Neria De Giovanni, scrittrice, critico letterario e presidente dell’Associazione Internazionale Critici Letterari, direttrice della casa editrice Nemapress, da non molto ha pubblicato, a distanza di un anno l’una dall’altra, due Antologie, entrambe per i tipi della Libreria Editrice Vaticana, che appaiono di non poco interesse. La prima, Maria nella letteratura d’Italia, è uscita nel 2009 con l’intento di “testimoniare la presenza e la continuità nel secondo millennio di testi su Maria ad alto indice di letterarietà”; la seconda, Cristo nella letteratura d’Italia (del 2010), gemella in un certo senso della precedente, si occupa in modo analogo della figura del Cristo, dalle origini del nostro volgare sino ai nostri giorni.
Un’ampia panoramica, dunque, quella compiuta dalla De Giovanni in queste due Antologie; una panoramica che abbraccia ben otto secoli della nostra storia letteraria, testimoniando e documentando l’enorme fascino che le due Figure, di Maria e di Cristo, hanno esercitato su poeti e scrittori di ogni epoca. E non solo; una panoramica che estende il suo sguardo anche su autori meno noti al grande pubblico, ma che, al contempo, non è immemore di quelli a noi più vicini (come Aldo Nove e Pierfranco Bruni nella prima e Giuseppe Conte e Davide Rondoni nella seconda, rimanere nell’ambito della poesia e non invadere quello della prosa, che pure vi è inclusa).
Entrambe le antologie sono corredate da un puntuale saggio introduttivo, opera della stessa De Giovanni, che risulta estremamente utile per affrontare ed inquadrare una materia tanto vasta; e recano, entrambe, un breve profilo critico di ciascun autore antologizzato, che facilita sia la comprensione dei testi sia il loro inserimento nel secolo di appartenenza. Numerose sono poi le illustrazioni che impreziosiscono le due opere: nella prima troviamo nove capolavori, conservati nella Pinacoteca Vaticana, opera dei più grandi artisti della nostra storia dell’arte (fra cui la splendida Madonna con bambino fra S. Domenico e S. Caterina d’Alessandria del Beato Angelico e la Madonna dei Frari di Tiziano Vecellio). Nella seconda, più numerose, figurano fra gli altri i nomi di Simone Martini, Raffaello Sanzio, Giovanni Bellini, Lucas Cranach il Vecchio, Caravaggio, Van Gogh, Marc Chagall e Giorgio De Chirico.
Venendo ora a parlare della prima di queste due antologie, Maria nella letteratura d’Italia, va preliminarmente osservato che dall’ampio excursus compiuto dalla De Giovanni emerge chiaramente come ogni singolo autore abbia cantato con la propria specifica sensibilità la Figura della Vergine, cogliendola non soltanto nel Suo aspetto divino, ma rappresentandola spesso anche in quelle caratteristiche più propriamente umane da cui maggiormente è stato colpito. Come non va poi nemmeno omesso che ogni singolo poeta, nel comporre il proprio testo, non è stato unicamente influenzato dalla sua personale sensibilità di artista, in quanto sul tema da lui prescelto e sul suo modo di porsi di fronte ad esso ha avuto spesso un peso preponderante il dibattito teologico che si agitava all’interno della Chiesa in quel determinato momento storico.
Nell’intento di rendere un quadro d’insieme così ampio e complesso abbastanza accessibile ed organico, ho cercato dapprima di enucleare alcuni momenti fondamentali della vita terrena della Madonna ad iniziare dall’Annunciazione per finire con la Sua Assunzione in cielo, sottacendo volutamente altri meno diffusamente cantati dai poeti. Per quanto concerne il tema dell’Annunciazione, ben sappiamo che numerosi sono stati i poeti (ed ancor più numerosi sono stati i pittori) che si sono sentiti attratti dal turbamento della Vergine all’Annuncio dell’Arcangelo Gabriele e L’hanno fermata nel momento in cui, sorpresa e sgomenta, s’inchina con fede e coraggio di fronte alla volontà di Dio. Tra questi, oltre al Boccaccio, presente nell’Antologia con un sonetto dal freschissimo incipit (Non treccia d’oro, non d’occhi vaghezze), va senz’altro ricordato il Manzoni il quale, nella prima parte di uno dei suoi Inni Sacri, Il nome di Maria, mette in luce proprio il coraggio della Madonna nell’accettare il compito della Maternità che Le è stato affidato.
Va inoltre osservato che parecchi degli autori che nel corso dei secoli hanno trattato tale argomento, e che pertanto andrebbero ricordati, sovente hanno affrontato nelle loro poesie il tema solo di scorcio, essendosi occupati più in generale di tutte le varie tappe della vita terrena della Madonna anziché del singolo, specifico episodio dell’Annunciazione. A parlarne invece in maniera più diffusa ed esplicita sono stati alcuni poeti del nostro Novecento, i quali hanno scritto testi, riportati dalla De Giovanni nella sua Antologia, interamente dedicati all’Annunzio alla Vergine da parte dell’Angelo. Ricordiamo in particolare Domenico Giuliotti (il quale in Annunciazione, p. 243, rifacendosi esplicitamente al Vangelo di Luca, ben evidenzia la sottomissione di Maria al “volere dell’Eterno”); Clemente Rebora (che, descrivendo ne L’Immacolata l’episodio evangelico dell’Annunzio, “manifesta appieno”, come osserva la De Giovanni, anche “la sua cultura classica e la conoscenza dei testi biblici”); Mario Luzi (presente nell’Antologia con Annunciazione, p. 243, una poesia di evidente ispirazione ermetica); Giovan Battista Montini, divenuto in seguito Papa Paolo VI (di cui la De Giovanni riporta Maria, benedetta tra le donne, tratta dalla sua raccolta Preghiere a Maria, p. 271) e Pier Paolo Pasolini (con L’Annunciazione, p. 303, un dialogo fra l’Angelo e Maria sul mistero della Verginità della Madonna).
Un particolare cenno merita poi l’umanissima Madonna, colta nel suo smarrimento di giovinetta di fronte all’Annunzio, che Alda Merini ci presenta (p. 342) nelle sue due poesie, Mi sono aperta come un libro e A me dico, qui antologizzate, entrambe tratte dal suo libro Magnificat. Un incontro con Maria. E fra i poeti più giovani che figurano in questa prima Antologia della De Giovanni va ricordato anche Aldo Nove, presente con uno dei trenta canti che compongono il suo poemetto Maria (2007). Il testo riportato in antologia prende il titolo dal suo primo verso che suona Madre di Dio che in te Dio è diventato.
Altri autori hanno invece preferito guardare a Maria, come alla Madre, tenera e affettuosa, nell’atto in cui stringe il piccolo Gesù fra le Sue braccia: “Vidi virgo Maria, che si stava / ‘n una capanna e Gesù contemplava” è l’incipit di una quattrocentesca Laude anonima. E non particolarmente diverso è quello della Laude del frate domenicano Giovanni Dominici Dì, Maria dolce, con quanto desìo, per lungo tempo erroneamente attribuita a Jacopone da Todi.
Più frequentemente, però, nel corso della nostra storia letteraria, Maria viene rappresentata come Madre dolente, che assiste angosciata alla condanna a morte e alla Crocifissione del proprio Figlio innocente. Un tema, questo, che è in un certo senso inseparabile da quello della Passione di Cristo, che sarà oggetto di esame nella seconda Antologia. Non ci è tuttavia possibile non ricordare a tale proposito il nome di Jacopone da Todi, il poeta con cui la poesia religiosa delle origini raggiunge un suo apice: nella sua Laude, p. 40, Donna de Paradiso (più nota come Pianto della Madonna), qui riportata, egli infatti, descrivendo minuziosamente la Crocifissione, e quindi il dolore di Cristo, descrive contemporaneamente e con grande efficacia anche lo strazio di Maria, rappresentandoLa non soltanto nel Suo aspetto divino, ma soprattutto in quello umanissimo di una semplice madre colpita nel suo affetto più grande. Un carattere più spiccatamente drammatico assume poi un testo successivo, El pianto della nostra madre vergene Maria, del quattrocentesco Leonardo Giustinian, in cui alle voci di Maria e Giovanni si aggiungono quelle di Giuseppe e di Nicodemo, che vengono ad assumere la funzione di coro.
E ci piace ancora ricordare, in epoca molto più vicina a noi, ma sempre sul versante profondamente umano del dolore di Maria, il poemetto inedito di Pierfranco Bruni, Donna fino in fondo, in cui si legge: “Il tuo viso / Non fu quello della vergine divina / Ma della donna che accoglie il dolore / Senza timore”.
Un’altra tematica che, come le precedenti, ha molto affascinato gli autori di ogni tempo è quella del “transito” della Vergine, cioè quella del momento in cui Maria, subito dopo la Sua morte terrena, viene gloriosamente “assunta” in Cielo, fra le schiere degli Angeli e dei Santi: “E ‘l corpo tuo con quell’anima sancta / portato fu in ciel da tuo Dilecto” scriveva già nel ‘300 Fazio degli Uberti. Si vedano a tale proposito anche il secondo sonetto del già citato Giovanni Boccaccio (O Regina degli angioli, o Maria), riportato in Antologia, e il V Trionfo (Tempo era, dunque, il corpo seppellire) di Gasparino Borro, p. 85, un autore che, con i suoi Trionfi della Vergine, si è cimentato, fin dalla fine del ‘300, nel primo tentativo di comporre una vita di Maria in versi.
Fra i testi dei secoli successivi che in modo più o meno esplicito trattano dell’Assunzione troviamo nel ‘400 un sonetto di Girolamo Savonarola (Questa celeste e gloriosa Dona, p. 106); nel ‘500 alcune strofe di Luigi Tansillo, in cui si racconta come l’Angelo sveli a San Pietro l’Assunzione in cielo della Vergine; e nel ‘600 due liriche, p. 131 di Gabriello Chiabrera (Omai deggio far noto a’ cor fedeli e Quando nel grembo al mar terge la fronte) in entrambe le quali viene cantato il Trionfo dell’Assunta.
E siamo così giunti al ‘700, secolo in cui incontriamo Petronilla Paolini, presente nell’Antologia con un sonetto, Quando di Sé, più che del sol vestita; mentre nell’Ottocento ci si fanno incontro Angelo Maria Ricci con un testo (Avea la Morte, che ogni lutto semina) tratto da Le feste della Vergine e Cesare Cantù con un Inno a Maria Assunta. Nel Novecento è la volta di Guido Manacorda con una lunga poesia interamente dedicata all’Assunzione della Madonna in cielo: “Scesero a stormi gli angeli: / la lieve spoglia in nuvola di fiori / sollevarono avvolta”.
Particolarmente interessanti poi, seppure non esclusivamente dedicati al tema dell’Assunta, sono qui antologizzati alcuni testi dell’ultimo secolo del secondo millennio, fra cui va senz’altro ricordato il Discorsetto a Maria (tratto da Preghiere selvatiche) di Italo Alighiero Chiusano il quale, con l’affetto del figlio e la devozione del credente, ripercorre le diverse tappe terrene della vita della Madonna. Nella parte finale il Chiusano, pur guardando alla Vergine come all’“incoronata / regina, la sposa dello Spirito Santo” ed ammirandoLa tutta avvolta “in una luce che nessuno concepisce / se non vedendola”, Le si rivolge con confidenza filiale, come si stesse rivolgendo “alla mammina / che capisce e che compatisce tutto”. E non va certo dimenticato Elio Fiore, di cui la De Giovanni riporta i due testi che aprono (Cuore di Myriam) e chiudono (La Rosa del Creato) il suo volumetto Miryam di Nazareth (1992), scritto con uno stile limpido e intenso.
Sovente però alla descrizione di alcuni singoli momenti della vita di Maria si affianca, e addirittura si sovrappone, l’aspetto più propriamente devozionale dell’invocazione e della preghiera, come avviene in particolare nella poesia religiosa delle origini, influenzata da un ambiente ancora molto legato al misticismo e all’ascetismo. Spesso infatti le prime Laudi sono delle vere e proprie preghiere, nelle quali l’io poetante si rivolge a Maria cantandone in modo semplice, ma estremamente sincero, le lodi e chiedendo a Lei l’aiuto per superare le proprie terrene difficoltà o l’intercessione per ottenere dall’Altissimo misericordia per i propri peccati.
Anche se un certo numero di queste Laudi degli esordi, specie quelle anonime, sono da considerarsi, come osserva la De Giovanni, un “prodotto liminale tra creatività letteraria individuale e prodotto devozionale collettivo”, ciò non significa che in molti casi (e l’ampia campionatura qui antologizzata lo documenta) la Laude, pur conservando il suo aspetto primario di invocazione, non assurga ugualmente a dignità letteraria.
Tra i testi delle origini dedicati alla Figura della Vergine che assumono un aspetto prevalentemente devozionale, non privo certamente di valore letterario, va ricordato il celebre Stabat mater di Jacopone, nel quale l’io poetante si associa al dolore di Maria di fronte al figlio morente sino al punto da chiedere, in un mistico slancio, quasi di estasi, di assumere su di sé tanto l’immenso dolore della Madonna quanto tutte le sofferenze di Gesù. Nelle strofe finali compare l’aspetto dell’implorazione tipico di molte Laudi: l’io orante prega infatti la Madonna affinché, dopo la morte, venga donata alla sua anima la gloria del Paradiso (“Quando il corpo serà morto, / Fa’ che l’anima abbia porto / Di Paradiso e gloria”).
Tra la preghiera e l’inno di lode si può invece situare Il saluto alla Vergine di San Francesco d’Assisi, testo con cui la De Giovanni apre questa sua prima Antologia; ed in modo analogo si presenta anche la Lauda veronese, una Laude anonima del secolo XIII, nella quale “l’io poetico” come precisa la De Giovanni “è un io collettivo e popolare”.
Nel Trecento poi, secolo nel quale la nostra letteratura raggiunge il suo acme, esempi altissimi di invocazione a Maria sono la Preghiera di San Bernardo nel Canto XXXIII del Paradiso dantesco, nota come Preghiera alla Vergine, e la Canzone alla Vergine di Francesco Petrarca che chiude il Canzoniere.
Preghiere e lodi alla Vergine si sono in ogni caso sempre succedute nel corso dei secoli della nostra storia letteraria, come attestano i nomi di Guittone d’Arezzo (Alla Vergine Maria), Giannozzo Sacchetti (Laude), fratello del novelliere Franco; Lorenzo de’ Medici (Ciascun laudi te, Maria); Angelo Poliziano (Vergine santa, immaculata e degna); Vittoria Colonna (Vergine pura, che dai raggi ardenti e Stella del nostro mar, chiara e secura); G. Battista Marino (Madonna); Alfonso Maria de’ Liguori; Niccolò Tommaseo (con due poesie alla vergine); Giovanni Prati (con due poesie alla vergine); Giacomo Zanella; Giovanni Papini; Davide Maria Turoldo; e in epoca più recente Elena Bono e Aldo Nove. Di un certo interesse è il fatto che fra gli autori antologizzati troviamo in massima parte dei laici. Un’altra delle caratteristiche di questa Antologia è, infatti, quella di avere incluso, anzi privilegiato, accanto ad uomini di Chiesa, come Paolo Segneri, Alfonso de’ Liguori e Primo Mazzolari numerosissimi autori laici.
Dall’insieme dei testi di questa antologia della De Giovanni emerge pertanto come la figura della Madonna abbia diffusamente ispirato sin dai primi secoli i poeti italiani, i quali L’hanno cantata in versi sovente carichi di sublime poesia. In modo analogo al precedente anche il secondo libro, Cristo nella letteratura d’Italia, che viene a porsi come una continuazione e un completamento del primo, ci presenta diversi nuclei tematici riguardanti alcuni momenti della vita terrena di Cristo, fra cui maggiormente cantati dai poeti figurano quelli della Natività e della Crocefissione, intimamente legato, quest’ultimo, al motivo del dolore di Maria di fronte al Sacrificio del Figlio per salvare l’umanità.
Cominciamo dal tema della Natività. Al momento della Nascita, cioè al momento in cui il Salvatore, fattosi Uomo si è presentato a noi come un Bimbo fragile e indifeso, hanno guardato con commossa attenzione numerosi poeti di ogni secolo: dal trecentesco Simone Serdini (detto il Saviozzo) il quale, nel suo Capitolo a laude della Natività del Nostro Signore Gesù Cristo, descrive l’Evento del Natale con un linguaggio non ancora del tutto dirozzato, al quattrocentesco Leonardo Giustinian, i cui versi agili, schietti e di notevole musicalità della sua Laude (Natività) (p. 76) mostrano già una lingua più evoluta; dal cinquecentesco Gerolamo Malipiero, qui presente con il sonetto Benedetto sia ‘l giorno ‘l mese e l’anno a Isabella Farnese, una religiosa secentesca, la quale rivolge Al Santissimo Bambino nato una preghiera percorsa da intensi slanci mistici, tratta p. 140, dalle sue Rime Sacre.
Il Settecento, che è il secolo dei Lumi, è pervaso da un diffuso scetticismo in materia religiosa e non è perciò molto ricco di testi dedicati a Gesù. Incontriamo tuttavia, qui antologizzati, Alfonso Maria de’ Liguori, con il suo celebre Inno, cantato ancor oggi durante la notte di Natale (Tu scendi dalle stelle, da lui intitolato Canzoncina a Gesù Bambino, p. 147) e Pietro Metastasio, con un’ode intensamente musicale, Sopra il Santissimo Natale, riportata nell’Antologia solo parzialmente. Seguono poi i poeti ottocenteschi tra i quali qui troviamo antologizzato soltanto un Giacomo Leopardi giovanissimo, già autore di una “canzonetta”, Per il Santo Natale, dato che i poeti riportati hanno trattato altri argomenti.
E siamo così giunti al Novecento, un secolo che, nonostante i tumulti e i contrasti che l’hanno caratterizzato, è particolarmente ricco di testi riguardanti il Cristo. Tra essi ricordiamo Guido Gozzano, presente con tre poesie dedicate alla Natività, fra cui La notte Santa, costruita sul motivo delle ore che lentamente si susseguono sino al grande Evento (“Maria già trascolora divinamente affranta… // Il campanile scocca / La Mezzanotte Santa”); e in anni a noi più vicini Umberto Saba (con una semplice ma sentita preghiera, A Gesù Bambino e con una poesia d’intonazione schiettamente intimistica, Nella notte di Natale); Clemente Rebora, il quale con Il Natale (tratto dal suo libro Gesù, il fedele) ci ha dato una delle liriche più riuscite della sua ultima stagione poetica, in cui affiora un profondo sentimento di amore per il Cristo; Diego Valeri, con gli ampi distici de La notte di Natale e David Maria Turoldo, con un Natale che suscita nel poeta ricordi di altre età della sua vita.
Alcuni poeti del secolo scorso hanno poi associato alla festa del Natale la tragedia della guerra, che tanto frequentemente l’ha funestato, specie durante la prima metà. Troviamo qui antologizzati: Gabriele D’Annunzio, il quale nel suo testo Il Rinato (p. 219) trasferisce il Natale in trincea, stabilendo così un parallelo tra le sofferenze di Cristo e quelle di quanti furono feriti e morirono al fronte durante la prima guerra mondiale; Ada Negri, la quale, nella sua lirica Ritorno per un dolce Natale(p. 232), ci commuove con il “ritorno” in famiglia, in occasione del Natale, di un reduce della Prima Guerra Mondiale; Vittorio Sereni, che ci parla del suo Natale in prigionia (da “Diario di Algeria”) e Salvatore Quasimodo che, partendo dalla visione di un “presepe scolpito”, perviene a più assorte riflessioni sul comportamento dell’uomo che, dopo venti secoli di Cristianesimo, ancora “si scaglia sul fratello” (Natale).
Come già accennato i temi della Passione e della Crocifissione trovano largo spazio in questa seconda Antologia della De Giovanni, comparendovi sin dal duecento, con autori quali Guittone d’Arezzo (nella canzone O bon Gesù, p. 35) e Bonvesin de la Riva (di cui sono riportati tre testi, tratti dal De scriptura rubra, in cui il poeta rievoca la passione di Cristo), oltreché in diverse Laudi trecentesche in onore di Gesù Crocefisso.
Proseguendo nel tempo incontriamo nel ‘400 Castellano Castellani, di cui vengono proposte le stanze della Sacra Rappresentazione della Cena e Passione, che ci mostrano il momento altamente drammatico in cui Giovanni e la Maddalena piangono il Cristo morente sulla Croce e nel ‘500 Torquato Tasso di cui, oltre a tre sonetti sacri dedicati a Gesù in Croce, vengono antologizzate le prime dieci ottave, delle venti da cui è formato il suo componimento Lagrime di Cristo; ottave che sono espressione di una fede sincera e di una profonda sensibilità umana di fronte alle sofferenze di Gesù durante la Passione. Incontriamo ancora Scipione Errico, nel ‘600, con un madrigale Per Cristo in Croce e nel ‘700 Onofrio Minzoni con un sonetto, Sulla morte di Gesù Cristo(p. 154).
Nel secolo successivo, l’ottocento, troviamo poi Giuseppe Gioacchino Belli, un poeta dialettale (e non è certo l’unico dialettale presente nelle due Antologie) con un efficace sonetto intitolato Li crocifissi der venardì-Ssanto; Nicolò Tommaseo con una poesia, Al Redentore, nella quale viene rivissuto in maniera fortemente partecipe il dramma della Passione; Emilio De Marchi e Arturo Graff rispettivamente con le poesie A un vecchio Crocifisso e Al crocifisso sulla montagna.
Fanno seguito nel Novecento Ugo Fasolo, che in Venerdì Santo (p. 282) con grande efficacia, rappresenta il contrasto fra il dramma che si svolge nell’orto del Getsemani e la vita che continua indifferente nella città vicina e Giovanni Cristini, che in Gesù denudato vivo (dalla raccolta I chiodi e i dadi del 1961) pone l’accento sul momento in cui Gesù viene denudato e deriso.
Nella successione temporale, alla Passione di Cristo segue la Sua Resurrezione, che dà valore e significato alla prima, in quanto senza di essa il Cristianesimo non avrebbe ragione di essere. Sebbene la Resurrezione sia l’evento più importante della narrazione dei Vangeli, non molti sono i poeti che s’ispirano a questo momento di gloria. Fra quelli qui antologizzati ricordiamo, nell’Ottocento, Alessandro Manzoni con il suo celebre Inno Sacro: La Risurrezione (dal movimento veloce e incisivo) e nel Novecento Giovanni Papini, con una lirica, Resurrezione, nella quale questo poeta esprime, come osserva anche la curatrice dell’Antologia, “lo zelo e l’entusiasmo del neofita”. Più vicino a noi è poi Carlo Betocchi con La Pasqua dei poveri, in cui il poeta con fine sensibilità s’immedesima nella condizione dei più poveri di fronte alla gioia della Resurrezione: “Forse per noi che non abbiam che pane, / forse più bella è la tua Santa Pasqua”. In maniera meno convenzionale pure Angelo Mundula s’ispira alla Resurrezione, in una poesia, Il sepolcro impossibile, dove neanche l’ateo può ignorare il volto di Cristo, ormai entrato nella Sua gloria.
Singoli autori si soffermano ancora su altri momenti meno frequentemente trattati della vita del Cristo. E’ il caso di Felice Tancredi da Massa (‘300), il quale nella sua poesia Il Battesimo di Gesù ritrae il Salvatore nel momento in cui incontra al fiume Giordano il Battista, che Lo riconosce come “il gran Messia”; di Vincenzo Monti (‘700) che in una sua canzone tratta dell’incontro dell’anima di Giuda con Cristo, disceso all’Inferno dopo la sua morte (Sulla morte di Giuda) e di Giovanni Pascoli che nella sua poesia Gesù Lo evoca nel momento in cui è attorniato dai fanciulli. Nel ‘900 vanno a tale proposito ancora ricordati Davide Rondoni con la sua Figura del centurione, in cui viene rappresentato un soldato che, folgorato dalla grandezza del Cristo, compie un inaspettato atto di fede e Mario Luzi che nel suo testo Epifania (tratto dalla raccolta Onore del vero) si occupa del viaggio dei Magi verso l’umile grotta di Betlemme: “Ed ecco / il convoglio sulle dune dei Magi / muovere al passo dei cammelli verso / la Cuna”. Un momento inusuale della vita di Gesù è poi quello descritto da Rosa Elisa Giangoia, la quale Lo coglie nel Tempio mentre, ancora bambino, disputa con i dottori mostrando un’eccezionale sapienza (Gesù tra i dottori).
Per avere un quadro completo anche delle tematiche di questa seconda Antologia, occorre però tenere presente, come già nella precedente, l’aspetto devozionale, che traspare da molte delle poesie antologizzate; un aspetto che offre un ampio ventaglio di autori e di atteggiamenti espressivi.
Come una vera e propria preghiera, e quindi manifestazione della piena dell’animo, che a Gesù si rivolge per impetrare pace e perdono o per esaltarLo nella Sua Natura Divina, si presenta la Laude IV di Jacopone da Todi; così come si presentano i versi del Canto XXXIII del Paradiso dantesco, dove l’immagine di Cristo traluce dalla visione beatifica del pellegrino Dante che contempla, giunto al termine del suo viaggio, il Mistero di Dio; e ancora vere preghiere sono i due sonetti del Petrarca, Padre del ciel, dopo i perduti giorni e Muovesi il vecchierel canuto e bianco, nel secondo dei quali si fa riferimento al “Sudario della Veronica”.
Si vedano anche, sempre a proposito della tematica devozionale in questa Antologia, oltre alla Laude di Lucrezia Tornabuoni, madre di Lorenzo il Magnifico, i sonetti di Vittoria Colonna, in cui domina l’invocazione a Cristo perché la sorregga e la consoli e quello di Gaspara Stampa, tutto pervaso da un sincero pentimento; nonché i due sonetti di Bernardo Tasso (Cristo e A Cristo), entrambi dedicati a Gesù in Croce e altri tre che Benvenuto Cellini scrisse in carcere, nel primo dei quali, Oggi è quel dì che ‘l ciel mostrò la terra, egli esalta la figura di Cristo, Redentore dell’umanità.
Altri nomi degni di nota che qui compaiono sono: Giosuè Carducci, con un componimento giovanile (Lauda spirituale) in onore del Corpus Domini; Luigi Pirandello, che in Torna Gesù esprime una profonda sete di Eternità; Giuseppe Ungaretti, con la poesia Mio fiume anche tu, da Il dolore, che rappresenta quasi un inno alla Fede in “Cristo, pensoso palpito, / astro incarnato nell’umane tenebre”; Vittorio Sereni, con una breve poesia sul Natale (“E sii tu oggi il Dio che si fa carne”), tratta da Diario d’Algeria; Giuseppe Conte, il quale in Sia benedetto il Seme, da Canti d’Oriente e d’Occidente, recita una preghiera di gratitudine alla vita e al suo divenire.
Un libro molto ricco di testi e di spunti, dunque, anche questo secondo di Neria De Giovanni che, unitamente al precedente, ci offre una vasta panoramica su temi di grande interesse non soltanto per i credenti, ma per chiunque voglia approfondire le sue conoscenze su tematiche di primaria importanza della nostra letteratura nazionale.
© Liliana Porro Andriuoli – all rights reserved
*
ENTRAMBI I VOLUMI DI NERIA DE GIOVANNI SONO ACQUISTABILI SU IBS:
http://www.ibs.it/code/9788820981488/de-giovanni-neria/maria-nella-letteratura.html
http://www.ibs.it/code/9788820983659/de-giovanni-neria/cristo-nella-letteratura.html

Articolo estremamente interessante, Maria, che invoglia a leggere i due libri di Neria De Giovanni. Grazie.
Grazie a te, Alberto, per la tua puntuale attenzione e sensibilità.
Sì, sono libri non solo interessanti, ma oserei dire assolutamente necessari.
Io li ho sempre a portata di mano sul mio tavolo di lavoro e li consulto, perchè per chi ama la letteratura è doveroso attingere ai testi immortali che l’ingegno, in questo caso italiano, ha prodotto nel corso dei secoli.
Poi conosco anche personalmente Neria De Giovanni. So tutto il suo impegno, la sua preparazione ed intelligenza e la stimo veramente moltissimo.
Un caro saluto.
Maria
Con le tue parole, Maria, mi confermi la bella impressione che ho avuto dei due libri di Neria de Giovanni leggendo l’ampio e particolareggiato articolo di Liliana Porro Andriuoli.
Un caro saluto. Grazie ancora.
Alberto
Voglio innanzitutto ringraziare Alberto Mancini per la sua lettura così attenta e partecipe del mio saggio. È un giudizio, il suo, che mi ha non solo molto lusingata, ma mi ha anche oltre modo confortata sull’utilità del mio lavoro e sulla comprensibilità del mio messaggio. Purtroppo, quando si scrive o si parla capita sovente, come diceva Norbert Wiener, di non essere sicuri di quello che si è riusciti a comunicare agli altri; la vera certezza del messaggio che inviamo l’abbiamo infatti soltanto quando riceviamo l’altrui conferma. Il fatto di essere stata capace di trasmettere, almeno in parte, quello che i due libri di Neria De Giovanni mi hanno regalato allorché li ho avuti a lungo tra le mani (e che sicuramente possono regalare a numerosi lettori), ha provocato in me un’autentica gioia. Grazie ancora Alberto.
E grazie sempre, anche alla eccezionale Maria, per il suo infaticabile e splendido lavoro che porta avanti con grande abilità e costante passione.
Liliana
Carissima,
la gratitudine è mia per il bel lavoro che ha fatto, si è accostata con amore al grande impegno profuso da Neria, la quale mi ha detto che desidera ringraziarla per tutto cio’, di vero cuore.
E’ bello anche mettere in circolo idee ed emozioni che veicolano la bellezza, anzi la Bellezza.
Che ha tanti aspetti, ma un solo Volto.
Grazie ancora, mia – e nostra – cara amica.
Maria
Grazie a Neria per averci offerto queste due antologie, florilegi nel senso vero della parola, che ci hanno fatto ripercorrere la storia della nostra fede che si è trasmessa di generazione in generazione anche e soprattutto grazie all’efficacia delle parole letterarie che i nostri scrittori hanno saputo trovare sempre adatte in ogni tempo. Grazie anche a Liliana che l’ha presentata a tutti i lettori di questo blog con una rassegna ampia, precisa e dettagliata, ma anche un grande grazie a Maria per il suo impegno in questo blog.
Rosa Elisa Giangoia