Carissime amiche e cari amici di Flannery,
oggi vogliamo proporvi due voci letterarie fra le più interessanti del panorama italiano contemporaneo. Non scrivono a quattro mani i loro lavori ma se le proponiamo insieme una ragione c’è, non ignota a chi segue da qualche tempo queste due autrici: Elvira Seminara e Viola Di Grado sono madre e figlia.
C’è da dire subito, sgombrando il campo da ogni possibile equivoco, che ciascuna ha una sua fisionomia artistica, non confondibile con l’altra, un proprio sguardo sul mondo che si riflette narrativamente nei testi, ma trattandosi di una madre e una figlia meravigliosamente unite dallo stesso “sacro fuoco” della scrittura ci sembrava bello presentarle insieme.
Cominciamo dalla giovane Viola, rivelazione letteraria del 2011 con Settanta acrilico trenta lana, edito dalla casa editrice romana e/o, finalista ai più importanti premi dell’anno e vincitrice del Campiello opera prima. Diamo la parola allo scrittore e critico Salvo Zappulla che ci presenterà l’esordio narrativo di questa giovanissima autrice siciliana. A seguire, la presentazione di Elvira Seminara e del suo ultimo libro, Scusate la polvere (Nottetempo, 2011).
Buona lettura!
…e intervenite pure con i vostri commenti, se volete
Maria Di Lorenzo
Viola Di Grado
Un caso letterario alle pendici dell’Etna
di SALVO ZAPPULLA
Ero piuttosto scettico, prima di leggere questo libro d’esordio di Viola Di Grado, forse anche un po’ prevenuto: per la sua giovanissima età, per la gran cassa attorno ad esso, i casi editoriali spesso costruiti ad arte dalle case editrici. Come può un autore a soli 23 anni (lei afferma di averlo scritto a 21) diventare un caso letterario? Vincitrice del Campiello opera prima, finalista allo Strega, e tutta una serie di altri riconoscimenti che non elenco per ragioni di spazio. Ma a parte i premi, sono i lettori che ne hanno decretato un successo straordinario, quell’incredibile eco che si sviluppa attorno a un evento che contiene elementi innovativi. Io, che pur sono un genio, a 23 anni andavo in giro con i calzoni corti, il lecca lecca e avevo appena imparato a contare fino a dieci aiutandomi con le dita. Eppure può. Come diceva un noto personaggio catanese: “C’è chi può e chi non può”. Saranno i tempi che cambiano, i superconcentrati, i supervitaminizzati che accelerano il processo di crescita, fatto sta che sono ancora qui a girarmi e rigirarmi tra le mani Settanta acrilico trenta lana, edito da e/o, come avessi scoperto un tesoro di inestimabile valore.
Dicevo, ero piuttosto scettico sul libro di Viola, salvo poi rimanere fulminato al primo rigo… Un giorno era ancora dicembre. Specialmente a Leeds, dove l’inverno è cominciato da così tanto tempo che nessuno è abbastanza vecchio da aver visto cosa c’era prima… Un colpo di pistola sparato a bruciapelo sulle tempie del povero lettore, il quale senza avere il tempo di farsi il segno della croce si ritrova proiettato in una dimensione allucinatoria, Leeds appare come l’anticamera della sedia elettrica, il braccio della morte. Naturalmente Leeds è una città come tutte le altre, con i suoi pregi e i suoi difetti. E’ la protagonista del romanzo, Camelia, che la fa assurgere a specchio dei suoi tormenti. La vita non è né bella né brutta, è quella che noi viviamo. Leeds come lo specchio di Ching-Nung Yang: Mentre l’imperatore fissava il suo volto riflesso nello specchio, esso divenne prima una macchia rosso sangue e poi un teschio al quale gocciolava il muco. L’imperatore si girò inorridito “Vostra altezza” disse Shenkua, “non rivolga altrove lo sguardo. Ha semplicemente visto il principio e la fine della Sua vita”.
Viola Di Grado manipola la scrittura, la impasta, la domina, la piega al suo volere, la reinventa: …rendendomi parte dell’universo dolorosamente azzurro dei suoi occhi… Oppure: Leeds era paralizzata sotto un busto ortopedico di neve. E ancora: …come un demone innaffiato a tradimento dallo spirito santo…Il sindaco s’era fatto eleggere con lo slogan:“Meno inverno per tutti”. Per citarle tutte bisognerebbe ricopiare buona parte del romanzo. Lampi, saette e squarci nelle tenebre. Frasi che sono distillati di letteratura, come fuoriuscite dall’alambicco che gli apicoltori della mia zona utilizzano per produrre la preziosa grappa di quaranta gradi che ti fa uscire il fumo dalle orecchie al primo sorso. Ne restituiscono la purezza molto spesso inquinata da velleitari sperimentalismi linguistici di scarso effetto. Ecco, se davvero è esistito un Angelo Vendicatore, questo romanzo di Viola è l’Angelo che ripara ai torti subiti dalla lingua in questi ultimi anni. Oggi a saper scrivere sono in tanti (siamo, toh mi ci metto pure io, crepi l’avarizia), la possibilità di studiare, di erudirsi è molto più estesa rispetto a qualche decennio addietro, ed ecco che si producono libri in serie, anche buoni, molto buoni, pregevoli, di enorme successo commerciale, ma nel complesso aggiungono poco al già esistente. Ciò che fa la differenza tra uno che sa scrivere e lo scrittore in possesso dell’Arte è la capacità di quest’ultimo di andare oltre la descrizione del quotidiano, degli eventi cui si è stati partecipi.
Il grande scrittore non si limita a raccontare ciò che esiste ma rimodella la realtà a suo uso e consumo. L’Artista non racconta, inventa. In poche parole deve avere una capacità visionaria, sconfinare oltre le nuvole, riportare sul foglio le angosce e i mostri che si porta dentro. Ciò che Viola fa in questo romanzo. Camelia e la madre Livia, a causa del trauma subito, si circondano del vuoto, ognuna a modo suo eregge una barricata per difendersi dal dolore; una barricata fatta di neve marcia, di silenzi, incomunicabilità, di buchi che diventano voragini, baratri esistenziali. Una storia dove interagiscono i sensi, le percezioni, l’intuito, le sfumature, i frammenti di tempo. Incomunicabilità, solitudine, mal di vivere sono il vero grande dramma con cui devono fare i conti oggi la maggior parte degli esseri umani. Gli ideogrammi, nel romanzo di Viola, avranno un ruolo determinante e in parte terapeutico. Tutto sembra avvolto da nebbia sintetica, maleodorante, una cappa opprimente che soffoca gli animi dei protagonisti. Camelia nasconde gli oggetti, tagliuzza, strappa, recide, vorrebbe estirpare la vita attorno a sé, persino gli ingombranti brandelli di carne che la legano al suo corpo. E’ un urlo disperato il suo, un urlo muto che rimane imploso e per questo ancora più angosciante. Il finale lascia poco alla speranza. O forse tanto, giacché chiudendo l’ultima pagina del romanzo il lettore si rende conto che una voce fresca, genuina, dissacratoria, strafottente è venuta ad arricchire il panorama letterario. Viola scrive con la sicurezza di chi sa che può permettersi qualunque cosa, nulla le è precluso, la penna nelle sue mani diventa un’arma micidiale. E non è poco di questi tempi.
DUE CHIACCHIERE CON VIOLA DI GRADO
Viola, nel tuo romanzo si racconta la solitudine, l’incomunicabilità, il vuoto esistenziale, tutto è avvolto da un alone di fumo. Camelia sembra un personaggio senza speranza. E’ una figlia del nostro tempo? Il simbolo di una generazione che non vede prospettive?
Lei non si sente figlia di nessun tempo, deturpa vestiti proprio per ribellarsi all’illusione che si possa condividere una qualche identità, compresa un’identità generazionale, ma magari lo è, figlia del nostro tempo. Io non lo so, forse lo sa il tempo.
Qual è la tua visione della vita e del futuro?
Il futuro c’è già, direbbero i cinesi. E’ latente. E’ qui insieme al presente e al passato. Come nel mio romanzo: in ogni piccolo simbolo volevo si potesse percepire la totalità della storia. Ed è come il presente: c’è tutto, orrida indifferenza e spiazzante bellezza, disperazione e possibilità di violente felicità.
Ho trovato la tua scrittura affascinante, frasi incise come graffiti sulla roccia, la scrittura innovativa è un punto di forza del tuo romanzo, ma tutta la storia regge e i personaggi sono di grande spessore, trasudano umanità, sofferenza, ognuno sembra isolato all’interno di un mondo tutto suo. Una storia in cui i sensi interagiscono, si amplificano, esplodono. Penso che l’insieme di questi ingredienti ne abbiano decretato il successo. Sei d’accordo? Ritieni che abbia sottovalutato qualche altro aspetto?
Grazie. Non so cosa ne abbia decretato il successo, persone diverse hanno amato cose diverse. Io personalmente sono soprattutto fan delle sotto-trame simboliche che ho intessuto, ma tenevo anche ai linguaggi a circuito chiuso, che hai appena menzionato parlando dell’isolamento dei personaggi.
Cos’è il bello? E cos’è il brutto?
A volte il brutto è più creativo, implica una ribellione, una stortura. E proprio per questo a volte non è altro che devastante bellezza, che può distruggere tutto il resto o comunque lo sminuisce.
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Viola Di Grado, Settanta acrilico trenta lana, Edizioni e/o, 2011
disponibile anche su IBS: http://www.ibs.it/code/9788876419478/di-grado-viola/settanta-acrilico-trenta.html
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TEATRANTI IN FESTA CON LA MORTE NEL CUORE
di SALVO ZAPPULLA
Certo che a mettere in un romanzo per titolo un epitaffio nessuno ci aveva ancora pensato, nemmeno i grandi scrittori inglesi maestri dell’ironia macabra. Nemmeno il grande Woodehouse, nemmeno il mitico Alan Bennet. Tanto di cappello allora se la titolare di questo frizzante Scusate la polvere, edizioni Nottetempo, è una scrittrice catanese che in un colpo solo risolleva le sorti letterarie di una Sicilia tradizionalmente piagnona e votata al martirio. E i vinti del buon Verga, gli sfigati di Vittorini, gli emarginati di Bufalino, i piglia ‘n culo di Sciascia, gli inetti di Tomasi di Lampedusa. A parte l’ironia tutta sicula di Camilleri, l’ingegno di Pirandello, i focosi quadretti di Vitaliano Brancati, mancava nella nostra terra un autore di un certo rilievo in grado di raccontare con penna dissacratoria e spumeggiante i tic, le ansie, le nevrosi quotidiane, disseminando tra le pagine battute al vetriolo e riflessioni filosofiche. Per essere chiari mancava dalle nostre parti una Fay Weldon. Ed eccola qui la Fay Weldon italiana: Elvira Seminara, giornalista e scrittrice consolidata.
Femminista quanto basta, paladina delle casalinghe oltraggiate; portavoce delle donne sull’orlo di una crisi di nervi, il cuore infranto e l’anima a brandelli. Il tutto condito da una scrittura densa di umori fantastici e artifici postmoderni. Questo libro arriva come un acquazzone ad agosto a portare un po’ di refrigerio, a ricordarci che si possono trattare temi delicati quali un tradimento o un naufragio esistenziale con ironia. Anzi con autoironia, cosa ancora più intelligente, perché saper ridere di se stessi aiuta a sdrammatizzare. Ed Elvira ha una delicatezza sopraffina nel giocare con i doppi sensi, le allusioni, le metafore, si muove nella sfera di un apparente realismo quotidiano, che si gonfia di sarcasmo e si deforma nei linguaggi del grottesco e della parodia. Ora strappa un sorriso, ora una risata da far traballare la dentiera. Mette a nudo le debolezze umane alle prese con il grigiore dell’esistenza borghese. Ora una riflessione amara, ora un gesto di solidarietà nei confronti della protagonista del romanzo (Coscienza, Enza, Cosce, Zen, o come diavolo si chiama. Già il nome è tutto un programma).
Chi lo ha mai detto che la letteratura ironica sia letteratura minore? Balle. C’è troppa gente abituata a prendersi dannatamente sul serio, come se le sorti del mondo dovessero dipendere da loro. E invece siamo tutti meteore in questa terra, teatranti in festa con la morte nel cuore. Commedianti impegnati a recitare parti assegnate da altri. Io amo immensamente quel geniaccio anarchico di Achille Campanile, ho divorato tutti i suoi libri. Mi sono formato sugli editoriali, nella Gazzetta dello Sport, del mai abbastanza compianto Beppe Viola. Se qualcuno mi chiede quali sono i miei riferimenti letterari, non ho dubbi: Beppe viola e Gianni Brera. Quindi libri come questo sono per me distillati di saggezza. E… scusate la polvere. Ma quale polvere? Forse le ceneri del nonno, scambiate per zucchero e aggiunte nel caffè? No quella di Elvira (la polvere non le ceneri), la polverina magica disseminata nel libro, quella che aiuta a rendere più vivibile l’esistenza. Basta saperne cogliere l’essenza e tutto si trasforma: al semaforo scatta subito il verde, una marcia funebre si trasforma in un Allegro di Bach. Provare per credere. O meglio, leggere questo gustosissimo libro per risollevarsi il morale.
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Elvira Seminara, Scusate la polvere, Nottetempo, 2001
disponibile anche su IBS: http://www.ibs.it/code/9788874523184/seminara-elvira/scusate-polvere.html
L’INTERVISTA AD ELVIRA SEMINARA
di SALVO ZAPPULLA
Cara Elvira diciamolo pure, senza paura di apparire presuntuosi: Coscienza, Zen, Enza o come diavolo si chiama, è diventata uno dei personaggi letterari più amati dai lettori. Un pizzico di follia, tanta insicurezza, ma soprattutto tanta umanità. Chi è Coscienza, l’alter ego di Elvira? E chi è Elvira Seminara?
Io penso che c’è un barlume di Coscienza in ogni donna … Quel cinismo innocente, quella capacità di passare dalla risata al pianto in un soffio, tutta femminile. Il grande Machado scrive “Hay dos modos de Conciencia: una es luz y otra paciencia.” Due modi di coscienza: luce e pazienza. Da Cosce a Zen, qui poi c’è l’intero arco di possibilità di una donna! L’idea delle tesi bislacche in effetti è un po’ autobiografica. Non nel senso che anch’io come Zen le facevo in nero, attenzione! Ma quando insegnavo a contratto nella facoltà di Lettere, mi piacevano i temi nuovi e bizzarri. E anch’io come lei ho il dolico-colon. Tutto qui. Però è vero che, da quando ha letto questa storia, mio marito evita le strade prossime a buche e fossati!
La scrittura, la forza della scrittura quanto può incidere sulle Coscienze. Lo scrittore, l’intellettuale ha ancora un ruolo determinante in questa società?
“Non mi pare, ahimè. Gli ultimi scrittori intellettuali che hanno parlato alle coscienze sono stati Pasolini e Sciascia. Adesso agli scrittori si chiede di fare immagine, promuovere il prodotto. Non basta più fare un buon libro, devi saperlo vendere, posizionarti insieme a lui sul mercato…Se poi sei telegenico, e canti e balli ancora meglio. Che malinconia. Invidio gli scrittori di ieri che potevano scrivere e basta, da soli, senza dover curare siti e blog e profili sul web. D’altro canto, se in un mese si assiepano sul mercato ben 4.000 libri nuovi, è anche vero che un po’ di cura ci vuole, per farli respirare!
I libri letti e i libri scritti quanto hanno inciso per te? C’è un libro che ti ha cambiato la vita?
Certo, “L’indecenza” mi ha cambiato la vita, e non solo perché stato il primo romanzo, scritto in tre mesi e pubblicato in sei (dalla Mondadori) ma soprattutto perché è stata una grande avventura letteraria e umana. Però. Più che libri che mi hanno cambiato la vita, ci sono libri a cui ho cambiato la vita, ad esempio Emma Bovary, che nella mia mente non si è affatto uccisa ma ha lasciato il noiosissimo marito, ha vissuto libera viaggiando, e poi ha scritto un libro di memorie con lo pseudonimo di Gustave Flaubert. E’ entusiasmante cambiare la vita ai libri.
E la professione di giornalista?
E’ un esercizio salutare per ogni autore, perché ti allena alla curiosità, a interrogare il mondo, a usare appieno tutti i sensi per cogliere il dettaglio, a praticare la sintesi nel linguaggio, a cercare il dialogo col lettore. E soprattutto a contenere l’Io, quella zavorra narcisistica che nutre e molesta ogni scrittore.
Il complimento che ti ha fatto più piacere riferito ai tuoi romanzi.
Me l’ha fatto una ragazza ieri, per Scusate la polvere : “questa storia è come una bella bevuta di champagne con un’amica, seguita da un lungo abbraccio!”. In questo momento della mia vita mi piace sentire l’utilità delle parole, il loro potere di trasmettere, in questo gorgo di precarietà, senso e sentimenti veri
Cosa bolle in pentola? Possiamo avere una piccola anticipazione?
Adesso sto seguendo i miei libri in viaggio, ed è bellissimo perché fanno da ponte con altre e diverse realtà. ”L’indecenza” è stato appena tradotto in olandese, poi ci sono le traduzioni in Bulgaria, in Brasile, in Polonia. Ed è appena uscito con Mondadori “Non è un paese per donne”, una bella e trasgressiva antologia di racconti introdotta da Miram Mafai, dove siamo donne a scrivere di donne. Molto lontane, naturalmente, dai corpi spigliati e spogliati che con tragica ilarità impazzano in Tv.
(c) Salvo Zappulla – all rights reserved


Dio mio, sono uguali. Tutte e due studentesse. Non si distingue chi è Viola e chi Elvira
“Studentesse” della vita ? Forse sì, almeno io, che della vita mi sento ancora dilettante !
Grazie per questi due splendidi ritratti a Salvo Zappulla e alla sua penna danzante.
E un applauso a Maria Di Lorenzo per questo suo blog sempre sorprendente !
grazie, carissima Elvira
Di questi straordinari e meravigliosi siciliani, Viola di Grado,
Elvira Seminara, collaudate scrittrici e Salvo Zappulla l’acuto recensore, chi dei tre è da considerarsi più bravo?
” Ai posteri l’ardua sentenza” e un diluvio di complimenti!
Beh, “un uomo tra due dame fa la figura del salame”, dice un antico adagio, ma di certo non è il caso del nostro Salvuccio, che oggi è veramente la superstar di questa doppia presentazione. Il DOMINUS. Va bene, Salvo?
Le due star sono loro, carissima Maria, io sono solo un umile cronista che si è limitato a registrare quanto stava accadendo in Sicilia in campo letterario (ma già critici più autorevoli di me lo hanno evidenziato).
Permettetemi un bacione alla mia cara Teresa.
Un bacio dal DOMINUS, modesto e schivo come la timida mammola?
Grazie, che onore, domani sarò costretta a non lavare il volto!
Bacio le mani a Vossia.
M. Teresa
per chi volesse saperne di più:
http://home.edizioninottetempo.it/stampa/la-vedova-coscienza-nel-giallo-metafisico-di-elvira-seminara/
http://home.edizioninottetempo.it/stampa/elvira-seinara-vite-di-donne-con-malincomiche-scintille/
http://home.edizioninottetempo.it/stampa/unirresistibile-commedia-umana/
http://home.edizioninottetempo.it/stampa/vita-moderna-nella-centrifuga-delle-emozioni/
http://home.edizioninottetempo.it/stampa/il-dolore-non-fa-paura-una-risata-ci-salvera/
Elvira Seminara, Scusate la polvere
Un omaggio alla donna e alla gioia di vivere
di Salvina Torrisi
Prima di acquistare questo romanzo non avevo la più vaga idea di cosa parlasse. Ma la stima personale e la fiducia nei confronti dell’autrice erano sufficienti perché lo facessi.
Così, nell’arco di un paio di giorni, nella calura dei pomeriggi di fine luglio, lessi il libro. E il pensiero che ne seguì, un attimo dopo, fu che, forse per la prima volta, mi ero imbattuta in una lettura che mi aveva fatto riflettere e nello stesso tempo sorridere. Una coincidenza, questa, poco ricorrente nel panorama della narrativa italiana contemporanea, in cui sembra esserci una linea di demarcazione tra la cosiddetta letteratura impegnata o seria e quella d’evasione o, altresì detta, leggera.
Nel romanzo della Seminara, invece, si coniugano armoniosamente riflessione e leggerezza. L’una, da intendere nell’accezione freudiana di “appropriazione del nostro sforzo per esistere e del nostro desiderio di essere”, che si concretizza soffermandoci sul senso delle cose e della vita; l’altra, effetto di quell’artificio linguistico, tanto caro a poeti e letterati di un tempo e poco utilizzato, invece, da quelli contemporanei, che è l’ironia. Un artificio linguistico che in questo romanzo riacquista il suo significato originario, quello filosofico per intenderci, secondo cui, praticando la leggerezza anche in presenza di contenuti gravi e impegnativi, si rende possibile la compresenza di due punti di vista o due opinioni opposte, senza selezioni preconcette o pregiudiziali.
Riflessione e leggerezza, dunque, sarebbero ingredienti che possono ben amalgamarsi con la rappresentazione narrativa di un evento di per sé doloroso, risultando terapeutici per l’anima e facendo approdare il lettore a un senso più profondo dell’esistenza.
Sono proprio questi gli effetti che si hanno leggendo Scusate la polvere, un romanzo in cui si racconta la vicenda di una donna che a 45 anni, a causa della morte improvvisa del marito in un incidente d’auto, si ritrova, altrettanto improvvisamente, vedova e con un terribile aggravante: la possibilità di essere stata tradita. L’insinuarsi di questo sospetto, terrificante, forse più della stessa perdita del consorte, crea in lei il bisogno di conoscere la verità, e la trasforma in una pseudo detective sulle tracce del presunto tradimento.
E’ in questa ricerca della verità, che è anche ricerca di senso, che la protagonista si imbatte quotidianamente in situazioni esilaranti al limite del grottesco, nelle quali trovano spazio i suoi monologhi, divertentissimi, sull’età anagrafica e la giovinezza, sulle insidie del tempo che passa, su quei luoghi comuni che alimentano la retorica del nostro tempo, tanto cara alle donne, e non solo, di tutte le estrazioni sociali, e che invece lei aborre.
La Seminara, attraverso il racconto di questa storia, si fa analista dell’anima, intenta a scavare nel profondo della coscienza femminile. Non a caso il nome della protagonista, uno dei tanti, con i quali viene chiamata, un po’ insolito, è proprio Coscienza. Una donna fragile e forte al contempo, capace, pur non essendo un’impresa facile, di riprendere in mano la sua vita, di ricominciare dal punto in cui questa sembrava essersi fermata, grazie anche all’aiuto delle sue due amiche, un po’ bizzarre, ancorchè fidate, che le sono vicine e che le dispensano consigli, non meno bizzarri, su come affrontare la cosiddetta elaborazione del lutto; una donna complessa, certamente, ma non incomprensibile. Anzi, semplice nella sua complessità.
Una complessità data da una ambivalenza, direi quasi “ontologica” del genere femminile, che si estrinseca nella capacità della donna in quanto tale di piangere e in un momento successivo di sorridere, e forse anche di ridere. Una peculiarità, dunque, tutta femminile, sembra volerci dire la Seminara.
Sotto questo aspetto, il romanzo è una sorta di dichiarazione d’amore alla donna per la sua determinazione, il suo coraggio e la sua capacità di reinventarsi persino “un’altra vita”, se fosse necessario, – penso agli altri personaggi, le due amiche, che fanno dei lavori un po’ strani, e a Coscienza stessa, che fa un lavoro che non è un vero e proprio lavoro-, ma anche per le sue debolezze, che è capace di trasformare in punti di forza. E il linguaggio utilizzato è assolutamente moderno, fatto di parole e stilemi anch’essi reinventati: coliticamente scorretta, inferno-coscia, lacero-confusa, tra i tanti sparsi per le pagine.
Il tutto condito con ironia e ilarità. Quell’ ironia che, mentre svela una verità, anche la più cruda, strappa al lettore un sorriso e rende tutto più leggero. Come leggero, scorrevole e fluido è questo romanzo. Gradevolissimo ed esilarante, che, dopo averlo letto, ti fa sentire un po’ più sollevato da quei piccoli fardelli con cui ci accompagnamo nel nostro vivere quotidiano, dai piccoli e grandi drammi da cui nessun essere umano è immune; e ti fa capire, in questo disperato bisogno di sopravvivenza, che anche la più tragica e dolorosa condizione può avere risvolti inaspettati, regalarci un sorriso, farci sentire persino felici. Anche perché la verità, talvolta, può non essere quella che sembra. E quando scopriamo che si è fatta beffa dei nostri sillogismi più o meno perfetti, allora non resta che piangere e poi sorridere e, perché no, persino ridere, della nostre fragilità, delle nostre piccole e grandi paure, delle nostre piccole, grandi insicurezze. Perché sorridere è qualcosa di cui non dobbiamo mai dimenticarci. E con questo piccolo, grande romanzo, Elvira Seminara ha voluto ricordarcelo. Per questo è da leggere assolutamente: per non dimenticarci mai di sorridere!