a introdurlo nella casa di Marthe era stato Paul-Louis Couchoud, un medico filosofo ateo e pur tuttavia folgorato da questa contadina che, dopo un’infanzia e un’adolescenza simili a quella di tante coetanee, sedicenne, fu colpita da un’encefalite letargica. Una malattia che, dopo 27 mesi di coma, la portò in un decennio a una paralisi irreversibile, estesa persino alle vie digestive sino ad impedirle l’alimentazione. E qui cominciano i misteri di una vita «offerta a Dio»: dal 1930 segnata dalle stigmate e nutrita di sola eucarestia. Medici illustri la sottoposero a controlli. Al suo capezzale accorsero cardinali, vescovi, figure rilevanti del cattolicesimo soprattutto – ma non solo – francese (Daniélou, Guyon, Suenens, Thiandoum, Villot, Marchand, Marcel, Elchinger, la piccola sorella Maddalena di Gesù , il domenicano Garrigou-Lagrange, padre Voillaume, Jean Vanier…).

Ma forse, più che indugiare su questi fenomeni inspiegabili da assommare ad altri – come i tormenti della Passione di Cristo ogni fine settimana e quelli provocati dal misterioso ‘Avversario’, come le visioni, il dono della profezia, le bilocazioni e quant’altro – può essere utile ricordare Marthe Robin interrogandoci sul senso della sua preghiera per tante persone, collocando la sua dimensione orante e mistica all’interno di un orizzonte di gioia nella Croce, scandagliando le sue virtù; un approfondimento è all’esame della Congregazione dei Santi dopo che la causa di beatificazione, conclusasi l’inchiesta diocesana, è passata da Valence a Roma. La Robin aveva detto: «Ho trovato la gioia, l’unica possibile: vivere per gli altri, per la loro felicità soprannaturale; provo un desiderio immenso ad irradiare la Verità, diffondere l’Amore». Ecco la chiave della sua predicazione di «apostola immobile » che concepiva la vita come una «messa continua», e di laica senza studi ma consultata da umili e potenti. Ecco il senso di quei Foyers de charité – oasi d’ incontro con Dio – immaginati dalla Robin già nel 1936, richiesti al suo direttore spirituale Georges Finet e riconosciuti nel 1986 come associazione internazionale di fedeli di diritto pontificio; oggi i Focolari sono un’ottantina in tutto il mondo e dilatano la loro accoglienza a poveri ed emarginati.

(c) Avvenire – 3 febbraio 2011 – all rights reserved

8 responses on “Marthe Robin, la mistica immobile

  1. E’ incredibile come tali esempi siano praticamente totalmente sconosciuti. Significativa la sua consapevolezza di “vivere per gli altri” lei che non poteva fare nulla essendo costretta a rimanere per anni immobile nel suo letto.

  2. Non sapevo della vita e del calvario di questa donna e ringrazio Maria che come sempre offre profondi spunti di riflessione. Quello che maggiormente mi colpisce e che forse intuisco è la grande serenità, la pace immensa di cui era permetata la vita di Marthe Robin nonostante l’immobilità e le sofferenze. In questo quotidiano così frettoloso e indifferente, in questo mondo dove solo l’immagine e l’apparenza valgono, in cui non ci sono contenuti ma solo arrivismi e spietatezza il cammino di questa donna è una grande lezione di vita e di spiritualità. Grazie perchè questo esempio m’induce a riflettere e a fare un esame introspettivo. Delia

  3. Sorprendente la storia di questa donna che è riuscita nella sua sofferenza e malattia ad essere stimolo di vita per quanti la conoscevano…so di storie simili, ma non così sofferte, ovvero di persone costrette a letto che diventano punto di riferimento essenziale nella vita attiva eppure infelice di altre persone….la cosa che più affascina di questa storia, poi, è la voglia di vivere non una vita consumata nel timore del dolore ma dignitosamen- te gustata giorno dopo giorno nell’attesa serena di un epilogo atteso non come fine di un agonia ma come inizio di una esistenza più vera…

  4. Nulla sapevo e di tanto ringrazio: cosa ne sapevo io, povera lettrice di cose muffe, (le auto biografie agiografie diicerta cultura?)Grazie, a Flannery da
    Maria Pia Quintavalla

  5. Vicende come quella di Marthe Robin interrogano non la fede, ma la ragione. La nostra ragione, quella sì “cosa muffa” se non riusciamo alla fine ad andare piu’ in là del nostro naso… e allora occorre fermarsi, fermarsi letteralmente su quella soglia che separa il visibile dall’invisibile, cio’ che conosciamo da cio’ che ci è ignoto e ci sfugge e sempre ci sfuggirà perchè la nostra ragione non ha strumenti adeguati per comprendere, dove ‘comprendere’ è da intendersi in senso letterale, cioè abbracciare in un unico gesto cio’ che è davanti a noi ma al tempo stesso è lontano da noi perchè è ‘altro’ da noi…

    La storia di questa mistica francese, che la si legga col metro della fede oppure no, è anche la storia di una donna singolare. Certamente unica nel suo tempo. Fuori da ogni schema. Una storia bella perciò per tutte noi, donne del XXI secolo. Una storia che parla ancora una volta del coraggio delle donne e della loro unicità.

  6. E’ sconvolgente ed unica la storia di questa donna francese costretta a vivere una vita nella morte, ma anche molto triste ed angosciante, un esempio di vero coraggio! Una vita esemplare all’insegna di buoni propositi in nome dell’Amore verso gli altri, avvolorati da una profonda fede. Incredibile! Una dolce martire nel calvario della sofferenza che trova il giusto senso nel cammino della sua vita!
    Grazie a te Maria, come sempre, di avercene parlato.

  7. Rimango sempre in silenzio di fronte alle grandi intimità, all’intimità tra Marthe e Dio, ai loro sussurri d’amore, a quel reciproco scegliersi, ai silenzi degli sguardi, al porgersi la sofferenza come misterica offerta, olocausto di bellezza per anime alte, un enigma l’accostamento del dolore e dell’amore, un segreto potersi nutrire di un corpo che non c’è, il corpo di Dio.
    Taccio perchè oltre c’è il talamo nuziale dove Dio e l’uomo si amano con libero privilegio.

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