Un piccolo libro non è certamente sinonimo di libro piccolo, e questo romanzo breve – o racconto articolato – di Marta Ajò ne è la evidente dimostrazione, poiché nella sua sostanziale brevità riesce a non disperdere l’intensità del narrare e la fulminea semplicità dell’idea che lo sorregge. Un piccolo negozio di fiori, di fronte ad un cimitero, la cui proprietaria offre alle sue clienti un tè, caldo d’inverno e freddo d’estate; da questo spunto, un semplice rito che di volta in volta aiuta a calmare, dissetare, riprendersi, ma soprattutto raccontare, si dipana il filo di una narrazione che procede non per sequenza temporale né per svolgersi di eventi, quanto invece per singole apparizioni di una serie di figure femminili, alcune reali, altre semplicemente evocate nel ricordo. Il negozio di fiori diventa una sorta di nido intorno al quale si avvolgono le storie di più donne come fili di paglia che si intrecciano l’un l’altro a formare un intrico lieve come un ricamo, eppure pesante come solo il dolore può essere, soprattutto nella sua tenace persistenza.
Nella quotidiana, o settimanale, visita al cimitero, ognuna delle donne tratteggiate abilmente dall’autrice percorre una strada fuori dal tempo, dove si rinnova un senso di perdita mai sopito ma diversamente metabolizzato in un patteggiamento con la propria memoria, e che trova nella sosta al negozio, e nella pur scarna conversazione della fioraia, una qualità atemporale del tutto empatica al rituale stanco della visita al proprio passato, sepolto sotto le lapidi ma mai veramente chiuso del tutto. Attraverso il racconto di ogni donna, si intravvede un mondo piccolo – questo sì – non solo perché di provincia polverosa ed asfittica, remota come un pianeta di un altro sistema solare, ma anche per la sua natura ridotta a termini modesti, quasi minimali. Piccoli sogni, piccole aspirazioni, piccole fughe nell’ambito ridottissimo dei propri personali confini: entro questo recinto si muovono le donne di questo racconto, mai troppo belle da essere notate, mai troppo brutte da essere dimenticate, mai troppo intelligenti da essere stimate; donne marginali con vite marginali, che di fronte alla morte avvertono il rimpianto di un fremito di grandezza che possa almeno giustificare la loro esistenza ancora in vita, ma anche l’incapacità di procurarselo per mancanza di una effettiva spinta vitale eversiva.
L’abilità dell’autrice sta proprio nel disegnare questa galleria di donne con asciuttezza, sobrietà, secchezza di tratti, senza perdersi in particolari inutili, in gesti ridondanti, il che permette al lettore un processo immediato di riconoscimento delle protagoniste senza disperdersi in vane congetture. L’infermiera, la sarta, la straniera, la dottoressa, la fioraia – per citarne alcune – esistono sulla pagina perché esistono nella nostra quotidianità, perché conserviamo di loro una memoria diretta o ereditata – la tata dell’infanzia, la bottegaia di un tempo che fu – che ce le rende note e conosciute senza bisogno di troppi fronzoli. Le loro storie, in realtà, ci sono già note, le abbiamo sentite raccontare sull’autobus, in coda alla posta, alla cassa di un supermercato, frammenti di conversazione e di vita colti di passaggio negli incroci casuali della quotidianità e completati a volte dall’immaginazione, oppure suggeriti da un gesto, un particolare, una sfumatura di voce.
Una antica consuetudine di comune destino ci fa riconoscere queste donne, e le rende credibili nel piano scorrere delle loro vicende, ma questa familiarità potrebbe persino soffocarci, facendoci sentire tutto il peso di vite senza fremito e senza riscatto dalla banalità, se non fosse per la fioraia che, vivendo sul limite della vita e della morte, tra il cimitero ed il suo negozietto proprio di fronte, è la depositaria di un segreto gelosamente custodito perché di fatto portatore di tutto il succo umorale ed emozionale della vita. Lei sa che esiste un altrove, un altro luogo atemporale eppure reale, un altro mondo lontanissimo ma abbagliante, a cui si accede solo per amore: la parola sottaciuta da tutte le altre donne, perché assente nelle loro vite, è invece prepotentemente viva nell’anima della fioraia che, grazie all’amore, è entrata un tempo in un’altra dimensione. Che ha colori, profumi, sapori, odori, a differenza del non luogo della quotidianità, identificati con una folgorante immagine di una Sicilia quasi epica, poetica, persino violenta nella sua vitalità quanto dolcissima nel ricordo struggente dell’amore che fu. E dunque esiste, pare dirci l’autrice, un luogo dove davvero si può vivere con pienezza, persino leggerezza di giorni smemorati e filanti come alte nuvole bianche in un cielo estivo; esiste un riscatto dalla piattezza quotidiana, esiste una gioia capace di restare tale anche quando la si è materialmente persa. E sta nel fondo della tazza del tè, da offrire alle altre donne che hanno avuto paura di alzare gli occhi sopra la siepe e si sono raggelate in un precoce inverno della vita.
(c) LIBERO REPORTER, 26 gennaio 2010
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Giornalista e scrittrice, Marta Ajò ha scritto romanzi, saggi e curato varie pubblicazioni: ”Nilde Iotti”, raccontata in “Le italiane”, Castelvecchi ed. 2010; ”Un tè al cimitero”, romanzo edito da Albatros & Il Filo, 2009 (Premio Letterario Internazionale Ida Beruzzi Bertozzi,Medaglia d’argento – Premio nazionale di narrativa AlberoAndronico, Diploma di merito); ”Il trasloco”, romanzo edito da Pagine, 2007; ”Guida ai diritti delle donne immigrate”, ed. Il Ventaglio, 1995; ”Donna, Immigrazione, Lavoro”, ed. Ventaglio, 1994; ”Il lavoro nel mezzogiorno tra marginalità e risorse”, Ed.Ministero del Lavoro, 1987; ”Donne e Lavoro”, Ed. Ministero del lavoro, 1986; ”La donna nel socialismo Italiano”, Edizioni Lerici. 1979. Collabora con: dols.net, viadellebelledonne.it; rivista quadrimestrale di letteratura, filosofia e arte VDB; donneierioggiedomani.it, L’Indro.it. Nel 1995 ha creato il sito d‘informazione: www.donneierioggiedomani.it del quale è proprietaria e direttrice.


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http://www.donneierioggiedomani.it è quello corretto, grazie della segnalazione