Pirandello e Marta Abba: il pigmalione e la sua musa


di MARIA GABRIELLA DE SANTIS

Quando Pirandello conobbe Marta Abba al Teatro d’arte di Roma aveva 58 anni. Lui era già il grande drammaturgo conosciuto in tutto il mondo, lei una bella attrice venticinquenne con una folta e sensuale capigliatura rossa. Lui aveva già composto i Sei personaggi in cerca d’autore, l’opera che aveva aperto la stagione del metateatro pirandelliano, che aveva stravolto la struttura del dramma finanche negli spazi fisici del teatro. Opera, i Sei personaggi, che era stata rappresentata per la prima volta a Roma,al teatro Valle nel Maggio del 1921. Era stata una serata turbolenta quella, il pubblico non ne aveva gradito l’estrema novità. C’erano state urla (manicomio! manicomio!), fischi e persino lanci di monetine. Pirandello era dovuto scappare attraverso un’uscita secondaria. Ma i Sei personaggi qualche mese dopo venne rappresentata a Milano, dove pubblico l’accolse in tutt’altra maniera, da lì partì per un successo planetario.

Lui era geniale, uno spirito senza confini e aveva trasformato il teatro in metateatro perché se la vita è teatro allora anche i personaggi possono avere una loro vita, questa sì eterna, nell’attimo in cui nascono dalla fantasia dell’autore. E allora vivono, non meno autenticamente di quanto si viva nella vita reale. Quando incontrò Marta la sua esistenza era già passata attraverso diverse vicende, con l’alternarsi, di grandissime soddisfazioni nella carriera di autore a momenti drammatici, di cupo dolore, cioè aveva già vissuto il bello e il brutto che ogni vita riserba.

Da giovane aveva sposato Maria Antonietta Portolano, agrigentina come lui. Era stato un matrimonio un po’ combinato e un po’ d’amore. La coppia si era trasferita a Roma e aveva avuto tre figli. Ma Antonietta era una donna semplice rispetto a Luigi, una ragazza cresciuta in Sicilia in un ambiente severamente sessuofobico e dagli orizzonti culturali limitati. A Roma non si era mai integrata, se il marito riceveva qualche ospite a casa, lei si nascondeva. Amava visceralmente però Luigi, forse fu proprio la vastità del suo amore a perderla per sempre. Sentiva che quell’uomo tanto più grande e diverso da lei, non le apparteneva del tutto. E cominciò ad esserne ossessivamente gelosa, fino ad accusarlo di incesto con la figlia Lietta che, disperata, tentò il suicidio: l’arma per fortuna le si inceppò. Luigi scrisse alla sorella Lina: «Quella donna disgraziatissima non può guarire: ho potuto sentire e misurare l’orrido abisso di quell’anima».

Nel 1919 Antonietta venne ricoverata in una casa di cura romana, dopo il rientro dalla prigionia di guerra del figlio Stefano. Ecco chi era Luigi quando conobbe Marta, un uomo già profondamente vissuto e segnato. Lei era molto più giovane e fresca. Nacque un sodalizio intellettuale e affettivo che li legò fino alla fine. Con Marta Luigi ebbe quel dialogo completo che era invece mancato nel rapporto con la moglie. Marta era un’artista e quindi capace di capirlo, di sostenerlo e di farsi sostenere. Lui volle farle da pigmalione aiutandola nella sua carriera d’attrice, lei gli offrì un’intelligenza in grado di seguirlo e di ispirarlo. Il loro rapporto, soprattutto per Luigi, fu una completa simbiosi di intelletto e anima. L’ammirava a dismisura e le scriveva: «Pensa a me, pensa a me Marta: io sono qua unicamente per Te.. il Tuo destino è grande; Tu sei un’eletta ».

Le inviò 552 lettere in tutto, Marta era necessaria a lui e alla sua arte: «Credo veramente ch’io stia componendo il mio capolavoro con questi Giganti della montagna. Mi sento asceso in una sommità dove la mia voce trova altezze d’inaudite risonanze. La mia arte non è mai sta così piena, così varia ed imprevista… E scrivo con gli occhi della mente fissi a Te. Poco importa che Tu poi non debba rappresentare questo lavoro, o perché non creda che sia per Te, o perché non possa per tante ragioni; è una questione secondaria: ciò che importa è pensare che lo sto scrivendo per Te. Non potrei più andare avanti di una sola parola, se la Tua divina Immagine ispiratrice m’abbandonasse per un istante».

Lei lo sostenne nei momenti bui che vennero quando il regime fascista stroncò il sogno di Luigi di costituire un Teatro di Stato. L’aria si fece irrespirabile per Pirandello in Italia e lui riparò in Germania dove si era laureato da giovane. Si ritirò a Berlino e Marta lo raggiunse accompagnata però dalla sorella Cele. Pirandello aveva avuto un successo mondiale ma neanche questo lo aveva messo al riparo dal sospetto, dalla diffidenza che l’intelligenza genera in quei regimi che si nutrono di omologazione cerebrale e non amano l’individuo. Era amareggiato, ferito ma felice per la presenza di lei. Durò poco tempo, lei non ottenne le scritture che sperava e ripartì. Rimasero distanti fisicamente troppo spesso, lei seguiva la sua carriera di attrice e lui le scriveva morbosamente.

«Aiutami, aiutami, per carità, Marta mia, non mi lasciare, non mi abbandonare, sono gli ultimi miei momenti: ho tanto bisogno di Te, di sentirti uguale e vicina, quella di prima…Scrivimi, fatti viva, ho tutta la mia vita in Te, la mia arte sei Tu; senza il Tuo respiro muore. Tu stai creando e non lo sai, Tu con la potenza della Tua arte, coi toni della Tua inimitabile voce, col fulgore dei Tuoi occhi che trovano lo sguardo per ogni passione; stai creando con l’ardore della Tua mente, del Tuo cuore, da tutta la Tua persona è venuto in me, perché io lo trasfonda nell’opera che attraverso Te sto scrivendo e che non è mia ma Tua: creazione Tua».

Ci fu un episodio oscuro, «un’atroce notte passata a Como», a cui fa riferimento più volte Pirandello nelle sue lettere. Non sappiamo cosa accadde veramente: forse, chissà, Luigi provò a trasformare quell’amore etereo in abbraccio più terrestre. Certo ne rimase addolorato, lui che non aveva mai tradito la moglie Antonietta. Ma Pirandello è l’autore che parlando di sé scrisse: «Voi desiderate una nota biografica e io mi trovo assai imbarazzato a fornirvela e questo, mio caro amico, per la semplice ragione che ho dimenticato di vivere, l’ho dimenticato al punto da non saper dir niente, proprio niente, della mia vita. Potrei forse dirvi che non la vivo ma che la scrivo».

Forse fu “amore” più scritto che vissuto ma proprio questa fu la sua essenza. «La natura del mio sentimento per Te, Marta, non può mutare; non può diventare soltanto affetto, e basta, se non a costo di sentirmi morire. Un semplice affetto, un lontano affetto, per alto e nobile e disinteressato che sia, se non vorrà essere altro che affetto, affetto soltanto e basta, affetto e nient’altro, da parte Tua sarà per me come la morte… Se Tu mi togli il bene della mia Marta, mia, mia che vuol dire però tutta la mia vita per Te, perché tutta la mia vita sei Tu».

Nel 1934 gli venne assegnato il premio Nobel per la letteratura. Alla notizia di aver vinto il premio commentò «Pagliacciate» perché era uomo semplice, di parole dense, non amava la retorica e la solennità ampollosa delle cerimonie. Partì per Stoccolma in treno da Amburgo accompagnato da un amico ma non da Marta. Fu ricevuto con rispetto e persino con cordialità, la sua fama ormai era storia. Ma lui le scrisse: «Non mi sono mai sentito tanto solo e tanto triste. Il dolce della gloria non può compensare l’amaro di quanto è costata. E poi, quando ti arriva se non sai più a che darla, che fartene?». Al ritorno, alla stazione di Roma, c’erano poche persone ad attenderlo.

E Marta non ci fu neanche quando Luigi tornò da un suo viaggio in Sudamerica e sulla banchina del porto di Napoli i figli lo dovettero soccorrere perché fu colto da un malore: lei era a Salso.

Ma quando lei partì per gli Stati Uniti, nel Settembre del ’36, Luigi c’era sulla banchina del porto a vederla sparire con quel transatlantico su cui egli stesso aveva viaggiato, sapendo che non l’avrebbe mai più rivista. Perché un amore, quando è grande, mortifica il suo stesso naturale egoismo e si dona generosamente per la felicità dell’altro.

C’è una foto che ritrae Pirandello seduto e Marta Abba accoccolata ai suoi piedi. Lui, il maestro, in una posa più seria, ieratica e lei disinvolta, libera nella sua prorompente bellezza. Credo che quella foto abbia immortalato un istante di perfezione assoluta, il pigmalione e la sua musa. Il loro personale,chiuso ed intimo paradiso.

Pirandello morì a Roma il 10 Dicembre del ’36 per una broncopolmonite, vegliato dall’affetto dei figli e dei nipoti. Qualche giorno prima, nell’ultima lettera a Marta, aveva scritto: «Ti bacio con tutta l’anima, Marta Mia ».

(c) Maria Gabriella De Santis – all rights reserved

2 responses on “Pirandello e Marta Abba: il pigmalione e la sua musa

  1. Carissimi amici ed amiche di Flannery,

    diamo il benvenuto a Maria Gabriella De Santis che debutta oggi come autrice sul nostro lit-blog con un toccante ritratto di Luigi Pirandello e del rapporto intenso vissuto dal drammaturgo siciliano con l’attrice, sua musa, Marta Abba.

    “Nel cuore degli uomini”, è il titolo della rubrica in cui pubblichiamo questa storia, e mai titolo potrebbe essere più appropriato: scopriamo in punta di piedi che cosa c’era, deposto profondamente, nel cuore dell’uomo Luigi Pirandello. Di tali sentimenti il grande scrittore agrigentino – mio preferito, lo confesso, da sempre – seppe alimentare la sua arte…

    Buona lettura a tutti voi!

    Maria Di Lorenzo

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