Scrivi il tuo Natale

Published 9 dicembre 2011 by flanneryblog

Carissimi amici ed amiche di Flannery,

si avvicina a grandi passi il Natale, evento importante al finire di ogni anno sia per credenti che per non credenti, materia di ricordi, di nostalgia, di propositi, di sogni e aspettative.

La redazione di Flannery invia di vero cuore a ciascuno di voi un caloroso augurio per le festivita’ imminenti e vi invita caldamente a partecipare a questo post. Scriveteci il vostro Natale. In che modo? Come piu’ vi aggrada, in versi o in prosa, con riflessioni e testi scritti da voi od anche, se lo preferite, con pensieri e testi altrui che pero’ vi stanno particolarmente a cuore perche’ esprimono cio’ che di piu’ profondo alberga nel vostro animo e quindi e’ come se foste stati voi ad averlo pensato e scritto per prima.

Di seguito trovate una bella poesia della nostra amica Maria Gisella Catuogno e le vostre storie e commenti pervenuti nel medesimo post in passato, perchè ci piace l’idea della continuità e di poter aggiungere ogni anno nuovi pensieri e nuovi scritti di vecchi e nuovi amici e collaboratori di Flannery.it.

Aspettiamo i vostri contributi, amici cari, e intanto… Auguri!

***

NATALE

di Maria Gisella Catuogno


Eppure l’aspettiamo
tutti gli anni
come l’approdo
di una promessa antica
di una luce fioca
che si fa strada
flebile e costante
dai meandri spiegazzati
dell’animo diviso.
Ritorna per attimi l’infanzia
e quella gioia innocente
che si smarrisce poi
col tempo e le sconfitte.
Ci conquista la tenerezza
di un mistero lontano;
del vischio trasparente
che soffonde di candore
il bosco addormentato;
degli abeti carichi
di neve e di promesse;
del fuoco profumato
di resina e di attese.

(c) Maria Gisella Catuogno – all rights reserved



63 comments on “Scrivi il tuo Natale

  • ASPETTANDO NATALE

    di Maria Gisella Catuogno

    L’ultimo periodo di dicembre, che coincide con la celebrazione del Natale cristiano e il passaggio dal vecchio al nuovo anno, è, fra tutti, il tempo più ricco di risonanze mistiche, sentimentali, emotive.
    In nessun altro, il rapporto con la tradizione è altrettanto forte: nel riconoscersi in un comune anelito religioso, nel rinsaldare vincoli familiari e affettivi, nel ripetere gesti, usanze, riti le cui origini si perdono nella notte dei tempi e delle quali dunque non si ha più coscienza.
    La luce in tutte le sue espressioni, dalle candele accese sull’albero alle decorazioni lungo le vie, alle vetrine variamente splendenti, è la protagonista dei giorni e delle notti: è una luce che sembra voler sottrarre tempo e spazio al buio ancora incombente, alla brevità dei dì e alla durata delle tenebre. Perché? Per comprendere pienamente tutto ciò, dobbiamo far riferimento al rapporto ancestrale tra l’uomo, gli eventi cosmici e il succedersi delle stagioni, dalle quali dipendeva il lavoro agricolo, il tempo della semina e quello del raccolto. Nell’arco dell’anno, gli appuntamenti più attesi e “temuti” erano i solstizi, quando la nostra stella sembra fermarsi nel cielo (sol stat), dopo aver raggiunto il culmine, nel valore massimo e minimo, della sua altezza rispetto al proprio orizzonte.
    I solstizi erano dunque vissuti come i due momenti cruciali dell’apparente viaggio del sole nella volta celeste: in tali occasioni, da tempi immemorabili, gli uomini hanno acceso fuochi, per entrare in sintonia col crescere o calare del massimo “fuoco” del cielo, il sole, e di conseguenza, per promuovere i raccolti, assicurare benessere e prosperità a sé, la propria famiglia e il bestiame, nonché allontanare calamità naturali e forze negative. Al solstizio d’estate appartenevano, in tutte campagne europee, e anche qui da noi all’Elba, i fuochi di S. Giovanni, sicuramente di remota origine precristiana, detti anche “fuochi di gioia”: grandi falò intorno ai quali ballare, rinsaldare i legami di solidarietà e esorcizzare, in qualche modo, l’inevitabile inizio della “discesa”solare.
    Ma anche il solstizio d’inverno aveva i suoi fuochi, perché attraverso le fiamme si richiamava “ il luminare del cielo” a nuova vita, dopo che era apparentemente “morto” nel il dì più corto dell’anno.
    Nel Cristianesimo moderno, l’antica festa del fuoco di dicembre è sopravvissuta fino a tempi recenti, nelle campagne francesi, tedesche, inglesi e italiane (soprattutto in Umbria e in Romagna), nella vecchia usanza del ciocco o ceppo di Natale, un grosso pezzo di legno, possibilmente di quercia, da bruciare in quei giorni e da conservare, nei suoi resti e nelle sue ceneri, per la buona fortuna della casa. Del resto la “positività” dell’usanza è sopravvissuta anche all’Elba nel significato “aggiunto”che le persone anziane attribuiscono tutt’oggi al termine “ceppo”, intendendolo come regalo. Il rito del ciocco, insomma, sarebbe la trasposizione privata e domestica, al riparo dal freddo e dal brutto tempo, del falò estivo di S. Giovanni.
    Dunque, il desiderio che proviamo a Natale di rendere più accogliente e luminosa la nostra casa ha radici lontane! Del resto, la stessa data del 25 dicembre per festeggiare la nascita del Cristo, come sappiamo, è convenzionale, perché ignoriamo quella esatta: solo nel IV secolo essa fu scelta e diffusa dalla Chiesa, facendo così coincidere il Natale con i giorni del fuoco e della luce del solstizio invernale.
    L’Isola d’Elba vive nel periodo natalizio tradizioni non dissimili da quelle nazionali o internazionali, come è ovvio. In quasi tutte le abitazioni convivono albero di Natale e Presepe: il primo, di origine nordica, collegato ai riti propiziatori di tipo agrario, è relativamente recente (XVI sec.); il secondo sembra invece risalire a S. Francesco.
    Entrambi trovano posto nelle nostre case e non è raro che proprio ai piedi dell’abete illuminato e adorno, distendiamo il muschio (da noi “erbino”) possibilmente bianco, raccolto in campagna o in pineta, e su questo posiamo le pecore e i pastori, i Re Magi in cammino e la capannuccia con la Sacra Famiglia.
    ***
    Accanto ai due simboli per eccellenza, non può mancare il vischio, pianta di buon augurio, chiamata “ Il ramo d’oro” dall’antropologo inglese Frazer, che ha intitolato così una sua celebre opera sulla magia e la religione, dedicando grande spazio alle leggende e ai riti legati a questo arbusto.
    La tradizione è di ampia diffusione, non solo europea, e la sua origine si perde in un remotissimo passato. Virgilio ne fa portare ad Enea un ramo nella sua discesa al tenebroso mondo sotterraneo: il poeta ci racconta infatti come, proprio alle porte dell’inferno, si stendesse un bosco vasto e oscuro e come l’eroe, seguendo il volo di due colombe che lo guidavano, andasse errando nella vastità della foresta eterna, finché non vide in lontananza, attraverso le ombre degli alberi, brillare tremolante la luce del vischio. Quale migliore viatico da portare con sé?
    In natura, il vischio è una ben strana creatura, verde quando tutti gli alberi sono spogli, con foglie ovali che assomigliano a orecchie di coniglio e bacche bianche, ghiottoneria di merli, cinciallegre e capinere. Una volta raccolto, perde il suo colore primitivo per diventare sempre più dorato, tanto che tra le innumerevoli virtù magiche che gli sono state attribuite, c’è anche quella di brillare nel buio in vicinanza di giacimenti d’oro. Gli antichi credevano che fosse generato dal fulmine caduto sui rami e che conservasse in sé il potere del “fuoco celeste”. In realtà non è nemmeno una pianta, ma un semi-parassita, perché possiede polloni che penetrano nel tronco ospitante succhiandone la linfa, ma è indipendente per lo sfruttamento dell’acqua e della luce, dato che produce da sé la clorofilla. Non è quindi nocivo come l’edera, che può far morire l’albero a cui si attacca.
    Da tempo immemorabile, il vischio è stato oggetto nel vecchio continente di una superstiziosa venerazione, specie presso i Celti.
    Plinio ci informa che era adorato dai Druidi, i loro sacerdoti-maghi, che “non stimano nulla di più sacro del vischio e dell’albero su cui cresce, purché quest’albero sia una quercia; essi credono infatti che qualunque cosa cresca su quest’albero sia mandata dal cielo e sia segno che l’albero è stato scelto dal dio stesso”. Al vischio sia gli antichi Galli che gli antichi Italici attribuivano meravigliose capacità medicinali, considerandolo un rimedio utile per ogni malattia attraverso decotti e pozioni. Per ottenere simili risultati, occorreva però cogliere la pianta in un certo modo e tempo, altrimenti non avrebbe potuto esercitare le sue virtù: non si doveva tagliare col ferro, ma con un falcetto d’oro e si doveva impedire che toccasse terra cadendo, per questo la si raccoglieva con un panno bianco, a mani e piedi nudi.
    Tale venerazione nei confronti del vischio, condivisa anche da antichi popoli africani, sembra derivare dal fatto che si intuiva qualcosa di soprannaturale in una pianta che cresce senza avere radici in terra e che perciò appariva venuta dal cielo, un dono della divinità stessa.
    Tra i principali pregi, quello di proteggere dal “mal caduco” e se ne intuisce la ragione: come il vischio non cade in terra perché è radicato su un ramo d’albero molto alto, così un epilettico non può cadere durante un attacco se ha un pezzo di vischio in tasca o un decotto di vischio nello stomaco.
    La mitologia norvegese ne sottolinea il legame con Balder, figlio di Odino, una delle divinità più amate, che morì colpito dal vischio: in memoria del dio, i popoli nordici erano soliti bruciare i rami della pianta in prossimità del solstizio d’estate, allo scopo di allontanare la sventura e invocare la prosperità e il benessere. Probabilmente il significato oggi attribuito al vischio deriva da queste antichissime credenze popolari, anche se per motivi complessi e non del tutto chiari, il rito è stato “spostato” all’inizio del solstizio d’inverno. E’ infatti tra la fine del vecchio e l’inizio del nuovo anno che doniamo o teniamo in casa questi rametti, nella speranza di proteggere in tal modo la casa, le persone a noi care e noi stessi dai guai e dalle disgrazie.
    Il Cristianesimo, com’è naturale, si dimostra inizialmente diffidente nei confronti di una pianta legata alla mitologia celtica e germanica; così è nata persino la leggenda che una volta il vischio fosse un albero come tutti gli altri: al tempo della crocifissione del Cristo, quando tutte le piante si rifiutarono di collaborare, il vischio offrì i suoi rami per costruire la croce, allora fu maledetto e li perse per sempre. Accanto a questa leggenda, ne fiorisce però un’altra, secondo cui, proprio per la sua nascita misteriosa, è simbolo di Cristo, figlio di Dio.
    La medicina moderna esprime molte riserve sul suo uso: in dosi eccessive può provocare la perdita di sensibilità, una progressiva paralisi e addirittura l’arresto cardiaco. D’altra parte sembra però che sia un regolatore della pressione arteriosa, ottimo antiemorragico, analgesico e diuretico. Un tempo si usava con successo contro l’epilessia, l’asma, l’isteria e se ne è parlato come di un anticancerogeno. Oggi gli erboristi gli preferiscono specie meno pericolose.
    Dato che, comunque, continuiamo a tenercelo vicino e a baciarci sotto il vischio ad ogni capodanno, la sua valenza principale deve assolutamente restare quella di portafortuna!

    Se dalle tradizioni nazionali ed internazionali, passiamo a quelle più nostrane, la principale connotazione gastronomica del Natale è, almeno nella parte orientale dell’Elba, la schiaccia briaca, splendido “manufatto” una volta rigorosamente invernale e oggi, per motivi turistici, dolce di tutto l’anno, almeno nei forni che lo producono, nei negozi alimentari e nei supermercati.
    Se ne conoscono diverse varianti, ma tutte comunque basate sull’esclusione di burro e uova dall’impasto, nel quale devono invece fondersi, almeno secondo la mia ricetta di famiglia, armonizzandosi ed esaltandosi a vicenda, farina, zucchero, olio d’oliva, scorza d’arancia, vino bianco e rosso, meglio se aleatico, frutta secca ( mandorle, noci, pinoli).
    Il profumo che danno a questo meraviglioso amalgama il vino e l’olio riscaldati, quando si uniscono al resto e lo intridono, è unico: è, in tante case, l’aroma stesso del Natale, la memoria dell’infanzia, la rassicurante consapevolezza che, almeno per questa tradizione e nel suo trasmettersi di generazione in generazione, i gusti e i “valori” dei padri sono raccolti senza contestazione dai figli. Il dolce, per le caratteristiche della sua composizione, si prestava ad essere conservato per lunghi periodi, anche a bordo, dai marinai elbani e costituiva una sorta di legame con i colori e i sapori dell’isola lontana.
    La schiaccia briaca, in molte delle nostre case, accompagna gustosamente la serie dei giorni che legano il Natale all’ultima festività del periodo, l’Epifania, popolarmente Befana, ricorrenza dal sapore antico, un tempo celebrata con la stessa solennità del 25 dicembre.
    Era anzi proprio in questo giorno, che rievoca la manifestazione della divinità del Cristo ai Magi e al mondo, che i nostri nonni e genitori ricevevano regali e dolcetti!
    Molte tradizioni, come sappiamo, sono legate alla Befana, generosa dispensatrice di doni, ma anche, nel folklore, rappresentante dell’anno vecchio, la quale, proprio per questo, meritava “il rogo”: il suo sacrificio rituale, a inizio gennaio, veniva vissuto come il presupposto per una partenza positiva dell’anno nuovo.
    Del resto, in molti paesi europei, i dodici giorni che separano il Natale dal 6 gennaio erano considerati “il periodo delle streghe”e l’ultimo era scelto come il tempo più adatto all’espulsione delle potenze del male. In Svizzera, sul lago di Lucerna, i ragazzi andavano in processione, la notte dell’Epifania, portando torce e facendo un gran fracasso con corni, campane e fruste, per spaventare gli spiriti della foresta. La gente credeva che, se non si faceva abbastanza rumore, non ci sarebbe stata frutta quell’anno. Nella Francia meridionale, la gente correva per le strade muovendo campanacci e sonagli e facendo ogni sorta di rumore.
    Qualche traccia, cristianizzata e ingentilita di queste tradizioni, è forse rimasta nell’usanza, che ancora sopravvive in alcuni nostri paesi, per esempio Rio nell’Elba, di andare in gruppo, di casa in casa, la notte tra il 5 e il 6 gennaio, a “cantare la Befana”, ricevendone in cambio saluti, ringraziamenti e offerte di vino. Ecco alcune strofe del canto:

    Dio vi dia la buona sera
    generosa compagnia…
    Salutiamo il padron di casa/
    e la nobil compagnia.

    Santa nova noi vi diamo
    che è nato il re del mondo
    in un parto così giocondo;
    molto bene vi auguriamo

    Egli è nato in Betelemme
    in città della Giudea,
    presso di Gerusalemme
    sopra il fien egli giacea.

    Signor…, vi auguriamo
    la Befana senza affanno!
    Buona notte, noi ce ne
    andiamo
    torneremo quest’altr’ anno!

    [ Copyright (c) Maria Gisella Catuogno, all rights reserved]

  • NESSUN PRESEPE

    di Alessandra Corsini

    Succo di pensieri non detti
    m’impasto di pubblicità e di Natale
    nei presepi muffiti
    che di anno in anno
    conservano per celia pastori e pecorelle
    che la vita non si mantiene uguale
    si flette sui prima i dopo
    e gli argini del cuore
    che tocca borseggiare Dio
    per ridere di pace
    e accendere candele e luci
    che tanti sono i dimenticati
    invisi per sorte dalle case
    i mendici d’amore
    nei giri delle strade
    che senza voce e senza urlo
    poggiano passi e anche fame
    introvabili pastori
    di nessun presepe

    [ Copyright (c) Alessandra Corsini, all rights reserved]

  • Il primo natale è quello in cui mi sono svegliata, piccola, povera e felice. Piccola d’età, povera come tutti negli anni del dopoguerra, felice perché la famiglia c’era ancora e avrebbe potuto non esserci più visto che avevo rischiato di perdere entrambi i genitori o di morire io stessa. Invece quel natale c’eravamo tutti e anche se era andata via la più piccola di me, io non lo rammentavo e per me la famiglia era tutta li, sotto l’albero di natale, il cui odore intenso non ho più avvertito negli anni successivi; non aveva che mandarini e arance appesi, e candeline rosse, gocciolanti e odorose della propria cera. E la magia dei doni era contenuta in un cestino con dentro sei pastelli Giotto, un piccolo albo da disegno e un giornalino. Tre i cestini, tre i figli, tre i doni e gli affetti la facevano da padroni. Non si mangiava molto di più a quei tempi, in quei giorni, neanche se era natale.
    Poi i natali che si sono succeduti sono cambiati lentamente e inesorabilmente. Ci sono stati natali in solitudine, natali luttuosi, natali con una famiglia ridotta.
    I mandarini sono stati sostituiti dagli addobbi sempre più raffinati, dalle luci colorate, fino agli alberi finti e ai finti natali del nostro tempo consumistico. Poi ci sono stati i natali in cui io ero la famiglia ed ero l’albero ed ero i doni; erano i natali della maturità dove la felicità di ricevere si era trasformata in quella di dare, di offrire l’affetto, come avevo sentito quella prima volta.
    È stato poi sempre più difficile ricevere e donare, e finalmente è arrivato il tempo di comprendere ed amare il natale per ciò che veramente è o potrebbe essere. Se solo la nostra società smettesse di pensare a cosa mangiare, regalare, indossare quel giorno, ed indugiasse in altri pensieri, ecco, se riuscissimo a spogliare il natale di tutto il superfluo e del pagano che gli abbiamo attribuito nel tempo, potremmo pensare ad un albero sotto cui riparare i reietti di ogni razza, proteggere i deboli, aiutare i sofferenti, un albero illuminato non dalla retorica mediatica e consumista. E i doni? Solidarietà, accoglienza, responsabilità umana verso tutti e per noi la consapevolezza che la vita è un dono che va preservato.

  • Grazie, Marta, per la tua testimonianza così profonda e così vera…
    .
    Come si fa a non cindividere quanto tu scrivi?
    .
    Come e’ possiible recuperare lo sguardo aurorale dell’infanzia e farlo rinascere ancora dentro di noi, stanchi viandanti del duemila?

  • Ricordo agli amici che possono postare le loro riflessioni, i racconti e le poesie sul Natale direttamente nei commenti, senza inviare i vostri testi alla nostra redazione, che dato il tempo festivo lavora a ranghi ridotti. Grazie :-)

  • Cara Maria,
    sempre fuggendo, (ho ancora la febbre) scrivo una mia poesia sul S. Natale, augurando a Te e alle lettrici -scrittrici, di rinascere spiritualmente con la suprema
    grazia del Bambinello. Partecipi di questo arcano mistero Divino, possa Egli attraveso noi, povere creature diffondere il Suo Verbo e un fraterno amore
    Tessy
    ******
    NOTTE DI PACE

    Cristalli di candida neve
    trafiggono con rapidi bagliori,
    l’aria rarefatta della magica
    notte. Vaghe stelle palpitanti
    sovrastano eteree l’umile grotta
    ove docili animali scaldano
    con umidi fiati, tenere membra
    del Dio – Bambino.
    La giovane madre avvolge
    di trepidi sguardi
    la Sua dolce Creatura.
    Nel buio pertugio il Padre
    solerte attizza con mani operose
    rare sterpaglie dai vividi guizzi.
    E’ notte di pace, è tempo d’ amore.
    Sia tregua all’odio delle parti,
    ognun sia fratello al nemico.
    Nel mondo che quieto s’addorme
    è nato il Salvatore.

    Siena, Santo Natale 1981

    M.TERESA SANTALUCIA SCIBONA

    Dal volume: “Il mio terreno limite” 1984 prefazione
    di Miriana Bogi – Editrice La Nuova Fortezza – Livorno

  • Un Natale in poesia
    poesie di Maristella Angeli

    Un nuovo giorno

    Se il sentimento che esprimo
    arriva a te
    sarò lieta di entrare volando
    insieme alle lucciole
    nella notte
    per illuminare un nuovo giorno
    e ancora un altro
    che verrà.

    Gospel

    Canti di preghiera
    s’innalzano alla speranza
    voci immolate
    danze tribali
    a scacciare gli spiriti
    ad accogliere la morte

    fuochi e lapilli
    voci impetuose
    l’anima che parla
    palpitante e fremente
    al cielo effonde e innalza
    il richiamo

    Il Natale

    La cena della Vigilia
    la tavola imbandita
    sembra trasudare
    voglia di serenità

    sguardi increduli
    di fronte a tanta abbondanza
    si brinda e si scherza

    si attende la sorpresa
    pacchetti colorati
    regali graditi, altri scontati

    gli sguardi si fermano
    ricordano gli assenti
    breve il velo sofferente

    un silenzio assente
    è Natale

    Il Figlio

    Statue piccole, grandi
    il Presepe
    attratti da quella Sacra Famiglia

    foto a San Pietro
    che accoglie il Mondo
    un bambino dice a sua madre:
    “Ma tu tieni a tuo figlio?”
    uno sguardo e un silenzio
    una nuova preghiera

    le statue s’interrogano sagge
    la mamma poggia la mano
    il pensiero ha ritrovato

    una bocca aperta al riso
    la speranza
    in quelle mani giunte

    Le festività natalizie

    Il pettirosso saltella
    gonfie le piume
    nel tentativo di scaldarsi
    in questo rigido inverno

    passeggiate serene
    nel clima vacanziero
    musica natalizia diffusa
    nell’aria tersa

    attimi di tranquillità
    si scacciano i ricordi
    che tormentano

    Il futuro

    Mare autunnale
    che sa di caldarroste
    dipinge con oro, ocra
    arancio e rosso
    foglie irradiate di luce

    Fumo di camini accesi
    eco di passi frettolosi
    di voci nascoste da sciarpe
    negozi si apprestano
    ad addobbarsi per il Natale.

    Soffice la luce del cuore
    che pulsa alternando
    rintocchi d’amore
    quelli di memorie
    con desideri di futuro
    che appare in un viale
    adornato di gigli candidi.

    (da “Tocchi di pennello” L’Autore Libri Firenze)

    Umanità

    Senza confini
    che segnano proprietà
    staccionate abbattute
    in onore della fratellanza.

    Un unico popolo
    di persone
    con la propria dignità
    guardano negli occhi
    la diffidenza, l’incredulità.

    La pelle maculata
    come leopardo
    che corre libero
    affermando di esistere
    razze si fondono
    lingue s’incontrano
    in un mondo
    che s’illuminerà di coriandoli
    di stelle che brinderanno
    all’umanità.

    (da Pace A.A.V.V. LAB G. Perrone Editore, Roma)

    In attesa di una cometa

    Piccole luci
    come presepi appaiono
    paesini abbarbicati sulle colline
    vite che pulsano come lucciole
    nella notte.

    Corolle dei monti
    addormentate
    attesa di una cometa
    il nuovo annuncio.

    Lanterne indicano la via
    il ritorno a casa
    tanto atteso
    rifugio di sempre

    Stella

    Stelle luminose
    costellazioni dipinte
    da mani sapienti
    che il cielo
    hanno decorato

    polvere magica
    ho gettato nell’aria
    spruzzi di magia
    ho regalato al vento

    una cometa segreta
    sul comodino accanto al letto
    una sorpresa attesa
    un sospiro
    che illumina la notte

    INDICE

    1. Gospel pag. 2
    2. Il Natale pag. 3
    3. Il Figlio pag. 4
    4. Il futuro pag. 5
    5. Umanità pag. 6
    6. In attesa di una cometa pag. 7
    7. Stella pag 8

  • Cara Maria, accolgo volentieri l’invito a scrivere sul Natale e per farlo c’é solo un modo per me, ricordare gli anni dell’infanzia quando mia madre cotsruiva intorno a noi dei giorni pieni di gioiose aspettative. La casa si trasformava in “albergo” perchè lei era capace di rivoluzionarla riempiendo gli spazi con altre zone notte: letti pieghevoli, materassi posti a diretto contatto col pavimento, cuscini da salotto che si trasformavano in cuscini per dormire, ecc.. Così ospitava le sorelle con i mariti e i figli per tutto il lungo periodo di feste che arrivavano fino alla Befana. Gli zii si installavano a casa nostra e tutti insieme veleggiavamo verso il Natale, fra doni, funzioni religiose e tradizionali manicaretti culinari. Tutto questo appartiene al passato. La famiglia si é frantumata, forse é stata solo un’illusione dell’infanzia e concordo pienamente con Marta Ajò e la sue bellisime parole. Auguri di cuore. Delia Morea

  • Ciao Maria. Come contributo a questa splendida iniziativa, ti invio un mio breve racconto. E’ un po’ triste ma l’ho scritto quando c’è stato il terremoto in Abruzzo.

    Il treno del Paradiso

    La bambina alla vista del treno sgranò i grandi occhi azzurri. Rimase col fiato sospeso per lo stupore. Mai visto nulla di simile. Ma cosa ci faceva quel treno tutto colorato alla stazione? Bello! Sembrava un treno magico. Un enorme giocattolo. Il treno dei desideri. Ogni carrozza aveva un colore diverso: giallo, azzurro, viola, arancione. Era straordinario! Semplicemente straordinario!!!. E poi lucido, nuovo di zecca, con rivestimenti finissimi. Dava un senso di sicurezza. La piccola Vanessa si asciugò le lacrime e finalmente sorrise, nonostante il dolore che provava dentro il petto. C’era molta nebbia quel giorno e la stazione era deserta. Provò l’irrefrenabile impulso di salire sul treno. Si chiese come c’ era arrivata da sola alla stazione. E dove erano la mamma e il papà?
    Si guardò intorno sconsolata. Le ritornò la voglia di piangere. E quel dolore al petto che non smetteva di tormentarla. Vagò ancora con lo sguardo. Cominciava a sentire freddo. I suoi occhi si fissarono sul treno e si rese conto che la stava aspettando. Sì, era lì per lei. Non c’era un motivo preciso che glielo facesse credere. Lo sentì e basta, come una premonizione. Quel treno meraviglioso, che sembrava un serpentone mansueto, era un regalo. Un regalo destinato a lei.
    Doveva fare il biglietto e salire, senza alcuna esitazione.
    Controllò nella tasca, aveva solo pochi spiccioli, i soldi della merenda che la mamma quella mattina le aveva dato per andare a scuola. Già, ma perché non c’era andata, quella mattina, a scuola? E come mai si trovava invece alla stazione? Non riusciva a ricordare.
    Si avviò verso l’ufficio del capo stazione, determinata a fare il biglietto. Dovette alzarsi in punta di piedi per guardarlo negli occhi: era un uomo particolare con una gran barba bianca che gli arrivava sul pancione prominente, e i capelli lunghi e lanosi gli scendevano fino alle spalle. “Sei tu il capo stazione?” chiese Vanessa, trattenendo una risata. L’uomo sollevò la testa dalle sue scartoffie, la osservò con una grande tristezza, una tristezza secolare, accumulata giorno dopo giorno, pena dopo pena. “Sì, sono io. E tu sei la piccola Vanessa. Perché ridi di nascosto?”.
    “Perché sei tutto bianco! Sembri un orso. Sembri babbo Natale. Ma come fai a conoscere il mio nome? Mi stavi aspettando?”.
    “Sì, ti stavo aspettando”.
    “Voglio comprare il biglietto e salire sul treno. Ecco, ti dò tutti i miei soldi”. Frugò nella tasca.
    “Non occorrono soldi per salire sul treno. Vai pure, manchi solo tu per partire”. E si tastò i lunghi peli della barba. Provava una grande amarezza, per la bambina, per se stesso e il lavoro ingrato cui lo avevano destinato. “Vai pure Vanessa, troverai altri bambini sul treno. Andrete in un posto bellissimo ”.
    “Ma la mia mamma, il papà?”
    “Stai tranquilla, loro sanno già”.
    La bambina si avviò felice.
    L’uomo ritornò con la mente a quanto era successo quella mattina:il boato, la nuvola di polvere, le macerie, i corpi martoriati, e provò un brivido di orrore.
    Scosse la testa, sospirò e infine chiamò due inservienti: “Accompagnatela fino alla carrozza rosa, e nascondete le ali, non vorrei si spaventasse”.

    Salvo Zappulla

  • Carissima Maria Di Lorenzo

    le invio in versi un mio pensiero sul Natale, dettato da quello che il mio cuore percepisce e vive in questa particolare ricorrenza. Mi rendo conto che quello che esprimo potrà sembrare insensibile a cuori che invece l’evento lo vivono con veri e sinceri buoni propositi, ma c’è tanta ipocrisia in questo mondo e non penso che il Natale faccia il miracolo d’ annullare in un colpo la cattiveria e la malafede che covano certe persone nel proprio animo, anche se la notte di Natale si recano a messa a ossequiare la nascita di Gesù, ed illudersi che cambino penso sia da pazzi! Non ci sono molti affetti che ruotano intorno alla mia vita e quando arriva il Natale il senso di solitudine e di vuoto che provo lo avverto di più, anche se ho accanto una bella famiglia: i miei figli e mio marito, con i quali rigorosamente rinnoviamo ogni anno quella magica atmosfera e quell’armonia familiare che il Natale invita e propone. I miei due figli, pur essendo due uomini ormai, uno dei quali è già sposato, tengano tantissimo al fatto di scambiarci i doni sotto l’albero, ripercorrendo l’antica tradizione, come quando erano piccoli e i loro occhi si illuminavano di felicità quando scartando velocemente i pacchi, pregustavano la sorpresa del regalo.Da qualche anno ho preso l’abitudine di invitare il giorno di Natale una persona bisognosa, che non ho mai conosciuto prima, che non ha nessuno o che non possiede nulla, offrendogli un posto a tavola e un pasto caldo, facendola sentire inserita in una vera famiglia, almeno una volta. Questo gesto mi soddisfatta, mi gratifica, perchè aiutare una persona che ha bisogno, essere utili in qualche modo agli altri mi placa e mi rende felice. Questo è il mio modo di dire Buon Natale a tutti ed anche se è una piccola cosa, sento che in qualche modo contribuisco con il mio operato a partecipare e sollevare quei valori autentici e genuini ai quali ho sempre creduto. Un mondo di felicità a tutti! Cordialmente

    Antonella Vara

    NATALE

    Aria di festa,
    nello scintillio di luci
    che investono i sensi,
    e tutt’intorno,
    magica atmosfera
    perpetuante di colori,
    affonda foschi pensieri
    che tentano di risalire
    tra le fitte reti oscure.
    Città come sposa addobbata,
    esprime tutto il suo fulgore
    in un caotico andirivieni
    di gente tirata a lucido,
    e su volti contratti,
    annebbiati da fumo grigio
    di gelidi fiati,
    espressioni radiose,
    che evocano magie
    di desideri esperibili,
    dentro solitudini radicate,
    che trangugiano
    il gusto della ricorrenza.
    Ipocrisie latenti
    di un buonismo coatto
    che fan dimenticare
    guerre devastanti
    all’angolo celate,
    che l’amore intrinseco,
    risvegliato d’obbligo,
    denuda sentimenti
    manifeste di emozioni,
    all’evento in corso.
    .

    Antonella Vara

  • ditemi cosa ci fa sotto
    luci che solleticano troppo
    il desiderio inestinguibile
    di saziare una fame senza
    requie, quel povero pelle
    ossa bambinello. mi verrebbe
    da prenderlo e portarlo vìa,
    oltre le luci e il gran frastuono,
    vìa dallo stuolo, dalla calca di genti
    che si accartoccia in vicoli di neve.
    lo porterei con le braccia, nel silenzio
    della pace, in una casa spoglia,
    solo pochi tizzoni sparsi
    che gettano ombre sul pavimento

  • Care amiche e amici, grazie di questi testi così belli e intensi.
    Il Natale, se riusciamo a relativizzare gli “orpelli” è davvero la festa più tenera dell’anno, come ho cercato di dire in questa mia piccola poesia.
    Auguri e cari saluti a tutti
    Gisella

    Aghi d’azzurro

    E’ nella tenerezza del presepe
    adagiato sul muschio bagnato
    che Ti cerco; e tra quei pastori
    attoniti guidati dall’angelo alla grotta.
    Ti cerco nella luce di quella stella
    strana, che ha lo strascico lungo
    come le spose in tulle;
    e nella sospensione di quella
    notte che trattiene il fiato
    perché qualcosa di misterioso
    e unico sta per accadere,
    lontano dalla città distratta
    che ha chiuso gli usci
    in faccia ai forestieri.
    Ti cerco nell’incanto d’un bimbo
    appena uscito dal tepore del grembo
    e che il fiato pietoso
    di due animali scalda.

    Ti trovo, forse,

    per qualche

    istante d’eterno

    e aghi d’azzurro

    mi rammendano il cuore.

  • Care scrittrici,
    complimenti per la vostra bravura! Gisella sei una fine cesellatrice di versi incantati. Bravissima!
    Tutte noi ci ritroviamo con il cuore in mano a sperare, a pregare in questo Natale che per me sarà doloroso, per la recente scomparsa di mia madre a cui dedico le mie poesie.
    Un Augurio di Buone Feste e un forte abbraccio a tutte voi
    Maristella

  • Sempre arriva il Natale
    Sempre restauro
    Il viandante, la lavandaia il pastore
    I colori a volte velati altre lucenti
    L’acqua verso il mare o prigioniera del lago
    Un giorno il musicante allegro verso la grotta
    La lavandaia canta la sua musica
    Un altro nasconde il flauto tra l’erba,
    La lavandaia impasta sapone e lacrime.
    Dimmi dov’è il tentativo
    Di profumare tutti fiori?
    Dov’è la neve che scende lieve?
    Nasci ancora,
    Non sei tu a decidere
    Non vedrai altra gente,
    Solo altri volti, gli stessi pensieri,
    Le stesse paure
    Molti venuti per tradire parole
    Spiano i tuoi passi
    Cancellano le tue orme.
    Ti seguirò come ti ho già seguito
    Se mi riconosci prova a togliere le spine
    Per scoprirmi ancora
    Affamata di innocenza e di carezze

  • Greccio 1223

    Che un Bimbo sia venuto
    nei campi di Betlemme
    fra pecore e pastori
    con il prodigio in cielo
    della cometa ardente

    Che i saggi dall’Oriente
    Gli offrano quei doni
    preziosi e contrastanti
    con l’umiltà del luogo

    Che l’aria sia vibrante
    dei canti più soavi
    a infondere nei cuori
    la pace dell’Eterno

    Che sia per noi qui giunta
    la Sua salvezza in corpo
    a noi del tutto simile
    rendendoci fratelli

    Che Dio si sia calato
    in questa nostra storia
    compagno innanzitutto
    di poveri e di infermi

    È questo il bel mistero
    che accresce la bontà
    ravviva la speranza
    ci fa sentire figli
    di un Padre che ci ama.

    Natale 2009

  • Maria era tutta vestita di nero,

    stava per terra, ferma, composta,

    tra le braccia stringeva Gesù.

    Sull’affollato corso i passanti

    andavano distratti, senza guardare,

    senza dare una lira di elemosina.

    Maria aveva gli occhi chiusi,

    ma due lacrime scendevano

    dal viso. Gesù mi sorrideva,

    mentre s’accendevano le luci

    sul mercato di lusso, sfavillante

    di regali, di stelle e di angeli.

    Gesù mi stringeva forte la mano

    e in quel sorriso innocente,

    sentivo tutto il dolore del mondo.

    ELIO FIORE

  • Notte di Natale

    Vapori di folla
    boccali di locande ostili

    gli ori sensuali degli Erode
    fusi nella notte
    che rifulge come giorno pieno

    una ferita di luce
    sui pascoli dormienti
    ha lacerato il tempo

    s’impone
    un prima e un dopo.

  • IL PRESEPE NEL COMO’

    Da anni oramai con buona pace di tutti, l’antica festa del Natale era diventata la “Festa degli inverni”.
    Inverni al plurale, per non scontentare nessuno, perché ci sono luoghi dove l’inverno è freddo, altri dove splende il sole, e pensare che l’inverno fosse unico per tutti era sembrato scorretto.
    Le vie delle città e i negozi si riempivano di luci e lustrini, ma nessuno faceva più presepi pubblici e le canzoni natalizie con riferimento religioso erano state messe al bando; si suonavano melodie che parlavano di pace, fratellanza, amore per la natura e rispetto per gli animali.
    Resisteva in qualche casa, in qualche angolo appartato, un piccolo presepe, ma in genere si trattava di persone anziane, incapaci di accettare la modernità. Erano piccoli vezzi, manie, per fortuna destinate a finire con loro.
    Era caduta in disuso anche la tradizione dei pranzi di Natale in famiglia. Troppe le famiglie allargate, le persone che vivevano in paesi lontani o le convivenze ripetute; mettere insieme tutti senza scontentare nessuno era davvero un impegno gravoso e così si erano diffusi i ‘party invernali’.
    Grandi pranzi a buffet si svolgevano nei saloni degli alberghi, addobbati con cura, dove tutto sembrava perfetto e armonioso, dove tutti potevano servirsi da soli, evitando abilmente il contatto con consanguinei antipatici, ex mogli o mariti, ex suocere, cognate petulanti o amanti traditi; chi veniva da lontano trovava in quei luoghi anche una stanza per la notte. C’erano poi degli ottimi servizi di nursery, così i bambini erano tenuti occupati da personale specializzato.
    In alcuni alberghi c’era anche l’isola del benessere, sauna, massaggi, bagni termali. Per l’occasione gli accappatoi erano rossi, le ciabattine di spugna verdi e le tisane offerte in bicchieri di vetro con il bordo oro.
    Per i regali esisteva un catalogo dove scegliere i doni, e un servizio impeccabile ‘tutto compreso’, i doni scelti venivano recapitati al destinatario già incartati, con il biglietto d’auguri e una frase di circostanza, così da evitare lo stress da compere. Per chi poi non rinunciava a sentirsi buono almeno d’inverno, c’erano enti benefici ai quali fare donazioni e lotterie, si vincevano grandi premi e viaggi, e una parte di questa vincita veniva donata in beneficenza, alla ricerca scientifica, al salvataggio di qualche specie animale protetta, o a bambini poveri che vivevano in paesi lontani.
    Quando calava la sera, sazi di cibo, di vino e di chicchiere, tutti si scambiavano abbracci e auguri, si salutavano con la promessa di ritrovarsi l’anno seguente, e magari di non perdersi di vista durante l’anno; uscivano per strada e se ne tornavano a casa o si fermavano in qualche bar per un ultimo bicchiere, mentre la città sembrava esplodere di luce e gli autobus elettrici procedevano silenziosi e luminosi da un capo all’altro della città. Sulla fiancata dei bus le amministrazioni Comunali auguravano Buon inverno a tutti i cittadini e una tenera primavera.
    Le statistiche dicevano che questo modo di festeggiare gli inverni aveva allentato le tensioni sociali e familiari, ma inspiegabilmente in quei giorni aumentavano i suicidi; così molti ospedali fornivano consulenze psicologiche gratuite e numeri verdi da chiamare per cercare conforto, per esprimere il proprio disagio o l’insoddisfazione di cui era sconosciuta la causa.
    C’era anche una trasmissione radio e una in tv dove raccontare “il mio inverno” ed esprimere i desideri per la primavera che sarebbe venuta.
    Quell’anno però si era abbattuta sul paese un’epidemia di morbillo, e molte scuole erano decimate. Il vaccino aveva attenuato i sintomi ma inspiegabilmente non aveva reso la popolazione immune da contagio.
    Un giorno o due di febbre e una settimana di malessere, nulla di grave, ma era contagioso e fastidioso, soprattutto in periodo di shopping e di pranzi invernali.
    Quella notte era scesa la neve, non molta, sembrava un lieve strato di zucchero a velo sulla città ancora addormentata; ai più anziani aveva risvegliato ricordi remoti, ai più giovani il desiderio di disertare il pranzo d’inverno per andare a buttarsi su qualche pista da sci.
    Era tutto pronto, tutto prenotato, ma molti dei bambini erano ammalati e ancora contagiosi. Che fare? La soluzione la trovò Irina, la badante della bisnonna Maria, a cui la mamma del piccolo Pietro stava raccontando di questa malattia pestilenziale.
    - I bambini, signora, li porti da noi. A me i bambini piacciono, e anche alla bisnonna Maria. Lo dica anche alle sue cognate: faranno Natale, cioè la festa degli inverni, con noi, poi passerete a prenderli quando avrete terminato il pranzo.
    La bisnonna Maria era una vecchia maestra, aveva cresciuto intere generazioni di bambini, quando ancora si studiavano le tabelline, le fotocopie erano sconosciute e le ricerche si facevano sulle enciclopedie. Non si era mai adattata ai pranzi invernali, continuava imperterrita a chiamare il 25 dicembre “festa del Santo Natale”. Da quando l’artrite le impediva l’uso delle mani e le aveva curvato le spalle, lasciava che fosse Irina a fare i cappelletti in casa e girare il cappone nel forno; non le piacevano i piatti pronti e almeno per il Santo Natale voleva mangiare come piaceva a lei.
    I ragazzi arrivarono vocianti e allegri, erano in cinque: Pietro, Paolo, Edoardo e le gemelle Ingrid e Greta. Non erano particolarmente entusiasti di quel cambio di programma, ma portavano con loro una montagna di pacchetti da aprire, alcune diavolerie elettroniche con cui pensavano di passare il tempo, e delle vaschette con cibi precotti da mettere nel microonde, nel caso i cappelletti e il cappone con le patate al forno non fossero di loro gradimento.
    La casa odorava di mandarini e dal forno si diffondeva nella cucina il profumo che sapeva di buono e di antico.
    Irina aveva preparato una bella tavola imbandita, aveva steso una grande tovaglia bianca ricamata con il filo rosso, aveva usato i piatti di porcellana della festa, i bicchieri di cristallo e le posate delle occasioni speciali. Al centro della tavola stava la zuppiera colma di fumanti cappelletti in brodo e, per non dispiacere i piccoli ospiti, aveva scaldato anche i cibi precotti che si erano portati da casa.
    - Ma si mangia nei piatti della festa e non nelle vaschette del microonde.
    Aveva stabilito categorica la bisnonna Maria.
    Il pranzo era stato allegro, i bambini avevano apprezzato i cappelletti e anche il ripieno del cappone, Pietro era un buongustaio, Paolo invece aveva detto di preferire gli hamburger, Edoardo aveva mangiato anche gli avanzi nel piatto delle gemelle e le gemelle si erano ingozzate con il panettone e in un attimo di distrazione di Irina, a turno avevano bevuto un sorso di spumante dal bicchiere della bisnonna che aveva finto di non accorgersene.
    - Non moriranno certo per aver intinto la lingua nel vino! Buon sangue non mente: il loro bisnonno nel vino ci faceva il bagno, diceva che l’acqua fa arrugginire le giunture.
    Dopo pranzo i ragazzi avevano scartato i pacchetti e, un po’ annoiati, avevano accatastato il loro contenuto su una poltrona.
    Pietro aveva dato l’assalto ai cioccolatini appesi all’albero invernale, le gemelle si aggiravano per casa incuriosite.
    C’erano foto alle pareti, vecchi diplomi e una libreria piena di libri e oggetti, ognuno con una storia: una pietra raccontava un viaggio avventuroso che la bisnonna aveva fatto con suo marito, una piccola bottiglia di vetro piena di ghiaia colorata raccontava la storia di un ex alunno molto indisciplinato che diventato uomo si era ricordato della sua vecchia maestra e le aveva fatto un dono.
    A un tratto Ingrid si accorse di una luce intermittente che veniva da un cassetto lasciato aperto, era un vecchio comò che da sempre stava in salotto.
    Si avvicinò e chiamò sua sorella, erano davvero stupite da quel piccolo paese illuminato che Irina e Maria avevano preparato all’interno del cassetto. C’era una capanna di cartapesta, un gregge di pecore, dei pastori, un taglialegna, una donna che portava in testa una cesta, un laghetto di carta stagnola dove stavano i cigni, e tre cammelli al bordo del cassetto. Nella capanna un vecchio con la barba si reggeva a un bastone e una bella ragazza vestita d’azzurro guardava un bambino adagiato in una mangiatoia.
    - Cos’è? – chiese Ingrid
    - Sì, che paese è? – le fece eco Greta
    - E’ il presepe – disse la bisnonna.
    - Il presepe nel comò – rise Irina
    Questo espediente, permetteva loro di chiudere il cassetto quando giungevano in visitail medico o l’assistente sociale, perché questi luminari erano fermamente convinti che quell’attaccamento al passato fosse segno di una decadenza senile e Maria ad ogni visita mensile rischiava il ricovero alla Casa di cura per gli over 90 e Irina di perdere il posto di lavoro.
    Le piccole erano affascinate da quelle luci che si accendevano e si spegnevano, attorno a quella rappresentazione di una strana famiglia. Sulla capanna brillava una stella con la coda, – Il bambino come si chiama? – chiese Ingrid.
    Così, mentre un vecchio mangianastri ormai consunto diffondeva una canzone natalizia di quelle messe al bando nei luoghi pubblici, Maria, seduta sulla sua poltrona, cominciò a raccontare di quando a Natale si andava nei fossi e lungo i campi a cercare muschio, piccoli pezzi di legno e sassolini per allestire il presepe, e di quando la notte si dormiva con un occhio aperto per attendere Gesù Bambino che portava i doni.
    Le piccole avevano distolto l’attenzione dal cassetto per mettersi a sedere sul divano con le gambe incrociate come piccoli indiani, poi le aveva raggiunte Paolo, stanco di giocare col Nintendo e Pietro e Edoardo che avevano smesso di fare la lotta sul tappeto del salotto. La bisnonna raccontò loro che il signore anziano si chiamava Giuseppe, la donna vestita d’azzurro era la Vergine Maria e il Bambino si chiamava Gesù; la stella aveva avvisato i pastori che erano corsi a vedere con i loro occhi il prodigio.
    I bambini ascoltavano in silenzio, attenti e incantati da questa storia mai sentita.
    All’arrivo dei genitori, la storia era arrivata a malapena alla strage di Erode.
    Maria baciò i bambini sulla fronte. Prima di uscire le gemelle vollero aprire il cassetto del comò per salutare Gesù Bambino e accertarsi che la stella brillasse ancora. La bisnonna Maria le guardava uscire avvolte nel loro cappotto rosso, sperando che il seme gettato un giorno potesse dare frutto, che qualcuno di loro si chiedesse chi da all’uomo la capacità di perdonare e il dono della carità.
    Guardò Irina e disse, – Mia cara dal nulla nasce il niente, ma basta un piccolo seme perché torni a crescere un grande albero.

  • NATALE A HERIOT ROW

    Edimburgo, Natale 2006

    Non ho mai capito quest’ossessione per il Natale di voi umani.
    Trascorrete giorni a preparare regali che nessuno desidera e ad addobbare la casa con ridicole luci natalizie, rami di vischio che puzzano di naftalina e bambolotti rossi e grotteschi. Alcuni di voi si scoprono improvvisamente devoti e pii, e sentono il bisogno di dimostrarlo cantando inni e altre amenità. Altri decidono di essere generosi, così trascorrono le loro giornate in mercatini di beneficenza, che rappresentano una valida occasione per svuotare soffitte o garage e sentirsi sulla buona strada per il paradiso.
    Tutti si sentono religiosi. Munifici. Buoni.
    Da duecento anni a questa parte, considero questa festa come la manifestazione palese dell’ipocrisia umana.
    Perciò, comprenderete il mio disagio quando una mattina di dicembre, Emily ha iniziato a decorare il nostro appartamento di Heriot Row. Sembrava una gazza: svolazzava per casa, appendendo pupazzi vestiti di rosso in giro per le stanze, mentre canticchiava canzoni tradizionali. L’ho lasciata fare, guardandola con freddezza, senza dire una parola.
    Lei ha ignorato le mie occhiate e ha continuato imperterrita a trasformare l’appartamento in una filiale di Jenners addobbata a festa.
    “Non sapevo che avessi questa passione per le festività natalizie”, ho commentato, dopo aver visto la ghirlanda di rami e velluto rosso sulla porta della nostra casa. La sua espressione soddisfatta era inspiegabile per me.
    Lei ha sorriso, serafica. “Non ti piace il Natale?”
    “No.”
    Emily ha inclinato la testa, seria, studiandomi. Riesce sempre a sostenere il mio sguardo, senza timore. È l’unica umana che riesce a fare ciò senza rabbrividire.
    “Perché?”
    Non era una domanda provocatoria, la sua. Era pura, autentica curiosità. Scossi la testa dinanzi a tanta ingenuità.
    “Perché lo considero un’inutile parata del conformismo umano. Ignorate il prossimo per gran parte della vostra vita: ve ne ricordate solo a dicembre, giusto per sentirvi generosi dinanzi allo specchio e al mondo. Il mattino dopo lo avete già dimenticato”, ho commentato, riportando la mia attenzione al libro che stavo leggendo.
    “Non è così per tutti. I bambini adorano il Natale perché è magico. È il momento in cui puoi far capire alle persone che ti sono accanto quanto tieni a loro”, ribatté lei, ostinata.
    “Non lo metto in dubbio.” Ho replicato seccamente. “Ma non credo ci sia bisogno di una festa per certe dimostrazioni. In verità, questa è una motivazione ridicola”.
    Fine della discussione.
    Lei ha abbassato gli occhi e si è allontanata senza una parola. La mia risposta deve averla amareggiata: nei suoi occhi è affiorato un velo di delusione, subito spazzato via da una scintilla di divertimento. È sparita nella nostra camera con un sorrisetto misterioso stampato in viso.
    La conosco: quel suo sguardo è presagio di qualcosa di spiazzante e inaspettato. Non capirò mai la logica di Emily: troppo umana. E forse, è questo il vero motivo per cui sono legato a lei: perché è l’unica donna che non potrò mai conoscere davvero.
    Un mistero.
    Dal canto mio, posso dire che in più di duecentocinquant’anni di vita ho sempre osservato queste feste con distacco. Con fastidio. Trovo assurdo che si debba aspettare una data per dire alle persone che condividono la nostra esistenza quanto hanno valore per noi. Di più: trovo ridicolo dimostrarlo con un oggetto.
    I miei fratelli sono importanti per me. Ho cura di loro, li proteggo ogni giorno di ogni anno. Per tutto il tempo che il Destino mi concederà di trascorrere su questa terra come capo di questa famiglia, io sarò responsabile del loro benessere. Non provo sentimenti mutevoli. Conosco bene quali sono i miei compiti. Quale è il mio ruolo.
    So chi sono.
    C’è un solo motivo per cui un vampiro può amare il Natale: le persone sole si ubriacano più spesso del solito e divengono facili prede da dissanguare.
    A parte questa valutazione molto schietta, che potrà urtare la vostra delicata sensibilità umana per la sua crudezza, io non vedo altre ragioni per considerarlo un giorno diverso o più importante di altri.
    Emily, invece, appariva felice. Il suo viso era allegro, come se un’emozione segreta brillasse al centro dell’anima e venisse fuori attraverso i suoi occhi. L’ho vista preparare un pacco da spedire ad Anne, la sua amica che vive a Dartmouth, e le cartoline di Natale per le sue ex colleghe dell’agenzia Anderson. Ha persino comprato un regalino per Alyssa, Audrey e Duncan, i miei fratelli.
    Quando le ho fatto notare che “noi” non festeggiamo il Natale, lei si è stretta nelle spalle e mi ha scoccato un’occhiata tra l’ironico e l’impaziente.
    “Vuoi scommettere?”
    Non ho replicato. Se ne accorgerà da sola.
    La notte di Natale l’ho vista imbacuccarsi con giubbotto, cappello e sciarpa. Sul suo viso, un’espressione soddisfatta, piena di attesa. Sembrava davvero una bambina felice.
    “Vado in cattedrale, per la funzione della vigilia. Suppongo che tu non voglia venire…”
    Ho riso, più per il suo tono di voce speranzoso che per la battuta.
    Io. In una chiesa. La notte di Natale.
    Credo che l’edificio crollerebbe pietra su pietra se vi mettessi piede. Dio, ammesso che esista, avrebbe più di qualcosa da rimproverarmi… qualcosa come migliaia di esseri, umani e non, ammazzati con le mie stesse mani senza rimorso.
    “No”, ho risposto. “Però ti accompagno. Non voglio che tu vada in giro da sola.”
    “C’è un sacco di gente in giro stanotte, Oliver” ha sbuffato lei, sulla soglia di casa. “Chi credi che possa voler far male a qualcuno la vigilia di Natale?”
    “Posso farti un paio di esempi pratici, se vuoi. A quel punto però, il tuo spirito natalizio sarebbe distrutto e non avresti più voglia di festeggiare”, le ho spiegato, chiudendo la porta del nostro appartamento al 25 A di Heriot Row. Lei non ha risposto, limitandosi a uno sguardo cupo.
    Ha capito benissimo cosa intendevo.
    Sulla soglia della chiesa, mi ha lanciato un’occhiata accorata. Mi ha stretto la mano.
    “Non andrai a caccia stanotte, vero?”, ha sussurrato nell’orecchio, con la voce che cercava di nascondere il disagio che provava.
    “Spirito del Natale, eh?”, domandai, provocatorio. Prima che potesse ribattere, risposi. “Sono andato ieri notte con Duncan, mentre dormivi. Nessun assassino sporcherà il tuo prezioso Natale con le sue scellerate azioni.”
    Emily ha scosso la testa, con la faccia rossa di freddo e disagio, colta in contropiede dal mio sarcasmo. “Oliver, non intendevo dire questo…”
    Ridacchiai. “Bugiarda. Perché non ammetti semplicemente che avevo ragione?”
    È sparita oltre la porta della chiesa, dopo avermi scoccato un’occhiataccia, seccata per non aver avuto l’ultima parola. Ho riso dinanzi alla sua espressione accigliata: Emily è così umana.
    Così… rara.
    Mentre Emily seguiva la cerimonia religiosa nella cattedrale, io ho camminato per le strade di Edimburgo addobbate a festa per Hogmanay, piene di turisti e di ubriachi. Nei close, le coppiette facevano a meno del vischio per baciarsi.
    È cambiata, la mia amata Auld Reekie…
    Castle Rock è illuminata a giorno, il Royal Mile è pieno di negozi di dubbio gusto. Strade ingombre di auto e taxi. Musica e baccano dovunque. Non c’è più traccia del silenzio della notte.
    Gli esseri umani, invece, sono sempre gli stessi.
    Meschini. Bugiardi. Ipocriti. Vigliacchi.
    Emily mi ha raggiunto dinanzi lo Hub. Abbiamo fatto una piccola passeggiata, sino ad arrivare alla spianata dinanzi il Castello. Il suo fiato si condensava in piccole nuvole di vapore. Era stretta al mio braccio, la sua testa appoggiata sulla mia spalla.
    La sua mano calda nella mia, gelida.
    Mi guardava come se fossi l’essere più importante della terra. E questa è una cosa che non riuscirò mai a capire. Ad accettare. Mi mette a disagio.
    Ci siamo fermati ad ammirare la città illuminata ai nostri piedi. Il vento freddo ha fatto rabbrividire Emily.
    “È bellissima” ha sussurrato, con gli occhi fissi sui tetti di ardesia della New Town. Poi ha alzato gli occhi su di me. Mi ha regalato uno sguardo carico di tenerezza.
    I suoi occhi verdi, intensi e puliti, erano come quelli di un bambino.
    “Buon Natale, Oliver.”
    L’ha detto piano, guardandomi quasi con timore, deglutendo. Nelle sue mani, un piccolo pacco di carta dorata.
    L’ho preso, più incredulo che irritato. Rabbia e fastidio si agitavano nella mia mente: non avevo detto che non avevo alcuna intenzione di partecipare a quell’insulsa festa umana? Perché aveva pensato a un regalo? Per me? Non aveva capito niente, allora!
    Stavo per ridarle il pacchetto ma l’espressione dei suoi occhi mi bloccò: erano carichi di attesa. Timore. Speranza. E di quel sentimento che non riesco più a sentire, ma che lei sa provare in maniera immensa e unica.
    E quest’emozione era rivolta a me.
    Scuotendo la testa, contrariato, l’ho scartato: era un libro antico. L’ho sfogliato in silenzio, mentre Emily mi scrutava, nervosa. Aveva compreso che non avevo gradito quel gesto e adesso spiava le mie reazioni, incerta.
    “È un’edizione degli Amores di Ovidio, del 1880. Il signor Clark mi ha assicurato che si tratta di un volume in ottime condizioni. Io… io so che tu ami più la letteratura greca, ma hai quasi tutto, così ho pensato a questo… e ho visto che non lo avevi, così…”, spiegò, impacciata. La sua voce si perse in un soffio di vento. Era divenuta sempre più flebile. Spaventata.
    Io non risposi subito.
    Il risentimento, all’improvviso, si è trasformato in qualcosa d’inaspettato. Doloroso. Consolatorio. Caldo. Qualcosa di sconosciuto, che posso descrivere solo per approssimazione.
    Lei aveva pensato a un dono per me. Era andata a cercare qualcosa che io non possedevo e che potesse piacermi. Non è un’impresa facile: la mia collezione di libri antichi di letteratura classica è una delle più ricche di tutta la Scozia, se non della Gran Bretagna.
    E aveva scelto Ovidio. Non i più conosciuti Catullo o Orazio.
    Mi accorsi che il suo sguardo si era rattristato. Si mordicchiò il labbro; gli occhi si arrossarono. Non era per il freddo, ne ero sicuro.
    “Se non ti piace non fa nulla, puoi cambiarlo…” mormorò, chinando gli occhi a terra.
    “No” risposi, piano.
    Lei alzò la testa, sorpresa.
    “Non lo cambierò”, spiegai. Tenni il volume tra le dita, senza guardarla. “È molto bello. Solo… non me lo aspettavo”.
    Era il primo regalo di Natale che ricevevo in più di due secoli. Ero più sconcertato di quanto volessi ammettere, ma non era questo a stupirmi, quanto la sensazione di benessere, di calore che sentivo dentro. Qualcosa di anomalo, disturbante e insieme piacevole.
    Sentirmi così era… strano.
    Il viso di Emily si spalancò in un sorriso luminoso che arrivò sino agli occhi, riempiendoli di emozione. Mi abbracciò, tenendo il viso sollevato verso il mio.
    “Natale è far capire agli altri che sono importanti nella nostra vita. Tu sei fondamentale nella mia: nessuno mi ha mai donato quanto mi ha dato tu, anche se sei… quello che sei, e non mi importa, perché… perché solo tu riesci a farmi sentire viva. Volevo che lo sapessi”, confessò. La sua voce tremava. Le sue palpebre sbattevano troppo velocemente. Il suo cuore, lo sentivo, era accelerato.
    Annuii, senza parlare. Lei appoggiò la testa sul mio petto morto.
    “Buon Natale, Oliver.”
    Sorrisi tra me. E poi la baciai, sotto gli occhi indifferenti di decine di persone.
    Un’umana e un vampiro. Ma a chi poteva importare?
    È lei che è importante per me.
    Davvero importante.

  • Partecipo con gioia a questa bella iniziativa. Ecco il mio racconto:

    Il Mistero va in groppa a un asinello

    Di Annarita Petrino

    “Allora Maria disse: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto». E l’angelo partì da lei.”

    Mentre riprendeva il volo tutto il suo essere fu strettamente al Cielo e alla gioia che in esso portarono quelle parole. Schiere e schiere di angeli presero a suonare una musica che, infine, giunse sulla terra. E intanto il Mistero si faceva piccolo…

    “Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo. […]Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo.”

    Il piccolo Giovanni, ancor prima di essere nato, conobbe il Signore suo Dio e… lo disse a sua madre. Glielo disse non con parole, né con vagiti, che non poteva ancora fare, ma glielo disse con quel sussulto di gioia che lei chiaramente avvertì e che fece suo. Fu quello il primo vero dono di Gesù bambino… Quel Mistero che ora era nel grembo di una donna.

    “Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazaret e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta.”

    Tanta era la fatica delle membra del povero Giuseppe, tanta la preoccupazione, mentre lanciava sguardi fugaci alla sua sposa in groppa a quell’asinello che lui tirava insistentemente. Maria era vicina al parto e nessuno aveva posto per loro. Il Mistero andava in groppa a un asinello e non aveva un posto dove stare. Eppure dall’alto c’era chi seguiva l’andare scomposto di quell’animale a quattro zampe scelto per portare il Salvatore.

    “L’angelo disse loro: «Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia».”

    E il Mistero si fece carne e uscì nudo da sua madre, Lui… il Creatore di tutto si ritrovò senza nemmeno il necessario e Maria sua madre, che partorì in una stalla, lo accolse tra le sue braccia e attese. Tutti li trovarono: dalla Stella, agli Angeli, ai Magi, ai Pastori… Solo i cattivi restarono fuori dalla grotta.

    Ecco il Natale! Il cattivo resta fuori dalla grotta dei cuori dove nasce Gesù Bambino.

  • Neve

    Il tempo si ferma
    ed è Natale ancora.
    Quella musica distante
    diventa neve
    manna che abbraccia l’attesa
    e unisce i giorni
    nell’aria di un cielo caduto all’improvviso.
    E lo stupore riempie gli occhi
    nei ricordi della terra amica
    che rinverdisce e ascolta
    per restituire ciò che ha conservato.

    Laura Alberico

  • Cari amici e amiche,

    anche se il post riguarda il Natale appena trascorso, voglio lo stesso farvi i miei più sinceri auguri per l’arrivo del nuovo anno, inviandovi una poesia che spero sia d’auspicio nel proseguimento della vostra di vita, per gli obiettivi che vi proporrete e per il raggiungimento degli stessi. Alzo simbolicamente il mio calice e brindo con voi tutti. Auguri e Buon 2010!

    IL NUOVO ANNO

    Tintinnio scintillante
    di calici alzati in cielo,
    tra auguri e rimembranze,
    fra speranze, illusioni
    e sogni infranti.
    Bilancio di un anno
    che sta per volare via,
    nel cuore la tristezza,
    tre lacrime cristalline
    scolpite su volti increduli,
    nel timore di un futuro
    variabile e inesplorato.
    Felicitazioni frementi,
    per ciò che è stato,
    amarezze e delusioni
    per ciò che stato non è,
    ma auguri sempre,
    pensando che in fondo
    soltanto il passaggio
    da un giorno ad un altro
    è l’anno che verrà,
    nuove mete nel cammino
    prefisse oltre i limiti,
    con l’auspicio
    di un appagato approdo,
    e poco importa
    il tempo che è passato.

    Antonella Vara

  • IL PRESEPE NEL COMO’

    Da anni oramai con buona pace di tutti, l’antica festa del Natale era diventata la “Festa degli inverni”.
    Inverni al plurale, per non scontentare nessuno, perché ci sono luoghi dove l’inverno è freddo, altri dove splende il sole e pensare che l’inverno fosse unico per tutti, era sembrato scorretto.
    Le vie delle città e i negozi si riempivano di luci e lustrini, ma nessuno faceva più presepi pubblici e le canzoni natalizie con riferimento religioso erano state messe al bando, si suonavano melodie che parlavano di pace, fratellanza, amore per la natura e rispetto per gli animali.
    Resisteva in qualche casa, in qualche angolo appartato, un piccolo presepe, ma in genere si trattava di persone anziane, incapaci di accettare la modernità, erano piccoli vezzi, manie, per fortuna destinate a finire con loro.
    Era caduta in disuso anche la tradizione dei pranzi di Natale in famiglia. Troppe le famiglie allargate, le persone che vivevano in paesi lontani o le convivenze ripetute, mettere insieme tutti senza scontentare nessuno era davvero un impegno gravoso, così si erano diffusi i ‘party invernali’.
    Grandi pranzi a buffet nei saloni degli alberghi, dove tutti potevano servirsi da soli, evitando abilmente il contatto con consanguinei antipatici, ex mogli o mariti, ex suocere, cognate petulanti o amanti, chi veniva da lontano trovava in quei luoghi anche una stanza per la notte, c’erano poi degli ottimi servizi di nursery così i bambini erano tenuti occupati da personale specializzato.
    In alcuni luoghi c’era anche la Spa, sauna, massaggi, bagni termali, per l’occasione gli accappatoi erano rossi, le ciabattine di spugna verdi e le tisane offerte in bicchieri di vetro con il bordo oro.
    Per i regali esisteva un catalogo dove scegliere i doni, era offerto anche un servizio impeccabile ‘tutto compreso’ dove i doni scelti venivano recapitati al destinatario incartati e con un biglietto d’auguri con una frase di circostanza, era così evitato lo stress da compere, per chi poi non rinunciava a sentirsi buono almeno d’inverno, c’erano enti benefici ai quali fare donazioni, e lotterie dove si vincevano grandi premi, bei viaggi e una parte di questa vincita veniva donata in beneficenza.
    Quando calava la sera, sazi di cibo e di vino, tutti si scambiavano abbracci e auguri, si salutavano con la promessa di ritrovarsi l’anno seguente, uscivano per strada e se ne tornavano a casa o si fermavano in qualche bar per un ultimo bicchiere, mentre la città sembrava esplodere di luce e gli autobus elettrici procedevano silenziosi e luminosi da un capo all’altro della città.
    Le statistiche dicevano che questo modo di festeggiare gli inverni aveva allentato le tensioni familiari, ma inspiegabilmente in quei giorni aumentavano i suicidi, così molti ospedali fornivano consulenze psicologiche gratuite e numeri verdi a cui chiamare per cercare conforto, per esprimere il proprio disagio o l’insoddisfazione di cui era sconosciuta la causa.
    Quell’anno però si era abbattuta sul paese un’epidemia d’influenza, si accaniva su bambini e anziani, un giorno di febbre e una settimana di malessere, nulla di grave, ma molto contagiosa e fastidiosa, soprattutto in periodo di shopping e di pranzi invernali.

    Quella notte era scesa la neve, non molta, sembrava un lieve strato di zucchero a velo sulla città ancora addormentata, ai più anziani aveva risvegliato ricordi remoti, ai più giovani il desiderio di disertare il pranzo d’inverno per andare a buttarsi su qualche pista da sci.
    Era tutto pronto, tutto prenotato, ma molti dei bambini erano ammalati, che fare? La soluzione la trovò Irina, la badante della bisnonna Maria, a cui la mamma del piccolo Pietro stava raccontando di questa influenza pestilenziale.
    - I bambini signora, li porti da noi a me i bambini piacciono e anche alla bisnonna Maria, lo dica anche alle sue cognate, faranno Natale, cioè la festa degli inverni con noi, poi passerete a prenderli quando avrete terminato il pranzo.
    La bisnonna Maria era una vecchia maestra, aveva cresciuto intere generazioni di bambini, quando ancora si studiavano le tabelline, le fotocopie erano sconosciute e le ricerche si facevano sui libri delle enciclopedie. Non si era mai adattata ai pranzi invernali, continuava imperterrita a chiamare il 25 dicembre festa del Santo Natale, da quando l’artrite le impediva l’uso delle mani e le aveva curvato le spalle, lasciava che fosse Irina a fare i cappelletti in casa, e girare il cappone nel forno, non le piacevano i piatti pronti e almeno per il Santo Natale voleva mangiare come piaceva a lei.
    I ragazzi arrivarono vocianti e allegri, erano in cinque, Pietro, Paolo, Edoardo e le gemelle Ingrid e Greta, non erano particolarmente entusiasti di quel cambio di programma, ma portavano con sé una montagna di pacchetti da aprire, alcune diavolerie elettroniche con cui pensavano di passare il tempo, e delle vaschette con cibi precotti da mettere nel microonde nel caso i cappelletti e il cappone con le patate al forno non fossero stati di loro gradimento.
    Irina aveva preparato una bella tavola Natalizia, aveva steso una grande tovaglia bianca ricamata con il filo rosso, aveva usato i piatti di porcellana della festa, i bicchieri di cristallo e le posate delle occasioni speciali. Al centro della tavola stava la zuppiera colma di cappelletti in brodo fumanti e per non dispiacere i piccoli ospiti aveva scaldato anche i cibi precotti che si erano portati da casa.
    - Ma si mangia nei piatti della festa e non nelle vaschette.
    Aveva stabilito perentoria la bisnonna Maria.
    Il pranzo era stato allegro, i bambini avevano apprezzato i cappelletti e anche il ripieno del cappone, Pietro era un buongustaio, Paolo invece aveva detto di preferire gli hamburger, Edoardo aveva mangiato anche gli avanzi nel piatto delle gemelle e le gemelle si erano ingozzate con il panettone e in un attimo di distrazione di Irina, a turno avevano bevuto un sorso di spumante dal bicchiere della bisnonna che aveva finto di non accorgersene.
    - Non moriranno certo per aver intinto la lingua nel vino, buon sangue non mente il loro bisnonno nel vino ci faceva il bagno, diceva che l’acqua fa arrugginire le giunture.
    Dopo pranzo i ragazzi avevano scartato i pacchetti, e un po’ annoiati avevano accatastato il loro contenuto su una poltrona.
    Pietro aveva dato l’assalto ai cioccolatini appesi all’albero invernale, le gemelle che si aggiravano per casa incuriosite.
    C’erano foto alle pareti, vecchi diplomi e una libreria piena di libri e di oggetti, ognuno con una storia, una pietra raccontare un viaggio avventuroso che la bisnonna aveva fatto con suo marito, una piccola bottiglia di vetro piena di ghiaia colorata, raccontava la storia di un ex alunno molto indisciplinato che diventato uomo si era ricordato della sua vecchia maestra e le aveva fatto un dono.
    A un tratto Ingrid si accorse di una luce intermittente che veniva da un cassetto lasciato aperto, era un vecchio comò che da sempre stava in salotto.
    Si avvicinò e chiamò sua sorella, erano davvero stupite da quel piccolo paese illuminato che Irina e la nonna Maria avevano preparato all’interno del cassetto. C’era una capanna di cartapesta, un gregge di pecore e dei pastori, un taglialegna, un laghetto di carta stagnola dove stavano i cigni e tre cammelli al bordo del cassetto. Nella capanna un vecchio con la barba si reggeva a un bastone e una bella ragazza vestita d’azzurro guardava un bambino adagiato in una mangiatoia.
    - Cos’è? – chiese Ingrid
    - Sì, che paese è? – le fece eco Greta
    - E’ il presepe – disse la bisnonna Maria
    - Il presepe nel comò – rise Irina
    Questo espediente permetteva loro di chiudere il cassetto quando arrivava il medico o l’assistente sociale, perché questi luminari erano fermamente convinti che quell’attaccamento al passato fosse segno di una decadenza senile e Maria ad ogni visita mensile, rischiava il ricovero alla Casa di cura per gli over 90 e Irina di perdere il posto di lavoro.
    Le piccole erano affascinate da quelle lucine che si accendevano e si spegnevamo, attorno a quella rappresentazione di una strana famiglia. Sulla capanna brillava una stella con la coda, – il bambino come si chiama? – chiese Ingrid.
    Così, mentre un vecchio mangianastri ormai consunto diffondeva una canzone natalizia di quelle messe al bando nei luoghi pubblici, Maria, seduta sulla sua poltrona, cominciò a raccontare di quando a Natale si andava nei fossi e lungo i campi a cercare muschio, piccoli pezzi di legno, e sassolini per allestire il presepe, e quando la notte si dormiva con un occhio aperto per attendere il Gesù che portava i doni.
    Le piccole distolsero l’attenzione dal cassetto e si misero a sedere sul divano con le gambe incrociate come piccoli indiani, poi arrivarono Paolo stanco di giocare col Nintendo, Pietro e anche Edoardo, e Maria raccontò che il signore anziano si chiamava Giuseppe, e la donna vestita d’azzurro era la Vergine Maria e il Bambino si chiamava Gesù, la stella aveva avvisato i pastori che erano corsi a vedere con i loro occhi il prodigio, e così quando arrivarono i genitori a ritirare i pargoli, la storia era arrivata a malapena alla strage
    Maria li baciò uno ad uno sulla fronte, prima di uscire le gemelle corsero ad aprire il cassetto del comò per salutare Gesù Bambino e accertarsi che la stella brillasse ancora. La bisnonna Maria le guardò uscire avvolte nel loro cappotto rosso, e sperò che il seme gettato, un giorno desse frutto, perché dal nulla nasce solo il niente.

  • IN ATTESA
    di Annarita Petrino

    Il vento si alzò all’improvviso, sollevando mulinelli di polvere che le bruciavano negli occhi. Cercò di ripararsi con il velo che portava intorno alla testa e soffocò gli accenni di tosse che le salivano su per la gola. Non voleva disturbare Giuseppe che finalmente si era addormentato dopo una lunga e faticosa giornata di viaggio.
    Cercò di rilassarsi, appoggiando la schiena alla dura roccia che le faceva da letto, ma non era facile. Il bimbo che portava in grembo continuava a scalciare e non la faceva dormire. Ancora un poco e lo avrebbe tenuto tra le braccia.
    Sollevò lo sguardo verso la stellata che la sovrastava. Il cielo era terso, la notte stupenda, la luna sembrava gigantesca. Il bambino si quietò e di colpo sentì passare la fatica, il sonno, la tosse e il fastidio agli occhi. Cominciò a sentirsi bene e felice e riconobbe quella sensazione di pienezza che aveva già provato. La luce della luna si allungò verso di lei e l’avvolse nel suo rassicurante calore. Aveva sempre pensato che la luce della luna fosse fredda, ma in quell’istante pensò che in fondo essa non faceva che riflettere uno splendore ben più grande del suo…

    Giuseppe aprì gli occhi nella quiete notturna. Qualcosa lo aveva svegliato, un sussurro nel cuore. Cercò automaticamente Maria con lo sguardo e la vide poco distante da lui, intenta a contemplare il cielo. Aveva sperato che potesse riposare un po’ e in quel momento si pentì di essere piombato nel sonno, mentre la sua sposa era ancora sveglia. Rimase a fissarla nella semioscurità e ammirò la luce che sprigionava dal suo volto rivolto a quel cielo di cui lei, ne era sicuro, faceva parte. Le sue guance riflettevano la luce della luna e i suoi occhi… Giuseppe non li aveva mai visti brillare a quel modo, come se stessero guardando la fonte dell’amore in persona. La vide accarezzarsi il pancione… Oh! Quanto l’amava! L’amava da sempre e fitte di dolore gli tormentavano il cuore ogni volta che pensava a quando si era visto costretto a ripudiarla. Ora non l’avrebbe più lasciata, né lei, né quel figlio che portava in grembo e che per lui era il segno della benevolenza del Signore nei suoi confronti. Sentì di nuovo tutto il peso della responsabilità sulle sue spalle… condurre una donna gravida per quelle strade impervie e pericolose, proteggere sia lei che il bimbo, ma di colpo fu come se qualcuno gli togliesse quel peso dalle spalle e lo portasse lontano. La sonnolenza si impadronì di nuovo di lui e tornò a dormire.

    All’ennesimo scossone afferrò il pelo dell’asino sul quale viaggiava ormai da quella mattina. Il sole era quasi allo zenit e picchiava duramente sulla sua povera testa accaldata. Il sudore usciva dalla fronte e subito si asciugava, mischiandosi alla polvere della strada. Sentiva la testa che le girava e le doleva tutto per quel viaggio così scomodo, eppure non emetteva fiato. Non un lamento con Giuseppe che arrancava su quel terreno con un bastone in una mano e la corda del mulo nell’altro. Quella notte non aveva dormito affatto, perché si era persa a contemplare il cielo e si era immersa in un dialogo così intimo che nessuno avrebbe potuto intenderlo. Lo aveva sentito solo il suo bimbo, che per la gioia le era sussultato più volte nel grembo.

    Giuseppe si fermò un momento, asciugandosi il sudore con il dorso della mano, poi ne osservò il palmo scorticato. Condurre quell’ostinata di una bestia per quei sentieri non era facile, ma sentì dentro di avere tutta la pazienza necessaria. Scrutò l’orizzonte e intravide Betlemme. Sarebbero arrivati in serata, ma c’era ancora un tratto di strada molto faticoso da fare. Si voltò un istante indietro a guardare Maria e pregò in cuor suo, perché il Signore le desse la forza di andare avanti nelle sue condizioni. Quel censimento non sarebbe potuto capitare in un momento peggiore e lui non era stato in grado di garantire a Maria un viaggio più comodo… Di nuovo sentì quel sussurro nel cuore che gli diceva di avere fede e speranza, quindi riprese a tirare l’asino.

    La luna splendeva di nuovo nel cielo limpido. I suoi occhi erano fissi a guardarla da alcuni minuti, quando dentro di lei avvertì una gioia sconfinata. Si accarezzò di nuovo il pancione e sorrise. Giuseppe si girò verso di lei proprio in quell’istante, quasi avesse saputo che lei voleva dirgli qualcosa. Lei preferì non parlare, lo guardò… semplicemente, mentre la sua mano continuava a correre lungo l’arco della pancia. L’uomo si fermò un istante, confuso, poi guardò Maria intensamente. Si specchiò nei suoi occhi, dove gli sembrò di vedere riflessa la bellezza di quel bimbo ancora nascosto al suo sguardo. Poi capì… era giunto il momento. Le sorrise con amore e tornò a guardare la strada, mentre entravano a Betlemme. Giuseppe affrettò il passo e fece fermare l’asino vicino alla locanda più vicina. Bussò con forza e scambiò brevi frasi con l’oste, ma questi scosse il capo e richiuse l’uscio. Giuseppe tornò a guardarla con aria affranta e lei non poté non sorridergli.

    Giuseppe strinse i pugni così forte da farsi male. Non voleva far capire a Maria che era preoccupato perché la locanda era tutta piena, ma aveva la sensazione che lei sapesse leggergli in fondo al cuore. Le fece cenno di aspettare sull’asino, poi affannosamente bussò a tutte le porte che erano lì vicino. Betlemme non era grande, ma in quei giorni era piena di gente. La notte avanzava, il freddo anche e lui doveva pensare a sua moglie che stava per avere il bambino. Si avvicinò stremato all’ultima porta. Aveva le lacrime agli occhi e il fiato spezzato in gola. Quando il proprietario aprì, giunse le mani e lo pregò per sua moglie e per il suo bimbo che stava per vedere la luce di questo mondo. L’uomo gli indicò una stalla, dove potersi sistemare. Giuseppe tornò in fretta da Maria e guidò l’asino ormai sfinito verso la stalla.
    Prese la donna dolcemente tra le braccia e l’aiutò a sistemarsi in mezzo alla paglia. C’era lì un bue, affianco al quale Giuseppe pose l’asino, affinché potessero riscaldare la creatura almeno con il loro fiato.

    Fu grata di quella paglia morbida che sentiva sotto di sé. Aveva la schiena che le doleva e le mani infreddolite. Le sfregò nella paglia e Giuseppe si precipitò verso di lei, le prese nelle sue e le baciò. Poi le accarezzò per riscaldarle. La guardò negli occhi e l’abbracciò, poi si sistemò al suo fianco per sostenerla. Lei appoggiò il suo capo sul suo torace, sentì il cuore che gli batteva forte in petto. Strinse le sue mani con decisione per dirgli che non c’era nulla da temere. Poi chiuse gli occhi.

    Fu come perdersi in un oceano di amore. L’abbraccio di Giuseppe sembrò moltiplicarsi all’infinito e divenne in un batter di ciglia l’abbraccio potente e sconfinato di Colui che si era chinato su di lei, umile creatura. Si sentì piena di quella Grazia di cui l’angelo le aveva portato l’annuncio. Avrebbe voluto inchinarsi di fronte alla potenza del Signore, prostrarsi ai suoi piedi, invece salì da lei un silenzioso canto di ringraziamento per quel dono così inatteso.
    Chinò la testa fino a sfiorare con la punta del naso la morbida guancia di quel bambino che ora si agitava tra le sue braccia. Si specchiò nella splendore dei suoi occhi, vi vide riflesso l’amore… seppe che da lì veniva, che era qui per amore e che per amore sarebbe tornato dal Padre. Tutte queste cose le chiuse nel suo cuore.

    Giuseppe sentì le lacrime rigargli il volto cotto dal sole. Strinse le spalle di Maria, che si voltò a sorridergli, quindi allungò una mano per toccare le piccolissime dita di quella creatura che aveva cominciato a sorridergli. Si mise in ginocchio e ringraziò il Signore che si era manifestato in quel modo prima al suo cuore e poi ai suoi occhi. Insieme sistemarono il bambino nella mangiatoia, poi si sedettero vicino a lui e guardarono oltre l’uscio della stalla… in alto, dove splendeva una luce divina che presto avrebbe annunciato agli uomini una lieta novella.
    Quindi… si misero in attesa.

  • Ti racconto il Natale

    I ricordi sono pochi, qualche oggetto a scuotere la distrazione del vivere e del presente indica, come Pollicino, la strada del ritorno. Età che avanza, la mia, e mi riporta indietro quando non c’era pioggia battente ma neve immacolata a riscaldare gli animi e i sentimenti. E insieme a te l’attesa del Natale nascondeva il rancore e il dolore, le parole non dette, i pensieri segreti. Era la nascita di un desiderio nuovo e mai realizzato, volare lontano ignorando il presente e le sue catene, la solitudine di chi conosce il profondo e non sa materializzarlo ma solo inventarlo con la fantasia. Libertà e amore ci lega ancora e respira con lo stesso fiato, musica per chi sa ascoltare e accogliere, sorridere e scoprire tutti i colori dell’arcobaleno dei sogni. Perchè la primavera non è l’età dimenticata ma la vita della memoria e del suo tempo, giusto o sbagliato che sia, ma sempre pronto a raccontare la sua storia. Ti racconto il Natale così come lo avresti voluto, messaggio di riflessione e saggezza, di umana comprensione e accettazione ma anche di ribellione e forza, di entusiasmo ed energia. E sono sicura che sarà una nuova nascita quella dove il prima e il dopo, il passato e il futuro accoglieranno i rimpianti e le incomprensioni e quelle parole mai trovate diventeranno lettere di un mosaico colorato in cui senza paura saremo ancora insieme. Sarò io, con la mia storia e la mia vita, a indicarti la strada del ritorno.

    ( in memoria di mio padre)

  • Ciao a tutti…il mio Natale…il Natale della mia famiglia quest’anno sara’ molto diverso…mio fratello a 58 anni è mancato a febbraio…e oltre alla mia famiglia è rimasta la sua…e quest’anno staremo insieme…perche’ SIAMO RIMASTI UNA FAMIGLIA…ci manchera’ e staremo uniti per lui e per noi per l’AMORE CHE CI LEGA…anche 4 anni fa è mancata nostra madre..l’8 dicembre…ma il suo dolore si è attenuato dall’unione di noi figli…per mio fratello è diverso..lui ci preparava al Natale con i suoi presepi…sembravamo Natale in Casa Cupiello…”Te piace ‘o presepe”….e sta ancora la’….era un’arte la sua…Ciao Celso…e Buon Natale a Tutti….Clelia!

  • Ecco il mio Natale di bimba

    Mai più è stato Natale come allora
    Ricordo il pacco dell’azienda
    Con il torrone, le lenticchie
    Olio, farina, panettone
    Salame e cotechino
    I grandi vuotavano il cilindro
    Sul tavolo
    Noi piccoli a guardare
    Gli occhi spalancati respiravano
    Senza poter toccare
    Era Natale
    Il Presepe, le montagne di carta
    Il laghetto con lo specchio
    L’Albero con le luci colorate
    Le decorazioni di vetro e di cioccolata
    La casa era satura di magia
    Ogni giorno un rito
    le buone promesse della
    letterina sotto il piatto
    I Magi con i doni preziosi
    la Befana con i giocattoli
    La certezza di essere amati.

  • Eh sì, si avvicina il Natale!
    Un augurio speciale a tutti voi e, in regalo, una mia poesia:

    Stella

    Stelle luminose
    costellazioni dipinte
    da mani sapienti
    che il cielo
    decorano

    polvere magica
    ho gettato nell’aria
    spruzzi di magia
    regalo al vento

    una cometa segreta
    sul comodino accanto al letto
    una sorpresa attesa
    un sospiro
    illumina la notte

    Maristella Angeli
    (da “Il mondo sottosopra” Rupe Mutevole Edizione 2010)

  • SAI COME E CHIARA LA NOTTE

    Sai, come è chiara la notte
    quando passano gli angeli
    seguendo il suono d’un flauto
    che il vento fa vibrare
    sulle creste lievi di bruma
    assetate di sole.

    Sai, quante stelle spunteranno,
    in cielo, al suono di cornamuse.
    E quanti greggi passeranno
    sul filo bianco del sentiero
    che porta a Betlemme,
    nel silenzio d’una piccola dimora.

    Un bambino è nato, al caldo
    fiato degli armenti. Il colore
    delle sue pupille è del fiordaliso.
    Chi è? Dov’è? Un mormorio sottile
    come trina è la notte, svelando
    al fior di loto, al mirto, all’anemone
    rosa, fra le cortecce degli ulivi,
    l’evento che ci colma di stupore.

    Sai che gran fiotto di luce,
    come un sospiro d’inverno,
    quando i campanili suoneranno
    a festa per raccontare
    alle colline, dove la polvere
    danza tra le ombre,
    che è Lui il Risorto sulla croce
    a riempire i miei occhi
    ad ogni palpito.

    Scorreranno i ruscelli
    tra le rive gelate, ascoltando
    i sussurri della luna.
    Proclamando la beatitudine
    a coloro che crederanno.
    Mariangela De Togni

  • IL PANNO ROSSO

    Novembre, e domenica scorsa, dalle mie parti c’era il sole, un po’ di Bora dalle cime e l’aria frizzantina.
    Primo pomeriggio e salgo in automobile: quattro passi a Cividale e un caffè, mi dico. Quando arrivo… di parcheggi liberi neanche l’ombra. Chiedo. Ah! Il mercatino, capisco. Ormai che sono qua… due sigarette gomito sul finestrino e finalmente trovo.
    A inizio Corso: una fiumana; m’inoltro intimorito. Vedo un tizio al sole con un libro in mano – sta assorto a leggere seduto a un tavolo coperto da un panno rosso rubino.
    Sopra: quattro o cinque attrezzi in legno e ferro arrugginito ricordano il passato dei braccianti.
    Dopo qualche ora, camminando tra il pattume in mostra tra le bancarelle, e i Musi rosa davanti al cielo che tramonta, quando ritorno sui miei passi il tizio è ancora lì, seduto all’ombra di un’insegna appena accesa davanti a un bar. Sul panno rosso, i pezzi in vendita sono gli stessi, non uno di meno, e lui, assorto a leggere, rivelando la piega beata di un sorriso non si accorge che traballo per quanto sono stanco. Appoggiandomi al suo tavolo, sbircio e leggo il titolo: “Rivoluzione inoperosa”. Poi mi aggrappo alle gambe e entro nel bar: una cioccolata con panna, che se non la smetto di mandar giù sempre di fretta quel che ingoio mi ustionerò anche la voce, e mi risento in forza; tanto da tornare a Udine e arrivare a casa stanco come se avessi guidato l’automobile senza pedali che avevo da bambino.

    Dicembre, IV domenica d’Avvento e a Cividale c’è l’antiquariato di Natale, quello vero, e io sono ancora qua – questa volta sono venuto apposta, per comperare un oggetto che… inizio Corso, guardo in giro e vedo il tavolo – il panno è lo stesso, ma al posto di quel tizio c’è una donna. Gli oggetti in mostra… collanine, cianfrusaglie esotiche di pietre plasticate. Chiedo. No, non sa darmi indicazioni. Insisto. Dice che non sa dove sia finito. Spiego il mio interesse per quegli oggetti da lavoro visti proprio su quel tavolo. Il suo viso si chiude alle parole, gli occhi si velano di… la invito al bar accanto. “Due caffè, uno corretto grappa, per piacere, e un bicchiere d’acqua di rubinetto”, e mi racconta una storia lunga quanto la vita disperata di una madre, e di un figlio, un anarchico che non ha mai fatto del male a nessuno, un buon ragazzo, insomma, che adesso… voleva incendiare il mondo, e l’hanno messo in prigione.
    Andando via, dopo averla aiutata a metter via le cose dalla tavola (quattro tavolini pieghevoli, accostati uno all’altro), le ho promesso che tornerò a cercarla la terza domenica di Gennaio, sempre qui, a Cividale, nel duemila e undici (mi ha detto che si chiama Nadia – io, invece le detto il nome dell’autore di quel libro, uno pseudonimo).

  • Il profumo di Natale

    Quando cominciavano le vacanze natalizie, Irene, otto anni, caschetto di capelli neri e grandi occhi verdi spalancati sul mondo, lasciava il suo appartamento di paese e si trasferiva con la mamma e il fratellino Francesco, per due settimane, dai nonni, a Capocastello, per trascorrere insieme a loro le feste più belle dell’anno: che emozione, per lei, riprendere il filo interrotto del colloquio col mare, che si apriva là sotto, a due passi da casa, respirarne il profumo di salmastro tutte le mattine, vedere la sua superficie trascolorare dal grigio allo zeffiro a seconda dell’umore del cielo! Anche la lontananza degli amici pesava meno: li avrebbe rivisti presto, appena dopo l’Epifania.
    Ma per arrivare dai nonni era inevitabile passare davanti a un’austera costruzione, che somigliava molto ad un castello medievale, con tanto di torrette con i merli e storie di fantasmi che, come una calamita, attiravano la sua attenzione ma le procuravano eccitazione e ansia. Decise un giorno di saperne di più e di rivolgersi quindi a chi aveva la maggiore memoria storica di quella costruzione.
    -Nonna mi racconti del castello!?-
    Quella villa massiccia, le pareti grigie, le grandi finestre, il parco intorno, le statue di bellissime donne o strani bambini che aveva sentito chiamare puttini, erano nel suo immaginario da quando aveva cominciato a pensare:
    -Che vuoi che ti racconti!?-
    -Tu la sai tutta la storia, nonna… dei padroni, delle feste da ballo, dei fantasmi…-
    -Allora, tanto tempo fa –cominciava con pazienza la nonna, i vivaci occhi castani che brillavano dietro gli occhiali, i capelli candidi raccolti a chignon sulla nuca- c’era un uomo intraprendente che possedeva navi e faceva il capitano; guidava i velieri con coraggio in mezzo alle tempeste e anche quando i suoi uomini erano bagnati fradici, impauriti, e invocavano la Madonna per la salvezza, lui dava ordini, forte e sicuro, senza cedere mai. Ma gli anni passavano, il sale gli ricamava le rughe sul viso, il sole glielo cuoceva, le bonacce si alternavano alle burrasche ma il suo tetto era sempre il cielo e la sua terra l’acqua del mare. Era stanco, non conosceva quasi i suoi figli, e sua moglie stava per lasciarlo, non sopportando più le sue continue assenze. Allora decise: -Ritorno a casa, alla mia isola, farò qualcos’altro…-
    Aveva guadagnato tanti soldi e non aveva speso quasi nulla per sé: vendette tutto quello che possedeva e dette l’addio al mare. Investì i guadagni di una vita nell’acquisto della concessione dello sfruttamento delle miniere dell’Isola d’Elba, trasformandosi da lupo di mare in imprenditore. Dopo le prime difficoltà cominciarono a arrivare ricchezze, che divennero negli anni tante, insperate e quasi favolose.
    Così si fece costruire un villa che avesse l’aspetto di un castello: un avamposto con due torrette sul mare e il resto dell’edificio più a monte; nel mezzo un viale alberato con statue e fiori…- la nonna fece una pausa che a Irene sembrò troppo prolungata- E’ questo il castello di cui mi chiedevi notizie! Sei contenta?-
    -Ma nonna, non ti fermare tanto presto, raccontami ancora…-
    -Irene, fammi prendere fiato, almeno… siediti qui e guardami mentre faccio la schiaccia briaca, così impari!- rispose la donna affaccendata a preparare il tradizionale dolce natalizio, senza il quale la festa sarebbe stata meno bella. La bambina non perdeva un gesto della nonna: la vedeva mettere la farina nella spianatoia, aggiungervi lo zucchero, un bicchiere d’olio d’oliva e uno di vino aleatico; poi, via via che quegli ingredienti si mescolavano in un impasto morbido, elastico e profumato, la osservava mentre, con mosse precise e sapienti, univa ad essi un trionfo di frutta secca, pazientemente sgusciata e grossolanamente tritata la sera prima: noci, mandorle, pinoli e poi ancora uva secca ammollata e la scorza grattugiata di un’arancia
    -Ma quante cose, nonna! Anche questo dolce ha una storia, vero, come il castello, come il più semplice filo d’erba?.
    -Certo, bambina mia- questo dolce noi lo chiamiamo schiaccia, perché non deve essere tanto alto di spessore, non ci si mette nemmeno il lievito; l’importante è lavorare bene la pasta e non dimenticarsi nulla. E’ un dolce strano: non ci sono uova, non c’è burro, latte, panna. Era ed è il dolce dei nostri marinai, anche di tuo padre, che naviga. Se lo possono portare a bordo -si mantiene a lungo nelle stive delle navi- e mangiarlo un po’ per volta. Sai, mi ha detto il babbo che cerca di farselo durare il più possibile, ne mangia un pezzetto al giorno per sentirsi a casa, in mezzo a noi anche quando è in mezzo mare..-
    - Oh, nonna che bella storia anche questa! E poi che si fa?-
    - Vedi, si unge una teglia, ci si adagia la pasta, ci si fanno dei buchetti sopra con la punta delle dita, vedi così…fallo anche tu… per decorarla con altra frutta secca triturata, zucchero e abbondante alchermes, che è un liquore dolce e rosso che le dà un aspetto allegro. E poi ancora un filo d’olio di quello buono…e il gioco è fatto!-
    Irene con le sua mano paffutella formava tante piccole cavità sulla superficie dove gli elementi andavano a posarsi come in minuscoli laghi.
    -Nonna, ma si chiama così perché c’è perché tanto vino? Ma non fa ubriacare chi la mangia?-
    -Ma no, Irene mia, l’alcol evapora in forno e resta solo il sapore!!-
    -E ora che facciamo?-
    -La inforniamo…mi raccomando, aiutami a controllare il tempo: 40-50 minuti a 180 gradi…Sentirai che profumo…-
    Che bello, pensava la bambina, sto aspettando il dolce più buono del mondo, fra pochi giorni è Natale e il mio babbo sta per tornare!
    Il babbo stava per ritornare, infatti, e la sua presenza già aleggiava in ogni stanza e in ogni discorso e sicuramente, come sempre, sarebbe stato carico di regalini per i suoi bimbi, comprati in tutti i porti del Mediterraneo. E la festa sarebbe stata speciale.
    -Allora, nonna, che mi dicevi di questo signore, del castello, della villa Bellariva!?-
    - Ancora?…Non ti è bastato quello che ho detto finora?-
    -Dai nonna, mentre aspettiamo che la schiaccia briaca cuocia…-
    E seduta sullo sgabello ai piedi della nonna, con le mani sporche d’impasto, aspettava il suo racconto come un passerotto l’imbeccata.
    -Ti dicevo che queste persone vivevano da principi: oltre alle ville, viaggiavano, avevano amici ricchi e potenti, possedevano un veliero bellissimo, con le vele di seta, invitavano qui all’Elba ospiti importanti, scrittori, politici, industriali, erano i signori del paese, la gente li chiamava così, i signori, senza aggiungere il nome, e ci si capiva al volo, non occorreva dire altro. I pesci più buoni, le orate, i dentici, i saraghi, i paraghi erano per loro; e così le aragoste, le granceole…i pescatori lavoravano per loro, i contadini lavoravano le loro terre: il fattore, che amministrava tutto, aveva una bella casa tutta sua con annesse le scuderie dei cavalli e si produceva tanto vino, olio, grano, frutta…
    Giuseppe morì lasciando un immenso patrimonio ai suoi due figli, Ubaldo e Giuseppina e questo sor Ubaldo, come lo chiamavano in paese, diceva che nemmeno con una pala sarebbe riuscito a finire i suoi soldi…- Irene a queste parole si immaginava forzieri colmi come quelli di Paperon de’ Paperoni e Ubaldo, con la pala in mano, tutto sudato, che cercava inutilmente di svuotarli.
    Poi l’odore inconfondibile del dolce che cuoceva e si insinuava in tutte le stanze, avvolgendole della sua fragranza, la strappava dalle fantasticherie: -Svelta, svelta, che si brucia…- s’affrettava la nonna e con un gesto rapido apriva quello sportello che per la bimba era come la porta dell’inferno e ne estraeva, cotta al punto giusto, mirabilmente profumata di buono, la ricompensa delle loro fatiche:
    -Dai, Irene, prendi quel vassoio di porcellana, il più bello che abbiamo…aspetta da un anno la sua schiaccia briaca-
    E mentre la nonna ripuliva la cucina e l’odore del dolce annunciava la vigilia:
    -Ma, insomma, nonna, come è andata a finire questa storia!? Ce l’ha fatta o no il sor Ubaldo a consumare i suoi soldi?-
    -Certo che ce l’ha fatta! C’è riuscito benissimo…tanto è vero che a un certo punto, a forza di spendere e spandere, s’è ritrovato quasi povero, ha dovuto vendere le sue ville a poco prezzo e mettersi a lavorare!-
    A Irene questa mesta conclusione della storia, così diversa da quella delle fiabe che conosceva, metteva inquietudine: certo se l’era meritata il suo protagonista, però che peccato! Ne traeva la morale che sarebbe stata ben attenta ai soldi del suo porcellino salva-denaro, anche se erano così tanti che nemmeno riusciva a contarli…
    Quando finalmente andava a letto, lo sciabordio del mare diventava nenia e poi dolce ninnananna: allora sognava i velieri che solcavano gli oceani, rossi come l’aleatico e il capitano intrepido, con la fetta di dolce in mano, che sfidava le tempeste come Achab la balena bianca.
    Al mattino, le pareva che il sogno avesse la sua naturale conclusione nella tiepida realtà che l’aspettava fatta del profumo della schiaccia briaca e del fragore delle onde sotto casa. Allora, con gli occhi chiusi, immaginava di navigare quel mare, con suo padre, e pensava che non avrebbe avuto paura di lui, neppure se si fosse scatenato, perché lei aveva gli argomenti giusti per ammansirlo e ridurlo alla bonaccia, come aveva fatto San Francesco col terribile lupo di Gubbio. Si sentiva una creatura marina e si meravigliava di non odorare di sale o di non avere alghe per capelli.

    Ricetta schiaccia briaca

    gr. 600 farina
    gr. 300 zucchero
    ¼ di litro d’olio extravergine d’oliva
    ¼ di litro di vino rosso (meglio aleatico)
    gr.300 di frutta secca grossolanamente tritata (noci, mandorle, pinoli)
    gr. 50 uvette secche ammollate
    la scorza di un’arancia
    una spruzzata d’alchermes

    Amalgamare tutto a lungo, spianare su una teglia oliata, mettere sopra ancor zucchero, vino, olio, alchermes e frutta secca.
    Infornare e cuocere per 40-50 minuti a 180 gradi.

  • Il Natale è la festa più bella dell’anno ma con il passare del tempo assume un significato diverso e anche un’attesa differente.
    Io ho frequentato le classi elementari alla Scuola Svizzera di Napoli e il mio Natale cominciava già il 6 di dicembre con l’arrivo di San Nicolaus che benché fosse stato un Vescovo, ci veniva raffigurato nelle vesti di Babbo Natale facendoci dono di noccioline, mandarini e cioccolato “rigorosamente svizzero”. Al momento del suo ingresso, si spegnevano le luci e annunziandosi con il suono di un campanello di ottone, entrava in sala trascinando sul pavimento il sacco pieno di leccornie. In quel buio pesto, ascoltavamo solo il fruscio del suo fardello e le nostre manine agitate, cercavano quelle degli altri bambini per sentirci vicini e vincere quella dolce paura che man mano ci assaliva.
    Arrivavano poi le vacanze natalizie e ricominciavo ad aspettare il Natale.
    Io sono figlia unica ma in compenso le zie e gli zii si sono dati da fare per regalarmi cugini e cugine.
    Fin da bambina ho condiviso tradizioni natalizie diverse dovute alle nazionalità dei miei genitori: mamma svizzera e papà “napoletano”. A casa dei nonni paterni era d’obbligo il presepe che modellava papà al ritorno dall’ufficio. Per settimane la stanza in cui mio padre si divertiva a costruirlo aveva lo stesso odore che si avverte entrando in una falegnameria per l’abbondanza di legno che serviva a dar corpo alle montagne, alla taverna e alla grotta, realizzate successivamente con i giornali “Il Mattino” che spennelati di colla di pesce, asciugandosi diventavano durissimi.
    Papà era un vero cultore del presepe napoletano che ogni anno era sempre diverso e più grande.
    La notte del 24 dicembre, poco prima di mezza notte mamma veniva a svegliarmi: nonna ci teneva che il più piccolo della casa adagiasse il Bambinello nella mangiatoia mentre i familiari con le sole luci delle candele cantavano “Tu scendi dalle stelle”.
    Canzone ancora oggi amata dai d’Auria poiché il suo autore, Sant’Alfonso Maria dei Liguori è un antenato della famiglia.
    Il 25 di dicembre si andava tutti a pranzo dai nonni materni. In quell’enorme sala da pranzo dove trovava posto un grande albero di tradizione svizzera, si imbandivano due tavoli “quello dei grandi” e “quello dei piccoli”. Prima di pranzo il nonno procedeva al rito della lettura delle letterine mentre i tagliolini in brodo, fatti a mano dalla nonna, cominciavano nel frattempo a raffreddarsi nei piatti. Alla fine del pranzo, sempre lui, tra una noce e un fico secco, ci invitava a recitare le poesie e quello per me… era il momento più tragico, le esibizioni non mi sono mai piaciute!
    Nel pomeriggio avveniva la distribuzione dei regali e quello era per noi piccini il momento più bello, al contrario per le nostre mamme che dovevano raccattare dal pavimento le carte e gli spaghi che fino a poco prima avevano avvolto i nostri doni.
    Un anno scrissi una letterina indirizzata al Babbo Natale dei nonni esprimendo il desiderio di ricevere un bambolotto che piangeva e muoveva le gambe e le braccia come un bimbo vero.
    Oggi ho 63 anni e quel bambolotto è sempre lì, seduto sullo scaffale e spesso mi capita di dargli la corda e aspetto finché non finisca di piangere. È ancora bellissimo con il viso e gli arti di porcellana, il movimento è come quello di una volta solo che il pianto somiglia di più a un rantolo. Beh, a 55 anni suonati avrà pure lui un acciacco!
    Con il passare degli anni, le nostre feste cominciarono a prendere un’altra piega. Dopo la morte dei nonni, non essendo più bambine ma giovani donne e madri, toccò a noi prendere le redini dell’organizzazione di quelle feste e con gioia cominciammo a preparare i gustosi piatti della cucina napoletana per i nostri genitori e familiari.
    Puntualmente ad ogni Natale andava ad aggiungersi un nuovo nato e in me, al momento della distribuzione dei doni che aspettavano adagiati sul pavimento l’uno sull’altro sotto l’albero di Natale, si rinnovava quella gioia vissuta anni addietro e gli occhi mi si riempivano di lacrime vedendo il volto raggiante di felicità e le agili manine di mio figlio “scartocciare” i suoi doni.
    Oggi a distanza di tanti anni i miei occhi si riempiono ugualmente di lacrime ma sono lacrime diverse, lacrime di nostalgia e soprattutto di dolore. Il mio papà che da nove anni non c’è più e tante altre persone che a casa dei nonni sedevano al “tavolo dei grandi” sono scomparsi.
    Noi cugini poi che per motivi di lavoro o per scelta o per matrimonio la vita ci ha allontanato solo grazie a facebook e a skype riusciamo a stare in contatto e a vederci.
    Fortunatamente la mia mamma c’è e abita in una bella casa di riposo. Oggi il mio Natale è lì con lei, assieme all’amore di mio marito e di mio figlio.
    Queste sono le mie differenze: il Natale della spensieratezza e dei regali e il Natale dei ricordi, dell’amore puro e sincero per i nostri cari e per i bisognosi che più invecchio e più sento la necessità di aiutare.
    Secondo me, solo dopo aver vissuto determinate fasi della vita si capisce il vero significato della Nascita e perché no della “rinascita” intesa come maggiore consapevolezza dello spirito.

    • Grazie infinite, cara Ada, per questi dolci ricordi che hai voluto condividere con noi.

      Benvenuta tra le amiche di Flannery dal momento che è la prima volta che intervieni nel nostro blog, benvenuta di cuore!

      spero che ti troverai bene :-)

  • Eccomi di nuovo a postare le mie riflessioni sul “magico evento”che si perpetua ogni anno per ritrovare e soffermarsi sui giusti valori che nel vivere quotidiano a volte sfuggono e volano via. Non c’è niente al mondo di più degno di essere in noi dell’Amore. Un sorriso sincero, una carezza, un gesto o una parola sono i regali più importanti che dovremmo donare ed anche ricevere e non solo a Natale, perchè sono queste le cose che realmente contano e che rendono veramente felici.
    Un dono sotto l’albero fa sempre piacere trovarlo, ma è la gioia di un attimo che passa …e va.
    Ricevere un abbraccio e tanto amore è qualcosa che resta e che riempie tutta una vita.
    Auguri di cuore e Buon Natale a tutti!

    Il magico evento

    Una cometa si è fermata
    in quel tempo…
    sopra un’umile grotta,
    in quella notte
    dove nasce l’Amore,
    e dove inizia il giusto senso
    della vita terrena.

    Fredda è l’aria,
    nudi i cuori,
    si colmano di calore
    seguendo la scia luminosa
    che porta luce di verità,
    in un’umida mangiatoia
    dove rifulge novella vita.

    Magia tutt’intorno,
    odora di muschio,
    scintilla d’argento,
    pace negli animi placati,
    al suono di lontane cornamuse
    tra soffici fiocchi
    di abeti imbiancati.

    Inni di lode
    di Angeli in coro
    s’innalzano al cielo,
    allietando il cammino di magici Re
    che omaggiano il Gesù bambino,
    Nostro Salvatore
    e Redentore del mondo.

    Antonella Vara

  • Di Natale ho respirato gli affanni e quelle corse per riparare i gesti confusi di ogni giorno. Regali e buoni pensieri per cucire trame di un tessuto migliore che la bellezza e la fragilità ci vestono nello stesso modo. Uno sgarbo e una carezza, un bacio e una dimenticanza, una cattiveria e una poesia. Di umano composto è questo respiro che ci portiamo appresso denso di profumi e desideri, passione per gli uomini e ogni Dio, abbarbicati ai cieli che tanto ce n’è più di uno, appiccicati di resine d’amore e paure di abbandono. Sabbia.
    Di Natale i venti vengono dal nord e girano nei cerchi dell’anima per sfacciata irruenza e comandi misterici.
    Di Natale gli angeli ti chiedono dove vai e perché nella tua casa non ci sono né luci, né regali che Dio trascura i cancelli delle religioni e gli piacciono i presepi, le mezzelune, Buddha, Ganesh e Manitou.
    Di Natale ritesso i fili della memoria che ero bambina, tra sogni, antichità, baci, passioni, viaggi silenzi, sequenze e il fumo dei camini che sale sempre al cielo.
    Ho corso le terre e i cuori.
    Di Natale li ricordo tutti e li onoro.

  • NOTTE DI PACE

    Cristalli di candida neve
    trafiggono con rapidi bagliori,
    l’aria rarefatta della magica
    notte. Vaghe stelle palpitanti
    sovrastano eteree l’umile grotta
    ove docili animali scaldano
    con umidi fiati, tenere membra
    del Dio – Bambino.
    La giovane madre avvolge
    di trepidi sguardi
    la Sua dolce Creatura.
    Nel buio pertugio il Padre
    solerte attizza con mani operose
    rare sterpaglie dai vividi guizzi.
    E’ notte di pace, è tempo d’ amore.
    Sia tregua all’odio delle parti,
    ognun sia fratello al nemico.
    Nel mondo che quieto s’addorme
    è nato il Salvatore.

    Siena, Santo Natale 1981

    M.TERESA SANTALUCIA SCIBONA

    Dal volume: “Il mio terreno limite” 1984 prefazione
    di Miriana Bogi – Editrice La Nuova Fortezza – Livorno

  • Bravissime!
    Ed ecco per voi una mia nuova poesia:

    In questo Natale

    Acquerugiola a terra
    raccolta in avvallamenti
    in dissestamenti
    di un piancito antico
    da passi consumato
    andirivieni dei tanti passanti
    levigato il marmo
    da ginocchia in preghiera
    ingiallite pareti
    incise le note dei canti
    odi innalzate al Signore
    nel Natale di passate epoche
    nel convivio dei popoli

    Maristella Angeli
    Augurissimi!

  • Una storia di Natale

    “Ho sempre amato il deserto. Ci si siede sulla sabbia. Non si vede nulla. Eppure qualcosa splende nel silenzio” (Il piccolo principe – Antoine de Saint Exupèry)

    C’era una volta un vecchio che viveva solo in una casa abbandonata. Il giorno girovagava per la città senza una mèta, poi quando era stanco si fermava su una panchina dove lasciava cadere, assieme al suo corpo carico di malanni, i miseri bagagli. Dentro buste di plastica conservava tutti i suoi averi: una sciarpa consumata, scatolette di generi alimentari, un pettine.. La memoria aveva ormai abbandonato da tempo i suoi pensieri ed anche i ricordi si erano cancellati senza lasciare traccia. Le giornate erano tutte uguali, solo il bello e il cattivo tempo rendevano più o meno sopportabile la sua vita che trascinava assieme alle scarpe ormai informi tra le strade piene di traffico dove tutto sembrava vivere al ritmo di una incessante corsa contro il tempo. Il freddo dell’inverno aveva reso più fragili i suoi pensieri che forse avevano solo bisogno di un po’ di calore per sciogliersi e ritornare a vivere. Si avvicinava il Natale, la città si era riempita di luci e colori che descrivevano forme irreali e fantastiche sui muri dei palazzi anneriti dallo smog. Quando il tramonto stava per spegnersi si alzava dalla panchina e, a passi lenti, si dirigeva verso la sua “casa” per consumare in silenzio una cena fatta di freddi alimenti conservati, alla luce di una candela che, pian piano, consumandosi, assorbiva il passato, il presente e il futuro. In un angolo, tappezzato di cartoni e vecchie coperte si metteva a dormire e, senza avvertire più i rumori stridenti della città, i sogni aprivano finalmente le porte a un nuovo mondo, un mondo pieno di luce e felicità. Allora soltanto ricordava il suo nome e cominciava a distinguere i volti familiari, sorridenti e rassicuranti. Vedeva il mare, oltre la città, brillare sotto il sole caldo, sentiva il rumore del vento che trascinava con sé odori dimenticati…e come per incanto si sentiva felice e sicuro, forte e non più solo. Quella notte era, in un certo senso, speciale, portava con sé qualcosa di magico e irripetibile. Si sentiva talmente bene da non voler più aprire gli occhi e pregò con tutte le sue forze di non svegliarsi più.
    Il giorno dopo trovarono il suo corpo rannicchiato e senza vita, sommerso da vecchie coperte e stracci. La morte lo aveva colto all’improvviso mentre inseguiva un sogno, mentre cercava di riappropriarsi di pensieri e ricordi, di nomi e oggetti familiari.
    Il Natale era alle porte e la gente si affrettava per fare gli ultimi acquisti, le luci intermittenti sulle case e lungo le strade accendevano promesse cancellando delusioni e rimpianti. Come in un sogno la solitudine e la sofferenza sembravano lontane e irreali, misere e inconsistenti.
    C’era una volta… un vecchio, un uomo che non aveva imparato a sopravvivere, ma forse, solo per una notte, a sognare.

    Il cielo è una lamiera
    accartocciata su se stessa
    come un bozzolo di cartapesta.
    Tra la polvere e l’odore del tempo
    nasce e muore una vita
    e ogni angolo ferisce il ricordo
    consumando i pensieri.
    Pugni chiusi contro il vento
    senza chiedere l’elemosina
    per spegnere la sete
    di un giorno già finito.

    Laura Alberico

  • Natale 2010
    Mi ha scritto un’amica: è morta sua figlia, aveva 10 anni.
    È nato mio nipote e a Natale compirà due mesi.
    La mia mano si è messa a soffrire, è la destra ed io non sono mancina.
    Le mie notti sono ansiose: il futuro dei giovani, la fine prossima dei vecchi, sentirsi in mezzo.
    La vita trascorre ed è trascorsa così, meravigliosa eppure piena d’incognite.
    La felicità ha camminato fianco a fianco al dolore.
    E’ stato natale nei campi di sterminio, nei gulag; lo è nei paesi insanguinati da guerre senza senso…
    Il primo Natale che ricordo è stato subito dopo la guerra, e la nostra famiglia era felice di ritrovarsi insieme, nonostante tutto, nonostante la perdita di una sorella.
    I natali della gioventù erano ricchi di speranze, perché si aspettavano i pochi quanto preziosi regali: una cuffia di lana, un libro, una sorpresa…
    I natali della gioventù sono stati prepotenmente voluti, conservati nella tradizione, anche quando il nostro vivere era vivere da soli.
    Poi ci sono stati quelli dei e per i nostri figli, ma anche quelli dopo i lutti.
    E quelli che dovevano essere quelli della pace, della maturità sorretta dal compimento dei propri doveri, sono faticosi.
    Natale è in noi: la pace, la famiglia, la solidarietà, la comprensione, la condivisione…
    Natale ha un significato religioso che va ben oltre tutto ciò, per chi crede e per chi non crede, ammorbidisce gli animi, richiama i fuggitivi.

  • C’era una volta il Natale, quello di quando si è piccoli – il Natale vero dico io – quando si aspetta l’incanto dei giorni di festa circondati dal calore della famiglia. Quando nulla è gravoso perchè a tutto pensa mamma, quando tiri fuori dai ripostigli gli addobbi natalizi e magari ne comperi altri, quando via san Gregorio Armeno, a Napoli, ti aspetta con la magia dei pastori e del presepe. Quando insieme ai genitori vai al Museo di San Martino a vedere il settecentesco Presepe Cuciniello, ed è il rito di ogni anno. Quando partecipi alla messa la notte tra il 24 e il 25 dicembre e poi torni a casa e fai un giro di tombola con i parenti, ché i genitori ti hanno dato il permesso di rimanere ancora sveglia. Stralci di ricordi di anni andati. Anche quest’anno non posso che rievocare il passato per un Natale che auguro a tutti di serenità interiore e di pace nel mondo. Delia Morea

  • Storia di Natale

    È una notte senza luna e senza stelle. Peppino, spinto dal vento gelido di tramontana che spazza il vicolo stretto, arriva a mente fino allo slargo dove termina il paese. Ha la vista appannata perché ha bevuto il residuo dei fondi di bicchiere che ogni sera gli lascia da parte l’inserviente, fuori dal bar, vicino al bidone dell’immondizia. Sa d’aceto e di tappo, ma riscalda lo stesso. Alla mensa dei poveri ha trovato solo una fila interminabile. Alla fine ha rimediato pane vecchio e bucce di formaggio, ne ha messo via una parte nella busta di plastica, con gli avanzi di pollo della rosticceria e una fetta di panettone quasi intera, caduta di mano a qualche bambino distratto o capriccioso. Da dividere coi cani che gli scodinzolano dietro e lo aspettano, o per domani.
    Se anche dovesse esserci, per lui, un domani. Per lui che ha visto andare in fumo tutta una vita, senza più ieri né oggi. Appena fuori dal paese ci sono le grotte scavate nel costone ripido della roccia. Nel secolo scorso ci stavano i briganti e i contrabbandieri, ora ci vivono solo i barboni. Sistema alla meno peggio i cartoni per la notte e si rincantuccia sotto la coperta di sacco.

    Miriam ha viaggiato per due giorni e due notti. All’alba, quando ha passato la frontiera, le è sembrato un miraggio. È partita da sola in mezzo a tanti, nascosta nel ventre di una nave diretta in Italia. Italiani, brava gente, dicevano. Al suo paese c’erano state le suore missionarie italiane, Miriam aveva studiato catechismo con loro, ricorda tante parole d’italiano.
    Ora, nel buio della stiva, vede ancora il villaggio avvolto dalle fiamme che divorano le piantagioni di mais e di zucche. Ha venduto i maiali e gli zebù della sua famiglia per pagarsi il viaggio. Non lascia nessuno, solo capanne d’argilla distrutte ai confini del deserto, e morte. Allo sterminio della sua famiglia nubiana non è sopravvissuta che lei, designata dalla sorte a custodire il vapore, il fantasma della sua gente che, simile a ombra, si è insinuato nel suo corpo e si è fatto carne, nuovo scrigno di essenza da preservare e consegnare integro alla vita.
    Scesi dalla nave, li hanno caricati su una corriera che si è inerpicata su sentieri di montagna, li hanno fatti scendere vicino ad un valico senza nemmeno una parola, con un gesto hanno indicato la direzione giusta, nel chiarore incerto dell’aurora. Una pagnotta rappresa e una bottiglia d’acqua ciascuno. La buona sorte a tutti ha pensato lei, fra sé. Si sono sparpagliati, divisi è più facile. Ognuno per la sua strada. Ha oltrepassato la montagna da sola, una giornata intera senza vedere anima viva, risaltando ad ogni fruscio, col cuore in gola. Senza mangiare e senza bere dal mattino, sotto una pioggia livida e battente, fra rocce aguzze e scivolose, sterpi e fango.
    L’energia ogni tanto le viene meno, avrebbe voglia di inginocchiarsi e giacere così, chiudere gli occhi e dire basta. Resa incondizionata. Invece stringe i denti e va avanti, un passo dopo l’altro. Protegge il segreto che le da la forza di andare avanti, porta in seno l’anima del suo popolo massacrato.
    La sera, finalmente, le luci lontane.
    È salva, soffre molto, ma non le importa di sé stessa. Attraversa l’ultimo sentiero in discesa e arriva alle case, è buio e freddo. C’è una luce dietro le imposte accostate, la ringhiera del cancello è adorna di fiocchi e luci colorate, si sente musica festosa. Suona al campanello, trema dilaniata dai dolori che vanno e vengono sempre più frequenti. Una figura scura appare distante, nel vano della porta che si apre. La sagoma scruta, pronuncia frasi incomprensibili, poi richiude e da dietro le sbarre arrivano, latrando, i cani minacciosi.
    Percorre la strada stretta, spazzata dal vento tagliente, intorno non c’è nessuno. Ad un tratto un passante sbuca da una traversa, squadra i suoi poveri indumenti lisi e affretta il passo, alza il bavero del cappotto e si rifugia al chiuso di un portone che le sbatte contro, con fragore.
    Bussa invano ad altre porte, sono tutte serrate. Solo dai piani alti giungono suoni lieti, attutiti. In piazza c’è un albero altissimo, acceso di mille decorazioni colorate, e un locale ancora aperto, pieno di gente allegra che fuma e ride, beve e balla. Tenta di entrate, ma la ragazza alla porta la osserva distratta e le fa segno di no, di andar via. Lei insiste, implora. Si avvicinano due uomini in divisa, capisce subito che, se non vuole guai, è meglio scappare. Così corre via, senza sapere nemmeno come fare a reggersi in piedi, fitte lancinanti le squarciano la schiena. Poi è tutto buio.

    Peppino non riesce a prendere sonno, non per il freddo ché c’è abituato. I cani sono irrequieti, gli saltano intorno, lo spingono col muso, gli addentano una manica, non lo lasciano in pace – via, bestiacce! – Li prende a sassate, guaiscono, si allontanano, poi tornano di nuovo a chiamarlo. Si alza bestemmiando per rincorrerli, cacciarli più lontano. All’improvviso, nel buio pesto della notte, una folata gelida di vento pulisce il cielo e rischiara una striscia lucente di luna, che gli svela un fagotto voluminoso, abbandonato al centro della strada deserta.
    I cani sembrano impazziti. È una donna, sembra morta, forse è incinta. Peppino la porta di peso alla sua grotta, la riscalda col suo fiato, la copre col suo sacco e coi cartoni, accende un fuoco.

    Al comando dei Carabinieri, dietro il portone serrato, il brigadiere e l’appuntato stanno brindando. Trascorrono la notte di Natale in caserma, con i figli e le mogli che hanno portato i piatti di plastica e il cenone da casa, e festeggiano lì con loro.
    -Che vogliono stanotte ‘sti cani?-
    -Saranno i cani di Peppino “o’ falegname”! –
    -Speriamo che se ne vanno, ché a mezzanotte io voglio andare alla messa, e mi spavento! – La moglie dell’appuntato è preoccupata, e i cani intanto continuano il coro. – Perché, poi, lo chiamano “o’falegname” se è solo un vagabondo?
    -Come, non lo sai? – risponde l’altra moglie più informata: – da giovane, al suo paese, lavorava nella falegnameria del padre, era pure mastro rifinito…
    -Non mi dire! Cioè, dimmi, dimmi, – sgrana gli occhi curiosi, – già – interviene il marito – gran brutta storia, qualche intemperanza, i debiti al gioco, una frase risposta male, e qualcuno ha deciso di insegnargli l’educazione… bruciandogli bottega e casa, con tutti i genitori che dormivano di dentro. Lui s’è salvato per miracolo, ma da allora è rimasto così… selvatico! – conclude.
    -E che ci avranno ancora, da abbaiare così? – Si chiede la moglie del brigadiere, e aggiunge scherzando: – e che vogliono? un poco di salcicce anche loro? Magari se ci diamo qualche cosa la smettono…
    -Sì, sì, papà possiamo dare da mangiare ai cagnolini? – I bambini insistono, ma il brigadiere non vuole affatto perché, se i cani di Peppino si abituano male, poi chi se li leva più di dosso?
    -Quelli sono cani randagi, proprio come il loro padrone!- Esclama infastidito.
    -Dai papà ti prego… solo un pochino– insiste il più grande.
    -Ma nemmeno per sogno… levatevelo dalla testa!
    -Ma magari Peppino sta male… è una notte così fredda – la moglie dell’appuntato è perplessa – non sarà meglio andare a vedere?

    Le nuvole si sono dileguate, il cielo terso è trapunto di astri luminosi. Davanti alla grotta c’è andirivieni di paesani, portano coperte, latte caldo, dolci. Peppino è attonito, tutti lo elogiano, lo abbracciano, chi gli promette un lavoro, chi gli promette un riparo. Arriva anche il parroco con lo stuolo dei fedeli, si inginocchiano, cantano e ringraziano Dio davanti alla grotta, sotto le stelle. La messa stanotte può aspettare, anche se in aria si ode già lo scampanio.
    Finalmente da lontano una grande luce lampeggia, si avvicina, rallenta e si ferma sfolgorante davanti alla grotta, gli angeli coi camici verdi scendono a soccorrere la puerpera e il suo bambino.
    – Queste mani… – lui se le guarda come se non le avesse mai viste e le rigira – queste mani per la prima volta sono servite a qualcuno,- e ogni volta che riguarda la donna si commuove:
    - se vuoi, se vuoi … da domani queste mani si daranno da fare, per te e per lui, … lui … lui come lo chiamerai?
    - Già, come lo chiamerete? – le donne, curiose, fanno ressa intorno. Miriam lo guarda smarrita e biascica stentata: – Non so, ancora, non ha nemmeno nome… tu che dici? Dici tu, tu padre! Dici tu nome…
    - Se vuoi, se vuoi… mio padre si chiamava Salvatore, se vuoi… se vuoi… -
    - E di cognome? – chiede impertinente una bimbetta che porta in dono un bel rametto di agrifoglio.
    - Di cognome?- Ripete lui stordito, quasi come se non se ne ricordasse più. Poi, allargando le braccia, guarda la donna e con semplicità le sussurra: – se vuoi … se vuoi … di cognome può fare come a me, di cognome io mi chiamo come a oggi, io mi chiamo… Natale.
    Elvira Siringo

  • Cara Maria, desidero offrire anch’io un mio contributo alla bella iniziativa “Scrivi il tuo Natale”, con il racconto che segue, tratto dal mio romanzo “La luna tra gli ulivi”, Ed. Il Segno dei Gabrielli, Verona 2007. A tutti un augurio di serenità e di pace.
    Mariella Spagnolo

    Un ricordo lontano che possedevo di lei la racchiudeva nella cornice di una serata speciale. Era la vigilia di Natale ed io avevo sei o sette anni. Un’atmosfera insolita, di più calda intimità e di attesa, riempiva la nostra casa, insieme ad un intenso profumo di dolci appena sfornati che dalla cucina si diffondeva in tutte le stanze.
    – Avremo la nonna a cena, questa sera, e dopo andremo tutti alla Messa di mezzanotte! – Aveva detto la mamma nel primo pomeriggio, e la notizia mi aveva riempito di gioia, perché non succedeva spesso nella nostra famiglia di avere ospiti a pranzo o a cena. Poi, con l’allegria frenetica che anima improvvisamente i bambini quando si prospetta loro un sorprendente cambiamento nell’ordine abituale degli eventi quotidiani, mi ero affrettata a svolgere bene i piccoli incarichi che mi venivano affidati. Così, dalla cucina dove la mamma mi chiedeva di versare altra farina nell’impasto che stava preparando, o di tirarle su le maniche che puntualmente si riabbassavano quando lavorava più energicamente la pasta sulla spianatoia, correvo nel soggiorno ad aiutare mio padre che stava ultimando l’allestimento del presepe. Toglievo dalle scatole le statuine e le liberavo dalla carta protettiva che le avvolgeva.
    La radio intanto trasmetteva celebri canti natalizi eseguiti da cori di bambini. La soavità delle voci e della musica accresceva straordinariamente il senso di attesa per la festa imminente, insieme alla gioia, che potevo quasi respirare nell’aria, come gli aromi di cannella e di mandorle tostate, e ritrovare finalmente, attraverso espressioni meno serie e più distese, anche sui volti dei miei genitori.
    Ero intenta a variare la disposizione di alcune statuine secondo una mia logica – anche l’agnello con la zampina rotta aveva pieno diritto a stare vicino a Gesù Bambino con le altre pecore, e non ai margini del sentiero dov’era stato invece collocato! – quando la nonna arrivò. La vidi avanzare con passo lento e solenne, chiusa nel suo scialle nero. Il volto era un po’ affaticato ma sorridente.
    – Nonna, dove possiamo mettere quest’agnellino? – le dissi subito per attirare su di me la sua attenzione. Sorridendo e senza parlare, lei prese dalle mie mani la statuina e la posò vicino alla mangiatoia con il muso che sfiorava il braccio sporgente del Bambinello. La guardai con riconoscenza.
    – Mi racconti, nonna, la storia della nascita di Gesù? – le domandai mentre si sedeva adagiando lo scialle sullo schienale della sedia. Mi accarezzò una guancia con un gesto consueto, più tenero e confortevole ora nel ricordo, e iniziò il suo racconto.
    Le parole mi richiamavano eventi conosciuti, ma il tono umile della voce e i lunghi respiri durante le pause, come per svolgere impercettibilmente il filo narrativo da una verità preziosa raccolta nel profondo dell’anima, aggiungevano sfumature più toccanti e cariche di mistero. Io ascoltavo incantata e registravo nel mio piccolo cuore che la nascita di Gesù è dono, gioia, calda vicinanza di persone che ci amano, vita trasformata.
    Poi arrivò finalmente il momento di sederci a tavola per consumare i cibi speciali preparati per il cenone. Recitando una breve preghiera, la nonna ci invitò a ringraziare prima il Signore che stava per nascere e riportare la bontà e l’amore nel mondo.
    La cena si svolse in un clima festoso, com’era naturale. A noi bambini fu concesso uno spazio di conversazione più ampio e la nostra incontenibile esuberanza veniva benevolmente tollerata. Mi lasciai coinvolgere in un divertente gioco di parole inventato sul momento dai miei fratelli per riempire il tempo vuoto tra una portata e l’altra, ma la mia attenzione si impigliava spesso tra i discorsi dei grandi. In particolare ero attratta dalla prodigiosa capacità della nonna di evocare lontani rapporti di parentela, di ricostruire legami generazionali intorno alle persone che venivano casualmente nominate nella conversazione, o di cui si riferiva un evento favorevole oppure una disgrazia. E intuivo che al di là del mio piccolo mondo familiare, dei pochi volti che conoscevo, esisteva uno spazio umano molto più ampio, popolato da una complicata varietà di zii, cugini, bisnonni, con storie di vita che si intrecciavano tra loro e si propagavano nel tempo.
    Quando poi il discorso scivolava inevitabilmente sullo stato di povertà che connotava i Natali del passato, sulla scarsità di cibo e sull’ingegnosità premurosa delle madri per offrire un semplice dono ai loro figli più piccoli come segno di festa, le mie orecchie si facevano acutissime, per assecondare un desiderio sempre vivo di conoscenza e di confronto.
    Il clima di allegria e di serenità in cui si era svolta la cena si prolungò nel tempo che trascorremmo a giocare a tombola, in attesa di recarci alla Messa di mezzanotte. Al suono delle campane, infilammo i cappotti e noi bambini ci catapultammo nella strada, accolti da un’aria gelida e pungente che ci fece immediatamente rabbrividire.
    Sul portale della chiesa brillava a intermittenza una grande stella cometa ritagliata nel legno e profilata di luci colorate. Dalle vie laterali, gruppi sparsi di giovani e anziani affluivano nella piazza e da lì sul sagrato. Tutte e tre le navate erano gremite, ma riuscimmo comunque a trovare posto, io accanto al bellissimo presepe che era stato allestito ai piedi di uno degli altari minori, su cui si fissò a lungo il mio sguardo incantato.
    Una dolcissima nenia natalizia si riversò dalle canne dell’organo sull’assemblea raccolta dei fedeli, seguita da un coro di limpide voci. Sussultai, investita da un fremito d’intensa gioia che comunicai d’istinto alla nonna seduta al mio fianco, stringendole la mano.
    Nel corso del rito si susseguirono molti canti suggestivi. Insieme alle preghiere, recitate con un fervore più sentito, e ad altre coinvolgenti azioni liturgiche, lasciavano visibili segni di bontà sui volti della gente. Osservandoli dal basso, infatti, mi sembrava di cogliere una diffusa luminosità negli occhi degli uomini e delle donne che mi stavano intorno. Finita la messa, l’organista si sbizzarrì in un’esultante melodia conclusiva che rese più lieto e caloroso lo scambio di auguri con gli amici e i parenti.
    Non fu facile addormentarmi quella notte. Troppe emozioni, vissute con eccessiva intensità, mi vibravano dentro e tenevano a distanza il sonno. Ma tra le immagini eccitanti che si accendevano e spegnevano senza sosta nella mente venne finalmente ad intrufolarsi il ritornello dell’ultimo canto della Messa:

    Suonate campane,
    suonate suonate
    è nato, è nato Gesù,
    din don, din don….

    Come un’onda cadenzata i din don finali apportavano una benefica calma nel mio animo agitato e gli occhi finalmente si chiusero.
    Così, in quei primi anni della mia esistenza il senso del Natale si legò indissolubilmente alla dolce presenza di nonna Teresa, al suo modo unico di manifestarmi riconoscimento ed attenzione, alla sua prodigiosa memoria che mi introduceva dentro realtà sconosciute del passato. Nel ricordo di quella sera di festa, in cui il tempo sembrava magicamente dilatarsi, e di riflesso anche i desideri, le attese, l’immaginazione, si prolungava l’essenza meravigliosa della mia infanzia, che riaffiora a volte, fragrante ed intatta, fra i miei consolidati schemi di persona adulta, quando ancora mi scopro capace di desiderare, attendere, immaginare…

  • Tante sono le preoccupazioni in questo periodo: tagli, crisi, aumenti. Chissà perchè gli interventi per ridurre le spese sono immediati, mentre quando si deve ricevere ciò che spetta per ore in eccedenza, ci si chiede di aspettare chissà quando. La pensione poi diviene un miraggio, mentre c’è chi gode di quella baby da molti anni. La fortuna e la sfortuna di avere più o meno anni, di essersi salvati o di dover subire. Annientati i tanti anni di lotte, scioperi e conquiste sociali.
    Dobbiamo essere felici di avere la salute, per curarci non avremo soldi sufficienti.
    Stacchiamo da tutto almeno il giorno di Natale: Auguri a tutte voi!

    Il dì di festa

    Trame di fili con modano annodati
    pescatori a riparar reti
    merletto a filet
    all’uncinetto il punto spirito
    anelli si uniscono
    centrini a decorare la tavola
    nel dì di festa
    umane genti a ritrovar se stessi

    Maristella Angeli

  • Quasi Natale
    Quasi Natale
    Nido di provvisoria quiete,
    la casa attende
    affannati rientri
    ( il Natale è alle porte
    con gli addobbi inscatolati,
    i pensieri sospesi
    e il freddo che batte
    al davanzale ).
    Farsi carne nell’oggi,
    fra banalità e dolori sigillati
    in anime a tenuta ermetica.
    Farsi carne: coagulo d’umanità
    nel deserto incolpevole
    della distrazione stolida
    che narcotizza il cuore
    dove grida una voragine.
    Farsi ancora uomo,
    mendicante d’umanità,
    nel grano dell’altare,
    docile sfoglia,
    nel vino sanguigno
    dell’umana ebbrezza
    sparso per troppe terre,
    follia di speranza che non muore …

    Così Ti deporrò nella capanna .

  • Natività

    Incarnato,
    nudo
    e senza mito,
    inerme
    nel tessuto tarmato
    della storia,
    dove non trova posto
    da sempre
    questa nascita.
    Natale
    appena rischiarato
    da una cometa
    che troppe luci
    smorzano.

    Fra pastori di plastica
    e cuori sintetici
    quale salvezza
    immagino
    se non che
    la mia storia
    prenda carne e sangue
    dalla tua Incarnazione?

  • Penso che quest’anno il Natale risenta della forte recessione economica che il nostro Paese sta vivendo. Tra tagli e manovre dell’attuale governo, che ha messo le mani nelle tasche degli italiani, si vive un clima di pesante disagio che si ripercuote negli animi, su tutto: lavoro, famiglia, vita di relazione.
    La crisi economica che stiamo vivendo ci costringe a forti rinunce alle quali non siamo abituati, soprattutto le nuove generazioni e ci fa prendere coscienza giorno dopo giorno dei sacrifici che dobbiamo e che dovremo ancora affrontare se nel frattempo non cambia qualcosa. Ma bisogna andare avanti, con dignità, senza sperperi, in maniera oculata e senza troppi sfarzi. E’ questo il periodo che stiamo vivendo e ne dobbiamo prendere atto.
    La cosa che più mi colpisce e risulta evidente penso a tutti in questi giorni di festa, è vedere negozi e strade quasi deserti senza la frenesia della gente che si accalca dappertutto in preda all’ansia degli acquisti natalizi, poiché credo che si comperi ormai il necessario e si rinunci al superfluo.
    E’ bello a Natale donare e ricevere, è una bella tradizione e va rispettata, ma non c’è bisogno di spendere una fortuna per dimostrare affetto a chi vogliamo bene, bastano piccole cose e sembra scontato, lo so, ma anche un gesto o una sola parola a volte serve a riempire il cuore e fare del giorno più importante dell’anno un grande evento, soprattutto se la persona alla quale la rivolgiamo sa cogliere i buoni intendimenti.
    E’ l’amore che conta e non importa in che modo viene espresso, l’importante è rilasciarlo e percepirlo e se questo basta a rendere la vita più accettabile e meritevole di essere vissuta allora dobbiamo sentirci grati di quello che siamo e di quello che abbiamo dato (che non è poco!).
    Per il resto viviamoci questo Natale a cuor leggero, con la gioia e la pace nel cuore, ricordando ed onorando sempre la nascita di Nostro Signore, prendendo esempio del cammino da Lui percorso nel sacrificio di redenzione di tutta l’umanità.

    Auguri Maria ed un felice Natale di vero cuore!

  • Care amiche, vi dedico una poesia sul mese di dicembre, per me e tutte voi, credo, pieno di risonanze, pur nei tempi grami che stiamo vivendo.
    Auguro a voi e Maria ogni bene e un bellissimo Natale di serenità
    Gisella

    Dicembre

    Già lo intuimmo
    dal freddo pungente
    di mattinate ansiose
    dal profumo di muschi
    appena spuntati
    dall’umido terriccio;
    dal desiderio trepido
    di scrollarsi di dosso
    il torpore paralizzante
    dell’autunno
    -come la cicala il guscio
    nell’ultima belletta di novembre-
    per tentare
    diagrammi inediti
    di luce e di speranza.

    Tutto congiura contro
    negli arcani misteri
    che distillano i giorni;
    eppure l’aspettiamo
    -dicembre-
    come una promessa intatta
    come una fiammella accesa
    nel buio inquietante della notte.

    Ne annusiamo il candore
    anche senza neve e
    ne intrecciamo ghirlande
    di sorprese taciute
    di parole sospese
    di pensieri di vento
    nella volta stellata.

    MGC 24.11.2011

  • Un semplice pensiero per ricordare a noi tutte che questo magico momento esiste solo in virtù dell’esaltazione massima della famiglia e della cura del più misero.
    Quindi, per assurdo, va bene anche un po’ di austerity se serve di stimolo alle più sfrenate fashion victims a rinunciare ad una giornata di shopping in favore di un attimo di unione con i più cari, in serenità e armonia.

  • Mai più è stato Natale
    Come allora
    Il pacco dell’azienda
    Con il torrone
    Lenticchie,olio e farina
    Panettone
    Salame e cotechino
    I grandi vuotavano il cilindro
    Sul tavolo
    Noi piccoli a guardare
    Occhi stregati affascinati
    Senza nulla toccare
    Era Natale!
    Il Presepe con le montagne di carta
    Il laghetto con lo specchio
    L’Albero con
    Le luci colorate
    Le decorazioni di vetro e cioccolata
    La casa satura di magia
    Ogni giorno un rito
    Gesù : le buone promesse
    La letterina sotto il piatto
    I Re Magi: i doni
    L’Epifania: i giochi

    

  • Nessun restauro
    quest’anno incarto pennelli e colori
    afferro le stelle e il suono della campana
    lascio porte e pensieri aperti al tuo sogno
    senza confini
    ti chiedo la mano e lo sguardo
    posa sempre sul mondo
    la certezza
    che la magia non sia solo di questo giorno

  • Questo è davvero uno spazio magico!
    Ho scritto una breve lettera sperando che il Nuovo Anno, possa comunque essere maggiormente sereno e chissà…
    Auguri a Maria e a tutte voi!
    Caro Nuovo Anno,
    spero che tu sia diverso da quello trascorso. Non se ne può più: crisi, tagli, pensioni che si allontanano.
    Tu che puoi, fa che coloro che hanno frodato, rubato, accumulato ricchezze con crimini e furti possano scomparire, che possano essere utilizzati i beni sequestrati e che il nostro Paese possa tornare a risplendere.
    Non vedi i visi tristi, tesi e preoccupati? Forse i politici non vivono più tra noi, non sono consapevoli di quante persone perdono il lavoro, di quante non riescono a trovarlo.
    E se gli italiani tornassero a essere emigranti? Significherebbe perdere validi professionisti, tornando indietro a tempi ormai dimenticati.
    Beh, vedi cosa puoi fare, cerca d’infondere la giustizia sociale, difendi i bisognosi, rendi merito a chi tanto ha lavorato onestamente.
    Ho visto persone girare per i mercatini di Natale, ma non compravano e, se il timore di non arrivare neanche alla fine del mese aumenta, per i negozianti ci saranno problemi: chi poco ha, poco acquista!
    Posso scrivere tanti versi, sperando che possa giungere un messaggio di speranza, ma è ben poco rispetto a quello che puoi fare tu.
    Per il 2012 fa che i sogni possano trasformarsi in realtà. Ora mi addormento e chissà…

    Maristella Angeli

  • (stelle di Natale)

    freddo vento invernale
    mi risospingi
    ad ogni passo
    e penetri
    lentamente

    negli occhi
    nella bocca
    nella pelle

    fino ad intirizzirmi
    l’Anima

    e all’improvviso
    dal gelo

    stelle di Natale
    romantiche e silenziose

    colorano stanze disadorne
    d’amore

    fugge lontano
    l’attimo desiderato
    a lungo

    non esistono barriere
    nella mente bambina
    e il presente diventa indefinito
    nei corpi, nei volti.
    (Non allontanare
    le tue mani
    dalle mie)

    Erba, 19 dicembre 2011

    …Tanti Auguri per un sereno Natale alla Redazione, a Maria Di Lorenzo e atutti gli Autori. Cettina

  • L’attesa natalizia, quando ero molto piccola, era fatta di luci, di magie a buon mercato, di favole che a volte raccontavo a me stessa guardando adulti troppo indaffarati…vennero gli anni ’80, l’opulenza di doni aziendali che giungevano a frotte alla porta di mio padre, i brillantini dappertutto e la ricerca di una mia identità.
    Attraversai il decennio successivo partendo come ragazzotta che aspettava le vacanze e si godeva i libri e trasformandomi in giovane donna che avrebbe voluto creare la festa perfetta, la tavola splendente, i parenti allegri e sereni, le sorprese per i piccoli, i brindisi a celare il senso di solitudine…Eppure, pochi giorni fa, mi sono trovata a chiedermi quale Natale ricordo come il più dolce…e ho pensato ad un 25 dicembre di qualche anno fa…mio padre era già malato, le condizioni economiche non più così scintillanti, e il gelo ci confinò in casa, impedendo anche ai miei zii di raggiungerci, essendo la strada rischiosa. Fu un giorno senza carillon, frenetici spacchettamenti o perle al collo…e fu prezioso.

  • Notte di Natale

    Vapori di folla
    boccali di locande ostili

    gli ori sensuali degli Erode
    fusi nella notte
    che rifulge come giorno pieno

    una ferita di luce
    sui pascoli dormienti
    ha lacerato il tempo

    s’impone
    un prima e un dopo.

    FRANCO CASADEI

  • Anche quest’anno torna Natale

    Avrei voluto almeno a Natale
    non solo fili di luci ma mani generose
    che avessero desiderio di buono e di bene.

    Natale è lì sulla poltrona già stanco
    seduto da solo avvolto in mille
    coperte d’oro e d’argento
    sordo all’ ininterrotto cicaleccio
    circondato da calici, banchetti, ricami
    e carta sprecata per i doni.

    Abbiamo perduto ogni memoria
    spendiamo il tempo sprechiamo il cuore
    per un niente infiocchettato.

    Ma anche quest’anno torna Natale
    non bussa s’affaccia e non chiede
    ti guarda cercando per le lande del mondo
    uomini di buona volontà.

    Narda Fattori

  • Cara Maria condivido ciò che dici che l’amore, la compassione, l’amicizia ecc…è merce moto rara!Non se ne trova molta in giro ed io personalmente ne possiedo veramente poca! So che per avere nella vita bisogna prima dare, ma a volte sembra quasi che agli altri non gliene freghi niente del tuo interesse, che sia amore amicizia o quant’altro… C’è troppa superficialità, indifferenza e tanta diffidenza nel prossimo, ed anche se il cuore è ricco di sani valori e di buoni propositi, a volte non si riesce a rilasciarli appieno, per paura anche di essere feriti, ingannati o delusi e si erge a poco a poco un muro con il mondo. Riconosco tanta ipocrisia nei rapporti umani spesso convenzionali ed opportunistici, nessuno è disposto ad ascoltarti e a capirti più di tanto, sempre più in corsa e preda di una società consumistica.
    Se nel cuore resta solo amarezza e delusione quindi è difficile a volte lasciarsi andare ai buoni sentimenti e all’amore verso gli altri. E come si fa a donarlo se il bisogno impellente e la necessità primaria è quello di averlo, visto che non si conosce veramente? Queste riflessioni mi affiorano maggiormente in prossimità del Natale che è la festa per me più importante e che sento di più. Non mi interessa lo sfarzo, lo sfolgorio delle luci, ne gli addobbi eleganti del Natale nella sua veste esteriore e appariscente che si perpetua ogni anno, è un bel vedere senza dubbio, non vivo questo magico evento con la leggerezza e la gioia nel cuore, piuttosto con dolore, se penso al passato e do uno sguardo nel mondo e con una profonda malinconia per il tempo che fugge. Poi mi guardo attorno nell’ambito domestico e mi rendo conto che i miei cari stanno bene e sono sereni e questo basta a rendere più lieto il mio Natale e per questo motivo ringrazio ed onoro Gesù Bambino nel giorno della sua nascita.
    Auguri e Buon Natale di cuore a tutte voi!

    LA MAGICA NOTTE

    Il bicchiere è già colmo,
    straripa la tristezza dal bordo
    e scivola addosso,
    lambisce il cuore gelido
    bagnata dal rituale evento.
    La notte è magica nell’aria,
    profuma di sapori
    e odora d’abeti,
    si rinnovano i colori,
    perpetuano in ogni angolo
    gli incantati luccichii,
    rallegrando occhi sospesi
    al passare della cometa.
    È un baleno la gioia,
    lungo il tempo rimasto,
    composita solitudine,
    dentro animo trapassato
    e fuori nel deserto del mondo.

    Antonella Vara

  • Care amiche,
    Vi mando un passo del romanzo che sto scrivendo. Descrive l’atmosfera della festa e la tristezza che segue la perdita della magia del Natale.
    Auguri!

    “Il Natale che i miei nonni paterni ci invitarono per la prima volta a Vallearagona fu un incubo. Come rimpiangevo i Natali trascorsi sola con mamma e papà! La mattina mi svegliavo prestissimo e correvo nella loro stanza, saltavo sul letto, tiravo via le coperte, loro fingevano di dormire, io cercavo di svegliarli, li scuotevo, gli facevo il solletico. Poi correvamo insieme nello studio di papà. Io avevo paura di entrare, era un luogo magico per me, avvolto dal mistero che si compiva nella notte quando Babbo Natale entrava senza che nessuno gli aprisse il balcone e lasciava i regali, proprio quelli che io avevo tanto desiderato. Quella mattina avevo trovato Fulmine. Come mi sarebbe piaciuto restare a casa a giocare, finalmente il capo indiano aveva il suo cavallo. Quante avventure con i miei amici invisibili avrei potutio vivere quel giorno… E invece ci preparammo in fretta e furia per andare a pranzo dai nonni. – Cosa sono i nonni? – domandai alla mamma mentre mi vestiva.
    C’era un’immensa tavolata nel salone più grande, a noi furono assegnati i posti nell’estremità vicino alla porta. “Meglio – disse la mamma – così quando ci stufiamo possiamo scappare e nessuno se ne accorge”. E invece rimanemmo fino alla fine della giornata…
    Il pranzo fu interminabile, di tutto quel bendidio io mangiai solo una cotoletta, la mamma dell’insalata e un piatto di pasta. Ma papà era felice, non l’avevo mai visto così, rideva parlava a voce alta scherzava col nonno raccontando aneddoti che noi non conoscevamo. Nessuno parlava con me e con la mamma e noi stavamo sedute in un angolo a studiare quegli strani atteggiamenti Io non avevo mai visto dei bambini comportarsi in quel modo, i miei cugini si inseguivano tra le persone, le spingevano senza chiedere scusa, facevano cadere le sedie, gridavano come ossessi, litigavano tra loro, si tiravano pezzi di pane. Anche il nonno mi sembrava molto strano. La mamma mi aveva detto che i nonni sono dei vecchi che vivono in paese. Ma il nonno non mi sembrava vecchio, rideva, scherzava con tutti, era in continuo movimento, si spostava da una parte all’altra dei saloni con passi veloci e sicuri.
    Il nonno continuò a stupirmi quando si venne a sedere accanto alla mamma. Io cercavo di sentire cosa le diceva ma nel fracasso generale mi sfuggivano quasi tutte le parole anche se ero seduta al suo fianco, per questo lui le parlava vicino all’orecchio. Era riuscito a fare ridere anche lei, chissà cosa le raccontava. In quel momento sembrava un’altra la mamma, aveva il sorriso di una ragazzina.
    - Ma che barzellette ti raccontava il nonno? – le ho chiesto in macchina, con gli occhi che quasi mi si chiudevano per il sonno.
    - Prendeva in giro la nonna, per le sue fisime. E faceva l’imitazione dei mariti delle figlie. Guarda, lo zio Gino lo faceva preciso.
    Il bilancio della giornata, tutto sommato, poteva dirsi positivo. Papà era stato bene con la sua famiglia, alla fine anche la mamma si era un po’ divertita. E si era sentita accettata, per la prima volta, almeno dal nonno.
    Solo io mi ero annoiata mortalmente, e nemmeno il regalo che c’era sotto l’albero per me mi era piaciuto. Una bambola più alta di me con un vestito tutto nastri e merletti. Mentre mi spingeva verso la zia Carmela per ringraziare la mamma mi stringeva in modo intermittente la mano per farmi segnale di non dire niente. Perché aveva seguito i miei occhi e indovinato il mio desiderio quando guardavo la carabina che aveva ricevuto mio cugino Giancarlo.
    - Ma nemmeno le piume da indiano posso chiedere al posto della bambola? – imploravo a bassa voce.
    - Anna vi ringrazia, è timida sapete, ma ha gradito moltissimo la bambola. Vero Annina? Di’ grazie.
    - Perché i grandi possono dire le bugie e i piccoli no? – Chiesi con rabbia mentre scendevamo le scale.
    - Nessuno può dire le bugie, Annina.
    - Tu hai detto una bugia grandissima, perché a me la bambola non mi piace.
    - Quella non è una bugia, amore mio, è buona creanza.
    - Almeno me la potevi fare scambiare con la macchina della polizia.
    - Ognuno deve tenersi quello che gli è toccato. – Dal tono compresi che la questione era chiusa in maniera inappellabile e non ne parlai più.
    Ma era un’altra la cosa che mi bruciava e che mi aveva avvelenato il pomeriggio. Prima che si aprissereo i regali, guardando le grandi scatole colorate sotto l’albero avevo detto a uno dei miei cugini:
    - Chissà cosa mi ha portato Babbo Natale in questa casa.
    E lui, sghignazzando mi aveva detto:
    - Ma come? Tu credi ancora a Babbo Natale?
    Ed era corso via a chiamare gli altri e a ridere con loro indicandomi.
    Tutto un mondo si era incrinato e sbriciolato con quelle parole. Aveva perso la sua magia.
    Arrivati a casa papà dovette portarmi in braccio perché mi ero addormentata in macchina e scottavo per la febbre. Lungo le scale mi svegliai per i sussulti e passando dalla saletta dove quella mattina avevo dovuto lasciare a malincuore Fulmine lo guardai con occhi diversi. E lo studio non fu più un luogo incantato, ma semplicemente una stanza dove i miei genitori mi facevano trovare i regali di Natale.

  • Un altro anno è passato ed è Natale,
    non c’è neve che cade
    e possa far sognare,
    un sole freddo penetra dai vetri,
    l’immacolato bianco sulla tavola
    si rompe in lame rade.

    È il giorno in cui si pensa
    a chi più non ritorna,
    a chi da troppo tempo
    lasciato ha il posto vuoto,
    un grande vuoto aperto
    nel cuore di ciascuno.

    In ogni pieno inverno
    è la festa dell’anno,
    come un cammino in cima a una salita,
    che ha sfinito le forze,
    e poi discende giù, più dolce e lento,
    verso una nuova vita.

    Un giorno ricco – e strano -
    di sorrisi e d’amore,
    di cui tanto ha bisogno il cuore umano,
    e anche di speranza
    che la vita si muova verso il buono,
    che il seminato poi darà un raccolto.

    Eppure il cuore è colmo d’incertezza,
    al pensiero del bene
    mi prende un senso d’inadeguatezza,
    perché per fare il buono
    che propone è fatica
    e impegno di ogni giorno.

    Ma a questo pensando
    sento il calore intorno
    dei figli e del tuo amore,
    ed oltre i freddi vetri, verso il cielo,
    una muta preghiera alta sollevo,
    a Qualcuno che nacque,

    che è nato al mio ricordo.

    © Alberto Mancini – all rights reserved

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