La storia di una donna abituata a «esistere sempre in punta di piedi, sul ciglio estremo del mondo».
Con la leggerezza e la ferocia di una favola, Mariapia Veladiano racconta la crudeltà della natura, la fragilità che può diventare odio, la potenza della passione e del talento.
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«Una bambina brutta è grata a tutti per il bene che le vogliono, sta al suo posto, ringrazia per i regali che sono proprio quelli giusti per lei, è sempre felice di una proposta che le viene rivolta, non chiede attenzioni o coccole, si tiene in buona salute, almeno non dà preoccupazioni dal momento che non può dare soddisfazioni.
Una bambina brutta vede, osserva, indaga, ascolta, percepisce, intuisce; in ogni inflessione di voce, espressione del viso, gesto sfuggito al controllo, in ogni silenzio breve o lungo, cerca un indizio che la riguardi, nel bene e nel male. Teme di ascoltare qualcosa che confermi quello che sa già, e cioè che la sua esistenza è una vera disgrazia.
Spera di sentire una parola che la assolva, fosse pure di pietà.
Una bambina brutta è figlia del caso, della fatalità, del destino, di uno scherzo della natura. Di certo non è figlia di Dio».
Mariapia Veladiano
LA VITA ACCANTO
Einaudi. Pagine 166. Euro ,1600
http://www.ibs.it/code/9788806205980/veladiano-mariapia/vita-accanto.html
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LA TRAMA DEL LIBRO
Rebecca è nata irreparabilmente brutta. Sua madre dopo il parto non l’ha mai presa in braccio e si è sigillata in se stessa. Suo padre ha lasciato che accadesse. A prendersi cura di lei, la bella e impetuosa zia Erminia, il cui affetto nasconde però qualcosa di tremendo. E la tata Maddalena, saggia e piangente, che la ama con la forza di un bisogno. Ma Rebecca ha mani perfette e talento per il pianoforte. L’incontro con la «vecchia signora» De Lellis, celebre musicista da anni isolata in casa, offre a Rebecca uno sguardo nuovo sulla storia di dolore che segna la sua famiglia, ma anche la grazia di una vita possibile. La vita accanto racconta la nostra inettitudine alla vita, da cui solo le passioni possono riscattarci. Con una scrittura limpida e colta. Con personaggi buffi e veri, memorabili. Con la sapiente levità di una favola.
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LA PAROLA ALLA CRITICA
di FULVIO PANZERI
Ecco un esordio da tenere d’occhio: è quello di Mariapia Veladiano, insegnante, che si occupa di teologia, scrivendo anche per ‘Il Regno’. Veneta, di Vicenza, il suo romanzo, vincitore del Premio Calvino per l’inedito l’anno scorso, è decisamente una sorpresa positiva nella narrativa italiana e rivela una scrittrice di sicuro ed evidentissimo talento, a partire da quella misura nell’uso delle parole e nell’espressione dei sentimenti che rende la sua scrittura secca, breve, ma carica di segrete sospensioni, di aperture a domande che mettono in rilievo la complessità del tema del male e le contraddizioni di fronte al dolore. È una scrittura che guarda ad un autore, scomparso qualche anno fa, ma che riesce ancora ad essere ‘maestro’ eccellente, come la Veladiano conferma. Parliamo di Francesco Biamonti che l’autrice indica come il narratore che sente più affine e del quale non riprende le atmosfere, ma la dignità delle parole. Biamonti è puntato sul tema lirico di un paesaggio ligure che rimanda ad interrogazioni morali e metafisiche. La Veladiano ambienta la sua storia in una Vicenza difficile, in spazi chiusi, come quelli di un palazzo ristrutturato che si affaccia sulle acque nere del fiume, e con vari accenni al Santuario di Monte Berico. In entrambi gli scrittori però troviamo quell’interrogazione sul tema della grazia e del dolore inconsolato, di una vita spezzata che rompe anche le altre vite, sul coraggio di riprendersi la parola, nonostante le porte del mondo restino chiuse. La Veladiano con questo romanzo racconta un’altra parte di realtà, quella che la cultura di oggi teme ed esclude, ovvero la bruttezza. Di fronte ad una società dove i valori della bellezza sono ostentati e portati al massimo livello, tutto ciò che va contro questa logica, è escluso dalla considerazione generale. E non solo, diventa vergogna, colpa. Ne sa qualcosa la protagonista di questo libro, Rebecca, bambina che racconta la sua storia e il suo crescere, in prima persona. E mai voce di bambino è stata così vera, così autentica, nella narrativa italiana di questi anni, perché la Veladiano non gioca con la storia, ma ne sospende la terribilità, che emerge, oltre i fatti, in modo naturale. Rebecca è brutta: per i genitori è una ‘diversità’, tanto che accentua la depressione della madre e intralcia il lavoro del padre medico. L’unica soluzione per la famiglia è quella di farla vivere nel proprio ambiente, accudita da una figura straziata, ma di grande complicità, com’è quella di Maddalena.
Scrive la Veladiano: «Una bambina brutta vede, osserva, indaga, ascolta, percepisce, intuisce; in ogni inflessione di voce, espressione del viso, gesto sfuggito al controllo, in ogni silenzio breve o lungo, cerca un indizio che la riguardi, nel bene e nel male. Teme di ascoltare qualcosa che confermi quello che sa già, e cioè che la sua esistenza è una vera disgrazia. Spera di sentire una parola che la assolva, fosse pure di pietà». È questo lo strazio del libro, anche se Rebecca sarà in grado, nonostante tutto (e qui non aggiungiamo nulla alla trama, per rispetto del lettore), di trovarsi un’amica, Lucilla, una bambina grassa.
Le due ‘diversità’ si uniscono, si confrontano, danno luogo alla capacità di percepire situazioni ben dure, difficilissime, altro dolore da portare nella propria esperienza e dal quale non venire annientati. C’è una musicalità nella struttura del romanzo che diventa metafora, mettendo in scena le ombre dell’anima, in una narrativa che ritorna ad essere riflessione morale, alta, proprio nel disegnare la deriva delle nostre omissioni.
(c) Avvenire 12 febbraio 2011
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Maria Pia Veladiano: «La bruttezza è una prigione, la bellezza una maschera»
Arriva alla narrativa dopo una laurea in Filosofia e Teologia e una lunga carriera da insegnante, con un libro fulminante sul non essere accettati. Mariapia Veladiano, vicentina, esce in questi giorni con il suo romanzo d’esordio, La vita accanto, storia di Rebecca, nata brutta e per questo respinta ai margini della vita nella sua stessa casa, allattata come un cucciolo dalla segretaria del padre, dopo il rifiuto della madre, e poi allevata da una zia. Un libro che sorprende per il piglio della narrazione e per la lingua raffinatissima, vincitore del Premio Calvino 2010.
La cosa che salta agli occhi è che questa donna è bruttissima, che la bruttezza è un handicap, ma il vero cuore del romanzo è un altro…
«È un libro sul dolore di non essere accolti, di non avere un posto nella vita. È una paura che tutti abbiamo. Non c’è vita se qualcuno non ci prepara un posto e non ci chiama per nome. Nella Genesi Dio crea il mondo e poi ci mette l’uomo e la donna. Rebecca abita lo spazio fisico di una casa che è enorme e insieme una prigione. È il sogno incantato preparato dalla madre per la figlia che non è venuta. Disillusione in forma di pietra. Ma quando l’infelicità si è così sedimentata in noi da abitare i desideri e i pensieri, la paura prevale su tutto. Sogno e illusioni in questo caso sono crudelissimi, perché quando finiscono si cade più in basso di prima. La madre concentra in sé tutti i desideri di bellezza e felicità di generazioni di antenati ossessionati dalla tara. La fine del sogno le è fatale».
Rebecca è uno scherzo di natura, ma ha le mani bellissime e viene ammessa al conservatorio con il massimo dei voti: la musica in particolare, l’arte in generale sono ciò che rende liberi?
«La musica è qui la realtà di una vita possibile. È l’irrompere della vita in una casa che è, fino a quel momento, la casa del silenzio. Bisogna immaginare le giornate di Rebecca bambina, crocifissa nella posizione dell’attesa, dal risveglio fino al sonno, senza la presenza affettiva della madre. Che c’è, ma non parla. È una voragine di silenzio. La musica dà una voce a Rebecca, la prima voce. E insieme le assicura un ascolto e una risposta: la sua voce è bella, si fa ascoltare e quindi lei, Rebecca, può esistere. Ci sono persone che la riconoscono. La musica è la sua vita possibile. La sua storia dice che, forse, ciascuno può trovare la propria piccola musica».
Come è nato questo libro? È stata ispirata da qualcosa che le hanno raccontato?
«Credo che sia affiorato, nella mia più totale inconsapevolezza, qualcosa che è legato al mio vivere di scuola. Un carsismo delle immagini e dei sentimenti che ha trovato un giorno la sua forma nell’aspetto tremendo di Rebecca. A scuola talvolta, e oggi più di un tempo, si incontrano delle figure di “vinti”. Le chiamo così perché sono intrise di un senso di sconfitta che si esprime nei gesti incerti, nelle parole che non trovano il suono, nelle spalle spillate dagli sguardi del mondo. Spesso sono ragazze che si percepiscono brutte a prescindere dal loro reale aspetto. Poi si scopre che dietro c’è altro, dolori grandi, che non sanno raccontare e liberare. È così anche per Rebecca. Lei è brutta davvero, e questo eccesso di bruttezza può essere l’aspetto letterario della cosa, ma dietro c’è altro. Lei porta in sé il dolore della madre. La cultura della bellezza abbagliante e ostentata non aiuta a vedere la verità delle persone. La bellezza oggi è una mascherata tremenda. È cercata ossessivamente, ostentata, celebrata, divinizzata. Un idolo di carta, usa e getta, perché il canone, in termini di età, misure, levigatezza dell’immagine, è tale che dura pochissimo e, se dietro c’è il nulla, finita quella bellezza non resta niente».
Vicenza è presentissima, nei suoi palazzi severi, nel piazzale della Basilica di Monte Berico, nel corso principale per la passeggiata. Ma sembra anche essere ciò che opprime la madre di Rebecca. Questa è una storia di provincia? La grande città l’avrebbe salvata?
«Le storie di esclusioni e pregiudizi sono presenti anche nelle città. Credo che la provincia faccia da lente di ingrandimento a situazioni che, se accadono in contesti più grandi, sono meno visibili. E manca la distrazione, il rumore di fondo dei grandi centri. Per cui il pettegolezzo sussurrato diventa un grido che attraversa le piazze e i muri delle case».
Vincere il Premio Calvino ha cambiato la percezione della sua scrittura?
«È una domanda molto interessante e non ci avevo pensato, ma è così, un premio cambia il modo di affrontare la propria scrittura. In effetti ho riletto il libro cercando al posto dei difetti, come facevo prima, i pregi che i giurati del Calvino dovevano aver trovato. Comunque non li ho visti. In realtà sono sempre piuttosto insoddisfatta, mi sembra che tutto potrebbe essere detto meglio. Ho l’ossessione delle parole scontate, le espressioni usurate da un quotidiano e dissennato uso pervasivo e traditore. Detesto le scritture sciatte».
(c) Valeria Parrella – Grazia – 07 Febbraio 2011

Ecco cosa hanno scritto le maggiori testate nazionali su La vita accanto:
«Il romanzo di Mariapia Veladiano si legge d’un fiato, e dà voce a un dolore a una solitudine che le donne conoscono, belle e brutte».
Ida Bozzi, Corriere della Sera
«Un racconto che oscilla, con felice ambiguità e un risultato d’eccezione, fra la presa diretta e il ricordo, dal tempo del narrante al tempo del narrato. [...] da un pezzo non ci capitava di percorrere tanto febbrilmente le pagine di un libro».
Giovanni Pacchiano, Domenica del Sole 24Ore
«Eccezione luminosa, in tanto frastuono di tetro splendore femminile, una bambina brutta, molto brutta, quasi deforme, esiste; è portatrice di una diversa, invisibile, profonda bellezza, ed è una invenzione letteraria, la protagonista di La vita accanto, il bel romanzo d’esordio, Premio Calvino 2010, di Mariapia Veladiano».
Natalia Aspesi, la Repubblica
«Un libro che sorprende per il piglio della narrazione e per la lingua raffinatissima».
Valeria Parrella, Grazia
«Il romanzo brilla per uno stile elegante, capace di precipitare il lettore in una storia al tempo stesso surreale e plausibile».
Lara Crinò, il venerdì di Repubblica
«Questa è un’opera matura, sapiente, memorabile per la sagacia che ostenta nel trovare uno sbocco coerente a tante biografie intrecciate, e per l’altezza che attinge nel narrare la catastrofe, la tragedia e il miracolo.
Ma il libro non è la storia di una donna brutta che diventa bella. Bensì di una donna che, dal mondo dove tutti, compresa lei, la sentono come brutta, si costruisce un mondo su misura, dove tutto viene ricalibrato. Perfino la coppia. Perfino la maternità».
Ferdinando Camon, ttL
L’INCIPIT DEL ROMANZO:
Una donna brutta non ha a disposizione nessun punto di vista superiore da cui poter raccontare la propria storia.
Non c’è prospettiva d’insieme. Non c’è oggettività. La si racconta dall’angolo in cui la vita ci ha strette, attraverso la fessura che la paura e la vergogna ci lasciano aperta giusto per respirare, giusto per non morire.
Una donna brutta non sa dire i propri desideri. Conosce solo quelli che può permettersi. Sinceramente non sa se un vestito rosso carminio, attillato, con il décolleté bordato di velluto, le piacerebbe piú di quello blu, classico e del tutto anonimo che usa di solito quando va a teatro e sceglie sempre l’ultima fila e arriva all’ultimo minuto, appena prima che le luci si spengano, e sempre d’inverno perché il cappello e la sciarpa la nascondono meglio. Non sa nemmeno se le piacerebbe mangiare al ristorante o andare allo stadio o fare il cammino di Santiago de Compostela o nuotare in piscina o al mare. Il possibile di una donna brutta è cosí ristretto da strizzare il desiderio. Perché non si tratta solo di tenere conto della stagione, del tempo, del denaro come per tutti, si tratta di esistere sempre in punta di piedi, sul ciglio estremo del mondo.
Io sono brutta. Proprio brutta.
(C) Mariapia Veladiano – La vita accanto (Einaudi 2011)
Ma esistono ancora le bambine brutte? Se sì, vuol dire che le tengono nascoste, perché in giro non se ne vedono: per proteggerle o perché i genitori se ne vergognano. C’è troppa bellezza in giro, e pazienza se è falsificata, omologata, impersonale, come se le belle bambine e le belle ragazze uscissero dalla pubblicità e dalla televisione, fabbricate tutte insieme dalla moda del momento. Però è l’assedio di una bellezza che si sta degradando, con tutto quello svolazzare di lunghi capelli e occhialoni neri e gambe perfette e sorrisi rifatti, che escono dalle stanze dei giudici o dalle auto di scorta, assalite da fotografi e giornalisti; perché è quella bellezza di serie, sono quelle belle intristite, che i potenti pretendono di asservire in massa alle loro pornossessioni, minimo venti alla volta; notti turbolente, portafogli momentaneamente pieni, giovani vite esposte alla curiosità, allo sghignazzo, al giudizio, futuro incerto, forse glorioso, forse no. Eccezione luminosa, in tanto frastuono di tetro splendore femminile, una bambina brutta, molto brutta, quasi deforme, esiste; è portatrice di una diversa, invisibile, profonda bellezza, ed è una invenzione letteraria, la protagonista di La vita accanto, il bel romanzo d’esordio, Premio Calvino 2010, di Mariapia Veladiano [...].
Mariapia Veladiano vive a Vicenza, è laureata in lettere e teologia, collabora con Il regno, la rivista conciliare che mantiene un dialogo ecumenico con ogni cultura e religione. Insegna italiano e storia in un istituto professionale frequentato soprattutto da ragazze, dai 14 ai 19 anni. Da quando si impegna in questa professione, cioè da 23 anni, ha visto ingigantirsi tra le sue allieve «un pregiudizio estetico, insopportabile, che le inchioda al loro corpo, le brutte, le bruttine, ma anche le belle, che oggi non si sentono mai belle quanto imporrebbe la moda, una moda del momento, variabile, un canone crudele su cui concentrano attenzione, intelligenza, angoscia, insicurezza, mortificazione». E’ un angoscia diffusa tra le giovanissime, che chiedono continuamente allo specchio di riflettere non chi sono ma chi dovrebbero essere. Di fronte al desiderio di un’immagine che abbagli, come quella offerta ovunque dalla pubblicità, dalla televisione, dai giornali, le ragazze più fragili, e secondo Veladiano sono tante soprattutto in corsi di studio come quello dove lei insegna, perdono il senso di sé stesse. Chi sono? Non lo sanno più, sanno comunque che vorrebbero essere altro, le altre. Per piacere ai ragazzi, che del resto hanno problemi simili, ma soprattutto per non sentirsi più inadeguate, diverse, indegne d’amore. «Sono anche giovani senza illusioni, scoraggiate in partenza: sanno che ormai in quasi tutti i lavori è richiesta la bella presenza e si sono convinte che se vorranno fare strada nella vita, sarà possibile non per le loro qualità, ma perché hanno trovato qualche appoggio».
[...] «Una bambina brutta non ha progetti per il suo futuro. Lo teme e non lo desidera perché non lo sa immaginare migliore del presente. Ascolta i progetti delle altre bambine e sa che non la riguardano. Così pensa di non sentire dolore se le capita di intuire il desiderio di chi descrive il suo futuro di modella, cantante, hostess, ballerina, avvocato, medico, impiegata, insegnante. Quello è il mondo delle altre…». Sono i pensieri che la professoressa Veladiano percepisce nelle sue studentesse, anche le carine: il mondo, quello che non si osa neppure desiderare, quello che le fa sentire inadeguate, non amate, è delle altre…
(C) NATALIA ASPESI – la Repubblica, 26/01/2011
Elogio della bruttezza. Se un romanzo ci insegna ad amare l’imperfezione
Finalista al premi Strega, ho appena sentito alla radio! Lo leggerò senz’altro…:-)
Ho letto questa tracciadi Maria Pia su Flannery , parole scandite sul grande desiderio di essere accolti e amati, la ferita dell’origine. Eppure nel tempo ho visto che il sentimento di bellezza, oltre che su antichi canoni estetici,rappresenta una posizione esistenziale, quella percezione di regalità che apre il sorriso e il cuore all’essere vivi.
Un libro da leggere