Corpo celeste


Marta ha tredici anni e, dopo dieci anni passati con la famiglia in Svizzera, è tornata a vivere nel profondo sud italiano, a Reggio Calabria, la città dov’è nata e da dove proviene sua madre. I suoi avevano lasciato l’Italia in cerca di lavoro, quando Marta era bambina. Ma ora, il lavoro in Svizzera non c’è più e la madre, sola, ha deciso di tornare.

Marta è esile, attenta, con un’andatura un po’ sbilenca e un’inquietudine che la fa assomigliare ad una creatura selvatica. Ma ha una grazia speciale, e mentre passa tra gli altri come una piccola fata guarda e sente tutto: non ricorda molto della sua infanzia a Reggio, la città è cresciuta senza nessun ordine, è per lei rumore, resti antichi accanto a palazzi ancora in costruzione e vento. Marta inizia a frequentare il corso di preparazione alla Cresima, l’età è giusta, ed è anche un modo per farsi nuovi amici. Senza la Cresima non ti puoi neanche sposare!

In parrocchia si sta preparando una festa per l’arrivo di un nuovo Crocifisso. Marta partecipa attivamente alle attività del catechismo, ma nel frattempo ha imparato che altrove deve trovare la sua strada: non la via al di là del mondo, ma la via attraverso il mondo.

Mutuando il titolo dall’omonimo romanzo della scrittrice Anna Maria Ortese, Corpo Celeste è la storia di formazione di una ragazzina che, per motivi che non dipendono da lei, viene estrapolata dal contesto in cui viveva e riportata a vivere nel sud Italia. Marta che ha tredici anni, vivrà con grande inquietudine questo nuovo universo sconosciuto e pieno di contraddizioni. La frequentazione della parrocchia non riuscirà a darle risposte, ma la aiuterà a cercare la sua via.

Questo lungometraggio è l’opera prima di Alice Rohrwacher ed è stata selezionata dal Festival di Cannes (Quinzaine des Réalisateurs) riscuotendo giudizi particolarmente lusinghieri. Il direttore della Quinzaine Frederic Boyer, ha affermato: “E’ una storia bellissima, profondamente poetica e simbolica. Non ho avuto dubbi nel portare questo debutto al festival”.

Corpo celeste (2011, Italia)

Regia: Alice Rohrwacher

Con: Salvatore Cantalupo, Anita Caprioli, Yle Vianello, Renato Carpentieri, Paola Lavini

Distributori: Istituto Luce – Genere: Drammatico

Durata: 100′ – Data di uscita: 27-05-2011

*

LA PAROLA ALLA CRITICA

A Cannes non c’erano solo i film di Moretti e Sorrentino. All’interno di una Quinzaine des Réalisateurs quest’anno meno stimolante del solito, c’era anche il film d’esordio di Alice Rohrwacher, sorella minore dell’attrice Alba: si intitola Corpo celeste ed è, a memoria non solo mia, il più bell’esordio cinematografico di una regista italiana. Racconta il contrastato ritorno di una tredicenne a Reggio Calabria insieme alla madre, dopo dieci anni e più passati da emigrante in Svizzera. Un ritorno subito più che voluto (e già questa è una novità per il nostro cinema: il tema degli emigranti di ritorno, e delle emigranti donne, sempre più numerose per la crisi) che qui si trasforma in meccanismo narrativo. Lo sguardo «innocente» di una ragazza costringe lo spettatore a osservare con occhi diversi quello a cui forse non faremmo molto caso: le ritualità collettive, il corrompimento messo in atto dalla modernizzazione (televisiva e non solo), l’intreccio tra «sacro» e «profano», tra «alto» e «basso».

Alice Rohrwacher usa così gli occhi dell’adolescente Marta (Yile Vianello) come gli strumenti per una «spontanea» indagine antropologica, non ancora soffocata da certezze o teorie preconcette. Guarda con sorpresa ma anche con amore e soprattutto innocenza chi dovrebbe diventare la sua nuova «famiglia», il suo nuovo «gruppo», a cominciare da quello dei cresimandi a cui Marta viene iscritta «perché è il modo migliore per farsi nuove amiche».

E proprio per conservare integra la forza di questo sguardo non ci viene detto niente di davvero concreto sulle ragioni del suo ritorno a Reggio, non ci spiegano i legami con la comunità, le necessità economiche (la madre lavora in un panificio), persino le coordinate geografiche restano vaghe (è Reggio ma potrebbe essere ovunque nel Sud). Dobbiamo limitarci a immaginare. Quello che interessa alla regista e al film è il modo in cui le persone interagiscono tra di loro, si pongono rispetto ai fatti concreti della vita quotidiana: la parrocchia più che la Chiesa, il catechismo più che la Religione, il voto più che la Politica. È qui, sulle cose di tutti i giorni, che si posa lo sguardo di Marta e con lei quello dello spettatore, alla scoperta di una mutazione che dall’interno non saremmo probabilmente capaci di osservare ma che agli occhi di un «alieno» (come in effetti è Marta) appare chiara e incontrovertibile.

Nessuno altrimenti si scandalizzerebbe del fatto che la preparazione alla cresima avvenga per quiz multiple choice, che il «ballo delle vergini» (per accogliere il vescovo) scimmiotti quello di qualsiasi siparietto televisivo, che la fede dei catecumeni si possa esprimere cantando «Mi sintonizzo con Dio / è la frequenza giusta / mi sintonizzo proprio io / e lo faccio apposta» oppure che don Mario sia più preoccupato di assicurare l’adesione dei parrocchiani al candidato della Curia (ci sono in vista delle elezioni regionali) che di verificare la religiosità dei ragazzi…

Corpo celeste (che nel titolo cita un libro di Anna Maria Ortese, ma per affinità di sentire non per qualche tipo di ispirazione narrativa) diventa così il ritratto di una piccola comunità umana e dei suoi mutamenti antropologici e culturali, raccontati più per contrasti che per accadimenti romanzeschi. La parrocchia e le lezioni di religione con la loro fasulla modernità si contrappongono al degrado delle periferie che Marta osserva dal terrazzo di casa; il calore e la concretezza materna (affidati a Anita Caprioli) risaltano ancora di più di fronte alla scoperta fragilità dell’insegnante/perpetua Santa (l’attrice dilettante Pasqualina Scuncia, un’autentica rivelazione); la religione come carriera e professione di don Mario (Salvatore Cantalupo) finiscono inevitabilmente per entrare in conflitto con la spiritualità ruvida ma sincera di don Lorenzo (Renato Carpentieri).

Così che alla fine il percorso di Marta non può essere che quello di un progressivo «allontanamento», verso un mondo meno contaminato anche se più sporco e povero (la fiumara e i ragazzi che vi giocano è citazione diretta del precedente lavoro della regista, il corto che faceva parte di Checosamanca) ma anche di un avvicinamento istintivo e urgente verso una spiritualità vissuta e non imposta (l’attraversamento finale della pozza d’acqua sembra rimandare al battesimo nel Giordano degli apostoli). Un percorso che la Rohrwacher filma con un pudore pari alla maturità dello stile, con una macchina da presa molto mobile ma mai gratuitamente ondivaga e che scegliendo con istinto sicuro quello che è veramente importante da inquadrare obbliga lo spettatore a prendere una posizione di fronte alle cose. Come fanno gli occhi di Marta e come dovrebbe fare sempre il cinema.

Paolo Mereghetti
26 maggio 2011

http://cinema-tv.corriere.it/cinema/mereghetti/11_maggio_26/mereghetti_corpo_celeste_0e6f59ee-8785-11e0-8601-a1952c3da2ae.shtml

(c) Corriere della Sera – all rights reserved

One response on “Corpo celeste

  1. Nel film “Corpo celeste”

    Alla ricerca di Gesù

    di LUCETTA SCARAFFIA

    Negli ultimi tempi in Italia il cinema ha dato significativi segnali d’interesse verso la Chiesa cattolica, divenuta soggetto di alcuni film. Questo senza dubbio, al di là di discussioni e polemiche, è un segnale di rinnovata curiosità e d’innegabile vitalità del rapporto fra la cultura italiana e il cattolicesimo. Si è parlato soprattutto di Habemus Papam di Nanni Moretti, anche perché affronta un tema – l’elezione del Pontefice – che da sempre attira la curiosità generale, ma molto più intenso e interessante è l’esordio di Alice Rohrwacher, Corpo celeste, presentato a Cannes e che riguarda le condizioni della Chiesa e dei fedeli in una regione bellissima, ma devastata da un processo di modernizzazione mostruoso, come la Calabria.

    Il tema è declinato attraverso lo sguardo di Marta, una ragazzina che sta seguendo un corso di preparazione alla cresima e la cui famiglia, di origine calabrese, è vissuta fino a poco tempo prima in Svizzera. Un distacco che permette di far cogliere, attraverso gli occhi della protagonista, gli aspetti più grotteschi e poveri di una realtà culturalmente e religiosamente arretrata, ma che esprime anche il genuino bisogno di un confronto vero con Gesù da parte di una giovane confusa e disorientata.

    Infatti, pur con uno sguardo critico sulla realtà di una Chiesa locale e di un clero che risentono fortemente del degrado umano di cui fanno parte – amaramente magistrali sono le scene del “balletto delle vergini” preparato per la festa della cresima, in cui bambine con lunghi vestiti azzurri ripetono ingenuamente movimenti di chiaro richiamo sessuale di matrice televisiva – il film racconta anche una realtà diversa. In quella condizione sociale e culturale, raffigurata efficacemente dallo scenario di orribili periferie e viadotti, la Chiesa rimane l’unica istituzione che dà identità, che offre un contesto collettivo in cui riconoscersi e un luogo dove ritrovarsi in comunità. L’unico appiglio a cui chiedere conforto nei momenti critici e aiuto materiale in caso di difficoltà. Le scene di una processione, le lezioni di preparazione alla cresima, la modestia stessa della figura del parroco – per molti aspetti una brava persona, ma assolutamente disinteressato sia alla formazione dei ragazzi che alla vita della parrocchia – vogliono indicare quanto la risposta della Chiesa sia non di rado inadeguata agli enormi bisogni di una società tanto indebolita e fragile.

    Nel film il parroco si occupa solo di propaganda elettorale e del suo telefonino che squilla di continuo, nella speranza che gli dia la notizia dell’agognata promozione che lo porti lontano da lì, in una posizione più favorevole alla carriera ecclesiastica a cui aspira, mentre la semplice ignoranza della catechista trasforma il corso per la cresima in una sorta di patetica pagliacciata. Ma, dal momento che il bisogno di una vera esperienza religiosa è sincero e forte – bisogno ben rappresentato dalla ragazzina, che chiede a tutti cosa significhino le ultime parole di Gesù sulla croce che le hanno insegnato in una lingua antica e per lei misteriosa – anche in questa situazione si fa strada la speranza, che prende il volto di Gesù.

    Proprio il parroco decide di sostituire l’orribile crocifisso al neon che arreda la brutta chiesa moderna con un altro “figurativo” che, pur riecheggiando nella definizione il gergo del mercato dell’arte, ha la potenza di una vera presenza sacra, come Marta riconosce. Anche se poi il crocifisso – preso in un antico paese abbandonato, dove però la bellezza aspra della natura si coniuga bene con l’architettura povera ma umana delle case – durante il trasporto andrà perduto, non si perderà la domanda sincera di incontro con Gesù nata nella comunità che si raccoglie nell’insignificante edificio della parrocchia.
    Una domanda rappresentata, nella sua semplice forza originaria, dalla protagonista. Ma anche se alla fine lei fuggirà davanti alla cresima, allontanata dall’incomprensione del contesto debole della Chiesa locale, il film apre il cuore alla speranza. Gesù, quello raffigurato dal crocifisso “figurativo” – l’unico oggetto sacro che permette di riconoscerlo e di instaurare un rapporto con lui – è ancora vivo negli strati profondi della nostra società e della nostra cultura. Basta saperlo cercare.

    (© L’Osservatore Romano 8 giugno 2011)

Lascia un Commento

Fill in your details below or click an icon to log in:

Logo WordPress.com

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Modifica )

Foto Twitter

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Modifica )

Foto di Facebook

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Modifica )

Connecting to %s