Non domerà la bestia chi ne imita il verso


Racconto di MARIA DI LORENZO

*

Cara Milena,

ti scrivo questa lettera sul treno mentre raggiungo di notte la frontiera, perciò non fare caso alla mia calligrafia se questa volta non è delle migliori. Da quando sei partita è già trascorso un anno ormai… ricordi l’ultima volta che c’incontrammo? Fu all’università, mi sembra; tu stavi uscendo dalla biblioteca dove avevi mostrato a tutti con orgoglio il tuo passaporto nuovo di zecca, mentre io raggiungevo trafelata (come sempre!) la lezione pomeridiana del professore, e così finimmo per scontrarci proprio sulla porta. Ti ricordi?

E’ già passato un anno. Il tempo ha travolto ogni cosa nella sua corsa cieca,  selvaggia, e nella velocità del crollo le distanze si sono fatte così spaventose, così inarrestabili. L’hai notato anche tu? La cenere dei giorni si deposita poco alla volta sui nostri occhi, ci fa pesanti le palpebre; poco alla volta scava solchi sopra le nostre facce: di dolore, di sottile inquietudine, a cui non sappiamo neppure dare un nome… Il cielo adesso si tinge interamente di nero. Lo vedo dal mio finestrino, attraverso il vapore dei fiati. Non rimane nemmeno una luce a rischiarare l’orizzonte. Lontano, neppure la luna.

Che cosa posso dirti? I muri sono crollati, questo già lo sai, si sono sbriciolati tutti quanti, miseramente, neanche fossero di cartapesta… ora però c’è un altro muro che ci cresce intorno, sai? Senza mattoni, senza filo spinato, senza guardie da una parte e dall’altra a difenderlo, però ugualmente crudele. Ci stringe attorno, ci assedia quasi: con dolcezza poi, con estrema lentezza alza le sue palizzate tenaci e invisibili verso di noi e un giorno dopo l’altro ci esilia dalla vita…

Ti ricordi del Professore? Il nostro Professore, che ci regalava i suoi libri, e che ci insegnava la vita, la speranza, a non perdere mai la fede nella vita… ti ricordi? Alle sue lezioni sei venuta anche tu. Il Professore, Milena, non c’è più… oddio, come faccio a dirtelo più chiaramente? Il fatto è che nessuno lo può dire con certezza che lui è scomparso, insomma che è morto, però vedi, adesso lui non c’è più… E’ accaduto tutto otto mesi fa. Era una fredda mattina di ottobre.

Camminavo lungo il viale dell’università, in mezzo al vocio degli altri studenti in gruppo e i mulinelli delle foglie secche trasportate dal vento, quando mi sentii chiamare dietro le spalle, all’improvviso. Mi voltai. Era Manfred.

“Ma dove corri con quella faccia stravolta?”, scherzai di  fronte alla sua aria trafelata. “Hai appena visto un fantasma, per caso?”

“Allora, non l’hai ancora saputo…”, fece lui.

“Saputo cosa?”, mi allarmai. “Che cosa è successo?”

“Il Professore. Il Professore non c’è più. E’ scomparso, Hanna…”

“Scomparso? Ma che vuol dire scomparso? E’…morto, forse?”

Manfred si strinse nelle spalle. “Non si sa ancora. La polizia questa mattina è arrivata all’università per interrogare tutti quelli che lo conoscevano. Il preside dice che sentiranno anche noi: eravamo i suoi allievi, frequentavamo pure la sua casa…ma tu quando l’hai visto l’ultima volta?”

“Martedì, in biblioteca”, risposi io dopo aver frugato velocemente nella memoria. “Mi ha dato un libro da leggere, abbiamo scambiato poche parole. Pareva tranquillo. Come sempre”.

“Oggi però è venerdì”, obiettò lui. “La sorella del Professore – è lei che ha dato l’allarme – ha detto alla polizia di non vederlo da tre giorni. Non l’ha sentito neppure per telefono. E’ molto strano, non ti pare?”

“Potrebbe essere partito”.

“Senza dirlo a nessuno? Non è da lui, lo sai. Il Professore è così preciso, così meticoloso. E poi è un tipo abitudinario, non va mai da nessuna parte. No, deve essergli capitato qualcosa, ne sono sicuro. Ho un terribile presentimento…”

*

Manfred non si sbagliava. Trascorse una settimana e del professore nessuna traccia. Nulla. Sembrava svanito nel nulla, come se la notte l’avesse inghiottito e sigillato dentro il suo mistero. La polizia ci interrogò a lungo. Tutti i suoi allievi e i conoscenti furono interrogati alla ricerca del minimo dettaglio che potesse fare un po’ di luce in quella nebbia fitta. Poi furono setacciati i quartieri più malfamati della città, le strade adiacenti alla stazione dove si riversano di solito i barboni. Anche il fiume venne dragato alla ricerca del suo cadavere, ma niente. Il professore sembrava evaporato nel nulla più assoluto e incomprensibile.

“Secondo me”, disse allora Manfred, “il Professore ha voluto togliersi la vita. Era anziano, con la salute un po’ malandata, negli ultimi tempi  – te ne sei accorta?  – era anche più taciturno del solito. Sì, solo così si spiega il fatto che non ha portato niente con sé. Sul suo scrittoio, perfettamente allineati l’uno accanto all’altro, sono stati ritrovati l’orologio, le chiavi di casa, il portafoglio, e gli occhiali… Gli occhiali, Hanna, gli occhiali! Come avrebbe potuto andarsene senza gli occhiali, lui che non vedeva a un palmo dal suo naso? L’hai dimenticato?”

“Hai ragione”, gli dissi, “però se si fosse tolto veramente la vita, come dici tu, dov’è finito adesso il suo corpo? Perché non l’hanno trovato? Questo prova che il Professore non si è ammazzato ”.

“E se invece… l’avessero ucciso? Magari volevano rapirlo, magari lui si è sentito male, e allora…”

Manfred si lambiccava il cervello in mille congetture diverse, le più fantasiose. Ed io insieme a lui. “Supponiamo”, proposi, “supponiamo per esempio che lui avesse deciso di allontanarsi. Magari per rifarsi una vita…”

“A sessantasette anni?!”, m’investì lui incredulo. “Uno si rifarebbe una vita a sessantasette anni?! Suvvia, Hanna!”

Mi intestardii. “Perché? Che ci trovi di male? Non li leggi i giornali? Per taluni, dicono, al giorno d’oggi la vita comincia a sessanta anni…Supponiamo per un istante che il Professore avesse deciso veramente di andarsene, e che l’abbia fatto di notte, col favore delle tenebre. C’era qualcuno, forse, che lo  attendeva in fondo alla strada per condurlo via, lontano. Deve essere andata proprio in questo modo: una macchina con il motore acceso sotto la finestra della sua camera da letto, e dentro la macchina c’era qualcuno, uno sconosciuto che lo stava aspettando e che poi l’ha aiutato a fuggire…”

“O a morire”, fece Manfred amaro.

Mi ribellai. “Non essere così pessimista! Perché mai avrebbe dovuto farlo? Non ne aveva il motivo. Io penso…”

Non mi fece neppure finire la frase. “Ecco, l’hai detta la parola giusta: tu pensi. Tu puoi solo pensare, immaginare come si sono svolte le cose, ma non sai niente, non conosci la verità. Che ne sai tu del Professore, del suo dolore magari, della sua solitudine, del suo vuoto? Aveva i suoi libri, certo, e le lezioni, lo studio, ma queste cose che tante volte sono capaci di riempirti la vita, altre volte invece non possono niente contro la malinconia, la vecchiaia che avanza, la depressione. Mangiare da solo, passeggiare da solo, coricarsi da solo. Lo sai che cosa vuole dire? Non lo sai tu, come non lo so neppure io. Ma prova a immaginarlo. Un uomo, da solo, senza una donna al suo fianco, senza il calore del suo sorriso, il suono quotidiano della sua voce, col passare del tempo lo sai che cosa diventa? Un alberello striminzito. Un povero arboscello senza luce né acqua, rinsecchito. Così, appunto, è l’uomo mangiato dagli anni e dalla solitudine: intristisce, si lascia andare, si abbrutisce, finché muore, un giorno. Non si nasce per vivere soli, questa è la verità. Si finisce per allevare dentro di sé, acquattata in fondo alle viscere, una bestia silenziosa che corrode. Corrode la vita. Ogni giorno. Un male dell’anima, oscuro, che porta talvolta fino alla soglia del non ritorno. E la vita, la nostra vita che prima ci appariva così interessante, così piena di progetti, di sogni, di parole racchiuse nei libri, può diventare tutt’a un tratto un tale peso, una fatica insostenibile. E allora? Allora si sceglie. Zac. Un gesto estremo, definitivo. Strapparsi dal cuore la vita, uscire di scena. Per sempre. Andare nel buio. E senza voltarsi mai più.”

“E ti sembra una buona idea questa?”, replicai io.

“Sai bene che non lo è”, disse Manfred, “però il  Professore può averlo pensato, decidendo alla fine di metterla in pratica, non ti pare?”

“Se avesse voluto morire”, mi impuntai, “l’avrebbe fatto senza tanti misteri”.

Manfred sogghignò. “Sotto gli occhi di tutti? Suvvia, Hanna, sai benissimo che il Professore non l’avrebbe fatta mai una cosa tanto plateale. No, meglio il silenzio per lui. Dissolversi in punta di piedi. Non ti ricordi di quella volta?”

*

La sua voce. “Non domerà la bestia chi ne imita il verso…”.

La voce del Professore tornava dal fondo della memoria, dal suo magma nero e ribollente, e risaliva a sprazzi, sempre più nitidamente. Come quella mattina, tra i banchi di scuola.  “Non domerà la bestia chi ne imita il verso… Che cosa significa secondo voi?”

Si fermò davanti al mio banco, puntandomi addosso i suoi occhi celesti, trasparenti come l’acqua. “Hanna!”

Ci pensai su un attimo, e poi risposi: “Secondo me questo verso tratto dalla poesia di Ingeborg Bachmann vuol dire che quando sono le belve a parlare, allora è meglio tacere…”

“…Perché le belve sono indomabili”, concluse lui, quasi parlando tra sé e sé, “e nessuno può pensare di vincerle usando la loro stessa ferocia. E’ una impari lotta”.

Lo fissai. Per un attimo mi sembrò di leggere in quegli occhi limpidi e aerei un lampo di inquietudine. Ma forse era soltanto un riflesso del sole che batteva sui vetri, dentro la stanza.

“Eppure”, diceva adesso la sua voce, “eppure bisognerebbe, sì, bisognerebbe provarci. Non certo noi, che siamo i rami secchi, ma voi, la generazione di domani. A voi soltanto è concesso, perché sta a voi edificare la città futura…”

“Ma anche con il vostro aiuto”, l’interruppe Manfred  infervorandosi, “anche grazie a lei, Professore, alla sua saggezza. Attraverso il suo insegnamento…”

“No, Manfred”, lo fermò lui scrollando la testa, “non grazie a me. Perché la vita non si insegna.” Un sorriso amarognolo gli increspava adesso le labbra sottili. “Sono vecchio io, e oggi c’è in giro troppo rumore. Troppo. Sono vecchio come la luna, che se ne sta di notte solitaria nel cielo stellato. Bianca, indifferente, e inutile. Non servo a nulla, come lei. A me si addice il silenzio oggi: così bello, così elegante, perfetto. Mentre voi invece porrete le fondamenta della città dell’uomo…”

*

Com’è strana la vita, Milena. Hai fatto caso che ci  accorgiamo delle cose, meglio ancora delle persone che ci sono accanto solamente quando queste ci vengono a mancare? Finché le abbiamo a portata di mano ce ne interessiamo a stento, poi improvvisamente quando non ci sono più, quando scopriamo di averle perdute per sempre, allora ci rendiamo conto tutt’a un tratto del loro insostituibile valore. Ci accorgiamo in questo modo che non parlammo mai in loro presenza delle cose più importanti, ma soltanto di quelle più futili, delle più insignificanti. Parlammo del tempo, della musica, della carta da parati o dei fiori sul balcone, ma le cose più necessarie, le più importanti, quelle, beh quelle non le dicemmo mai. Ciò che c’era di più autentico, di più profondo rimase chiuso dentro noi, sepolto per sempre.

Il Professore, per esempio. Eravamo i suoi allievi, i suoi studenti prediletti… te ne ricordi? Ci aveva aperto le porte di casa sua, lui di solito così appartato, così riservato in tutte le sue cose, eppure… Eppure non lo conoscemmo mai, sigillati nel nostro invincibile egoismo. Non lo conoscemmo mai se gli fu possibile scomparire da un giorno all’altro sotto i nostri  occhi senza lasciare traccia. Neppure un indizio pallidissimo per noi che lo vedevamo tutti i giorni senza mai vederlo veramente: eravamo rinchiusi nella nostra silenziosa indifferenza fatta di milioni di cose inutili, divorati da una fretta insensata di vivere.

*

Continuammo a cercarlo per alcune settimane assieme alla polizia. I giorni si sommavano ai giorni. E le mille congetture diverse. E i rimorsi. E il nostro acuto rimpianto.

Cercammo. Cercammo a lungo, senza posa. Finché la stanchezza ebbe la meglio sulla nostra cocciuta volontà di ritrovarlo a ogni costo, magari pure sotto mentite spoglie: un monaco, un eremita, un mendicante… La città è piena di persone senza passato, senza memoria, quasi senza volto per noi che camminiamo in fretta, scansandoli, indifferenti alle loro esistenze dolorose.

Ti confesso che da quando il Professore non c’è più ho guardato spesso le facce di queste persone per le strade, nei passaggi bui e maleodoranti della metropolitana, e ognuno avrebbe potuto essere lui, sotto le rughe, la barba arruffata, la pelle arrossata dal freddo e dal vino. Come quella mattina.

“Si sente bene?”, avevo chiesto con voce incerta, timorosa, a un poveraccio che avevo urtato involontariamente uscendo dalla stazione della metro.

Camminava con fatica, procedendo a zigzag dentro due scarpe sfondate che avevano sicuramente conosciuto tempi migliori. I vestiti, una giacca di lana inzaccherata su dei pantaloni scuciti e senza forma, in tempi forse non remoti dovevano essere stati dei capi di buona qualità. L’uomo si trascinava barcollando sulla strada, nella prigione a cielo aperto dei clacson e dei tubi di scarico. 

Mi ero avvicinata titubante. “Posso fare qualcosa per lei?”

Lui bofonchiò qualcosa tra i denti che non riuscii ad afferrare, e fece per andarsene. Fu con quel gesto brusco che dalla tasca sdrucita gli scivolò a terra un piccolo quaderno spiegazzato. Tirava diritto senza accorgersene. Lo chiamai.  

“Aspetti, non se ne vada! Le è caduto questo… E’ suo questo quaderno, non è vero?”

Lo raccolsi da terra incuriosita. “Le piace scrivere?”, mi venne da chiedergli.

Lo sconosciuto mi fissò un lungo istante senza rispondere. A ripensarci adesso, chissà poi perché avevo attaccato a parlare con uno di quei vagabondi. In vita mia li avevo sempre evitati, e non tanto per paura o per indifferenza, ma perché davanti a loro mi sentivo afferrare ogni volta da un disagio, un disagio potente, una pena di non sapere che fare, che dire. Una sottile vergogna.

Ma c’era qualcosa in quello sconosciuto che mi aveva  colpito, qualcosa di familiare: il suo sguardo, forse, o il  sereno distacco, la dignità quasi, con cui stava in mezzo agli altri derelitti come lui, sulla rampa di uscita della  metropolitana. La calma ingannevole delle vite negate.

E poi c’era quel quaderno. Che se ne faceva un barbone come lui di un quaderno? Gettai un’occhiata in quelle pagine sgualcite e rimasi a bocca aperta. Ci credi se ti dico che lì dentro non c’era scritta neppure una parola, un verbo, una frase di senso compiuto? Il quaderno era tutto scritto sì, ma era zeppo soltanto di numeri.  

“Che significa?”, gli chiesi, sempre più incuriosita. “Perché non ci sono delle parole qui dentro?”

Lo sconosciuto allora scoppiò in una risata rauca. “Sei una ragazza curiosa”, rispose compiaciuto, “ma io ti voglio accontentare, visto che ci tieni tanto. Dimmi un po’, ragazza mia, che cosa studi? Andrai a scuola, immagino…”

“Sì, faccio l’università, lettere e filosofia”.

“Ecco, lo vedi? Parole. Sempre parole. Ma le parole spesso non servono a niente. Ci hai mai pensato? I libri vengono dati alle fiamme. Le parole bruciano”, continuava adesso con lo sguardo perso nel vuoto, “e poi non servono a niente, no, non sono efficaci. Le parole, troppo spesso, non sono capaci di dare un contorno vero alle cose. Al mistero che avvolge tutte le cose. Non sanno dire la potenza dei nostri sentimenti, i nostri pensieri. I numeri invece sono perfetti. E poi  - commentava con un sorriso enigmatico - arriva un giorno che il silenzio e la parola sono uguali, sono la stessa cosa: due facce di una stessa medaglia…”

“Lei mi ricorda una persona che ho conosciuto, e che diceva più o meno le stesse cose”, dissi io seguendo il filo improvviso dei miei pensieri. “Il nostro Professore. Un giorno è scomparso e noi non abbiamo saputo più niente di lui…”

“Un giorno…”, fece lui borbottando a fior di labbra, come soprappensiero, “un giorno ti guardi allo specchio, come tutte le mattine, e provi a toglierti la maschera  – quella maschera insopportabile, grottesca  – che da molti anni porti incollata sul viso. Ma all’improvviso scopri che quella non viene più via, che è troppo tardi… Ah, il tuo passato allora ha sulle labbra il sapore amaro della cenere, ti frana addosso. Ma la vita continua, e non si attarda su ieri. Solo che ormai la tua vita tu non la conosci più, è diventata una straniera. Una sconosciuta che cammina al tuo fianco…”

“E’ per questo motivo che ha deciso di stare sulla strada?”

“Mi piace incontrare il tempo attraverso le ombre che si disegnano giorno dopo giorno sulle facciate dei palazzi. Le meridiane della vita!”, esclamò lui socchiudendo gli occhi davanti al riverbero del sole.

Poi ridivenne serio, tutto ad un tratto. “Ma non voglio parlare”, mormorò a mezza bocca, “non voglio parlare più. Sono vecchio, io. Vecchio. Come la luna…”

Fece una smorfia.

“Vecchio come la luna…” , ripetei io macchinalmente. Poi all’improvviso mi ricordai di aver già sentito una volta quell’espressione. Ebbi un tuffo al cuore.

“Come ha detto, scusi?”, lo incalzai. “Ma chi è lei? Come si chiama?”

Esplose in una fragorosa risata.

Lo incalzai di nuovo, tutta agitata. “Mi dica il suo nome, la prego! Io credo di averla già sentita una volta questa espressione. Lei non può essere… lei è…il Professore?!?”

Agguantò il quaderno sgualcito ridendo, poi si aggiustò la cintura dei pantaloni logori tenendola con uno spago. All’improvviso mi guardò come se tutt’a un tratto fossi diventata trasparente, e fece per andarsene immergendosi nel traffico impazzito dell’ora di punta.

Ansimando un poco, si girò bofonchiando contro di me: “Il mio nome, ragazza mia, è Personne. Io sono Nessuno. Nessuno, hai capito? Io sono qualcuno che non vuole parlare.  Nessuno…”, cantilenò inghiottito dai clacson, “nessuno… nessuno…”

Cercai di raggiungerlo, inutilmente. Lo chiamai più volte, senza fiato. “Non se ne vada! Aspetti! Non se ne vada… Professore!”

Lo seguii con gli occhi nel carosello delle auto rombanti finché scomparve del tutto dietro i pannelli dei cartelloni pubblicitari, inghiottito dagli abissi di solitudine metallica della città.

*

Non so, Milena, se quel vagabondo fosse veramente il nostro professore. Non lo so, e non l’ho mai capito. Ma non importa.

Continuo a pensare che lui esista ancora, da qualche parte. Lontano. Eppure ancora vicino a noi, che gli volevamo bene pure senza saperlo. La luce del suo sguardo ci accompagna nei gelidi inverni del nostro cuore. Ma il suo enigma, il mistero della sua perdita, resta insondabile. Per sempre.

*

© Maria Di Lorenzo – all rights reserved

28 responses on “Non domerà la bestia chi ne imita il verso

  1. Provate a immaginare un giorno che una persona a voi cara, familiare, una persona che vedete ogni giorno e che pensate di conoscere ormai bene, faccia perdere le sue tracce e di lei (o di lui) non rimanga piu’ niente, neanche una tomba su cui portare un fiore, neanche la certezza se sia veramente morta oppure andata a finire in chissa’ quale parte del mondo. Nulla. Se non il vuoto di una assenza a cui non sapete dare un nome.

    Qui la scrittrice con la sua acuta sensibilità mette a fuoco uno dei problemi del nostro tempo, quella placida indifferenza nella quale tutti piu’ o meno siamo immersi e sotto cui si nasconde cio’ che l’autrice stessa, a un certo punto della storia, definisce “la calma ingannevole delle vite negate”.

    E’ un racconto emozionante, che parla al cuore.
    Grazie, Maria!

  2. Molto tenero e molto malinconico, scritto divinamente. Mi ha fatto molto riflettere, sul valore della vita, dei rapporti umani. Brava Maria.

  3. Salvo, il tuo giudizio mi stava molto a cuore
    e sapere che hai apprezzato il mio racconto mi rende assai felice,
    e anche onorata!
    Perchè sei acuto e sempre molto attento alle cose che scrivo.
    Ti ringrazio tantissimo, e ti saluto con affetto :-)
    Maria

  4. “Le parole non sanno dire la potenza dei nostri sentimenti”.
    Ma in questo caso Maria, con le sue parole, ci è riuscita.
    Complimenti. Un racconto molto bello.

  5. Racconto molto bello, Maria, che riempie il cuore di tristezza, anche e soprattutto perché coglie una realtà che, nel mondo attuale, s’impone ai nostri occhi, alla nostra intelligenza e alla nostra anima.

    “Quando sono le belve a parlare, allora è meglio tacere…”
    “…Perché le belve sono indomabili e nessuno può pensare di vincerle usando la loro stessa ferocia. E’ una impari lotta”.

    E, è vero, la vita non si può insegnare, neanche da parte di chi la conosce e lo potrebbe fare. Perché spesso chi la conosce è vecchio, ‘vecchio come la luna’. E “Non domerà la bestia chi ne imita il verso…”.

    “Eppure, eppure bisognerebbe, sì, bisognerebbe provarci. Non certo noi, che siamo i rami secchi, ma voi, la generazione di domani. A voi soltanto è concesso, perché sta a voi edificare la città futura…”

    Il mondo del domani è dei giovani, e sono loro che dovranno ‘lottare’ per una loro propria ‘città futura’ degna di essere vissuta.
    Ma forse tocca anche ai vecchi, ai vecchi ‘come la luna’, aiutare con la loro ‘presenza’ i giovani come possono, per quel poco che possono, se non a usare la stessa ferocia delle belve, almeno a ‘vedere’ meglio, anche se rischiano ogni giorno, e lo sanno, di non essere ascoltati.
    Questo perché, alla fine, i vecchi non abbiano un rimorso, intimo e terribile, se i giovani di oggi, un giorno, messi alle strette dal mondo, dicessero:

    “Ma voi, che le cose le sapevate, che avevate esperienza della vita, dove eravate quando avreste potuto parlare?
    Voi vi siete arresi, avete taciuto, e invece noi, magari senza saperlo, avevamo in realtà bisogno della vostra presenza, delle vostre parole. Come abbiamo bisogno di tanto in tanto di alzare gli occhi alla luna, così ‘vecchia’, ma anche così piena di significato e di mistero.
    Questa luna, sempre presente nel cielo, che ci guarda ogni notte, come a vegliare sulla nostra vita, e illumina la nostra strada, e ci conduce a pensare ai calcoli esattissimi che l’hanno posta nello spazio così com’è, sempre rivolta con estrema precisione verso di noi, sempre con la stessa ‘faccia’, come a volerci rivelare qualcosa di profondo, di essenziale, come a volerci invogliare, anche noi, a guardare dentro noi stessi.
    Quando avevamo più bisogno di voi, dove eravate?
    Voi, così esperti e saggi, vi siete in realtà arresi alla paura di non essere ascoltati !”.

    Grazie, Maria, per il tuo racconto, così pieno di significati, e per il lavoro che porti avanti, costante e presente.

    • Caro Alberto,
      ti ringrazio molto per quello che scrivi.
      E sono d’accordo con te. Il mondo degli adulti ha delle responsabilità, che non vanno disattese. Mentre invece il passaggio di consegne sul filo dell’esperienza non credo sia possibile veramente, perchè ogni generazione vuole fare le sue esperienze e i suoi sbagli, anche noi abbiamo fatto così e così faranno quelli dopo di noi.
      Ma la questione centrale del racconto è l’indifferenza, il farsi scivolare la vita, quella propria e ancor piu’ quella degli altri che ci sono accanto, senza un fremito, un’adesione emotiva, per poi capire tutto, come risvegliandosi da un brutto sogno, quando ormai non si puo’ fare piu’ niente. E’ un tema che sento molto, questo, e da sempre…

  6. Non solo ho immaginato… ma questo racconto mi ha fatto venire in mente una persona, che ho conosciuto tanto tempo fa quando ero ancora molto giovane, un ragazzo per l’esattezza, che poi è diventato il marito di una mia amica, scomparso improvvisamente! Di lui non si è saputo più nulla e a tutt’oggi non si sa che fine abbia fatto… Sua moglie e i suoi figli non hanno mai avuto una tomba sulla quale poggiare un fiore e su cui piangere, che tristezza!
    Ma il tuo racconto, bellissimo tra l’altro, va oltre e conduce a svariate riflessioni che riguardano la caducità della nostra esistenza e la dura lotta per la sopravvivenza che si ingaggiano quotidianamente. Complimenti Maria, mi piace molto nel tuo racconto il dialogo aperto che hai con i personaggi. Un saluto affettuoso.

  7. Complimenti vivissimi per questa storia vigorosa, che pare condensare un intero romanzo. Sembra perfino di vederne scorrere le immagini come in un film.
    La prima parte è un thriller, poi sfuma in ricerca psicologica, in scavo e riflessione.
    Profondo e toccante il tema del riconoscere l’altro, colui che ci sta accanto e che guardiamo mille volte senza vedere mai realmente.
    Cosa sappiamo, davvero, di chi ci sta accanto? Forse solo ciò che vogliamo sapere, solo ciò che ci serve, che ci torna utile. Nella frenesia di ogni giorno reputiamo tutto il resto una superflua perdita di tempo e di energie.
    Cosa comunichiamo di noi stessi agli altri? Un velo di geloso pudore spesso lascia in ombra la vera essenza che preferiamo celare, per difesa e diffidenza. La maschera confortevole del perbenismo ci impone di non lasciare affiorare i desideri più veri, le sofferenze più intime.
    “Uno si rifarebbe una vita a sessantasette anni?!” Domanda graffiante. Risposta coraggiosa, racchiusa in quel dubbio, di sapersi scrollare di dosso ciò che ormai è solo un peso e tuttavia è tutto ciò che è stato costruito nell’intera vita.
    Sorprendente il finale, aperto, amaro, coinvolgente. “Io sono qualcuno che non vuole parlare” qualcuno che ha scelto di colpo il silenzio, la dimensione opposta a quella del “professore” dal quale tutti, sempre, si aspettano di ricevere la parola giusta, appropriata. E quella parola non sempre è disponibile, non sempre è pronta. Diventa una croce, un peso che trascina, costringe, a farsi “altro da sé” per potere ritrovare pace, ritornando dialetticamente “in se”.
    Grazie per aver saputo cogliere, con essenziali sapienti tocchi, uno dei temi più attuali anche fra i giovanissimi (vorrei proporre la lettura ai miei alunni), il pirandelliano tema dell’autentica identità, propria e altrui.

    • Ti ringrazio molto, cara Elvira, perchè hai letto veramente con grande attenzione la storia presentata, cogliendone le sfumature. Mi colpisce sempre molto il fatto di vivere fianco a fianco con delle persone senza accorgersi veramente di loro, è un tema che mi tocca nel profondo. Diciamo pure che tocca anche un nervo scoperto della nostra società, di questi nostri tempi moderni, dove nulla sembra contare veramente, dove si va sempre di fretta e non si ha mai tempo per nulla, fino a quel muro che ti si para davanti e tu ci sbatti contro con una violenza deflagrante… Chi scrive deve rappresentare il mondo, la vita, deve affondare nella realtà che lo/la circonda e raccontarla, bene oppure male, ma sempre con onestà. E in questo io credo.

  8. E’ un racconto di una malinconia metafisica, un testo molto profondo.
    Ed anche originale nel porgersi sotto forma di lettera immaginaria tra due studentesse universitarie, quindi due ventenni o poco più, che si trovano davanti al primo grande mistero, probabilmente, della loro vita.
    Un evento misterioso come la scomparsa del loro professore apre spiragli di inquietudine e di riflessione in esistenze giovani tutte proiettate in avanti, a costruire ponti di gioia futura… e invece ecco il primo contraccolpo, il retrogusto amaro che tante volte ha la vita, ma è un’occasione unica per fare un balzo più grande, dentro la vita adulta e le sue consapevolezze….
    Ringrazio Maria per averlo scritto, la ringrazio per la sua profonda sensibilità. La possiede come donna (e io non conosco forse nessuno sensibile come lei) e sa esprimerla meravigliosamente anche come artista. Grazie!

  9. Un racconto delizioso con un finale dolcissimo. Il tuo amore incondizionato per la vita è palpabile Maria. Non ti conosco ancora così bene, ma leggendoti sento che c’è molto di tuo. E condivido totalmente il tuo pensiero: piuttosto che un vuoto infinito e inesorabile, è decisamente meglio pensare che quella persona tanto cara che ci ha lasciati abbia preferito un’esistenza ai margini e che magari, proprio in questo momento, sia lì a guardarci e a sorridere di noi. Così fragili, imperfetti e presi dal nulla, quasi a volere procrastinare un buio col quale, prima o poi, ci troveremo tutti faccia a faccia.

    • Cara Laura, grazie per quello che scrivi. E’ proprio così, c’è molto di me, c’è tutto di me oserei dire in ciò che scrivo (tranne nei saggi, che sono un’altra cosa) ma nelle poesie, nei racconti, nei testi drammaturgici c’è tutto di me, naturalmente rielaborato, rimescolato, con sprazzi di invenzione. Le storie sono inventate, ma i sentimenti no, i sentimenti sono veri…

  10. Un bel racconto veramente, sviluppato in ogni punto. Direi metafisico. Quel professore…mi sembra rappresenti un sapere o una saggezza ormai impraticabile, ignota e ignorata da chi appartiene totalmente a questi tempi così crudelmente superficiali. Tu, da autrice, lo hai fatto scomparire, infatti. Ma la sua assenza può essere avvertita solo dai suoi veri allievi, da chi ha ascoltato la sua “lezione” fino in fondo…
    lucetta

  11. MI ha ricordato il nostro Ettore Majorana… e tutte quelle intelligenze inghiottite dal nulla. Per solitudine, per desiderio di farla finita con la vita precedente…
    Brava Maria, un racconto denso di riflessioni.

  12. Fa venire i brividi pensare che si possa scomparire così, ma tutto ciò purtroppo non appartiene ad un lontano passato, in molte parti del mondo un bieco potere inghiotte ancora persone ed affetti

  13. E’ un racconto dove l’inutilità delle parole viene smentita dalla sua stessa scrittura. E’ vero, siamo nessuno e viviamo dentro un’incognita e non ci è chiaro quello che siamo e quello che le circostanze ci hanno fatto diventare.
    La scelta estrema del Professore, abdicare alla vita e alle parole, è l’estremo tentativo di ritornare alla purezza creatrice della parola, quella che crea.
    E’ un racconto profondo, di alta tensione filosofica . Ne sono rimasta catturata e me lo porto addosso.
    Narda

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