“Fratelli” di Narda Fattori

Published 30 gennaio 2012 by flanneryblog

FRATELLI

di NARDA FATTORI

C’è tanta gente intorno con occhi tristi che parlano poco e camminano, vanno. Dove vanno? Hanno vestiti grigi, le gonne nere; il colore è morto al loro sguardo nell’ ansia di somigliarsi: borsa, tacchi alti, cravatta, riga nera sugli occhi, dottore, signora buongiorno, prego, un cornetto e un cappuccino. E nuovamente sul marciapiede e poi dentro a nascondersi dietro porte con targhette d’ottone.

Nessuno mi ha guardato: trapassato come una bolla d’aria, come non avessi consistenza, non uomo, non nero, non povero, non straniero. Invisibile, estraneo. Non ho più un nome, uno status, una speranza. Su di me si annodano i dolori quasi avessero ami per attaccarsi al vuoto. Io ho schivato i pescecani, altri no. Ora siedo contro questo muro: il corpo ha bisogno di fermarsi e di ricucire le smagliature della stanchezza.

L’alba aveva guance rosate e già fiammeggiava ad oriente un raggio di sole e la terra rugginosa si faceva di sangue. Sangue degli ammazzati, sangue pallido delle donne morte di parto, sangue malato di virus venuti da lontano, sangue dei miei fratelli e delle mie sorelle che scorreva lento per diminuire la fame alla bocca dello stomaco. La mia terra bellissima e sacra, violata e insterilita, lontana e amata; chissà se ti rivedrò ancora nella savana alta d’erba gialla, nelle catapecchie di Kinsasa dove i giorni consumano le persone a piccoli morsi, a pezzettini.

Tu  madre mia e le altre cento madri a dirmi: “Ora vai, sei la speranza. Vai, sangue nostro, nella terra lontana dove scorrono fiumi di latte e frusciano alberi con le chiome d’argento. Là sarai re e ci porterai farina e acqua, forse anche le scarpe per camminare nei giorni. Vai, non temere, noi restiamo e ti aspettiamo. Questi sono i soldi per il viaggio”. Una cascatella di monete scendeva dal loro palmo al mio palmo disteso, poi una madre mi porse il sacco con il vestito bello, i miei amuleti, un pane rubato a dieci bocche.

“Alzati, su, sbrigati. Dove credi di essere, nella savana?”. La voce era dura e la mano violenta; aprii gli occhi sulla divisa che avevo imparato a sfuggire perché l’uomo ti afferrava, ti picchiava, ti portava in una cella con le sbarre. Aveva il bianco degli occhi che gli riempiva il volto quando mi insultava; non capivo le parole ma ci sono toni uguali ovunque e quelli erano della violenza, della distanza. Sputò sul mio vestito più bello e rise. Quanto era costato alle madri comprare le stoffe, tingerle poi cucirle per la mia festa. Per ogni giorno di festa!

“Tornatene a casa, con i coccodrilli, sporco nero”;  capivo la sua lingua acuta senza conoscerne le parole. Mi spintonò tirandomi per un braccio. Era piccolo e massiccio, con un calcio e uno scarto avrei messo molta distanza fra noi. Ma ero stanco, non sapevo dove più andare. Passò un fratello dello stesso mio colore, mormorai “salvami”: tirò dritto, il capo chino.

Passò una vecchia con le rughe e i capelli bianchi e disse: “ Lascialo stare, lascialo andare, non ha fatto niente”.  Passò una madre con un bambino  e il bambino chiese: “Che cosa ha fatto quel signore? Perché il vigile lo picchia e lo tira via?”. Ma la madre rispose: “Dai, andiamo, non ti immischiare”. Passò un signore ben vestito e allargò la traiettoria dei suoi passi per non venire vicino.

Passò una ragazza con dieci orecchini e dieci anelli e disse: “Non lo picchiare, non è più merdoso di te.” Poi passò una suora e strinse il rosario; passò un prete e si segnò.

Quanto tempo era passato? Quanto una cavalcata di nuvole forse, o forse quanto serve ad un uomo a morire. Io ero sul punto di morire nella mia anima di uomo, perché ogni speranza s’era rintanata non so dove e non sapevo dove cercarla e qualcuno avrebbe inutilmente atteso un pane in una catapecchia.

“Che cosa ha fatto, vigile? Ha rubato?”

“Dormiva appoggiato ad un muro e intralciava i pedoni.”

“Me lo lasci, sono dell’Opera Fratelli, mi prenderò cura di lui.” Il vigile scosse le spalle. Un problema in meno.

“Su.” Mi diceva il ragazzo: “Appoggiati, sei stanco, adesso ti porto a mangiare, poi potrai dormire e lavarti. Tranquillo, io sono tuo fratello. Fra-tel-lo , capisci? Sono Marco”.

Aveva il volto pallido e gli occhi di cielo; sorrideva e il bene usciva dal suo volto come da una grande cascata.

Sorrisi e lo segui: mi teneva appena un braccio come si tiene un bambino perché non cada.

E mangiai e dormii e mi lavai e mi diede degli abiti mentre i miei erano lavati e asciugati.

E restai nella casa e imparai le parole fratello, compassione, accoglienza, perdono.

Poi altri fratelli un giorno stesero davanti a me un grande foglio e appoggiarono sul tavolo matite. Non capivo, non capivo che cosa dovessi fare. Mi chiesero di disegnare quale lavoro sapevo fare: job- job- le travail- le travail que tu vais faire….

Riempii di colori il foglio, e disegnai una palma, una donna con un vaso sulla testa e un bambino per mano. Era un ricordo, una malinconia? Dissero bravo e basta.

Tornarono il giorno dopo con un altro foglio e con i colori. Stavolta disegnai un parrocchetto su un ramo che guardava una zebra al pascolo. Bravo. E andarono via.

Come fare a spiegare che il mio lavoro era dipingere? Sapevo parlare un po’ di swahili , l’acholi e conoscevo pochissime parole in inglese e in francese. Loro non capivano la mia lingua, io non capivo la loro. Si andava per tentativi fallimentari.

Rubai quel giorno per la prima volta e tutta la notte dipinsi le pareti della camera cercando di non svegliare nessuno. Dante, il vecchio Dante, brontolò sorridendo: “Boia di un Kubaki nero che fa l’artista!”

E vennero la mattina e non capirono; il vecchio Dante fu la mia voce : “Ma non avete capito che è un pittore, che questo è un artista.”

Ora le mie tele costano molto; i soldi vanno all’Opera Fratelli, alle mie madri africane a Kinsasa e anche in altri luoghi; con il tempo ho comprato un magazzino dismesso che è diventato il mio studio e la mia casa. Ho sempre qualche branda per chi non ha un letto e del pane in dispensa per chi ha fame. I signori con la cravatta che comprano le mie tele mi chiamano signor Okuli e io sono molto triste perché ero nessuno e ora sono signore, e sono molto contento perché sono sempre io e i miei amici sono un arcobaleno di colori e di benevolenza.

(c) Narda Fattori – all rights reserved

2 comments on ““Fratelli” di Narda Fattori

  • Siamo invisibili per un’esistenza intera, indipendentemente dal colore, dalla lingua, dalla religione. Poi, come nel caso del protagonista, il caso ci porta alla ribalta per la nostra pecularietà che era manifesta, tranne per i ciechi che non guardavano.
    Più semplice guardare chi ci somiglia, troppo complicato capire ed accettare le differenze. E’ così che l’intelletto s’impoverisce

  • Nel racconto di Narda c’è un invito delicato quanto rigoroso ad aprire gli occhi sulla realtà e sulla profondità della condizione umana, a prendere coscienza dei nostri limiti, della Storia che ci accoglie e ci affratella in un destino comune, seppur diverso per ognuno di noi. Il destino con il signor Okuli è stato benevolo, ma tutti gli altri che ci guardano attraverso le vetrine dei negozi come tanti piccoli fiammiferai’? Loro ci guardano e noi non li vediamo.

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