Il film “La chiave di Sara” di Gilles Paquet-Brenner
Dentro l’armadio l’orrore della Shoah
di GAETANO VALLINI
A Parigi là dove un tempo sorgeva il Vélodrome d’Hiver, il Velodromo d’inverno – al cui interno nell’estate 1942 vennero rinchiusi per giorni migliaia di ebrei in condizioni disumane prima di essere trasferiti nei campi di concentramento – oggi ha sede il ministero dell’Interno. Una di quelle singolari coincidenze con le quali la storia pare voler sottolineare alcuni passaggi importanti e drammatici. Fu infatti il governo collaborazionista di Vichy, proprio attraverso la sua polizia, a pianificare e ad attuare il rastrellamento della mattina del 16 luglio che portò tredicimila ebrei parigini, quattromila dei quali bambini, nei lager nazisti. Alla fine della guerra tornarono solo in venticinque. Si tratta di una pagina oscura della storia francese, in parte rimossa dalla coscienza collettiva, ma con la quale negli ultimi anni l’opinione pubblica sta facendo i conti, in un percorso, tanto difficile e doloroso quanto necessario, di riconoscimento delle responsabilità nella macchina dello sterminio nazista.
Ad accompagnare questo percorso, oltre alla pubblicazione di libri, ci sono ora anche film che ricostruiscono le storie di chi orchestrò e collaborò a quell’orrore e ne porta per sempre il marchio d’infamia, così come la tragedia delle vittime, senza dimenticare le vicende di quanti si opposero o tentarono di farlo con coraggio e a rischio della vita. E così, dopo Vento di primavera, della regista Rose Bosch, uscito in occasione della Giornata della memoria del 2010, anche quest’anno una pellicola francese affronta il tema collaborazionismo della Repubblica di Vichy. È La chiave di Sara, di Gilles Paquet-Brenner, nelle sale italiane dal 13 gennaio, tratto dall’omonimo romanzo di Tatiana de Rosnay.
Accolto con favore in Francia, al pari del libro che aveva ottenuto uno straordinario successo, il film è costruito su due storie parallele – una ambientata ai giorni nostri e l’altra durante i fatti dell’estate del 1942 – destinate alla fine a incrociarsi con conseguenze inattese. Nella Parigi di oggi si muove Julia Jarmond (un’intensa Kristin Scott Thomas), giornalista americana, sposata con un francese e che vive in Francia da venti anni. Il suo giornale le affida un reportage sui tragici eventi del Vélodrome d’Hiver. Nel corso delle ricerche la donna s’imbatte nella drammatica storia di Sara, un’ebrea che all’epoca aveva dieci anni. Ciò che doveva essere solo materiale per un articolo diventa a poco a poco una questione personale. C’è un legame sconosciuto che unisce quella bambina alla famiglia del marito di Julia. Un mistero volutamente nascosto dai protagonisti di allora, incapaci di sopportare il senso di colpa, ma che a distanza di sessant’anni riemerge dall’oblio con il suo carico di dolore.
La giornalista scopre, infatti, che l’appartamento in ristrutturazione in cui sta per trasferirsi, di proprietà di una zia del marito, era occupato in quell’estate del 1942 da una famiglia ebrea: la famiglia di Sara. Nel tentativo sempre più urgente di rintracciare quella donna di cui si è persa traccia e di far luce su eventuali responsabilità da parte dei familiari del consorte, Julia ricostruisce la storia di Sara, la quale, prima di essere deportata con il padre e la madre, aveva rinchiuso nell’armadio il fratellino più piccolo convinta così di salvarlo. Il film, oltre a raccontare la tormentata ricerca di Julia, peraltro alle prese con una tardiva gravidanza, ci mostra la prigionia di Sara – passata dal Velodromo e dal campo di concentramento di Beaune-la-Rolande – e i suoi tenaci tentativi di fuggire per liberare il fratello dall’armadio di cui custodisce gelosamente la chiave.
Evidenziando i due piani narrativi e temporali con un differente timbro della fotografia, più freddo quello che illustra l’oggi, più caldo e patinato quello passato, la regia riesce a saldare con equilibrio le due vicende e i percorsi individuali delle due protagoniste. Kristin Scott Thomas dà vita a un personaggio credibile, con i suoi tormenti interiori e il desiderio sempre più impellente di conoscere una verità che le risulta indispensabile, anche per decidere cosa fare dinanzi alla imprevista gravidanza. La sua ricerca di risposte su fatti passati da anni l’aiuterà a far luce sulla sua vita di oggi, ricollocandone le priorità e restituendole certezze.
La piccola Mélusine Mayance dà corpo a una Sara determinata, concentrata sul suo obiettivo, decisa a non arrendersi di fronte a un’impresa che sembra impossibile. Attraverso i suoi occhi di bambina lo spettatore è posto dinanzi all’orrore della Shoah, osserva la distaccata e supina efficienza dei poliziotti, in azione tra la palese soddisfazione di alcuni, la non meno dolorosa indifferenza dei più, l’indignazione di altri che tuttavia rimasero in silenzio, la concreta solidarietà di pochi coraggiosi.
Raccontare la Shoah è sempre impresa a rischio. Ma pur con alcune debolezze, La chiave di Sara è un film misurato, d’impronta popolare e accessibile a tutti, in grado anche di suscitare una riflessione. Un film che – sia pure utilizzando con una certa libertà un’opera di fantasia anziché una testimonianza diretta – racconta una storia reale da un punto di vista originale, senza mai scadere nella facile retorica e nella pateticità. E che, lontano da generalizzazioni, riesce a mostrare gli atteggiamenti della gente in quel drammatico frangente, così come i contrastanti sentimenti dell’opinione pubblica di oggi, dalla scarsa conoscenza dei fatti da parte dei giovani al senso di fastidio di alcuni adulti, soprattutto anziani. Per questi ultimi l’invito è a fare i conti con il passato senza indulgenti compromessi, per i primi ad avvicinarsi a quella storia perché la sua memoria non venga dispersa ma serva come monito.
(© L’Osservatore Romano 13 gennaio 2012 – all rights reserved)
Ho visto solo il trailer di questo film ma ha colpito subito il mio interesse perchè l’locausto da sempre è parte dei miei interessi e delle mie ricerche.Il caso vuole che da qualche mese sto lavorando alla stesura di un racconto che riguarda proprio l’incontro tra una ragazza problematica ed una ex deportata che le cambierà per sempre la vita. La memoria del passato rimane l’unica ancora per non affondare in un presente buio.
Sono assolutamente d’accordo con te, Antonella.
Penso che non saranno mai abbastanza film e libri che trattano di queste cose, perchè gli uomini tendono ad avere la memoria corta e qualche volta a cedere a quel bieco manovrare la memoria storica che va sotto il nome di revisionismo. Ecco perchè ricordare è un dovere.
Il film è appena uscito, invito tutti/e voi ad andare a vederlo, ma anche a leggere il romanzo da cui è tratto perchè Tatiana de Rosnay è considerata una delle autrici di punta del panorama letterario europeo.
Questo è il sito di Tatiana de Rosnay:
http://www.tatianaderosnay.com/
ZAKHOR, AL TICHKAH, “RICORDA, NON DIMENTICARE MAI”: SONO LE PAROLE IN EBRAICO che Chirac pronunciò nel discorso per la commemorazione del sessantesimo anniversario di quanto era successo il 16 luglio 1942 al Vélodrome d’Hiver, a Parigi: migliaia di famiglie ebree vi erano state rinchiuse prima di essere mandate alla morte nei famigerati campi di sterminio. In una condizione già vicino alla morte, nel caldo soffocante dell’estate, senza cibo né acqua, senza servizi igienici, un affollamento incredibile.
Molti si erano suicidati, prima che il peggio avvenisse, prima della lacerante separazione dei bambini dalle madri, queste inviate negli altri campi di transito, quelli rimasti con i pannolini sporchi e i visetti rigati di lacrime, lattanti e bambini che sapevano a mala pena camminare affidati ad altri solo un poco più grandi di loro. E’ questo nero capitolo di storia francese che viene ricordato nel romanzo di Tatiana De Rosnay, anche se ci si domanda se quel monito, Non dimenticare mai, possa essere imposto a chi non vuole sapere e men che meno ricordare. In Francia come in Italia, perché è duro ammettere che “i cattivi” non erano solo i tedeschi, che li abbiamo aiutati nella loro fantastica organizzazione dello sterminio.
Per metà del romanzo si alternano i capitoli in cui la protagonista è “la bambina” che ha vissuto nel 1942 e quelli dove la voce narrante è Julia, una giornalista americana sposata con un francese; i due racconti diventano poi uno solo quando il coinvolgimento di Julia diventa totale, dopo le ricerche fatte per scrivere un articolo sull’anniversario del rastrellamento.
Quel 16 luglio in cui la bambina era stata portata al Vél d’Hiv insieme al padre e alla madre, il fratellino si era nascosto dentro l’armadio a muro dei loro giochi e la bambina lo aveva chiuso dentro a chiave, sicura che sarebbe tornata prestissimo a liberarlo. Poi l’orrore- Sarah era stata separata dai genitori, portata al campo di Beaune-la-Rolande. Quando era riuscita a fuggire e a tornare a Parigi, aiutata da una vecchia coppia di contadini, era troppo tardi.
Questi sono gli eventi da non dimenticare mai, la crudeltà, gli sguardi indifferenti, le delazioni, la trasformazione in nemico estraneo di chi ci è stato amico. E per fortuna anche qualche soprassalto di coscienza, qualche cuore generoso. Tuttavia anche la storia che avviene nel presente è importante nel romanzo, anzi essenziale, ed occorreva un personaggio che veniva da lontano per inquadrare il passato in prospettiva. Perché la famiglia Tezac in cui l’americaine è entrata a far parte si era trasferita senza problemi nell’appartamento lasciato libero dalla famiglia di Sarah, ma non era rimasta indifferente allo strazio della bambina che aveva bussato alla loro porta e si era addossata la colpa della morte del fratellino. Come se avesse potuto avere una sorte diversa al Vel d’Hiv!
Le meccaniche famigliari sono complesse, così come lo sono quelle di coppia- a sessant’anni di distanza c’è chi si tormenta ancora e vorrebbe ritrovare la bambina di allora e c’è chi non vuole sapere niente; l’inaspettata notizia che Julia aspetta un bambino farà scoppiare una crisi, ma l’aver letto migliaia di nomi di bambini sulle lapidi rende del tutto impossibile a Julia un aborto.
Ci sono molti spunti di riflessione nel libro della De Rosnay, non da ultimo che spesso la vita può sembrare un romanzo. E se a volte il romanzo e la vita sfiorano il melodramma, è ugualmente importante non dimenticare mai.
Tatiana De Rosnay, La chiave di Sarah, Ed. Mondadori, trad. Adriana Colombo e Paola Frezza Pavese, pagg. 318, Euro 17,50
Marilia Piccone 03-05-2007
http://www.stradanove.net/news/testi/libri-07a/lapic0605070.html
Solo una piccola giunta al commento di prima: tra pochi giorni, il 27 gennaio, saranno 67 anni che la LX Armata del Primo Fronte dell’Esercito Russo entrava ad Auschwitz rivelando al mondo le nefandezze fino ad all’ora taciute.
Nel caso in cui i media non lo ricordassero, ricordiamolo noi;anche ai nostri figli.