Le donne del Salento sono sole. Mariti, padri, fratelli se li è portati via la nuova peste, la morte per amianto, nelle cui fabbriche in Svizzera erano andati a trovar lavoro. Uno dopo l’ altro si sono ammalati e poi, tornati al paese senza più forza né fiato, stremati da cure ormai inutili, se ne sono andati tutti. A loro, alle donne, spetta l’ultimo rito, il funerale, con vicini e parenti che consumano in piedi i cibi che la tradizione impone e qualcuno – sempre una donna – prepara per il defunto un canestro di fiori, frutta e oggetti familiari, la «parmasia», un viatico antico per l’ aldilà, l’ omaggio arcaico a una morte moderna, troppo moderna.
Anche Domenica Orlando, detta Mimì, è una donna sola. Con la madre e il fratello Biagio aveva seguito il padre nella fabbrica vicina a Zurigo, dividendo il dormitorio con famiglie venute dal Sud. È qui che Mimì che ha appena quattordici anni s’ innamora di Ippazio, uno del paese suo, e quando lui le prende la mano lei lo segue nel suo letto. Scopre poi di essere incinta, ma lui scompare. E la bambina Arianna nascerà senza padre.
Scandito come una ballata triste in sei tempi, dagli anni Settanta a oggi, Ternitti, il nuovo romanzo di Mario Desiati (Mondadori, 255 pagine, 18,50), prende il nome dall’ eternit, il cemento-amianto impiegato nell’ edilizia in dosi massicce e responsabile di un numero enorme di morti.
Intorno a Mimì, che vive da sola con la figlia e lavora in una fabbrica di cravatte, si dispone un coro di personaggi segnati dallo stesso destino: l’ emigrazione, la fabbrica della morte, il ritorno mesto, la fine. Ma le donne resistono, crescono i figli, scherzano con i figli delle altre, sono libere, coraggiose, forti. Forse perché – è il caso di Mimì – hanno legami stretti con il mondo dei morti, con il passato, i santi, le sagre che si ripetono da sempre, con una preistoria che forse non si è ancora estinta. Se Mimì è libera di scegliere gli uomini, di lasciarli, di combattere le sue battaglie (alla fine la vediamo sul tetto della fabbrica che i padroni vogliono chiudere per «delocalizzare» la produzione), molto lo deve a queste lontane eredità, alle sue radici. È come le pietre del Salento, che nei secoli dei secoli sono servite per erigere i dolmen, costruire i trulli, tirare su i muri a secco. E che ancora oggi sono in grado di resistere agli scempi della modernizzazione.
Nato a Martina Franca e poi arrivato a Roma per scrivere e lavorare con i libri, Desiati racconta storie di una terra che – dice – «ha un sapore romanzesco, che quasi ti costringe a scrivere senza troppo sforzo, non richiede grandi lavori d’ immaginazione». Come le spose infelici e suicide del suo precedente romanzo, anche le famiglie degli emigranti distrutti dall’ amianto, le donne sole che accorrono al letto dei moribondi, i ragazzi sbandati che bevono perché hanno paura di partire, tutte queste figure, assicura Desiati, esistono in quel mondo a parte che da Lecce si spinge verso l’ estrema propaggine d’ Italia, nei paesi bianchi che per la notte del santo patrono s’ illuminano a festa, sulle ripide discese verso un mare che già sa di Grecia e da cui, non molto tempo fa, erano arrivati i barconi degli albanesi. Si tratta di riconoscerle queste figure, ascoltare i suoni del loro dialetto, lasciarle vivere nelle parole e nelle pagine di un libro, ben sapendo che un libro non basta a imprigionarle, a costringere il loro destino.
Così succede con Mimì, che aspetta il momento di conoscere il perché segreto di quell’ uomo che dopo averla messa incinta se n’ era andato. Lui, alla fine, ritornerà e dovrà dire la sua verità. Il cerchio, ora, potrebbe chiudersi. E invece no, la storia di Mimì non può finire. Gli uomini passano, muoiono, le donne rimangono, per accompagnare i morti, per insegnare a nuotare e a vincere le paure. Non tutti gli uomini ce la fanno, loro invece non si spaventano. E sono loro che trasmettono alle figlie il valore degli antichi legami, il senso profondo dell’ esistenza. A queste figure di grandi madri è dedicato, con commozione, il romanzo di Mario Desiati.
Copyright (c) Corriere della Sera (3 maggio 2011) – all rights reserved

Dicono che vincerà lo Strega quest’anno, anzi che ce l’ha già in tasca.
Dicono che è un super-super-raccomandato e che non si è sudato niente perchè Enzo Siciliano gli ha spianato la strada ed ora siede sulla poltrona di direttore della Fandango.
Dicono.
Ma, a noi, quello che dicono non interessa.
Ci importa la sincerità con cui Desiati affronta la materia diffiicile del suo romanzo, il punto di vista maschile sulle donne, l’epopea – quanto vera – da lui raccontata.
Da tempo Mario Desiati pone al centro della sua scrittura temi e luoghi poco frequentati, la Puglia e i suoi paradigmi, che da pugliese conosce e “sente” in qualche modo vibrare dentro di sè, con urgenza, con commozione, con pietas et indignatio…
Gli va dato atto di questo, e partendo da questo principio mettersi tranquillamente in ascolto della sua voce.
Maria Di Lorenzo
Avevo letto Foto di classe ed ero rimasta a bocca aperta. Un’istantanea, permettetemi il gioco di parole, lucida e amara, eppure così densa di emozioni languide per il lettore trentenne che si trova raccontato nelle storie della nuova emigrazione anni 2000, quella dei “fuorisede”, dei nonemigrati, dei maintegrati e degli eterni ospiti, nella casa di famiglia e nella casa di cui sta affannosamente pagando il mutuo. Desiati ha una penna meravigliosa e un cuore denso di ricordi e fervido di immagini. Si merita clamore e si merita anche di essere letto nuovamente
Grazie Sabrina per il tuo intervento… ed anche benvenuta, perchè mi sembra sia la prima volta che intervieni su Flannery!
A dire il vero Desiati ha la capacità, la prerogativa – che mi piacerebbe capire – di saper suscitare le più grandi simpatie e anche le più appassionate antipatie in campo letterario…
Tu dici che si merita il clamore, io dico che si merita soprattutto di essere letto, perchè è quello che uno scrittore desidera: essere letto dai suoi lettori. Essere cioè considerato per ciò che scrive, e solo per quello, e non per i vari “si dice” che gli svolazzano intorno, non sempre sinceri…
Poi questo romanzo con cui concorre allo Strega affronta un tema veramente coraggioso e sofferto, chi mai scrive oggi di questi temi?
E’ vero Maria sono temi forti e coraggiosi quelli trattati dal Desiati . Temi difficili e storie crude, ma vere e terribilmente attuali. Mi colpisce il tema delle donne che restano!”Gi uomini passano, muoiono, le donne rimangano”.Le donne di cui parla Desiati sono coraggiose e sanno andare avanti da sole libere e forti, non si spaventano e tramandano ai loro figli i sani valori antichi ed il senso reale della vita. Donne come esempio di vita!Bellissimo ….mm….e gli uomini che ne pensano? Sarà un romanzo commovente e molto interessante comunque. Complimenti all’autore!