Le donne di Wojtyla

Published 24 ottobre 2011 by flanneryblog

Cari amici ed amiche di Flannery,

sabato scorso si è celebrata per la prima volta la memoria liturgica del beato Giovanni Paolo II, che coincide col giorno in cui, 33 anni fa, dava inizio – dopo l’elezione al soglio di Pietro avvenuta il 16 ottobre 1978 – al suo lungo pontificato. Tale coincidenza ci fa sembrare opportuno presentare a voi, attenti lettori e lettrici del nostro blog, un volume scritto da Annalisa Borghese, Le donne di Wojtyla.

Che cosa ha detto Karol Wojtyla delle donne e alle donne? Che tipo di relazioni instaurava con esse? Perché ha scritto un’enciclica sulla dignità della donna, parlando del “genio femminile”? Quanto hanno plasmato e addolcito la sua vigorosa personalità gli incontri provvidenziali con le figure di donne che hanno costellato la sua vita? Questo libro, scritto da una donna, si inoltra in punta di piedi nel mondo femminile di Karol Wojtyla, rivelando il volto di un uomo che ha sempre saputo coltivare dentro di sé una intensa e limpida attenzione nei confronti dell’altra metà del cielo.

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Le donne di Wojtyla di Annalisa Borghese

Ancora, Milano 2010

disponibile su IBS: http://www.ibs.it/code/9788851407360/borghese-annalisa/donne-wojtyla-mamma.html

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PERCHE’ QUESTO LIBRO: PARLA L’AUTRICE

Quando Karol Wojtyla venne eletto papa avevo sedici anni, una famiglia severa, un liceo pesante, degli insegnanti che non mi comunicavano niente e qualche sogno piuttosto nebuloso.

La “Redemptor Hominis” è stata la mia Bibbia, le sue parole suscitavano in me interrogativi e lunghe riflessioni con cui infarcivo i temi di italiano guadagnandomi una sfilza di otto e un minimo di gratificazione. Leggevo “La Bottega dell’ orefice” e non sapevo nulla di lui se non che arrivava letteralmente da un altro mondo.

Me l’avessero detto che un giorno l’avrei incontrato non ci avrei creduto.

È stata la mattina dell’otto dicembre 1991, festa di Maria Immacolata. Mancavano pochi minuti alle sette e Giovanni Paolo II era già lì, inginocchiato in preghiera nella sua cappella privata, immobile come di marmo, per nulla infastidito dalle persone che prendevano posto nei banchi, una trentina di invitati in tutto, diversi polacchi, qualche suora. Celebrava in italiano perché quella mattina eravamo quasi tutti italiani, scandiva le parole senza soffermarsi eccessivamente su ognuna, il tono partecipe e vivo. Il tempo è scivolato via fino alla consacrazione quando la sacralità dei gesti e delle parole ha raggiunto l’apice.

Per tutta la durata della celebrazione mi sono sentita dentro quella dimensione impalpabile dell’amore che è perfetta, intatta e disponibile, mi sono ascoltata dentro il respiro di Dio che fluisce direttamente nel profondo di ciò che siamo. E sono rimasta così, accettata e accolta in quello spazio rettangolare, un grande crocifisso in bronzo ad occupare la piccola abside, l’altare di marmo bianco ornato da tre sculture essenziali raffiguranti la Pentecoste, l’Annunciazione e l’Assunzione di Maria, i candelabri accesi e una luce calda attorno. La messa stava per concludersi e il Papa avrebbe proseguito con l’azione di grazie, un’ora in tutto, la gioia di poter restare ancora e poi nella vicina biblioteca l’incontro con noi partecipanti, uno ad uno, il fedele monsignor Dziwisz sempre presente.

L’etichetta era semplificata al massimo. Eravamo vestiti semplicemente, le donne indossavano gonna e calze scure ma il nero non era di rigore e gli uomini non portavano obbligatoriamente giacca e cravatta.

Arrivato il mio turno la voce mi si asciuga in gola e il Papa, abile a riconoscere le emozioni, prova a mettermi a mio agio chiedendo la professione. «Giornalisti». «Bel lavoro! Per quale giornale?». Ero con mio marito, inviato del quotidiano “Avvenire”, eravamo sposati da sei mesi e il desiderio di avere presto un figlio. «Benedica la nostra famiglia» dico tutto d’un fiato prima di ammutolirmi definitivamente. Mi guarda dritto negli occhi e io, non so come, per un attimo riesco a reggere il suo sguardo, una manciata di secondi stampati nella mia mente in modo indelebile. Poi tende la mano per donarmi la corona del rosario, grani di madreperla, il Totus Tuus disegnato in bianco sul frontespizio della piccola custodia marrone. Il contatto mi fa chinare la testa, pudìca, in segno di ringraziamento.

L’avrei rivisto più volte da vicino, molto da vicino, alcuni mesi dopo, nell’agosto del 1992 a Lorenzago di Cadore, dove mio marito era stato inviato dal giornale per seguirne le vacanze. Si diceva che ci sarebbe rimasto pochi giorni, una breve convalescenza dopo il terzo ricovero al Gemelli. Ero partita con poche cose e invece ci siamo fermati tre settimane. La mia pancia era ancora invisibile, ma la mia primogenita Martina non avrebbe tardato a farsi sentire con i suoi deliziosi pugnetti.

L’ultima volta che ho “incontrato” Giovanni Paolo II è stato nel 1996 a Como. Questa volta la mia pancia era di dimensioni imperiali e Michele aveva superato di una settimana il giorno stabilito della nascita.

Di nuovo sulle tracce del pontefice, nella tarda mattinata del cinque maggio mio marito è costretto a lasciare i colleghi sul campo. Le avvisaglie sono inequivocabili per una donna al secondo figlio. Siamo arrivati all’ospedale scortati dalla polizia perché le strade erano già chiuse. Nel giro di un paio d’ore il Papa sarebbe passato di lì per raggiungere la grande spianata alla periferia della città dove migliaia di giovani lo stavano già aspettando e avrebbe sostato proprio alle porte del “Sant’Anna” per un saluto e una preghiera.

Michele ha fatto giusto in tempo a nascere. Me l’hanno appoggiato, bellissimo, sulla pancia e sono corsi via tutti incontro al Papa, una sola ostetrica a vegliarmi anche se non ce n’era bisogno perché io stavo bene ed ero felice di sapere che nel momento in cui mio figlio era venuto al mondo Giovanni Paolo II passava di lì.

Me l’avessero detto non ci avrei creduto.

(c) Annalisa Borghese – all rights reserved

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L’AUTRICE

Annalisa Borghese nasce giornalista nel 1991. Lavora per la carta stampata e internet prima di approdare alla tv e alla radio come autrice e conduttrice di programmi culturali. Nel 2001 pubblica per Ancora La donna delle beatitudini. Madre Teresa di Calcutta, tradotto in spagnolo, polacco, francese e catalano e giunto alla seconda edizione,  nel 2006 Queste trentine. Trecento donne protagoniste in tv, Valentina Trentini editore. Attualmente si dedica alla formazione nelle scuole proponendo seminari esperienziali sulle emozioni e la comunicazione e lavora per l’editoria specializzata nei temi della crescita personale.

3 comments on “Le donne di Wojtyla

  • Pochi papi e direi forse pochi prelati hanno provato verso le donne il rispetto immenso e l’altissima considerazione di Papa Wojtyla.
    Sua madre, le amiche, le tante donne che ha incontrato nel corso della sua vita…
    E la Mater, la Madonna… i romani prendevano affettuosamente in giro Papa Karol chiamandolo il papa “madonnaro”. E in effetti se leggiamo l’enciclica dedicata alla dignità delle donne, se studiamo gli interventi e documenti del papa polacco sulla donna possiamo dire che Wojtyla è sempre stato attento alla figura e all’importanza della donna.

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